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LETTERATURA GOTICA: Francesco Mastriani: “Le Ombre. Lavoro e Miseria”

9 Ottobre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

È un’altra delle opere monumentali di questo autore, con la quale continua la enumerazione delle maggiori miserie di Napoli, onde ricavarne un insegnamento morale e di redenzione.
Fu pubblicata nel 1868.
Le Ombre? Sono le donne che, per la miseria e le tribolazioni dei figli, si vedono costrette a scendere in strada e darsi al meretricio: “La povera donna si allontana a passi concitati dalla sua casa… Ella si sdrucciola lungo le mura… gitta li scompigliati capelli dietro gli orecchi per esporre il suo volto a’ passanti… I suoi passi non fanno rumore, non è già una donna ma un’OMBRA!… Un uomo, una specie di mastro di bottega, le si accosta. Entrambi spariscono nelle tenebre…”; “L’Ombra non è più che un fantasma creato dalla mancanza di luce in un punto.”; “Figlie della luce, esse non sono più che ‘tenebre’.”.
Si comincia con la prima derelitta, Margherita (Rita) Damiani, la quale è figlia del forzato Rocco, finito nel carcere per uxoricidio, avendo la moglie Giovanna intaccato il suo onore: “Ella vilipese e oltraggiò l’onor mio…”. Margherita deve badare alle sorelline Filomena e Monica e al fratellino Peppino. Fa la cucitrice presso una sartoria di lusso, gestita da Madama G.
Il tempo della storia ha inizio il 12 gennaio 1844, genetliaco del re Ferdinando II, perciocché Napoli era in festa.
Mastriani, come si vede, ambienta i suoi romanzi nella contemporaneità. La lezione morale che intende consegnare al lettore non riguarda mai il passato, bensì il presente in cui, l’autore e il lettore del suo tempo, sono immersi.
Quest’ultimo, infatti, non dovrà lavorare di fantasia per riconoscere ambienti, personaggi e fatti che vengono a dipanarsi sulla scena.
Il primo personaggio che ha spessore nella descrizione che ne fa Mastriani, con la quale conferma il seme gotico che è in lui, seppure sparso su un campo fecondo di verismo del tipo verghiano (“A noi piace invece dipingere l’uomo coi suoi vizi e colle sue virtù, così come il troviamo nella presente società.”), è una nominata suora Susanna, in realtà una “sibilla”, una profetessa: “Era una rachitica barbuta, poco più alta di una sedia comune: gli occhi avevano il colore di quelli del ‘miotis’ [una specie di pipistrello], e sembravano adombrati da un nasaccio da Pulcinella, il cui setto veniva in qualche modo perduto in un labbro superiore coperto da baffi quasi maschili e rovesciato in su in guisa di lasciare scoperti gli incisivi magagnati e neri. Le braccia erano lunghe quanto quelle dell’orango-tango, con mani secche, ossute, abbellite alle falanci estreme da pipite e da unghie succide orlate di nero. Se una specie di scuffiaccia non avesse ricoperto il capo di questa specie di animale, il riguardante sarebbe stato allietato dalla vista di un cranio nudo come quelli che si ritrovano nelle sepolture; e, se un soggòlo da monaca non avesse interamente nascosto agli occhi degli spettatori l’istmo laringeo della ‘santa’, costoro sarebbero stati gratificati dalla visita di un gozzo da non fare invidia a quello di un tacchino di campagna. Compiremo il ritratto di questa sibilla, col fare osservare sul promontorio dello zigomo sinistro, una ciocca di peli, come una di quelle vegetazioni scordate dalla natura su la vetta di una montagna.”.
Un ritratto spaventevole che ci rimanda alla pittura di Hieronymus Bosch (1453 – 1516).
Si è recata da lei, reputata una profetessa, Margherita. Le confessa il suo amore per un bel giovane, Luigi Vercillo, “scritturale d’una casa di commercio”, al quale ha ceduto la sua innocenza. Dopo di che si è accorta di essere stata ingannata; quel nome dell’innamorato era falso, e non l’aveva più veduto, nonostante lo avesse disperatamente cercato. Nessuno conosceva Luigi Vercillo, il cui vero nome, come sapremo, è Ascanio Orsini, un conte.
La ‘santa’ avrebbe dovuto darle un consiglio e una profezia. Non ne ricava granché, se non la certezza che quel giovane si è approfittato di lei ed ora non vuole più saperne.
Margherita è l’Ombra che si è formata dopo la luce, dopo i momenti vissuti nell’’amore. Quella luce si è spenta.
Nella narrazione verista, Mastriani inserisce in questo romanzo musicalità romantiche meno presenti nelle altre due grandi opere della trilogia, “I misteri di Napoli” e “I Vermi”.
Succede che il padre Rocco, a seguito di varie amnistie, esce dal carcere e torna a casa.
Racconta ai figli il perché uccise la moglie e esprime con foga questa minaccia: “E, come uccisi vostra madre, così ucciderei chiunque di voi disonorasse il mio cognome.”.
A quelle parole la povera Margherita “mandò un sordo gemito”.

Rocco deciderà di raccontare la sua storia ai figli, e lo farà “la sera appresso”, “intorno a un fuoco scintillante”. Essa occuperà molte pagine, nelle quali emerge il suo grande amore per i figli, e specialmente per Margherita: “O Rita, fiore d’innocenza e di virtù, anima candida e pura (…) Ma Iddio ha vegliato sulla tua innocenza; e tu sei oggi l’orgoglio del padre tuo, la gemma della famiglia, l’esempio delle tue suore. Che tu sii benedetta, figlia mia!”.
È invidiabile la scorrevolezza, al modo di una favola, del racconto che il padre fa ai figli, il cui contenuto è talvolta truce, e vi si narra, tra l’altro, che il padre di Rocco, Piero, aveva pure lui vendicato il suo onore, spaccando il cranio ad un ricco e giovane possidente che aveva cercato di sedurre la moglie, con quella stessa scure lasciata poi in eredità al figlio.
Nel narrare loro anche la storia della donna francese tenuta prigioniera dai briganti in un anfratto sotterraneo, e che lui aveva liberato, noi troviamo le note del gusto gotico che ha caratterizzato tutti i momenti dell’arte di questo autore. Si cita appena qualche passo di una più lunga descrizione: “… allorché, fatto un po’ di silenzio nella foresta per subito rabbonarsi del vento, mi parve di udire un fioco gemito che l’aura pigra della sera recava al mio udito da un sito poco lontano e sotterraneo. Appuntai gli orecchi e stetti trepidante in ascolto… Tornò il vento a rombare tra le antiche elci, e più non distinsi il gemito che mi avea colpito l’orecchio ma, ecco che, cessato, novellamente il vento, il fioco gemito si fece di nuovo sentire…”. La prigioniera viene liberata da Rocco, al quale regala un medaglione su cui è effigiata la sua immagine e, sul dietro, è scritto il suo nome. Si tratta della “contessa Felicita di Saint-Marc”.
Dirà Rocco: “Non ho più riveduta questa donna né più saputo di lei.
Ella deve essere ormai una donna di circa sessant’anni, se tuttavia vivente. Probabilmente ella ritrovasi in Francia, sua terra nativa… Io conservo sempre il suo medaglione in quella cassapanca: è una dolce memoria della mia fanciullezza.”.
Si capisce che la nobildonna avrà una qualche parte importanza nella storia di Margherita.
Salvo che per le digressioni di carattere civile e morale, nello svolgimento delle storie raccontate da Mastriani si nota una certa somiglianza con il modo di narrare di Alexandre Dumas padre (1802 – 1870).
Le atmosfere spesso si incontrano.
I critici di Mastriani sostengono che egli non si curasse molto della scrittura e la lasciasse scorrere liberamente, sicché essa è piena di inciampi. E se vi dicessi che, a mio modo di vedere, sono proprio questi inciampi e questa trasparente spontaneità a colmarla di fascino?
Ciò che altri vedono per difetto, io lo vedo per merito. Si potrebbe continuare a fare tanti esempi della scrittura creatrice ed inventiva di Mastriani. Vi basti questa accoppiata di lemmi: “tristo dolciore”. Oppure qui (era stata diagnostica a Margherita la tubercolosi, sbagliando): “… quando seppero che l’ammalata si era levata di letto e che un barbassolo di medico avea accertato aver preso il collega un grosso granciporro nella diagnosi del morbo.”. O qui (Margherita è uscita di notte ed è fermata dalla polizia che poi la lascia libera): “… in quel che Margherita, a cui non pareva vero di essersi liberata di quel gran pericolo a sì buona derrata si condusse lentamente per l’opposta via; ché la tapina pel gran tremito che l’aveva invasata sentia di sciogliersi di sotto i ginocchi.”.
Del resto, non sono le stesse accuse che si mossero e si muovono al celebratissimo Dumas, il quale non s’immergeva forse piacevolmente e liberamente nelle stesse acque della fecondità e della facondia creatrici?
Leggete queste righe in cui ci parla di Luigia, una collega di lavoro e amica di Margherita (si fa per dire, poiché la tradirà), e a quest’ultima l’autore la raffronta: “Il tipo era affatto diverso di quello di Margherita. Mentreché costei era smunta di viso e nera di capelli, affinata, sottile, la Luigia invece era grassa e piena di vivaci colori; mentrecché la Rita era poco loquace, dolce e modesta, la Luigia, al converso, era di quelle che gittano il gomitolo col vigliettino entro [bigliettino], e sono di un comaratico da non finir mai.”.
Il lettore non può che trarre piacere da una tale scrittura che si manifesta libera, spontanea e virtuosa.
Anche il ritmo della storia che Rocco narra ai figli è tale da inchiodare l’attenzione del lettore, il quale si abbevera di ogni passaggio fino all’esito drammatico. Siamo alla mattina di domenica 30 settembre 1838. Rocco è alla porta di strada della sua casa, in attesa che l’amante della moglie, Gustavo, se ne esca per salire sulla sua carrozza: “Que’ vicoletti si andavano popolando di quel mondo animato indifferente a ogni altrui dolore, a ogni tempesta d’animo, a ogni disperazione. Le Campanelle delle chiese vicine suonavano per invitare i passanti a sentire la messa… Tutto ciò tumultuava nel mio spirito come qualche cosa di un mondo, col quale io non avea niente più di comune… Già mi sembrava che una barriera di sangue s’interponesse tra me e tutto quanto io vedevo e sentivo…”. Porterà a termine la sua vendetta terribile e sconterà il carcere.
Luigia, intanto, ha fatto la spia a Madama G., la padrona della fabbrica, sulla innocenza perduta di Margherita, e così viene licenziata e messa in strada. La giovane teme che la sua colpa giunga alle orecchie di Rocco, suo padre.
Si ammala e si scopre che è incinta. È contenta, ma ancora il timore del padre la sovrasta. Siamo vicini al suo ritorno dalla galera, e teme che, scoprendola disonorata, il padre la uccida, così come ha fatto con la mamma.
Confessa il suo stato alla sorella Filomena, ed ora sono in due a temere il ritorno del babbo, anche se Filomena confida che egli la saprà perdonare.
Il dipanarsi della storia ha ora assunto una grave e lenta malia, come se Mastriani avesse posto la sua storia, non più inclinata alla conclusione, ma su di un pianoro, dove essa possa scorrere con la placidezza di un fiume che precorra la sua caduta.
Dopo averci descritto con abbondanza di orridi particolari la casa di una “mammana”, ossia di una popolana e pseudo levatrice, Serafina Piscopo detta la ‘Morta’ (era stata data morta a causa del colera del 1836, e invece era riuscita a sopravvivere miracolosamente: “Ella camminava zoppicando col pie’ sinistro per antiche piaghe lascive.”), a disposizione, dietro pagamento, delle povere sventurate che volessero abortire o partorire nascostamente, ci viene detto che Margherita dà alla luce, in tale lurido ambiente, una bambina, a cui darà il nome di Marcellina (ch’era stato il nome di una sorellina morta), la quale, vedrete, ci ricorderà un poco la Blandina de “I Vermi”.

La mammana si offre di consegnarla alla ‘buca’ di un orfanotrofio dove venivano abbandonate le creature indesiderate poiché causa di scandalo, ma Margherita si rifiuta dichiarando che vuole tenere la bambina tutta per sé, poiché già l’adora e “ch’era ormai tutta l’anima sua.”; “Margherita era assorta nelle gioie supreme di che il suo cuore era inondato alla vista della sua angioletta, che per la prima volta sorbiva dal materno seno il vitale alimento.”.
Non avendo latte a sufficienza, Serafina Piscopo, la ‘mammana’, le propone di affidarla ad altra donna, Filomena l’Avellinese, di facili costumi (finirà in una casa di tolleranza), che aveva dato alla luce una creatura presto morta (“non fece che una rapida comparsa nel mondo e levò presto l’incomodo alla poco amorosa genitrice”), e Margherita, sebbene con dispiacere, accetta.
Di lì a poco (siamo nel dicembre 1844) la povera Margherita dovrà ricoverarsi presso l’Ospedale degl’Incurabili, avendo contratta, per la sua misera vita, la tubercolosi: “Margherita, ammessa per mera carità nell’ospedale degl’Incurabili, fu posta a giacere nella seconda corsia delle tisiche, in un lettuccio, segnato col N. 12, caldo ancora delle membra di un’altra infelice trapassata pochi minuti avanti.”.
Ecco disegnata un’Ombra di vita, che non ha potuto mai illuminarsi, se non a piccoli tratti, subito tornati nel buio.
Margherita è solo il primo dei casi che Mastriani ci presenterà, i quali si accaniscono contro la donna.
Lasciamo al lettore la libertà di conoscere il finale della storia di Margherita, anticipandogli solo la descrizione che si fa di un laboratorio anatomico: “Il traffico de’ cadaveri si fa da’ ‘bacilieri’ [facchini dell’Ospedale], i quali, se non andiamo errati, ne hanno l’appalto coll’amministrazione dell’Ospedale. Il prezzo era in quel tempo di grana venti pe’ cadaveri de’ maschi e di grana diciotto per quelli delle femmine. Le membra umane disgiunte dal corpo erano vendute in proporzione di questi prezzi. La sera, questi miseri brani di umane carni venivano raccolti da’ ‘bacilieri’ e gittati ne’ carrettoni per essere trasportati al cimitero di S. Maria del Pianto, dov’erano alla rinfusa precipitati in una delle grandi fosse comuni.”.
Ci apprestiamo ora ad immergerci nella triste storia di un’altra Ombra, ossia di un’altra femmina sventurata: “Noi ci facciamo di presente a narrare tristissimi casi, storia viva e contemporanea degl’infiniti dolori della donna, priva, per le presenti condizioni sociali, del naturale patrocinio dell’uomo. Cupe tinte adombreranno i nostri quadri, ritratti dal vero. Noi entriamo in una regione di pianti, di miserie, di sofferenze inaudite e ignote a quella classe che ha palagi, cocchi e cavalli. Coloro che si tappano gli orecchi per non sentire il grido di dolore che parte dagl’inferni d’una grande città, o che torcono gli occhi da’ luridi cenci a cui si avvengono per la via, lascino queste carte, che noi scriviamo pe’ cuori nobili e sensitivi.”; “Pesata la somma de’ mali dell’uno e dell’altro sesso, troviamo che la ‘espiazione’ imposta alla Donna supera di gran lunga quella gravata sul Viro.”.
Ci spiega in una nota perché adoperi la parola Viro anziché Uomo: “Mancando assolutamente nel nostro idioma una parola da contrapporre a ‘Donna’, dacché nel vocabolo ‘Uomo’ (homo) si comprende il genere umano nella doppia specialità di maschi e di femmine, abbiamo stimato adottare il ‘Vir’ de’ Latini, che significa precisamente il maschio del genere umano.”. E ci ricorda che la parola Viri si ritrova già in Dante Alighieri nel canto IV dell’Inferno (“d’infanti e di femmine e di viri”).
Scriverà, a sostegno dell’istituzione famiglia e a sostegno della donna: “La FAMIGLIA è il fondamento posto da Dio all’edificio sociale.”; “La Famiglia è scrollata quando la ‘Donna lavora pel Viro’.”.
Ci introduce nell’infelice mondo delle famiglie accolte in certe luride grotte, dove si traggono corde dalla canapa, dette “Grotte degli spagari” (ossia dello spago, ossia della corda).
Siamo nel 1850. Sono trascorsi sei anni dalla storia della “sventurata” Margherita Damiani.
Leggete con quanta invenzione, o comunque con quanta abilità lessicale, ci descrive l’incidente accaduto ad un certo muratore di nome Tommaso, padre di una bambina, Concetta, da poco morta in quelle terribili grotte (“guitte grottacce”), avuta da Pasquarella, la sua prima moglie. Poi si era risposato con un’antica amante, Maria Francesca (“lercia femmina”): “Un giorno, mentr’ei lavorava a riquadrare una pietra in su un ponte di asticelle levato all’altezza di quattro piani, una subitanea vertigine il fe’ traballare su la lingua di legno che il sosteneva per l’aria; e l’infelice precipitò da quell’altezza… ed ebbe rotto il femore e schiacciato per sempre l’intelletto dalla gagliarda ripercussione al cervello…
Trasportato all’ospedale “de’ Pellegrini”, il disgraziato muratore barellò per qualche tempo tra la vita e la morte; sembrò volersi prendere la scommiata; poi fu assicurato; poi ridette giù, e finalmente riuscì a campar la vita, ma rimase inabile al lavoro e privo per sempre del bene dello intelletto. Non è già che Tommaso avesse addirittura smarrita la ragione; ma rimase scotolato nella cassetta del cranio, e addivenne quello che dicesi un idiota.”.
La matrigna Maria Francesca (che del marito dirà più avanti con bella espressione, che “stette parecchi giorni a uscio e bottega colla ‘senza naso’”, che è la morte) aveva in odio la piccola Concetta, e la maltrattava duramente.
Spesso, mentre la piccola stava lavorando alla ruota per fabbricare la corda, la puniva legandola ad un grande fico che era nei pressi della grotta e la teneva per ore esposta al caldo o al freddo, secondo la stagione.
La bimba morrà orribilmente e il padre, disperato, si prenderà la sua vendetta, abilmente e trucemente concepita (il lettore ne vivrà una lenta e abile maturazione). Dirà alla vittima: “Ho giurato su l’anima santa della mia creatura ch’io avrei vendicata la sua morte. Ed eccomi pronto a mantenere il mio giuro.”.
Al funerale che conduce la bara al cimitero presenziano solo il becchino e il padre affranto, che faceva fatica, per le sue infermità, a camminare: “Di quando in quando l’infelice era costretto a fermarsi per un istante, perciocché si sentiva schiantare i polmoni… Allora l’idiota mettea fuori un grido, che avea qualche cosa di non umano: era l’anima straziata, più che il petto affogato di sangue, la quale rompeva in quel selvaggio muggito… E ogni volta che il lungo grido risuonava in quelle diserte campagne, il becchino faceasi il segno della croce e recitava un ‘requiem’, parendogli che l’anima di qualcheduno de’ trapassati da lui portati al cimitero gli gridasse addietro per le novelle pene in cui era tormentata nel fuoco del purgatorio.”.
Che è un altro esempio della calamita che attrae Mastriani verso il gusto del macabro.
Dobbiamo dire che le storie di queste ‘Ombre’ sono tutte legate alla miseria di che soffrirono.
Ancora una volta, anche in questa, come nelle altre opere di Mastriani, è da sottolineare e ammirare l’abilità dei dialoghi, tutti coloriti e veristi. Non ve n’è uno che non risponda a tono alla vivezza della realtà.

Vi ricordate di Filomena, la donna di facili costumi a cui Margherita aveva lasciato la figlia Marcellina, affinché la allattasse? Questa donna la tiene con sé nella casa di tolleranza in cui si è ritirata. Una giovane sconosciuta (sapremo che si tratta della contessa Ezilda di Saint-Marc) si è presa il carico di assisterla nel mantenimento della piccina, che cresce bella e di sembianze delicate.
Mastriani ora ci introduce nel seguito della vita della sventurata Margherita, trattando con noi della povera figlia, e tracciando con ciò un cordone di unità tra le storie in cui ci ha coinvolti.
Ci suggerisce in questo modo di tenere vigile l’attenzione e di non mai dimenticare. Sembra, ossia, di voler mettere alla prova la nostra capacità e la nostra attitudine di lettori.
Si dà il caso che la terribile Maria Francesca, causa della morte della piccola Concetta, si rechi dalla Serafina Piscopo, la ‘Morta’, per chiederle di trovarle una fanciulla che la rimpiazzi nella lavorazione della canapa.
Serafina non ha dubbi e si reca da Filomena alla quale, dietro compenso, le chiede di consegnarle la figlioccia.
L’affare è fatto “per cinque ducati” ed ora le pene patite da Concettina graveranno sulle spalle della figlia di Margherita, Marcellina, che ha ora sei anni. Il lettore le conterà tutte, e vedrà che si somigliano a quelle della disgraziata fanciulla, la quale, proprio a causa di esse, era morta.
Non v’è dubbio che anche qui, ancora una volta, si manifesta un certo qual collegamento con “I miserabili” (1862) di Victor Hugo, ove si pensi alla giovane e sfortunata Cosetta e alla cinica e feroce famiglia che l’ha in custodia, i Thénardier.
Succede infine che Tommaso, il padre di Concettina, si vendicherà della morte della figlia uccidendo ferocemente Maria Francesca, e così ci domandiamo che cosa accadrà a Marcellina. Uscirà dalle tribolazioni? Tutto ciò darà un diverso e più fortunato indirizzo alla sua vita? Marcellina fino a quel momento si era fatta una trista convinzione della vita: “La fame era il senso perpetuo ch’ella avvertiva; perché nella sua mente infantile erasi formato un concetto strano, quello cioè di credere che non si vivesse altrimenti che soffrendo quella maniera di tormento. E si persuase benanco non aver lei il diritto di lagnarsi e di piangere per quella smania di stomaco che incessantemente la torturava, dappoiché avea fatto lo sperimento che ognora ch’ella piangea per fame le toccavano busse e ceffate invece di pane.”.
Per intanto le cose procedono come prima. Verrà presa in casa di una donna di nome Si-Tanella, maritata a un certo Michele “che vendeva scampoli di frutte”, la quale manda in giro la sua numerosa prole (“una schiusa di mocciosi d’ambo i sessi”) a chiedere l’elemosina, una specie di Fagin in gonnella, il personaggio di “Oliver Twist” (1837) di Charles Dickens (un autore che, peraltro, Mastriani nominerà più avanti, dunque conoscendolo).
È significativa questa preghiera che l’autore direttamente rivolge a Dio, nel lamentare la miseria umana. Una specie di personale connubio tra il Pater Noster e il Cantico delle Creature di San Francesco: “O Dio del mondo universo, se tanta copia di malvagità è necessaria alla espiazione ed alla purificazione degli spiriti, siccome i tuoni, le folgori, le piogge degli uragani sono necessarii alla purificazione dell’aria atmosferica, deh, Somma, Infinita ed Incomprensibile Maestà, volgi un occhio pietoso su tanti milioni di tribolati che popolano la terra, e tu li conforta, e tu li rialza, e tu disacerba i loro affanni, e tu asciuga le loro lacrime, e tu tempera i loro patimenti. Tu che addoppii la lana sul dorso dell’agnello, e rivesti di nuove piume il dilicato augelletto, e insegni la fonte al cervo assetato, e sei misericorde provvidenza anco alle fiere più miserevoli e sanguinarie; deh! tu misura almeno la nostra pazienza a tanta soma di mali, infintantoché non cadano infrante sotto la luce del progresso le tirannidi sociali di ogni maniera e non ispariscano per sempre quelle turpissime barriere che oggi dividono l’umana famiglia in due classi, ‘padroni’ e ‘servi’, ‘ricchi e poveri.”.
Finalmente Marcellina viene adottata da una buona donna, a cui erano morte due figlie, Si-Raffaela, sposata a un barbiere, Si-Biagio: “Quali sogni bellissimi facesse la Marcellina la prima notte che ella adagiò le sue membra su quelli morbidi materassi, è facile intendere. Oh! come ella si sentiva felice! Nel ridestarsi e nel ritrovarsi nel medesimo letto, nel quale si era coricata la sera innanzi, ella provò tale benessere che i suoi occhi si bagnarono di lacrime di riconoscenza. E, quando si vide vestita a nuovo, con una camicia come la spuma del mare, con una vesticciuola che sembrava essere stata tagliata espressamente per lei, con iscarpe che le stavano assestate a’ piedi, ella stampò mille baci sulle mani della donna che di tanti beni la facea lieta.”.
Sembra che tutto si sia messo a posto e finalmente la piccola abbia trovato la sua strada, senonché il colera del 1854 si porta via la vita dei suoi genitori adottivi, i quali “l’un dopo l’altra, spiravano in men di 12 ore”. Marcellina ha dieci anni.
Ne prende cura suora Vittoria, la quale la trae in convento allo scopo di farne una monaca: “Per impetrare allo Spirito Santo la grazia d’una perfetta vocazione, tu passerai quaranta giorni nell’assoluto digiuno, cibandoti solo di pane. Non si giunge alla perfezione dello spirito che colla macerazione del corpo. In questo tempo di severa penitenza, tu dormirai su la nuda terra. Quanto più soffrirai, tanto meglio. Oh quante invidieranno la tua sorte! Pochi anni di patimenti, e poi la gloria eterna del paradiso.”; “Fu posto in sodo che la futura monaca si svestisse degli abiti profani e si vestisse da monacella, affinché, dovendo ella votarsi, cominciasse a considerarsi come straniera al secolo. In fatti, poche ore appresso, Marcellina fu vestita da monaca.”.
Le privazioni e le sofferenze a cui viene sottoposta la precipitano di nuovo nella disperazione, ma una giovane fanciulla di nome Paolina, che abita vicino al monastero (detto di S. Andrea delle Monache), sentiti un giorno i suoi alti lamenti, riesce a liberarla e a condurla da una “ricchissima e ragguardevole signora Eleonora Munez, di patrizia famiglia spagnola, vedova e baronessa di Roccasalda, con due figliuole assai belle, Ines e Paquita: “godea fama di generosa soccorritrice de’ bisognosi.”. L’autore ci avverte che la nobildonna avrà una parte importante nella storia.
È in quella casa, dove starà per poche ore e poi sarà gettata di nuovo sulla strada, che incontra suo padre, il conte Ascanio Orsini, “il seduttore di Margherita Damiani”. Naturalmente i due non sanno del loro rapporto di consanguineità: “Ella avea colà veduto un uomo, che avea fatto in lei un effetto singolare.”.

L’attorcigliata trama, la cui regia non è mai manchevole, pone il romanzo nella tradizione romantica, più che in quella verista e gotica, di cui comunque troviamo marcate tracce, cosicché possiamo dire che Mastriani fu ricettivo nell’animo suo alle principali correnti letterarie che dominarono l’Ottocento. Egli respirò e propagò quei sentimenti, immergendovi la sua fertile e fervida fantasia, la quale, non va dimenticato, dalla realtà traeva alimento. È da immaginare che Mastriani costruisse le sue storie e le sue descrizioni, vedendole formarsi dentro la sua mente nella loro chiarezza come in un film. Lì esse sono, anche per solo qualche istante, intensamente vissute prima di essere trasformate nella parola. Una tale impressione è ricavabile dalla scorrevolezza della prosa e dalla sua nitidezza compositiva.
Una prostituta, Maddalena Caruso, incontra per strada Marcellina, smarrita e infreddolita, e le trova una casa dove passare la notte. Annota l’autore: “Una nobile signora mettea l’orfanella in mezzo alla strada, e una infelice prostituta le dava ricetto, alimento e vesti.”.
Le verrà trovato lavoro in una filanda vicina.
Ne approfitta l’autore per comporre una delle sue colorite esternazioni di carattere sociale, che riguardano lo sfruttamento dei poveri da parte dei ricchi: “Fatica, fatica, o povero. Nelle mani de’ ricchi, dei proprietari, dei capi d’opificii, tu non sei né più né meno che una piccola macchina paragonata alle grandi macchine. Si incarica forse il proprietario, il capo d’opificio, che una macchina sia messa in opera in un sito malsano o pestifero? Fatica, fatica, o povero, e divora il tuo tozzo di pane la sera sul tizzo ardente che ti rischiara e ti riscalda. ‘Tu sei nato per faticare, come il ricco per godere’. Adempì adunque al tuo ‘destino’ su la terra, e taci. Fatica, fatica, finché non ti sentirai sciolti i ginocchi dalla febbre, rose le ossa dall’umido, tronche le braccia dalla furia delle aguzze macchine, disseccati i polmoni dal carbon fossile, divorate le carni dagli ardenti fornelli.”.
Tutte le volte che i temi dello sfruttamento sociale sono affrontati, Mastriani vi pone una carica straordinaria di lamentazione e di accusa. In tutta la sua opera, all’avanguardia nelle rivendicazioni dei più miseri, non manca mai l’audacia della denuncia, rischiosa a quel tempo.
Leggete qui quella che riguarda il massacrante e mal pagato lavoro delle donne nella campagna. Si sta svolgendo il lavoro della separazione della pula dal chicco di grano, al quale sono adibite soprattutto le donne: “E la seconda operazione, quella cioè di ripulire i granelli dalle bucce o dalla ‘pula’, riesce non meno faticosa; imperocché le donne addette a questo esercizio devono spingere in aria con una pala i granelli, affinché la ‘pula’, ch’è assai più leggiera, venga trasportata dal vento e atterra ricascano i chicchi che sono di loro natura più pesanti. Quelli che non hanno veduto le donne a simili opere non si possono formare una idea dei sudori che a torrenti vengono giù da’ loro fronti e da tutte le loro membra quando per ore ed ore fanno forza di braccia per respingere in aria tutta quella quantità di granelli che riempiono le aie. Non dimandate la mercede che ricevono da simili fatiche le misere donne. Mezz’ora di lavoro del più vile artefice maschile dà il guadagno che la mietitrice ricava dalla sua giornata di penosissima fatica.”.
Soltanto per queste aperte denunce, che fanno dei suoi libri qualcosa di molto più del romanzo, e vi germina lo scuotimento della ingiustizia sociale, Mastriani merita un posto più elevato nella nostra letteratura. Vi si trova narrata la storia della povera gente, così come si svolgeva nella realtà.
Una fotografia, perciò, un antesignano documento filmato del tempo: “Chiunque passava la sera per l’Orto Botanico vedea, accanto della via de’ Fossi a Pontenuovo, starsi ritta una donna con un velo nero dinanzi agli occhi e con una bambina tra le braccia. Era Maddalena Caruso.”. Mastriani ci sta narrando la storia di questa sfortunata, che ebbe a cuore e aiutò Marcellina, e che abbiamo già incontrato.
A dimostrazione del valore documentario dell’opera si prenda ad esempio la storia che ci viene narrata della Filanda di Sarno, presso cui va a lavorare la nostra Marcellina, così ricca di particolari: “Quel mirabile magistero di ruote d’ingranaggio, di corregge volanti, di braccia di ferro che si muovono diremmo quasi con ponderazione e con ordine matematico; quei ‘pettinatori’ che si aggirano sovra se stessi per pettinare le masse di lini e canape; quei campanelli che suonano a tempo esattissimo per dare importanti avvisi all’operaia; quei naspi che avvolgono con una incredibile celerità; quei mille fusi che obbediscono a simultanei movimenti come un esercito ben addestrato; tutta quella vita, quel moto, quella intelligenza nel ferro, ti fa ammirare la potenza del genio dell’uomo, che comunicò una scintilla della sua anima al più duro dei metalli.”.
Dunque, Marcellina è stata assunta a lavorare nella Filanda. Una cinica donna, Michelina, ha provveduto a tenerla con sé come una nuova figliola, essendo maritata con il manovale Saverio e avendo avuto tre figli da lui, un maschio, di nome Mariano, e due femmine, Annina e Mariuccia. Mariano sarà un personaggio di rilievo nel romanzo.
Crescendo in età e bellezza, Marcellina era corteggiata dai giovani del luogo. Nella passeggiata domenicale che si faceva nel paese di Sarno, ella era la più ammirata.
Le altre fanciulle sono gelose: “Avvegna che quasi tutte le lavoratrici di Sarno affettassero dispregio per la ‘Napolitana’, in sostanza elleno aveano concepito di lei una invidia stragrande, vuoi perché la bellezza di lei soverchiasse di molto quella delle più belle tra loro, vuoi perché il direttore e i ‘contre-maîtres’ della fabbrica e gli impiegati dell’amministrazione avessero per lei straordinari riguardi e per la sua viva intelligenza e per la sua grande speditezza e per esser lei l’unica operaia della Filanda che sapesse leggere e scrivere.”.
Ma Marcellina si è innamorata di Mariano, il figlio di Michelina e di Saverio. Pensa continuamente a lui, anche mentre è al lavoro: “L’amore conserva le specie su le incessanti ruine della morte.”.
È un sentimento nuovo che la riscalda e allo stesso tempo la inquieta. Non sa che cosa di nuovo le stia accadendo.
Ma Michelina è intenta a studiare il modo di ricavare un guadagno dalla bellezza di Marcellina, e cerca di vendere la sua innocenza al lussurioso benestante Giambattista Leone.

Il che ci fa tornare al pensiero di quanto la miseria rechi agli sfortunati, specialmente se donne, smarrimenti e tragedie.
Marcellina è licenziata dalla Filanda perché trovatile addosso dei gomitoli di lana, messigli nella tasca della veste da Michelina e le due figlie Annina(che aveva avuto l’idea e l’aveva eseguita) e Mariuccia: “Gli è davvero scoraggiante cosa il pensare che in questo mondo la virtù abbia sempre a lottare con le innumerevoli insidie che da ogni parte le vengono tese, perciocché è dessa alla comune malvagità de’ più muto e solenne rimprovero.”.
Ė la vendetta con cui Michelina vuol punire Marcellina pel suo rifiuto a cedere alle insistenze del corteggiatore scelto dalla donna.
Col pretesto del furto e che non ha più lavoro sì da portare un contributo alle spese di casa, Michela, la caccia via e Marcellina si ritrova messa sulla strada: “Or va, che io non ti abbia più a rivedere in casa mia. Va a chiedere la limosina ai passanti, se pur troverai chi voglia di un tozzo di pane esserti largo. Va; esci pure mo, che la tua faccia mi move a sdegno; e non so chi mi tenga che io non ti graffi gli occhi o te li cavi a dirittura.”.
Che è la prova di quanto la cattiveria vada a braccetto con l’ipocrisia. Era stata una madre adottiva amorevole fino a che le era convenuto, poi aveva svelato il suo vero volto.
Un’altra grave avventura capita a Marcellina, che viene spinta nel fiume dalle solite tre donne sventurate. La salva un contadino, Domenico Asoli, che la conduce a vivere presso la sua famiglia, composta da Carlotta Schiavoni, la moglie, una figlia, Chiarina e “un bambinello di pochi mesi”, adottato poiché senza genitori.
È una famiglia buona e generosa, disposta al bene, e si pone, dunque, in contrapposizione con la famiglia di Michela, di modo che Mastriani ci insegna che non bisogna mai scoraggiarsi e che nella vita resta sempre un po’ di quella luce che è la speranza.
Infatti, ci sarà ben presto una sorpresa, con l’apparire di un personaggio, Ezilda di Camponere, contessa di Saint-Marc, di origine italiana, che il lettore ha già incontrato di sfuggita quando Marcellina era una bambina e si trovava in casa di Filomena, colei che l’aveva allattata. e che aiuterà la fanciulla a sposare il suo innamorato Mariano.
Ma di questa apparizione si lascia al lettore di gustare lo speciale e intenso sentimento.
Non si creda, tuttavia, che siano finite le tribolazioni di Marcellina, una volta divenuta moglie di Mariano. Si sono trasferiti a Napoli e siamo nel settembre 1860. Dappertutto in Italia si hanno sollevazioni popolari per giungere alla unificazione della Penisola: “Che canti! che brindisi! che cozzo di bicchieri! che allegria! che festeggiamenti alla nuova Italia, alle novelle libertà, all’eroe Garibaldi, alla caduta dell’antica tirannide!”.
Marcellina ha diciassette anni, Mariano era “poco più d’età.”.
Napoli è una citta non solo bella, ma ricca di vita e di tentazioni. Succede che Mariano si annoi del solo matrimonio e desideri incontrare amici e tornare alle vecchie abitudini, che lo avevano visto bazzicare bettole (“cànove”) ed anche ubriacarsi.
Ubriaco, recatosi in una casa di tolleranza con amici di ventura, incontra una giovane chiamata la “Muta”, di cui l’autore ci promette di narrarci quanto prima la storia.
Mastriani è maestro in questo lasciare e prendere altre vie, riallacciare storie, raffrescarle, insinuare nel lettore sempre più curiosità ed interesse.
Incontrata la “Muta”, il lettore sa soltanto che Mariano, pur ubriaco, riesce a dirle che è più bella della sua Marcellina. E il lettore vorrebbe da subito saperne di più.
E invece ci porta nel palazzo Rotschild, dove, alla Riviera di Chiaia, vive la ricca contessa di Saint-Marc che, come già sappiamo, ha favorito con una munifica donazione il matrimonio tra Marcellina e Mariano, ed è nipote della baronessa di Roccasalda Eleonora Munez, che abbiamo già incontrato quando Marcellina fu accolta per breve tempo nella sua casa, e poi abbandonata.
La capacità di intricare le storie ricorda quella scaltrissima di Alexandre Dumas padre.
Il lettore potrebbe anche smarrirsi, e Mastriani lo sa, e per questo, allo scopo di rammemorare i fili della storia, gli offrirà sempre un aiuto, quasi intenda condurlo per mano.
Vi ricordate Maddalena, la prostituta che aveva aiutato Marcellina a trovare lavoro alla Filanda di Sarno?
Ebbene, ella è ora la tenutaria della casa di tolleranza in cui Mariano ha incontrato la bella “Muta”. Sapendolo marito di Marcellina, è andata ad informarla, e a sua volta Marcellina si è recata a Napoli dalla contessa di Saint-Marc per sfogarsi e chiedere consiglio.
È in questa occasione che, narrando Marcellina alcuni fatti della sua vita tribolata, fa il nome della baronessa di Roccasalda, la quale, accoltala in casa, l’aveva poi discacciata, quando la poverina aveva appena dieci anni, e in piena notte.
Marcellina non sa che questa nobile patrizia insensibile e sciagurata è la zia della contessa, la quale apprende la notizia senza porvi meraviglia, sapendo della sua cattiveria, e di quella delle due figlie Ines e Paquita.

Nel continuare il racconto le dirà di aver appreso che l’amante di Mariano è una prostituta molto bella, chiamata la “Muta”, non perché le mancasse la parola, bensì perché nei primi tempi che viveva nella casa raramente parlava: “Mariano provava per quella donna un indefinibile sentimento di simpatia e di pietà; il generoso giovine avrebbe dato la sua vita per trarla da quella casa infame e da quel turpe mestiere.”.
Marcellina attende un bambino da Mariano. Il marito la trascura e in casa non ci sono soldi per tirare avanti.
Mariano strepita che li chieda alla contessa, ma Marcellina non vuole. Allora il marito minaccia di recarsi lui a chiederli.
Ma dalla contessa andrà per un altro motivo. La “Muta” gli ha rivelato di essere innamorata, non di lui, ma di un bel giovane molto povero, di nome Valentino (sarà narrato il loro incontro: “Valentino avea l’anima di un angelo, il cuore di un bambino, la timidezza di una donna.”), che la sposerebbe, se avesse il denaro necessario. Nello svelargli ciò, lo prega di lasciarla perdere e di dedicarsi a coltivare l’amore della sua giovane sposa, che non merita i suoi tradimenti. Gli affida un medaglione che ha incastonati tre smeraldi, incaricandolo di trovare un compratore, poiché con quel denaro Valentino potrebbe sposarla e trarla via da quella vita sciagurata. Quel medaglione era appartenuto a Rocco, suo padre, e se l’era portato con sé il giorno che era fuggita da casa.
Quando la contessa vede il medaglione in cui compare una bella figura di donna e che sul retro ha la scritta “Felicita di Saint-Marc”, emette “un’esclamazione di sorpresa”: Felicita “era la madre del conte di Saint-Marc, marito di lei, Ezilda.”.
Dunque sua suocera.
Ricordate la storia del medaglione? Felicita di Saint-Marc l’aveva donato a Rocco Damiani, il padre di Margherita (la madre di Marcellina), poiché l’aveva liberata dai briganti.
Allora perché si trova nelle mani della “Muta”? Chi è costei?
La storia si fa intrigante, e ci immaginiamo i lettori del giornale su cui, a puntate, veniva raccontato il romanzo. Mastriani li imbeveva di attesa e di curiosità, forse a qualcheduno e, più ancora, a qualcheduna levando il sonno.
La “Muta” (non possiamo, ahimè nasconderlo, poiché essa ritornerà ancora nel romanzo), altri non è che Monica Damiani, la sorella più piccola di Margherita, della quale la famiglia aveva perso le tracce. Un’altra Ombra. Era stata traviata da una compagna di lavoro, Giovannina, che l’aveva indotta alla prostituzione onde menare una bella vita: “Or, perché non fai tu pure lo stesso, suora mia. Tu sei bella e fresca e aggraziata. Se tu volessi, potrebbeti forse mancare un buon signore di una certa età che ti volesse bene, e ti regalasse di belle cose, e ti facesse mangiar bene e vestir meglio? Che tu hai voglia di far l’amore con un bel giovinotto, ben potrai ciò fare senza farne accorto il buon signore che spende. Non pensare a maritati, che questa è la peggior disgrazia che ci possa incogliere.”.
Essa, dunque, è la zia di Marcellina, e sembrerà strano, esse sono quasi coetanee. Sposerà Valentino Nonnato, figlio di ignoti genitori (“figlio della Madonna”), e la coppia sarà protetta dalla contessa di Saint-Marc, allo stesso modo dell’altra coppia composta da Marcellina e Mariano. Il lettore sarà ancora una volta avvinto da una rivelazione che riguarda il rapporto tra la contessa e Valentino, che è quello tra madre e figlia. Già, perché la contessa, ancora fanciulla aveva avuto un figlio, lasciato poi alla ruota, a cui aveva dato il nome di “Valentino e il cognome di Nonnato, sì perché quel dì correva la festa del santo Raimondo Nonnato, e sì perché, essendo il bambino venuto a luce di soli cinque mesi, potea dirsi ‘non nato’ nelle ordinarie proporzioni.”. E chi è il padre? Stupitevi: è il conte Ascanio Orsini, che il lettore ricorderà col nome di Luigi Vercillo, “il seduttore della povera Margherita Damiani”, e quindi è il padre di Marcellina e di Valentino, nati da due donne differenti.
Bisogna dire che la bellezza di questi intrecci – di genere decisamente romantico, sibbene narrati con un lodevole asciuttezza datagli anche dal vocabolario popolare usato – sta nella meraviglia del loro scioglimento, in cui si manifesta l’ingegno e l’abilità dell’autore. Come accade (in qualche modo lo abbiamo già detto) per le differenti e varie cascate d’acqua che vanno a confluire in unico fiume, il cui scorrere si distende e si acquieta a poco a poco, dopo il tumulto.

Credo che valga la pena rappresentarvi questa descrizione del firmamento, così piena di spiritualità e di mistero: “Faceva una di quelle serate, che manifestano la grandezza e la bontà di Dio. Innumeri stelle ingemmavano la volta del firmamento, ignoti soli che rischiarano migliaia di altri mondi dove forse il peccato non condannò alla morte e al dolore gli spiriti incarnati che vi dimorano. Abisso di sublime grandezza sospeso sul nostro capo, il firmamento ricorda all’uomo che egli è l’atomo di un atomo. Pur, quella armonia celeste è amore, è desiderio di un bene che ci sfugge perennemente quaggiù, è aspirazione verso gl’immortali destini che ci aspettano, è il talamo nuziale delle anime peregrine su questo punto impercettibile della creazione.”.
Mastriani, non pago delle curiosità immesse nel lettore, ne aggiunge un’altra. Il seduttore di Margherita e di Ezilda, e cioè il conte Ascanio Orsini, ha chiesto in sposa la cugina Ines, odiata e ricambiata da Ezilda. Le due femmine non possono vedersi. Di che ha paura Ezilda? Ha paura che, una volta diventati marito e moglie, il seduttore marito, riveli ad Ines la conquista fatta su Ezilda, e dunque che il suo segreto venga disvelato e lei finita nello scandalo.
Succederà?
Intanto diciamo che questo timore procura una malattia alla contessa, che la porta a momenti di “sconcerto mentale”. Il medico di famiglia dottor Luciani intuisce che qualche cosa di grave deve aver colpito l’inferma, e si domanda che cosa possa mai essere.
Sarà il marito, insospettito, che la costringerà a confessare che Valentino è suo figlio, avuto da Ascanio Orsini. Co ciò, la contessa impazzirà definitivamente: “Essa rimanea quasi tutta la giornata a una finestra, donde si godea la vista del mare, colli occhi ardentemente fissi verso un punto lontano dell’orizzonte, colle lunghe chiome scompigliate. Di tempo in tempo, uno strano sorriso le rischiarava le sembianze; e mormorava parole inintelligibili con gesti animati come s’ella avesse parlato con qualcuno.”. Finirà rinchiusa, anche lei divenuta un’Ombra, “in un privato manicomio ne’ dintorni di Napoli.”.
Si è formato, dunque, questo triangolo: Monica, sposa di Valentino è la zia di Marcellina e Valentino è fratello di Marcellina per parte di padre, il conte Ascanio Orsini.
L’affetto che i due fratelli, che ancora non sanno di esserlo, provano reciprocamente ha generato in Mariano, marito di Marcellina, una forte gelosia, che lo ha spinto a tornare ad essere l’ubriacone di una volta, nonostante che ora abbia sulle spalle il carico di una bambina, sua figlia Maria: “… non mancava pria di gettarsi nel letto di andare ad abbracciare e baciare la piccola Maria. ma alla moglie né anco una parola, neanche un’occhiata.”.
Un giorno che Valentino va a casa di Marcellina per confidarsi con lei su alcuni dubbi che aveva circa la malattia della contessa Ezilda (non sa ancora che è sua madre), la quale ogni tanto è presa da deliri che la costringono a letto malata, Mariano, messo sull’avviso da una spiata, picchia all’uscio di casa sua e inveisce contro la moglie (Mariano, nel frattempo se n’era già andato) credendo che i due siano amanti.
La povera Marcellina è assalita da feroci insulti e terribili minacce di morte.
E non basta, lo stesso giorno bussa alla sua porta, allo scopo di recarle danno, l’antica sua matrigna, la prostituta Filomena, che le aveva donato il latte da piccina, e gli svela che Monica è sua zia, e le rivela anche il nome della madre, Margherita, che Marcellina ignorava, morta “tisica all’ospedale degl’’Incurabili’.” e sorella maggiore di Monica.
Da ciò segue che Filomena racconti di come Margherita ebbe la figlia a causa di seduzione e di come la consegnasse a lei in allattamento e in custodia.
Filomena appare qui come un deus-machina che scioglie molti segreti della vita della famiglia Damiani, da cui Marcellina discende, la quale viene a sapere che, mentre la madre è morta, è vivo suo nonno, Rocco Damiani, colui che aveva liberato dai briganti la contessa Felicita Saint-Marc, suocera di Ezilda.
Mastriani sta tirando a conclusione i fili della sua trama, e il lettore può convenire della speciale abilità del narratore, il quale ha saputo calcolare tutte le sue mosse per convergerle ad una logica unità.
Si è visto, anche, come tutto ciò non fosse affatto facile e come la fantasia ricamatrice di Mastriani non abbia mai mancato ogni punto della sua tela.
Quando il conte Alfonso, marito di Ezilda, convoca Valentino e gli propone di lasciare il paese, Mastriani ci dà una bella definizione di Patria. La mette in bocca a Valentino che, ricordiamolo, non ha mai conosciuto i genitori e si considera un ‘bastardo’: “A tutti grava il lasciare il patrio suolo, signor Conte. Le stesse sventure ci attaccano alla terra dove respirammo le prime aure di vita. La patria è per tutti un amore, una fede, una religione; ma per i bastardi è più che questo; ella è la madre stessa, che gl’infelici non conobbero mai.”.
Aggiungerà, precisando: “Io intendo per patria il paese nel quale sono nato.”.
Ma si convincerà che è necessario partire quando il conte glielo suggerirà, confidandogli che non può ancora spiegarne le ragioni. Risponde Valentino: “Non le nascondo che grande ferita è al mio cuore il postergare la mia terra nativa; ma rispetto le ragioni che inducono le signorie vostre a darmi un tale comando.”.
Intanto Monica e Marcellina si riconoscono come zia e nipote, e in più Monica le rivela chi è l’uomo che ha sedotto Margherita, con il che Marcellina viene a sapere che il conte Ascanio Orsini, “il serpe” che un giorno l’aveva fissata negli occhi onde sedurla, è suo padre. Così ce lo descrive Mastriani: “Biondi aveva i capelli, bianco e gentile il viso, alta ed elegante la statura, grazioso il portamento, qualità tanto più pericolose in un giovinetto di quello stampo in quanto che eran per lui argomenti di vanità e incentivi al malo oprare.”. Egli conduceva una “vita licenziosa e dissipata.”.
Ora restano a mancare due punti ancora da sciogliere: che Valentino conosca di essere figlio di Ezilda e che Valentino e Marcellina sappiano di essere fratelli (Valentino, sposo di Monica, crede invece, avendo sposato la zia di lei, Monica, di essere diventato di conseguenza zio di Marcellina).
La quale, con la figlia Maria, che ha ormai quattro anni, conduce una vita misera; Mariano è stato licenziato dal lavoro e passa le sue giornate alla bettola, tornando ogni sera ubriaco: “Caduta nella miseria e nella sventura, tutti quelli che le avevano mostrato un po’ di cuore l’aveano abbandonata.”.
Lo stato misero in cui si trova Marcellina dà occasione a Mariani di esprimere tutta la sua indignazione contro le ingiustizie della società: “Si proclamano altamente oggidì i dritti della donna, si grida al suo affrancamento dall’antica schiavitù; la si cerca di rialzare a quel livello che costituisce la sua civile e politica eguaglianza coll’uomo; e intanto la si segrega ogni giorno vie più nel fatale ‘isolamento’ della sua specie; la si snatura ne’ suoi puri ed ineffabili aspetti; la si strappa dal suo mondo naturale, la si gitta nelle agonie delle fatiche sterili ed infeconde; la si sbranca dalla sua vite, e si condanna ad appassire tralcio spezzato, in su aridissimo terreno; le si addita, da una banda l’onestà povera, affamata, coverta di cenci, e dall’altra il vizio coronato di fiori e lussureggiante di pingui imbandigioni; e all’una ed all’altro, un sol confortante a finire, LO SPEDALE.”.
Siamo nel pieno dell’Ottocento e Mastriani si è unito da tempo agli ancor pochi sostenitori dell’uguaglianza femminile e dei diritti della donna.
Poco prima aveva lasciato scritto che il suo lavoro, le sue “carte” sono “consacrate ad un fine moralissimo ed umanitario.”.
Per un delitto commesso in una bettola, durante una partita a carte, Mariano finisce in galera, creando nuovi aggiuntivi problemi alla già stremata Marcellina.

Il lettore, a questo punto, si domanderà che cosa di terribile possa capitare in sovrappiù a questa disgraziata, ed immagina che la sola via di uscita sia la prostituzione. Sarà così? Basterà avere un po’ di pazienza e non farsi irretire nel gioco perverso e astuto in cui ci sta trascinando l’autore: “Comunque fosse, più non pigliava riposo alcuno la disgraziata giovane, che passava i giorni e le notti nelle più penose fatiche per procacciarsi un tozzo di pane a sé ed alla sua creatura e arrecare qualche picciolissimo sollievo al carcerato consorte.”.
Le arriva anche l’intimazione di sfratto e la sua piccina si ammala pure.
Mastriani ha la mano pesante su questa disgraziata, forse per dirci quanto le più virtuose, ed anche i più virtuosi, siano tormentati dalla vita. L’autore sottopone la virtù a dura prova: “Marcellina era pressoché vicina ad uscir di senno.”. Quando due ufficiali del tribunale le ingiungono di lasciare la casa entro le ventiquattr’ore, Marcellina cade in un orribile sconforto: “Balenò per un istante una luce di sangue nella mente della disgraziata operaia: affogare primamente la figliuoletta, e quindi spaccarsi la testa fra le mura, donde ella dovea essere discacciata il domani.”.
Il lettore spera che a trarla d’impaccio arrivi Valentino, e i due si riconoscano come fratello e sorella. Dopo di che Valentino ricorra al marito di Ezilda, sua madre, il conte Alfonso di Saint-Marc, per chiedere aiuto, il quale ne profitterà per rivelargli che Ezilda è sua madre e il conte Ascanio suo padre.
Il lettore, ossia, è indotto a confrontarsi con la mente di Mastriani e col suo modo di intessere la sua trama.
È un’altra delle sfide che apertamente Mastriani ci incoraggia ad accogliere.
Però intanto ci ha giocato, e immagino che di là dove si trovi si sia aperto ad un simpatico sorriso, almeno nei miei confronti, che viso a viso lo sfido.
Avete letto come Monica e Marcellina scoprirono di essere tra loro zia e nipote. Avete anche letto, in principio di questa storia, che Margherita aveva due sorelle più piccole e, in ordine di età, esse erano Filomena e Monica.
Ebbene a rimediare alle difficoltà in cui si trova Marcellina, giunge all’improvviso Filomena, l’altra zia.
Lei e la sorella Monica avevano saputo dal padre Rocco che il seduttore di Margherita era stato il conte Ascanio Orsini.
Ma Marcellina è afflitta di nuovo dalla sventura, con la morte del marito Mariano, assassinato in carcere dalla camorra per avere lui ucciso in una bettola un camorrista, detto il “Rosso”.
Scriverà l’autore, a proposito dell’accanimento con cui la sfortuna perseguita Marcellina: “… della quale si poteva benissimo dire, averla il fato prescelta a sua vittima favorita.”.
Di nuovo le viene intimato lo sfratto per morosità. La zia Filomena è malata e Marcellina decide di rivolgersi direttamente al marito di lei, Luigi Alasio, “costruttore navale”.
Non ha nemmeno i soldi per affrancare la lettera e deve ricorrere ad un’usuraia che ha il nome cinico di Si-Fortuna, e impegnare l’unica sua veste che indossa, restando in sottanina fino a che non la riscatterà, non avendo altra biancheria da impegnare.
In questo tribolato colloquio che si ha tra l’usuraia e la derelitta troviamo ancora una volta conferma delle qualità dialogiche della scrittura di Mastriani. Tutti i dialoghi che abbiamo trovato, in questa come in altre opere, sono di una perfezione e di un realismo assoluti.
Di nuovo la stessa domanda: Ricordate Filomena l’Avellinese, la donna che l’aveva allattata? Si fa viva, e cerca di convincerla a prostituirsi. Non le mancherebbe più niente sia per sé che per Marietta, la figlia. Sta per trasformarsi, pure lei, in un’Ombra?
Lasciamo, a questo punto, al lettore di scoprire il finale di una tale storia così complessa e dolorosa. Tutti i nodi saranno sciolti. Tutti i segreti saranno rivelati.
Una sola notizia vogliamo dare nel concludere questa nostra lettura: Marcellina non vide queste felici risoluzioni, poiché morì di tifo il 23 novembre 1865.
Non vi è dubbio, allora, che nel romanzo questa sventurata sia il simbolo maggiore dell’Ombra persecutrice.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart