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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli accenti alla rinfusa

23 Giugno 2008

di Dino Pieraccioni
[dal “Corriere della Sera”, marted√¨ 27 agosto 1968]¬†

Alcuni studenti scrivono: ¬ęil nostro esamina¬≠tore d’italiano alla maturit√† classica ha ripetutamente censurato il nostro modo di segna¬≠re gli accenti s√®, perch√®, affin¬≠ch√®, ecc. invece, diceva lui, di s√©, perch√©, affinch√©, ecc. E’ giu¬≠sta quest’osservazione? E come dobbiamo regolarci per il fu¬≠turo?¬Ľ.
Cercheremo di rispondere brevemente e, speriamo, in maniera esauriente. La rego¬≠la che comunemente si segue nello scrivere √® quella di por¬≠re un segno di accento grave sulla finale di parole tronche di due o pi√Ļ sillabe (piet√†, ventitr√©, Forl√¨, virt√Ļ, ecc.), su alcuni monosillabi come ci√≤, gi√†, gi√Ļ, pi√®, pi√Ļ, pu√≤ e sui monosillabi √®, l√†, n√©, s√©, ecc. per distinguerli da e congiun¬≠zione, la articolo, ne pronome, se congiunzione, ecc. Questo anche l’uso seguito dai nostri studenti torinesi.
Pi√Ļ correttamente si inse¬≠gna e si dovrebbe sempre in¬≠segnare (e qui aveva ragione l’esaminatore) ad impiegare il segno di accento sempre gra¬≠ve per √†, √¨, √Ļ in tutti i casi (carit√†, dir√†, l√¨, sent√¨, Cefal√Ļ, virt√Ļ,) e invece il segno di accento grave per √® ed √≤ aper¬≠te (caff√®, canap√®, Giosu√®, pi√®, t√®; com√≤, mangi√≤, pass√≤, ma acuto per √© chiusa (perch√©, poich√©, s√©, ventitr√©, ecc.). Non esistono parole tronche con la vocale √≥ chiusa.
Sono queste anche le regole concordate recentemente per uso delle tipografie da un’ap¬≠posita commissione dell’Ente nazionale italiano di unifica¬≠zione, allo scopo di uniforma¬≠re i criteri seguiti dalle varie case editrici e dalle redazioni dei giornali, e sono regole semplicissime.
 

Distinzione superflua

L’uso di porre un accento acuto anche sulle vocali i ed u e scrivere quindi laggi√ļ, vir¬≠t√ļ, Forl√≠, suppl√≠, ecc., uso che fu anche del Carducci ed √® ancor oggi di alcune grandi case editrici e di alcune reda¬≠zioni di giornali, √® da evitare come del tutto inutile e, se¬≠condo noi, errato giacch√©, a parte il fatto, certamente del¬≠la massima importanza, che pressoch√© tutte le comuni macchine da scrivere non re¬≠cano quel segno ma solo quel¬≠li di √¨ e di √Ļ, le vocali i e u hanno un unico timbro e non v’√® alcun bisogno di distin¬≠guere ed √® pi√Ļ semplice ado¬≠perare un accento unico. Que¬≠sto √® del resto il parere dei nostri pi√Ļ accreditati studiosi (Camilli, Devoto, Fiorelli, Mi¬≠gliorini) e cosi gi√† voleva, per esempio, il D’Annunzio, come si pu√≤ vedere dalle note che egli apponeva sulle bozze di stampa.
Sarebbe inoltre consigliabi¬≠le porre un segno di accento anche su parole sdrucciole, bisdrucciole, ecc. come s√Ļbito, ben√®fici, √†mbito, c√†pitano, per distinguerle da subito, bene¬≠fici, ambito, capitano, che so¬≠no tutte da pronunciare piane.
I nostri studenti torinesi hanno per√≤ ragione quando domandano regole precise: ef¬≠fettivamente, data la com¬≠plessa accentazione della no¬≠stra lingua, che pu√≤ avere pra¬≠ticamente l’accento su qualsiasi sillaba della parola, ma non usa porre alcun segno tranne i casi di parole tron¬≠che come sopra detto, moltis¬≠sime sono le pronunce errate che si sentono anche sulla boc¬≠ca di persone di cultura. Cosi cosmop√≤lita, √®dile, Fr√¨uli, go¬≠m√®na, lecc√≤rnia, m√≤llica, Nu√≤ro, s√†lubre, up√Ļpa, velodr√≤mo, vermif√Ļgo, z√†ffiro, ecc. al posto della pronuncia corretta co¬≠smopol√¨ta, ed√¨le, Fri√Ļli, g√≤mena, leccorn√¨a, moll√¨ca, N√Ļoro, sal√Ļbre, √Ļpupa, vel√≤dromo, verm√¨fugo, zaff√¨ro, ecc.
E’ noto che tutte le altre lingue hanno rimediato da tempo, quale in epoca antica quale pi√Ļ di recente e ora in un modo ora in un altro, a questi inconvenienti: il greco, fin dall’et√† ellenistica, s’√® dato un sistema d’accentazione complesso, ma quasi sempre ben preciso e chiaro; il lati¬≠no ha nella regola della pe¬≠nultima una norma semplicis¬≠sima che non ammette, si pu√≤ dire, eccezioni, anche se oggi diventa sempre pi√Ļ difficile trovare uno studente che la sappia enunciare con precisio¬≠ne, perfino in esami universi¬≠tari. Lo spagnolo, in epoca pi√Ļ recente, ha posto l’accen¬≠to su tutte le parole che non sono piane; il francese pronuncia con accento tonico la ultima sillaba di ogni parola (non tenendo conto della e muta) e non offre quindi al¬≠cuna difficolt√†; il polacco ac¬≠centa invece sempre la penul¬≠tima e cosi via.

Buona abitudine

Basterebbe perci√≤ abituar¬≠ci a poco a poco anche noi italiani a segnare l’accento, oltre che sulle parole tronche come ora gi√† si fa, anche su tutte quelle parole che non so¬≠no piane, cio√® sdrucciole, bi¬≠sdrucciole, ecc. o almeno su quelle fra di esse che sono me¬≠no comuni e che possono dar adito a dubbi, anche se que¬≠st’impiego di un segno di accento non √® per ora richiesto (ma non √® neanche vietato) dalle regole grammaticali.
Diciamo per ora, perch√© una regolina in pi√Ļ nelle nostre grammatiche a noi proprio non dispiacerebbe affatto: in¬≠novazioni nella scrittura e nel¬≠l’ortografia sono state introdotte, ora prima ora dopo, in numerosi altri paesi e tutti le rispettano. Si pensi, per par¬≠lar solo di tempi moderni, alla riforma dell’alfabeto russo del 1918, che ridusse da 37 a 33 i segni dell’antico alfabeto fissato da Pietro il Grande, o all’introduzione dell’alfabeto latino in Turchia al posto di quello arabo nel 1930 o infine alle numerose ordinanze (arr√™t√©s) con cui in Francia si √® finora intervenuti in questioni di ortografia o di pronuncia.
 


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5 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: I MAESTRI: Gli accenti alla rinfusa - Il blog degli studenti. — 23 Giugno 2008 @ 07:29

    […] help@unive.it (Help): […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 23 Giugno 2008 @ 15:31

    La lingua italiana presenta per davvero parecchie difficolt√†. Non √® semplice districarsi in tutte le regole che la strutturano. Quella dell’uso corretto degli accenti √® una questione non marginale. Mi viene da pensare a ci√≤ che accade nella poesia, dove i versi sono raggruppati in una struttura ritmica. Quando poi si passa ai componimenti poetici che non hanno i versi liberi, allora bisogna porre doverosa attenzione all’accento dell’ultima parola del verso stesso. Se una parola √® piana, il verso ha l’esatto numero di sillabe che √® indicato dal suo nome. Se la parola finale √® tronca, il verso ha una sillaba in meno. Se la parola finale √® sdrucciola, il verso ha una sillaba in pi√Ļ.
    Dunque materia non semplice, che abbisognerebbe di essere approfondita, specie da chi intende far poesia.
    Ottimo articolo, Bartolomeo, quello di questa pagina.
    Un abbraccio
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 23 Giugno 2008 @ 16:42

    Ritrovare nel mio archivio articoli come questi √® una vera fortuna. Dino Pieraccioni era un’autorit√†, discepolo di un altro grande filologo, Giorgio Pasquali.
    Ciao, Gian Gabriele.

    Bart

  4. Commento by barbara canepari — 15 Ottobre 2009 @ 05:08

    Ho trovato questo articolo molto interessante ma mi permetto di introdurre una precisazione per i lettori in merito alla seguente affermazione: “Lo spagnolo, in epoca pi√Ļ recente, ha posto l‚Äôaccen¬≠to su tutte le parole che non sono piane”.
    Anche le parole piane, “llanas”, in spagnolo hanno l’accento grafico, a patto che la lettera finale sia diversa da vocale, -n o -s. Esempi: m√°rmol, f√°cil, dif√≠cil.
    Cordiali saluti
    Barbara Canepari

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 15 Ottobre 2009 @ 07:36

    Grazie, Barbara, del tuo contributo.

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