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LETTERATURA: I MAESTRI: Dostoevskij e il parricidio

10 Novembre 2012

di Sigmund Freud
[da: Sigmund Freud “Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio”, Boringhieri, 1969]

AVVERTENZA  EDITORIALE
Titolo originale: Dostojewski und die Vatertötung, traduzione di Silvano Daniele.

Nel 1924 era stata finita di pubblicare da parte dell’editore Piper di Monaco la grande edizione tedesca della Opere di Dostoevskij a cura di Moeller van den Bruck; subito dopo, tale serie fu proseguita con volumi complementari contenenti abbozzi, materiale postumo e saggi critici, a cura di R. Fülöp-Miller e F. Eckstein (vedi alcuni di questi volumi citati nelle note di Freud). Per il volume Die Urgestalt der Brüder Karamasoff (La forma originaria dei Fratelli Karamazov) fu richiesta l’introduzione a Freud; il quale la scrisse saltuariamente nel corso del 1926 e 1927, forse un po’ contrariato quando s’accorse di un libro della Neufeld del 1923 (vedi l’ultima nota del saggio) che esponeva idee analoghe. Le sue vedute, ad ogni modo, non erano recenti, come dimostra la lettera del 1920 a Stefan Zweig qui posta in appendice. Per alcuni aspetti (isteria, onanismo) Freud si riallaccia a scoperte dei suoi primi anni di ricerca su cui raramente era tornato in seguito; per contro, compare qui il Super-io, ossia uno sviluppo teorico recente.

Il saggio si divide in due parti distinte, di cui la seconda è riservata alla passione per il gioco, esaminata anche alla luce di una novella di Stefan Zweig. Sulla connessione tra le due parti è assai utile la precisazione fatta da Freud a Theodor Reik, il quale si accingeva a pubblicare una recensione sulla rivista “Imago” (vedi appendice).

*

Vorremmo distinguere, nella ricca personalità di Dostoev­skij, quattro aspetti: lo scrittore, il nevrotico, il moralista e il peccatore. Come raccapezzarsi in questa sconcertante compli­cazione?

Quello che desta meno dubbi è lo scrittore: il suo posto viene poco dopo Shakespeare. I fratelli Karamazov sono il romanzo più grandioso che sia mai stato scritto, l’episodio del Grande Inquisitore è uno dei vertici della letteratura univer­sale, un capitolo probabilmente senza confronti. Purtroppo dinanzi al problema dello scrittore l’analisi deve deporre le armi.

L’aspetto più aggredibile in Dostoevskij è quello etico. Se lo si vuole esaltare come uomo morale, motivandolo con l’ar­gomento che soltanto chi ha toccato il fondo estremo del pec­cato raggiunge il grado più alto della moralità, si trascura una riflessione: morale è colui che già reagisce alla tentazione av­vertita interiormente, senza cedervi. Chi alternativamente pecca e poi, una volta in preda al rimorso, avanza alte pretese morali, si espone al rimprovero di fare i propri comodi. Manca in questo caso l’elemento essenziale della moralità, la rinuncia, essendo la condotta di vita morale un interesse pratico del­l’umanità.1 Questo tipo d’uomo richiama alla memoria i bar­bari delle migrazioni etniche, i quali uccidono e poi fanno ammenda per l’uccisione: dove l’ammenda diventa una pura e semplice tecnica volta a rendere possibile il delitto. Ivan il Terribile si comportava in maniera analoga; e anzi questo ac­comodamento con la moralità è un tratto tipicamente russo.

Anche il risultato finale del conflitto morale di Dostoevskij non è affatto glorioso. Dopo le lotte più violente per riconciliare le pretese pulsionali dell’individuo con le esigenze della comunità umana, egli finisce con l’approdare a una posizioni retrograda:  la sottomissione sia all’autorità  terrena  che quella spirituale, la venerazione per lo zar e per il Dio cristiano, e un gretto nazionalismo russo: un porto al quale sono approdati, e con minor fatica, spiriti meno elevati del suo. È qui il punto debole di questa grande personalità. Dostoevskij ha mancato di diventare un maestro e un liberatore dell’umanità, si è associato ai suoi carcerieri. La civiltà futura de uomini avrà pochi motivi di essergli grata. Probabilmente è dimostrabile che fu la sua nevrosi a condannarlo a questo fallimento. La profondità della sua intelligenza e l’intensità del suo amore del prossimo l’avrebbero destinato a percorrere una via diversa, a un’esistenza da apostolo.

Considerare Dostoevskij un peccatore o un delinquente pro­voca una violenta opposizione, che non si fonda necessariamente sulla valutazione filistea del delinquente. Il motivo reale dell’opposizione si fa presto evidente: i due tratti essenziali del delinquente sono l’egoismo illimitato e la forte tendenza distruttiva; elemento comune a questi tratti, e premessa alle loro manifestazioni, è la mancanza di amore, l’assenza di apprezzamento affettivo degli oggetti (umani). Subito affiora alla mente il contrasto che a questo riguardo presenta Dostoevskij, il suo grande bisogno d’amore e la sua enorme capacità d’amare, che si esprime perfino in manifestazioni di bontà esagerata e che lo muove a dare amore e aiuto là dove avrebbe ragione di pensare all’odio e alla vendetta, per esempio in rapporto alla sua prima moglie e al suo amante. A questo punto bisogna domandarsi da dove provenga mai la tentazione di annoverare Dostoevskij tra i delinquenti. Risposta: la scelta del materiale operata dal narratore, il quale predilige a ogni altro caratteri violenti, assassini, egoisti, indica l’esistenza nel suo intimo di tali tendenze, e ancora alcuni dati di fatto deducibili dalla sua biografia, come la passione per il gioco, forse l’abuso sessuale di una fanciulla ancora immatura (per sua confessione).2 La contraddizione si risolve renden­dosi conto che la fortissima pulsione distruttiva di Dostoev­skij, che avrebbe potuto farne facilmente un criminale, si di­rige nella sua esistenza principalmente contro lui stesso (si rivolge cioè all’interno anziché all’esterno) e si esprime perciò in forma di masochismo e di senso di colpa. Tuttavia la sua persona conserva tratti abbastanza sadici, che si manifestano nella sua eccitabilità, nell’acuto desiderio di tormentare, nel­l’intolleranza anche verso le persone amate, e ancora traspa­iono nel modo in cui egli, autore, tratta i suoi lettori. Insomma: nelle piccole cose è sadico verso l’esterno, nelle grandi è sadico verso l’interno, ossia masochista, vale a dire l’uomo più mite, più bonario, più servizievole che esista. Dal quadro complesso della persona di Dostoevskij abbiamo isolato tre fattori, uno quantitativo e due qualitativi: il grado straordinario della sua affettività, la predisposizione pulsionale perversa che doveva farlo tendere al sadomasochismo o alla delinquenza, e l’inanalizzabile dote artistica. Questo in­sieme sarebbe capacissimo di esistere senza nevrosi: esistono anzi masochisti integrali che non sono nevrotici. Anche cosi, stando al rapporto di forze tra le pretese pulsionali e le inibi­zioni che le contrastano (più le vie di sublimazione disponi­bili), Dostoevskij andrebbe classificato come un cosiddetto “carattere pulsionale”. Ma la situazione è turbata dalla com­presenza della nevrosi la quale, come s’è detto, non sarebbe inderogabile in queste condizioni, e tuttavia si verifica tanto più quanto più abbondante è la complicazione che dev’essere dominata dall’Io. La nevrosi comunque è soltanto un indice del fatto che l’Io non è riuscito ad attuare tale sintesi, che nel corso di questo tentativo gli è venuta a mancare la sua unitarietà.

Come si dimostra ora l’esistenza della nevrosi in senso stretto? Dostoevskij si definì da sé — e cosi lo credevano gli altri – epilettico, in base ai suoi gravi attacchi caratterizzati da perdita della coscienza, spasmi muscolari e susseguente depressione. Ora, è oltremodo probabile che questa cosiddetta epilessia fosse soltanto un sintomo della sua nevrosi, che di conseguenza dovrebbe venire classificata come isteroepilessia, ossia come isteria grave. È impossibile raggiungere in proposito una totale sicurezza per due motivi: primo, perché i dati anamnestici sulla cosiddetta epilessia di Dostoevskij sono lacunosi e non meritano troppa fiducia; secondo, perché l’interpretazione degli stati morbosi connessi con accessi epilettoidi non è stata ancora chiarita.

Esaminiamo per primo il secondo punto. È superfluo riprendere qui tutta la patologia dell’epilessia, che del resto noi apporta   elementi   decisivi.   Possiamo   dire   comunque   che emerge ancor sempre, come apparente unità clinica, l’antico morbus sacer, la malattia perturbante con i suoi imprevedibili accessi convulsivi apparentemente non provocati, con la sua alterazione del carattere in direzione dell’eccitabilità e dell’aggressività e con la progressiva riduzione di ogni attività mentale. Ma questo quadro, da qualunque parte lo si consideri, si stinge nell’indefinitezza. Gli attacchi — che iniziano brutalmente, con morsi alla lingua e svuotamento di urina, assommandosi fino allo status epilepticus che può mettere in pericolo l’esistenza stessa, dato che provoca gravi autolesioni – possono limitarsi tuttavia a brevi assenze, a semplici stati transitori di vertigine, possono essere sostituiti da brevi periodi nei quali il malato, come se fosse sotto il dominio dell’inconscio, compie qualcosa che gli è estraneo. Provocati di norma, in maniera incomprensibile, da cause puramente fisiche, possono tuttavia derivare in prima origine da un’influenza esclu­sivamente psichica (il terrore), o reagire ancora a eccitamenti psichici. Per quanto la stragrande maggioranza dei casi sia caratterizzata dall’abbassamento intellettuale, si conosce tut­tavia almeno un caso in cui il dolore non riusciva a turbare l’altissimo rendimento intellettuale (è il caso di Helmholtz). (Altri casi reputati analoghi sono incerti e soggiacciono alle stesse perplessità suscitate dal caso di Dostoevskij.) Le per­sone aggredite dall’epilessia possono dare un’impressione di ottusità, di mancato sviluppo, poiché il male accompagna spesso un’idiozia percepibilissima e gravissime lesioni cere­brali, anche se questa non è una componente necessaria del quadro morboso. Ma questi accessi, con tutte le loro varia­zioni, si registrano anche in altre persone che denunciano uno sviluppo psichico completo e se mai un’enorme affettività, di solito non controllata a sufficienza. Non c’è da stupire se, in queste circostanze, si considera impossibile affermare l’unità di un’affezione clinica definita “epilessia”. Ciò che emerge nell’omogeneità  dei sintomi manifestati Sembra richiedere un’interpretazione funzionale, come se fosse precostituito or­ganicamente un meccanismo della scarica pulsionale abnorme, meccanismo che viene attivato in situazioni estremamente di­verse, sia in caso di disturbi dell’attività cerebrale provocati da grave malattia tossica e dei tessuti, sia in caso di insufficiente controllo dell’economia psichica, di attività in condi­zioni critiche dell’energia operante nella psiche. Dietro questa bipartizione si intuisce l’identità del meccanismo di scarica pulsionale che ne è alla base. Questo stesso meccanismo non può essere estraneo neanche ai processi sessuali, che in fondo hanno origine tossica: fin dall’antichità più remota i medici hanno definito il coito una piccola epilessia, riconoscendo cosi nell’atto sessuale l’attenuazione e l’adattamento della scarica epilettica degli stimoli.

La “reazione epilettica”, come possiamo definire questo qua­dro nel suo insieme, si pone senza dubbio anche al servizio della nevrosi, la cui essenza consiste nell’eliminare per via somatica masse di eccitamento che non riesce a padroneggiare psichicamente. L’accesso epilettico diventa cosi un sintomo dell’isteria e ne viene adattato e modificato, analogamente a quanto gli succede col normale deflusso sessuale. È quindi per­fettamente giusto distinguere un’epilessia organica da un’epi­lessia “affettiva”. Il significato pratico è il seguente: chi è in preda alla prima soffre di una malattia del cervello, chi è in preda alla seconda è un nevrotico. Nel primo caso la vita psichica soggiace a un disturbo a lei estraneo proveniente dal­l’esterno, nel secondo caso il disturbo è un’espressione della vita psichica stessa.

È estremamente probabile che l’epilessia di Dostoevskij fosse del secondo tipo. Una dimostrazione rigorosa non è possibile, perché occorrerebbe essere in grado di inserire nel contesto della sua vita psichica il primo affiorare e le successive flut­tuazioni degli attacchi, e ne sappiamo troppo poco per farlo. Le descrizioni degli accessi non ci apprendono niente, le in­formazioni su rapporti tra accessi ed esperienze vissute sono lacunose e spesso contraddittorie. L’ipotesi più probabile e che gli accessi rimontino all’infanzia di Dostoevskij, che si siano manifestati dapprima mediante sintomi meno accentuati, e che abbiano assunto la forma epilettica soltanto dopo la ter­ribile esperienza ch’egli fece a diciotto anni: l’assassinio del padre.3 Sarebbe assai calzante se si accertasse che gli accessi si arrestarono completamente durante il periodo di carcere in Siberia, ma altri dati contraddicono questa ipotesi.4

Il rapporto innegabile tra il parricidio dei Fratelli Karamazov e il destino del padre di Dostoevskij è balzato agli occhi di parecchi biografi e li ha indotti ad accennare a un “certo orientamento psicologico moderno”. L’interpretazione psico­analitica — perché è a questa che si allude — è tentata di ve­dere in questo evento il trauma più intenso e, nella reazione di Dostoevskij a questo trauma, il perno della sua nevrosi. Nell’atto però in cui mi accingo a giustificare questa interpretazione alla luce della psicoanalisi, ho motivo di temere di riuscire incomprensibile a tutti coloro che non hanno dimestichezza con la terminologia e le teorie della psicoanalisi.

Abbiamo un punto certo da cui prendere le mosse. Cono­sciamo il significato dei primi accessi che Dostoevskij ebbe a patire negli anni della giovinezza, molto tempo prima che af­fiorasse l’”epilessia”. Questi accessi avevano un significato di morte, erano preceduti dal terrore della morte e consistevano in stati di sonnolenza letargica. La malattia gli si annunciò dapprima, quando era ancora ragazzo, in forma di improvvisa malinconia priva di ragioni: una sensazione, come raccontò in seguito all’amico Solovëv, come se dovesse morire subita­mente; e in effetti era seguita da uno stato assolutamente si­mile alla morte vera e propria. Il fratello Andrej riferì che fin dagli anni giovanili Fëdor aveva l’abitudine, prima di addor­mentarsi, di lasciare dei biglietti sui quali era scritto che egli temeva di cader preda durante la notte a questo sonno simile alla morte apparente, e pregava perciò di non farlo seppellire che dopo cinque giorni.5

Conosciamo il significato e l’intenzione che si celano in que­sti accessi simili alla morte. Essi significano un’identificazione con un morto,6 con una persona realmente morta oppure ancor viva ma della quale si desidera la morte. Il secondo caso il più significativo. L’accesso ha in tal caso il valore di una punizione. Si è desiderata la morte di qualcun altro, e adesso si è quest’altro e si è morti a propria volta. Qui la teoria psicoanalitica avanza l’affermazione che questo “altro” per il ragazzo è di regola il padre, e che l’attacco — definito isterico — è perciò un’autopunizione per il desiderio di morir nei confronti del padre odiato.

Il parricidio è, secondo una nota concezione, il delitto principale e primordiale sia dell’umanità che dell’individuo.7 In ogni caso è la fonte principale del senso di colpa, ma non sappiamo se sia l’unica fonte: le ricerche non sono ancora riu­scite a definire con sicurezza l’origine psichica della colpa e del bisogno di espiazione. Il parricidio non è però necessaria mente l’unica fonte del senso di colpa. La situazione psicologica è complicata e richiede una spiegazione. Il rapporto del ragazzo verso il padre è di natura, come noi diciamo, ambivalente. Di regola in lui è presente oltre all’odio, che vorrebbe eliminare il padre in quanto rivale, una certa dose di tenerezza. Entrambi questi atteggiamenti convergono nell’identificazione col padre: si vorrebbe essere al posto del padre perché lo si ammira e perché si vorrebbe essere come lui, e anche perché lo si vuole togliere di mezzo. Ora tutta questa evoluzioni cozza contro un potente ostacolo. A un certo punto il bai 11 bino impara a capire che il tentativo di eliminare il paci i quanto rivale sarebbe punito da lui con l’evirazione.   Per paura dell’evirazione, ossia nell’interesse della conservazione della sua virilità, il bambino rinuncia quindi al desiderio di possedere la madre e di togliere di mezzo il padre. Fin quando questo desiderio è conservato nell’inconscio, costituisce il fondamento del senso di colpa. Crediamo di aver descritto con ciò processi normali, il destino normale del cosiddetto complesso edipico. Dobbiamo tuttavia aggiungere ancora una integrazione importante.

Un’ulteriore complicazione subentra quando il fattore costi­tuzionale che definiamo col nome di bisessualità si è andato definendo più nettamente nel bambino. Perché allora la mi­naccia alla sua virilità rappresentata dall’evirazione rafforza la tendenza a divergere in direzione della femminilità, a porsi piuttosto nella posizione della madre e ad assumere il suo ruolo di oggetto d’amore agli occhi del padre. Sennonché la paura dell’evirazione rende impossibile anche questa solu­zione. Si comprende che l’evirazione diventa inevitabile se si vuole che il padre ci ami come una donna. Cosi entrambi i moti, sia l’odio verso il padre che l’innamoramento di lui, ca­dono in preda alla rimozione. C’è una certa differenza psico­logica, consistente nel fatto che si rinuncia all’odio verso il padre a causa di una paura suscitata da un pericolo esterno (l’evirazione), mentre l’innamoramento verso il padre viene trattato come un pericolo pulsionale interno, che pure risale in fondo al medesimo pericolo esterno.

Ciò che rende inaccettabile l’odio per il padre è la paura del padre: l’evirazione è terribile, sia come punizione che come prezzo dell’amore. Dei due fattori che concorrono a rimuo­vere l’odio per il padre dobbiamo definire normale il primo, la paura diretta della punizione e dell’evirazione, mentre l’in­tensificazione patogena sembra aggiungersi soltanto ad opera dell’altro fattore, la paura dell’atteggiamento femminile. Una disposizione accentuatamente bisessuale diventa cosi una delle condizioni o delle conferme della nevrosi. Una predisposi­zione del genere è certamente ipotizzabile nel caso di Dostoevskij e si manifesta in forma suscettibile d’esistenza (come omosessualità latente) nell’importanza che ebbero per la sua vita le amicizie maschili, nel suo comportamento singolar­mente dolce verso i rivali in amore e nella sua eccezionale intelligenza di situazioni spiegabili soltanto in base a un’omosessualità rimossa, come mostrano molti esempi tratti dai suoi romanzi.

Mi dispiace, ma non posso farci niente se questa esposizione degli atteggiamenti d’odio e d’amore verso il padre, e delle loro metamorfosi sotto l’influenza della minaccia di evirazione, riesce sgradevole e ben poco credibile al lettore inesperto di psicoanalisi. Mi aspetterei perfino che soprattutto il complesso di evirazione incontri il rifiuto generale. Ma non posso far altro che asseverare che l’esperienza psicoanalitica fa emergere al di là di ogni dubbio proprio questa situazioni e ci fa individuare in essa la chiave di ogni nevrosi. Quindi anche nel caso della cosiddetta epilessia del nostro scrittori dobbiamo provare ad applicare questa chiave. Le cose che do­minano la nostra vita psichica inconscia sono pur cosi estranee alla nostra coscienza!

Ciò che abbiamo esposto finora non esaurisce ancora le conseguenze della rimozione nel complesso edipico dell’odio per il padre. L’elemento nuovo che vi si aggiunge è che l’identi­ficazione con il padre finisce col conquistarsi a forza un posto durevole nell’Io. Essa viene accolta nell’Io, ma vi si pone come un’istanza particolare contrapposta all’altro contenuto dell’Io. In tal caso la definiamo col nome di Super-io e ad essa, erede dell’influenza dei genitori, attribuiamo le funzioni più importanti. Se il padre era duro di carattere, violento, crudele, il Super-io assume da lui queste caratteristiche e, nel suo confronto con l’Io, si ristabilisce la passività che per l’appunto doveva essere rimossa. Il Super-io è diventato sadico, l’Io diventa masochistico, ossia in fondo femminilmente passivo. Nell’Io sorge un potente bisogno di punizione che in parte affronta come tale il suo destino, in parte trova appagamento nel maltrattamento a opera del Super-io (coscienza di colpa). Ogni castigo in fondo è l’evirazione, e come tale realizzazione del vecchio atteggiamento passivo verso il padre. Anche il Fato, infine, non è altro che una proiezione paterna più tarda.

I processi normali nella formazione della coscienza debbono essere analoghi a quelli anormali che abbiamo descritto qui. Non siamo ancora riusciti a tracciare la linea di confine tra i due processi. Si noterà che qui la maggior parte dell’esito viene attribuita alla componente passiva della femminilità ri­mossa. Inoltre deve avere la sua importanza come fattore acci­dentale se il padre, temuto in ogni caso, è stato anche nella realtà particolarmente violento. Questo quadra con il caso di Dostoevskij, e noi ricondurremo a una componente femminile particolarmente forte tanto il suo eccezionale senso di colpa quanto la sua condotta masochistica. Questa è la formula per Dostoevskij: un uomo dalla disposizione bisessuale partico­larmente forte, che si sa difendere con particolare intensità dalla dipendenza da un padre particolarmente duro. Aggiun­giamo questo carattere di bisessualità alle componenti della sua natura che abbiamo individuate prima. Il sintomo precoce degli “accessi simili alla morte” è quindi intelligibile come una identificazione dell’Io con il padre, consentita a titolo di puni­zione dal Super-io. “Hai voluto uccidere il padre per essere padre tu stesso: adesso sei il padre, ma il padre morto.” Il con­sueto meccanismo dei sintomi isterici. E ancora: “Adesso il padre ti uccide.” Per l’Io il sintomo mortale è soddisfacimento fantastico del desiderio maschile, e contemporaneamente è soddisfacimento masochistico; per il Super-io è soddisfaci­mento punitivo, ossia soddisfacimento sadico. Sia l’Io che il Super-io continuano a impersonare il padre. Nell’insieme il confronto tra il soggetto e il suo oggetto pa­terno si è trasformato, conservando il suo contenuto, in un confronto tra Io e Super-io, in una nuova messa in scena su un secondo palcoscenico. Queste reazioni infantili causate dal complesso edipico possono scomparire, se la realtà non apporta loro ulteriore nutrimento. Ma il carattere del padre restò il medesimo, anzi no, peggiorò con gli anni, e cosi anche l’odio di Dostoevskij verso il padre si conservò, come si con­servò il suo desiderio di morte nei confronti di questo padre cattivo. Ora, è pericoloso se la realtà appaga tali desideri rimossi.

Poiché la fantasia è diventata realtà, tutte le misure difensive vengono rafforzate. A questo punto gli accessi di Dostoevskij assumono carattere epilettico, significano an­cora l’identificazione punitiva col padre ma sono diventati ter­ribili, come la morte spaventosa del padre. Quale altro conte­nuto, specialmente sessuale, abbiano ancora assunto, è cosa che sfugge alla nostra possibilità intuitiva.

Una cosa merita d’essere notata: nell’aura8 dell’accesso si vive un momento di estrema beatitudine, che può benissimo aver fissato il trionfo e la liberazione alla notizia della morte, mo­mento al quale segue poi immediatamente la punizione tanto più crudele. Un’analoga successione di trionfo e lutto, di gioia festosa e lutto, l’abbiamo individuata anche tra i fratelli dell’orda primordiale che uccisero il padre, e la troviamo ripetutamente nella cerimonia del pasto totemico.9 Se risponde al vero che Dostoevskij in Siberia non ebbe a patire attacchi, ciò non farebbe che confermare che i suoi attacchi epilettici erano la sua punizione: quando era punito in altri modi non ne aveva più bisogno. Ma questa circostanza è indimostrabile. Piuttosto questa necessità di punizione ai fini dell’econo­mia psichica di Dostoevskij spiega perché egli riuscì a passare senza spezzarsi attraverso quegli anni di miseria e di umiliazioni. La condanna di Dostoevskij come criminale politico era ingiusta, ed egli doveva saperlo, ma accettò dal Piccolo Pa­dre, lo zar, la punizione immeritata in sostituzione della pena che avevano meritato i suoi peccati contro il padre reale. In luogo dell’autopunizione si lasciò punire dal luogotenente del padre. Qui trapela la giustificazione psicologica delle pene inflitte dalla società. È vero che gruppi interi di delinquenti desiderano d’essere puniti. Il loro Super-io lo esige, perche cosi si risparmia di infliggersi la punizione da sé.10

Chi conosce il complesso mutare di significato dei sintomi nevrotici capirà che non ci proponiamo affatto di scandagliare qui il senso degli attacchi epilettici di Dostoevskij al di là di questo semplice esordio.11 È sufficiente poter supporre che il loro senso originario sia rimasto invariato dietro tutte le so­vrapposizioni più tarde. Si può dire che Dostoevskij non si liberò mai  dal peso di coscienza originato  dall’intenzione parricida. E questo determinò anche il suo comportamento nei confronti delle altre due sfere nelle quali il confronto col padre è determinante: quella dell’autorità statale e quella della fede in Dio. In tema di autorità statale egli approdò alla piena sottomissione allo zar, il Piccolo Padre che nella realtà aveva eseguito una volta con lui la stessa commedia dell’uccisione che le sue crisi epilettiche erano solite rappresentargli tanto spesso. Qui fu la penitenza ad avere la meglio. Nel campo re­ligioso gli rimase più libertà: secondo resoconti che sembrano degni di fede, Dostoevskij deve aver oscillato fino all’ultimo istante di vita tra fede e ateismo. Il suo alto intelletto gli ren­deva impossibile non vedere qualcuna delle difficoltà di pen­siero alle quali porta la fede. Ripetendo a livello individuale un’evoluzione già avvenuta nella storia del mondo, sperò di trovare nell’ideale di Cristo una via d’uscita e una liberazione dalla colpa, di sfruttare le sue stesse sofferenze per pretendere la parte del Cristo. Se tutto sommato non approdò alla libertà e divenne reazionario, ciò fu dovuto al fatto che la colpa uni­versalmente umana del figlio, sulla quale è costruito il senti­mento religioso,12 aveva raggiunto in lui una forza superindividuale e restò insuperabile perfino alla sua grande intelli­genza. Noi ci esponiamo qui al rimprovero di rinunciare all’imparzialità dell’analisi e di sottoporre Dostoevskij a valutazioni giustificate soltanto dal punto di vista partigiano di una determinata concezione del mondo.

Un conservatore prenderebbe le parti del Grande Inquisitore e darebbe di Dostoevskij un giudizio diverso. Il rimprovero è giustificato per attenuarlo, possiamo dire soltanto che la decisione ili Dostoevskij sembra determinata dall’inibizione intellettuale conseguente alla sua nevrosi.

Non è certo un caso che tre capolavori della letteratura ili tutti i tempi trattino lo stesso tema, il parricidio: alludiamo all’Edipo re di Sofocle, all’Amleto di Shakespeare e ai Fra­telli Karamazov di Dostoevskij. In tutte e tre le opere e messo a nudo anche il motivo del misfatto: la rivalità sessuale per la donna.

La rappresentazione più schietta si ha certamente nel dramma che si riallaccia alla leggenda greca. Qui l’autore del crimini’ è ancora l’eroe in persona. Ma l’elaborazione poetica è impos­sibile senza stendere un velo, senza un’opera di attenuazione. L’ammissione nuda e cruda dell’intenzione di commettere il parricidio, cosi come la raggiungiamo nell’analisi, sembra in­sopportabile senza una preparazione analitica. Nel dramma greco l’inevitabile smorzamento, pur tenendo ferme le cir­costanze di fatto sostanziali, viene attuato magistralmente in questo modo: il motivo inconscio dell’eroe è proiettato nella realtà come una costrizione del destino a lui estranea. L’eroi commette il delitto involontariamente e, cosi pare, senza subire l’influenza della donna; tuttavia di questo nesso si tiene conto, in quanto egli può conquistare la madre-regina sol­tanto dopo aver ripetuto l’azione a spese del mostro che simboleggia il padre. Quando la sua colpa è scoperta, resa cosciente, non si verifica nessun tentativo di allontanarla da sé richiamandosi alla costruzione ausiliare, all’artificio, della costrizione operata dal destino: la colpa invece viene ammessi! e punita come una colpa pienamente cosciente, ciò che può sembrare ingiusto alla riflessione, ma è perfettamente corretto dal punto di vista psicologico.

La rappresentazione fornita dal dramma inglese è più indi­retta: qui non è l’eroe in persona che ha compiuto l’azione bensì un’altra persona per la quale il misfatto non significa parricidio. Non c’è quindi bisogno qui di velare il motivo scandaloso della rivalità sessuale per il possesso della donna. Anche il complesso edipico dell’eroe traspare per cosi dire in una luce riflessa, quando veniamo ad apprendere l’effetto eser­citato su di lui dal delitto dell’altra persona. Egli dovrebbe vendicare l’assassinio, ma si trova stranamente incapace di farlo. Ciò che lo paralizza, lo sappiamo, è il suo senso di colpa: il quale viene trasferito sulla percezione della sua ina­deguatezza a eseguire questo compito, in un modo che ricalca quasi alla lettera i processi nevrotici. Secondo parecchi indizi, l’eroe sente questa colpa come una colpa che travalica l’indi­viduo. Egli disprezza gli altri non meno di sé stesso. “Trattate ogni uomo secondo il suo merito, e chi sfuggirà alla frusta?”13 II romanzo del Russo compie un altro passo innanzi in que­sta direzione. Anche qui l’assassinio è opera di un altro, ma di un altro che aveva verso l’assassinato lo stesso rapporto filiale dell’eroe Dmitrij, un altro nel quale il motivo della rivalità sessuale è ammesso apertamente, un fratello di Dmitrij al quale Dostoevskij ha attribuito significativamente la sua stessa malattia, la sua supposta epilessia, come se volesse confessare: “l’epilettico, il nevrotico che è in me è un parricida”. E poi vien fuori, nell’arringa davanti al tribunale, la famosa battuta sarcastica sulla psicologia, definita un’arma a doppio taglio [libro 12, cap. 10]. Un mascheramento grandioso, perché basta capovolgerlo per scoprire il senso più profondo della concezione di Dostoevskij. Non è la psicologia a meritare la battuta sarcastica, bensì il metodo di accertamento seguito dalla giustizia. È irrilevante sapere chi ha eseguito realmente il delitto, per la psicologia ciò che importa è soltanto sapere chi l’ha voluto nel suo intimo e ha accolto con soddisfa­zione il misfatto quando s’è compiuto, e perciò tutti i fratelli (a eccezione di Alëša, che è la figura di contrasto) sono ugual­mente colpevoli, il sensuale impulsivo, il cinico scettico e il criminale epilettico.

Nei Fratelli Karamazov si trova una scena [libro 2, cap. 6] estremamente indicativa per Dostoevskij. Lo starec ha capito, nel corso del colloquio con Dmitrij, che questi reca in sé la predisposizione al parricidio e si pro­stra davanti a lui. Non può essere una manifestazione di ammirazione; deve significare che il santo allontana da sé la tentazione di disprezzare o di aborrire l’assassino e perciò si umilia al suo cospetto. La simpatia di Dostoevskij per il cri­minale è in effetti senza limiti, supera assai i confini della com­passione alla quale l’infelice ha diritto, ricorda l’orrore sacro con cui l’antichità guardava all’epilettico e al malato di mente. Il criminale è per lui quasi un redentore che ha preso su di sé la colpa che in caso contrario sarebbe toccato agli altri por­tare. Uccidere non è più necessario dopo che egli ha già compiuto il delitto, ma bisogna essergliene grati, perché altri­menti avremmo dovuto uccidere noi stessi. Questa non è soltanto sollecita compassione, è identificazione fondata sugli stessi impulsi assassini, propriamente parlando un narcisismo appena spostato (non per questo va contestato il valore etico di tale bontà). Forse questo è il meccanismo generale della partecipazione sollecita alla sorte degli altri uomini, che possiamo scrutare con particolare facilità nel caso estremo dello scrittore dominato dal senso di colpa. Non c’è dubbio che in Dostoevskij questa simpatia da identificazione ha condizio­nato in maniera decisiva la scelta dell’argomento. Egli però ha ritratto dapprima il delinquente comune (quello che pro­cede per egoismo) e il delinquente politico e religioso, prima di tornare, al termine della sua esistenza, al delinquente pri­mordiale, al parricida, e di farlo depositario della sua confessione poetica.

La pubblicazione delle carte postume di Dostoevskij e dei diari della moglie ha illuminato violentemente un episodio della sua vita: l’epoca in cui, in Germania, era dominato dalla febbre del gioco.14 Un innegabile accesso di passione patologica, che da nessuno ha potuto essere spiegato altrimenti. Non sono mancate le razionalizzazioni di questo fatto strano e in­degno. Il senso di colpa si era creato — come accade non di rado nei nevrotici — un sostituto palpabile costituito da un carico di debiti, e Dostoevskij poteva addurre come pre­testo di volersi procurare col guadagno al gioco la possibilità di tornare in Russia senza venire imprigionato su richiesta dei suoi creditori. Ma questo non era altro che un pretesto. Do­stoevskij era abbastanza acuto da intuirlo e abbastanza onesto da ammetterlo. Egli sapeva che l’essenziale era il gioco in sé e per sé, le jeu par le jeu.15 Ogni particolarità del suo compor­tamento impulsivamente insensato dimostra questo e qualcos’altro ancora. Egli non trovava pace fin quando non aveva perduto tutto. Il gioco era per lui anche un modo di punirsi. Infinite volte aveva promesso o dato la sua parola d’onore alla giovane moglie di non giocare più o di non giocare più in quel tal giorno, e quasi sempre, come racconta la moglie, in­frangeva la promessa. Quando con le sue perdite aveva get­tato sé stesso e la moglie nella miseria più nera, ne traeva un secondo soddisfacimento patologico. Poteva coprirsi d’in­giurie al suo cospetto, umiliarsi, intimarle di disprezzarlo, recriminare ch’ella avesse sposato lui, vecchio peccatore, e dopo essersi cosi sgravato la coscienza ricominciava da capo il giorno successivo. E la giovane donna si abituò a questo ciclo perché aveva notato che l’unica cosa dalla quale bisognava in realtà aspettarsi la salvezza, la produzione letteraria, non pro­cedeva mai così bene come quando essi avevano perduto tutto e ipotecato anche gli ultimi beni. Naturalmente la donna non capiva la connessione. Quando il senso di colpa di Dostoev­skij era placato dalle punizioni ch’egli stesso s’era inflitto, l’inibizione che gli interdiceva di lavorare veniva meno, e allora egli si permetteva di fare qualche passo sulla via che doveva portarlo al successo.16

Non è difficile, sulla scorta di una novella scritta da un nar­ratore più vicino a noi nel tempo, indovinare qual è la parte di vita infantile da tempo sepolta che si costringe alla ripeti­zione nella coazione al gioco. Stefan Zweig — il quale, per inciso, ha dedicato un saggio a Dostoevskij nel suo libro Tre maestri — racconta nel suo volume Sovvertimento dei sensi [1926], che comprende tre novelle, una storia che ha per titolo “Ventiquattro ore dalla vita di una donna”. Questo piccolo capolavoro mira in apparenza a provare soltanto quale essere irresponsabile è la donna, a quali trasgressioni, sorpren­denti per lei stessa, può essere trascinata da una forte impres­sione inattesa. Ma la novella dice parecchio di più, descrive senza tale tendenza alla discolpa qualcosa di totalmente diverso, che riguarda la generalità degli uomini o piuttosto l’uomo più che la donna, e questa interpretazione — che scaturisce se si sot­topone la storia a indagine analitica — si off re con tale evidenza che è impossibile respingerla. È un fatto indicativo della natura della creazione artistica che lo scrittore, al quale sono legato da amicizia, abbia potuto assicurarmi che l’interpretazione che gli comunicai era completamente estranea alla sua volontà e alle sue intenzioni, benché si intreccino al racconto parecchi dettagli che sembrano quasi fatti apposta per indirizzare verso la traccia segreta.

Nella novella di Zweig una distinta signora di età avanzata racconta allo scrittore una vicenda che la sconvolse oltre vent’anni prima. Rimasta vedova in età ancor giovane, madre di due figli che non avevano più bisogno di lei, quando ormai, ;i quarantadue anni, aveva rinunciato ad aspettarsi qualcosa dalla vita, capitò nel corso di uno dei suoi viaggi senza scopo nella sala da gioco del casinò di Montecarlo e, tra tutte K singolari impressioni che esercitava quel luogo, fu di colpo affascinata dalla vista di due mani che sembravano tradire con sconvolgente sincerità e intensità tutte le sensazioni del gioca­tore sfortunato. Le mani erano quelle di un bel giovane — il narratore gli attribuisce quasi inavvertitamente l’età del figlio maggiore della donna — il quale, dopo aver perso tutto, ab­bandona la sala in preda a profondissima disperazione, presu­mibilmente per porre fine nel parco alla sua vita ormai senza speranza. Una simpatia inspiegabile spinge la donna a seguirlo e a tentare il possibile per salvarlo. Egli la prende per una di quelle importune cosi numerose in quei luoghi e vuole re­spingerla, ma la donna gli resta accanto e si vede costretta nella maniera più naturale del mondo a dividere con lui il suo appartamento d’albergo e infine il suo letto. Dopo questa improvvisata notte d’amore si fa assicurare nel modo più so­lenne dal giovane, diventato apparentemente calmo, che non giocherà mai più, gli da del denaro per il viaggio di ritorno e promette di andare alla stazione a salutarlo prima che il treno parta. Poi però si ridesta in lei una grande tenerezza nei suoi confronti, vuole sacrificare tutto per trattenerlo, decide, in­vece di distaccarsene, di partire con lui. Alcune casuali con­trarietà la fanno ritardare, e la donna perde il treno. Nella sua nostalgia per l’uomo scomparso torna nella sala da gioco e qui ritrova, disperata, le mani che avevano mosso la sua sim­patia: dimentico del suo impegno, il giovane era tornato a giocare. Lo richiama alla sua promessa, ma ossessionato dalla passione del gioco egli l’insulta accusandola di portargli sfor­tuna, le grida di andarsene e le getta il denaro col quale lei voleva riscattarlo. In preda a una vergogna profonda la donna è costretta a fuggire e verrà più tardi a sapere di non essere riuscita a evitare il suicidio del giovane.

Questa storia splendidamente narrata, motivata in ogni det­taglio, merita certamente di vivere per sé stessa e non manca di esercitare un grande fascino sul lettore. L’analisi ci insegna tuttavia che la causa prima sulla quale si fonda questa inven­zione è una fantasia di desiderio propria dell’età pubere e che d’altronde parecchie persone ricordano consciamente. Tale fantasia del ragazzo dice che la madre sarebbe pronta a introdurlo lei stessa alla vita sessuale pur di salvarlo dai temuti danni dell’onanismo. Il tema letterario della redenzione, tanto frequente, ha la stessa origine.

Il “vizio” dell’onanismo è sostituito da quello del gioco, e l’attività appassionata delle mani cosi posta in risalto è rivelatrice ai fini di questa deduzione. La febbre del gioco è real­mente un equivalente dell’antica coazione all’onanismo;17 quando i bambini manipolano i loro genitali con le mani, usa dire appunto che “giocano” con essi. L’irresistibilità della ten­tazione, i solenni proponimenti mai mantenuti di non farlo mai più, il piacere che stordisce e la cattiva coscienza che ci si sta rovinando (si commette suicidio) si sono conservati immu­tati nel “gioco” sostitutivo.

La novella di Zweig è raccontata, non a caso, dalla madre e non dal figlio. Dev’essere lusinghiero per il figlio pensare: “se la mamma sapesse quali pericoli corro con l’onanismo, cerche­rebbe senza dubbio di salvarmi, permettendomi ogni tenerezza sul suo corpo”. Paragonare la madre alla prostituta, come fa il giovane nella novella di Zweig, rientra nel quadro della stessa fantasia, la quale rende facilmente ottenibile colei che è inaccessibile. La cattiva coscienza che accompagna questa fantasia impone la chiusa nefasta del racconto. È anche inte­ressante notare come la facciata che il narratore ha dato alla novella cerca di mascherarne il significato analitico. Perché e altamente discutibile che la vita erotica della donna sia domi­nata da capricci improvvisi e misteriosi. L’analisi scopre anzi una motivazione sufficiente per il comportamento sorprendente della donna che fino a quel momento aveva ricusato l’amore. Fedele al ricordo del marito perduto, si è armato per difendersi da tutti i pretendenti simili a lui, ma — e qui la fantasia del figlio ha ragione — come madre non era mai sfuggita a una traslazione erotica a lei del tutto inconscia sul figlio, e il destino può coglierla di sorpresa in questo suo punto indifeso. Se la passione del gioco, con le sue sconfitte nella lotta per perdere il vizio e le occasioni che offre per l’autopunizione, ripete la coazione onanistica, non ci stupiremo che si sia con­quistata un posto cosi importante nella vita di Dostoevskij. Non è rintracciabile nessun caso di nevrosi grave in cui non abbia avuto la sua parte il soddisfacimento autoerotico in età precoce e nella pubertà, e le relazioni tra gli sforzi di repri­merlo e la paura del padre sono troppo note per richiedere più di un semplice richiamo.18

NOTE

1 [Questa affermazione è chiarita nella lettera a Reik; vedi oltre p. 347 e nota 2.]

2 Vedi la discussione in proposito nel volume curato da R. Fülöp-Miller e F. Eckstein, Der unbekannte Dostojeuoski [Dostoevskij sconosciuto] (Mo­naco 1926). Stefan Zweig: “Non si arresta davanti ai limiti della morale bor­ghese e nessuno è in grado di dire con precisione fino a che punto egli abbia trasgredito nella sua vita i confini giuridici, quanta parte degli istinti criminosi dei suoi eroi sia diventata realtà in lui medesimo” (Tre maestri,1920). Circa i rapporti assai stretti tra i personaggi di Dostoevskij e le vicende della sua vita, vedi le affermazioni di René Fülöp-Miller nel capitolo introduttivo al volume curato da lui e F. Eckstein, Dostojewski am Roulette [Dostoevskij alla roulette] (Monaco 1925), affermazioni che si ricollegano a Nikolaj Strahov. [Il tema dell’abuso sessuale di una fanciulla compare più volte negli scritti di Dostoevskij; si veda la “Confessione di Stavrogin” nei Demoni.]

3 Vedi in proposito il saggio sul “morbo sacro di Dostoevskij” di R. Fülöp-Miller, Dostojewskis Heilige Krankheit, Wissen und Leben, Zurigo (i9*J NN. 19-20. Suscita particolare interesse la notizia che nella fanciullezza dello scrittore si verificò “qualcosa di tremendo, di indimenticabile e di straziante” a cui andrebbero fatti risalire i primi segni della sua sofferenza (suvorin, articolo in “Novoe Vremja” (1881), secondo la citazione contenuta nell’introduzione a Dostojewski am Roulette cit., p. xlv). Vedi inoltre Gres Miller nella raccolta di scritti autobiografici di Dostoevskij(Autobiographische Schriften, Monaco 1921, p. 140): “A proposito della malattia e Fëdor Mihailovič, tuttavia, c’è ancora un’altra testimonianza particolare che si riferisce ai primissimi anni della sua giovinezza e mette la malattia in relazione con un caso tragico verificatosi nella vita familiare dei genitori di Dostoevskij. Ma sebbene questa dichiarazione mi sia stata fatta verbalmente da un uomo che fu molto vicino a Fëdor Mihailovič, non so decidermi a renderla nota dettagliatamente e con precisione, perché non ho avuto conferma da nessuna parte di questa voce.” Né i biografi né gli studiosi delle nevrosi possono essere grati di questa discrezione.

4 La maggior parte dei dati, tra i quali una notizia che risale allo stesso Dostoevskij, affermano piuttosto che la malattia assunse il suo carattere defi­nitivo, epilettico, soltanto durante il periodo di pena scontata in Siberia.
Purtroppo c’è motivo di diffidare delle affermazioni autobiografiche dei ne­vrotici. L’esperienza insegna che la loro memoria elabora falsificazioni desti­nate a spezzare un contesto causale sgradito. Sembra certo tuttavia che ilsoggiorno nel carcere siberiano cambiò radicalmente anche la condizione morbosa di Dostoevskij. Vedi in proposito FÜLÖP-MiLLER, Dostojewskis
Heilige Krankheit 
cit., 1186.

5 Dostojewski am Roulette cit., p. xlv.

6 [Freud aveva comunicato questa sua scoperta all’amico Fliess già trent’anni prima: vedi la lettera dell’8 febbraio 1897.]

7 Vedi, dell’autore, Totem e tabù (1912-13) (Universale scientifica  Boringhieri, N. 36) cap. 4.

8 [Le sensazioni che preannunciano un attacco isterico o epilettico.]

9 Vedi Totem e tabù cit., pp. 191 sgg.

10 [Vedi sopra, a p. 250, “I delinquenti per senso di colpa”.]

11 II miglior chiarimento sul senso e sul contenuto dei suoi attacchi lo da Dostoevskij in persona, quando comunica all’amico Strahov che la sua ecci­tabilità e la sua depressione dopo un attacco epilettico derivano dal fatto che egli appare ai suoi stessi occhi come un delinquente e non può liberarsi dalla sensazione di esser gravato da una colpa a lui ignota, di aver compiuto un grave misfatto che lo opprime (FÜLÖP-MILLER, Dostojewskis HeiligeKrankheit cit., 1188). In queste accuse la psicoanalisi intravede un barlume di riconoscimento della “realtà psichica” e si sforza di render chiara alla coscienza la colpa ignota.

12 [È la tesi del citato cap. 4 di Totem e tabu.]

13 [Vedi nota4 a p. 18.]

14 [Vedi Dostojewski am Roulette cit.]

15 “L’essenziale è il gioco in sé stesso”, scriveva in una delle sue lettere. “Le giuro che non si trattava di avidità, benché certo io avessi soprattutto bi­sogno di denaro.”

16 “Restava sempre al tavolo da gioco finché non aveva perduto tutto, finché non rimaneva completamente annientato. Solo quando la sciagura si era compiuta interamente il demone abbandonava la sua anima e lasciava posto al genio creativo” (R. fülöp-miller, in Dostojewski am Roulette cit., p. lxxxvi).

17[Questa teoria concernente determinate “assuefazioni” era stata avanzata da Freud nella lettera a Fliess del 22 dicembre 1897 ed egli non vi era quasi mai ritornato (vedi un accenno nello scritto La sessualità dell’etiologia delle nevrosi, 1898, nel vol. 2 dell’ediz. Boringhieri delle “Opere di Sigmund Freud”, p. 409). Aveva scritto nel 1897: “Sono venuto alla conclusione che la masturbazione è la sola grande assuefazione, il ‘vizio originario’, e che gli altri vizi: alcool, morfina, tabacco ecc., entrano nella vita solamente come sostituti e in luogo di essa.”]

18 La maggior parte delle vedute qui esposte sono contenute anche nello scritto, assai calzante, pubblicato da jolan neufeld, Dostojeivski: Skizze zuseiner Psychoanalyse (Vienna 1923).

 

APPENDICE

Lettera a Stefan Zweig

Vienna, 19 ottobre 1920

 

Stimatissimo dottore,

riacquistata finalmente la tranquillità, mi sovvengo del dovere di ringraziarla del bel libro1 che ho trovato qui e letto nonostante la ressa delle prime due settimane. Mi ha procurato un diletto straor­dinario, altrimenti non avrei sentito il bisogno di scriverle. La per­fetta immedesimazione, unita alla maestria dell’espressione lin­guistica, lasciano nel lettore un’impressione di raro appagamento. In modo specialissimo mi hanno interessato le ripetizioni e le ac­centuazioni con cui la Sua frase si avvicina sempre più, per via di tentativi, all’essenza intima di ciò che viene descritto. È come la ripetizione dei simboli nel sogno, che fa intravedere sempre più chiaramente ciò che è velato.

Se potessi giudicare la Sua esposizione con un metro di rigore tutto speciale, direi che è pienamente riuscito a dominare Balzac e Dickens. Ma non era troppo difficile, giacché sono tipi semplici, rettilinei. Invece per il contorto scrittore russo il risultato non po­teva essere egualmente soddisfacente. Si sentono lacune ed enigmi irrisolti. Mi permetta di fornirle un po’ di materiale così come, da dilettante, posso averne a disposizione. È probabile che lo psico­patologo, tra le cui mani questa volta Dostoevskij cade, si trovi in condizioni migliori per giudicare.

Credo che Lei non avrebbe dovuto ammettere come scontata la presunta epilessia di Dostoevskij. È molto inverosimile che fosse un epilettico. L’epilessia è un’affezione organica del cervello, al di fuori della costituzione psichica, e di regola è collegata a un abbassamento e a una semplificazione delle prestazioni psichiche. Si ha un unico esempio della presenza di questa malattia in un uomo di qualità spirituali superiori, e questo esempio riguarda un gigante dell’intelletto, sulla cui vita interiore si sanno poche cose (Helmholtz).2 Tutti gli altri grandi a cui è stata attribuita l’epilessia erano semplicemente isterici. (Il fantastico Lombroso non sapeva fare la diagnosi differenziale.) Ma questa distinzione non è una pedanteria medica, bensì qualcosa di assolutamente essenziale. L’isteria deriva dalla stessa costituzione psichica, è un espressione della stessa forza originaria organica che si dispiega nell’artista geniale. Ma è anche il segno di. un conflitto particolarmente forte e non risolto che infuria tra queste predisposizioni originarie e dilania in seguito la vita psichica scindendola in due campi. Io penso che Dostoevskij avrebbe potuto essere costruito sulla base della sua isteria.

Per quanto preminente possa essere il fattore della disposizione costituzionale in una isteria, come quella di Dostoevskij, è purtuttavia interessante che l’altro fattore, al quale la nostra teoria attribuisce valore, è rilevabile anche in questo caso. Da qualche parte in una biografia di Dostoevskij, mi è stato indicato un passo che mette in relazione le posteriori sofferenze dell’uomo con una punizione, avvenuta in circostanze molto serie, del fanciullo da parte del padre: mi viene in mente la parola «tragico” forse con ragione?3 Per “discrezione”, non si dice naturalmente di che cosa si trattasse. Per Lei sarà più facile che per me ritrovare questo passo. La scena dell’infanzia – non dovrò faticare per convincere l’autore di Prime esperienze della sua verosimiglianza – fu quella che conferì alla scena posteriore dell’esecuzione la forza trau­matica di ripetersi come accesso, e tutta la vita di Dostoevskij è dominata dal duplice atteggiamento rispetto all’autorità del padre-zar: la sottomissione voluttuosamente masochista e la ribellione eversiva. Il masochismo include il senso di colpa che preme verso la “redenzione”.

Quel che Ella, evitando l’espressione tecnica, chiama   “dualismo”, si chiama da noi “ambivalenza”. Questa ambivalenza di sentimenti è anche una parte del patrimonio della vita psichica dei primitivi, ma conservata nel popolo russo molto meglio e rimasta capace giungere alla coscienza più che altrove, come ho potuto estrare pochi anni fa nell’ampia storia clinica di un paziente autenticamente russo.4 Questa forte predisposizione ambivalente può, unita al trauma dell’infanzia, aver contribuito a determinare l’insolita violenza della malattia isterica. Anche i Russi non nevrotici sono molto chiaramente ambivalenti, proprio come i personaggi di Dostoevskij in quasi tutti i romanzi.

Quasi tutte le caratteristiche della sua poesia, di cui neppure una Le è sfuggita, sono da ricondurre alla sua predisposizione psichica o meglio sessuale, per noi abnorme e per i Russi più abituale, e sa­rebbe molto interessante dimostrarlo nei particolari. In prima linea tutti gli elementi di tormento e di estraniazione. Non è possibile intenderlo senza la psicoanalisi; o meglio, egli non ne ha bisogno perché la illustra con ogni suo personaggio anzi con ogni sua frase. Il fatto che i Fratelli Karamazov trattino per l’appunto il problema più personale di Dostoevskij, il parricidio, e abbiano alla loro base la tesi analitica della identità di valore dell’azione e del cattivo proposito, non sarebbe che un esempio. Ma la singo­larità del suo amore sessuale, che è o concupiscenza dominata dalle pulsioni o compassione che le ha sublimate, l’incertezza dei suoi eroi: se amino o odino (quando amano) e in che momento amino, e cosi via, indicano il terreno particolare sul quale è nata la sua psicologia.

Da Lei non devo temere l’equivoco secondo cui questa accen­tuazione del cosiddetto elemento patologico intenderebbe rim­picciolire o spiegare la grandiosità della forza creativa poetica di Dostoevskij. Chiudo questa lettera, già abbastanza lunga, perché l’argomento mi sembra anche troppo docile e non perché abbia esaurito il materiale, ringraziandola ancora una volta e salutandola cordialmente.

Suo Freud

 

1[Tre maestri: Balzac, Dickens, Dostoevskij (1920).]

2[Hermann von Helmholtz (1821-94), fisiologo e fisico.]

3[Vedi sopra la nota a P- 3=8.1

4[È il famoso “uomo dei lupi , vedi sopra p. 297, nota 2.]

Lettera a Theodor Reik

Vienna, 14 aprile 1929

Ho letto con vivo piacerela Suacritica al mio studio su Dosto­evskij. Tutte le Sue obiezioni meritano la massima attenzione e bisogna riconoscere che colgono in un certo senso il segno. Ho qualcosa da dire in mia difesa. Ma certo non sarà questione di chi ha ragione o torto.

Penso che Lei applica un metro fin eccessivo a una piccola cosa. Fu scritta per far piacere a qualcuno1 e con una certa riluttanza.

Ormai scrivo sempre con una certa riluttanza. E senza dubbio Lei se ne è accorto. Con questo non voglio scusare possibili giudizi affrettati o falsi, ma semplicemente l’architettura complessiva del saggio.

Non sono in grado di controbattere la critica sull’effetto disar­monico scaturito dall’aggiungere l’analisi della novella di Zweig, ma un esame più attento potrà forse in parte giustificarlo. Se non mi avessero distolto preoccupazioni circa la collocazione del sag­gio, avrei certamente scritto: “C’è da aspettarsi che nella storia di una nevrosi contraddistinta da un senso di colpa cosi acuto la lotta contro l’onanismo abbia avuto una parte singolare.2 L’aspet­tativa è confermata in pieno dal vizio del gioco dimostrato in maniera patologica da Dostoevskij. Infatti, come possiamo vedere da una novella di Zweig…” ecc. Vale a dire: lo spazio concesso alla novella non corrisponde alla relazione Zweig-Dostoevskij, ma all’altra: onanismo-nevrosi. Sta di fatto che il risultato è stato infelice.

Mi attengo fermamente a una valutazione sociale, scientifica­mente obiettiva, dell’etica,3 e per questa ragione sono pronto a riconoscere all’eccellente filisteo il suo certificato di buona con­dotta, anche se gli è costato ben poca autodisciplina. Ma accanto a questa, Le concedo che anche l’opinione soggettivo-psicologica dell’etica ha una sua validità. Sebbene sia d’accordo col Suo giu­dizio del mondo e dell’umanità odierni, tuttavia non posso, come Lei sa bene, considerare giustificatala Sua rinuncia pessimistica a qualsiasi forma di un futuro migliore.

Come Lei accenna, ho incluso il Dostoevskij psicologo nel Dosto­evskij scrittore. Un’altra obiezione che avrei potuto muovergli è che il suo acume non andava al di là della vita psichica anormale. Veda com’è incredibilmente inerme di fronte al fenomeno del­l’amore. Conosceva realmente solo il desiderio crudo e impellente, la soggezione masochistica e l’amore che scaturisce dalla pietà. Ha anche ragione a sospettare che nonostante tutta la mia ammirazione per l’intensità, per la preminenza di Dostoevskij, in fondo non lo amo. La ragione è che la mia pazienza verso le nature patologiche si esaurisce nell’analisi. Nell’arte e nella vita non le sopporto. Que­ste sono peculiarità del mio carattere e non vincolano altri.

Dove pubblicherà il Suo saggio? Ne ho un’alta considerazione. Solo la ricerca scientifica non deve avere pregiudizi. In ogni altra forma di pensiero la scelta di un punto di vista è inevitabile, e ve ne sono molti diversi, com’è naturale.

 

1[L’amico che insistette su Freud perché finisse il suo saggio era Max Eitington.]

2[L’importanza della masturbazione per determinare un senso di colpa era stata più volte posta in luce da Freud, dagli scritti del1894 in poi.]

3[Reik aveva giudicato troppo severe le riserve fatte da Freud sulla mora­lità di Dostoevskij e non era d’accordo col contenuto del terzo capoverso del saggio. Secondo Reik, se la rinuncia fosse ancor oggi l’unico criterio della moralità, “allora il cittadino e filisteo eccellente che, nella sua ottusità, si sottomette alle autorità, e al quale la rinuncia è resa assai facile dalla man­canza d’immaginazione, sarebbe molto superiore a Dostoevskij in fatto di moralità”.]

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart