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LETTERATURA: I MAESTRI: Millecento lettere di James Joyce

9 Aprile 2012

di C. M. Franzero
[da “La Fiera Letteraria”, numero 15, giovedì 13 aprile 1967]

Londra, aprile

Subito fuori di Dublino, dopo la riviera di Bray, c’è la « Baia di Napoli », con stradine che si chiamano Vico Road e Sorrentoville, e in fon­do a questa « Bay of Naples » sorge un monte lietamente chiamato Pan di Zucchero che funge da Vesuvio. Poco lungi v’è il cottage dove nacque Ber­nard Shaw, una casetta a cui si sale per ben duecentoquaranta erti gradini, e un po’ più in là c’èla Torre di Joyce.

E’ la Torrecon cui si apre il primo capitolo dell’Ulisse, un curioso torrione a cospetto del mare, fen­duto da due sole finestrelle per certo ventose, con in cima uno spiazzo merlato. Sicuramente Joyce non vi abitò mai; ma nei lunghi anni che, esule fra Trieste e Zurigo, meditò il suo Ulisse, egli dovette pensare che Stephen Dedalus avrebbe amato vivere in quella torre di granito, da cui si contempla la bella tazza della baia e del cielo che chiude un liquido specchio ora verde ora grigio e, forse, talvolta anche azzurro. Lo spec­chio dei monologhi mentali del suo Ulisse.

Joyce abbandonò l’Irlanda nel 1913, e non vi tornò mai piĂą. Ora di Joyce i Dubliners hanno fatto un cul­to, e nel ’62 Hugh LĂ©onard creò un ritratto di Joyce in­tagliando un lavoro teatrale nell’autobiografico Portrait of the Artist as a young man, del 1916, che inti­tolò Stephen D. E l’anno successivo di nuovo il LĂ©o­nard aveva composto un altro lavoro, Dublin One, traendolo da sei racconti dei Dubliners, ch’era stato il primo libro di Joyce, ancora scrittore verista. Ma i quadri composti per il palcoscenico dal LĂ©onard non avevano piĂą l’armonia di contrappunto che aleggia­va nei racconti.

Joyce compiva quarant’anni il giorno che, a Parigi, gli consegnarono la prima copia dell’Ulisse: il 2 feb­braio 1922, rilegata coi colori della bandiera greca e il testo pieno di svarioni tipografici. Era l’edizione pri­vata della stamperia « Shakespeare and Company » di Parigi, e aveva generosamente aiutato a farla uscire Maria Jolas. Poi era venuta l’edizione londinese della Egoist Press dell’ottobre ’22, quasi tutta sequestrata e bruciata dalle dogane di New York, e poi l’edizione del gennaio del ’23 bruciata dalle dogane inglesi di Folkestone, quindi le altre edizioni di Parigi, di Am­burgo, di Bologna e di New York, e la bellissima edi­zione numerata di New York con le illustrazioni firma­te da Henri Matisse, e alfine, dopo l’ottobre del ’36, era­no venute tutte le edizioni mondiali. Finiva la fase dell‘Ulisse di contrabbando; il pubblico, disilluso di non trovarvi nulla di pornografico, si lamentò che era un libro difficile a comprendere.

E’ un’opinione che dura ancora, e le ancor piĂą pro­fonde oscuritĂ  linguistiche e mentali del successivo Finnigan’s Wake hanno portato il grosso pubblico a considerare Joyce il piĂą ermetico degli scrittori. L’in­tento di Joyce, nell’Ulisse, era stato di usare il mito e il simbolo e la lingua come nessun altro aveva fatto mai, sdegnosamente scartando la fatica di un intrec­cio: ogni capitolo dell’Ulisse celebrava un canto del- l’Odissea, o un organo del corpo umano, o un’arte o una scienza o un colore, e Joyce, come in una sua or­gia mentale, godeva di quella sua tecnica letteraria, quasi che attendesse a un rito. Cosa importa che l’ar­tificio del monologo interiore fosse giĂ  stato usato da Jane Austen e Samuel Butler e Virginia Woolf? L‘Ulis­se di Joyce aperse le strade dell’immaginazione a un nuovo genere di narrativa, anche se pochissimi scrittori hanno veramente imparato qualcosa da Ulisse.

Ora la Torredi Joyce è un monumento letterario, quasi un sacello, visitato dai viaggiatori che vanno a Dublino da tanti Paesi; è persino indicata sui palet­ti stradali. Vi vanno anche i turisti che non hanno un’idea precisa di chi fosse James Joyce. E la Torrenon rivela niente del mistero di Joyce, come non ri­vela niente l’immensa Vita pubblicata sette anni fa da Richard Ellmann: dopo averne pazientemente scorse le 850 pagine non s’aveva la piĂą pallida idea di che ti­po d’uomo fosse stato James Joyce.

Oggi, ripensando alla Torre davanti al mare livido della baia, mi torna alla mente quel che mi raccon­tò Caresse Crosby, la ricchissima e quasi favolosa nipote di Pierpont Morgan, che con suo marito Har­ry Crosby aveva, nel 1926, fondato a Parigi la «Stam­peria del Sole Nero » — The Black Sun Press — per pubblicare, in limitatissime edizioni, talvolta di soli 25 esemplari, D. H. Lawrence, James Joyce e i poeti ra­ri di quegli anni. Quando Caresse e Harry Crosby an­darono a cercare Joyce per ottenere un « pezzo » ine­dito, trovarono che abitava presso il Boulevard des Invalides, dietro la stazione di Montparnasse, in un appartamentino ordinato, ma senza ombra d’immagi­nazione, tanto da sembrare la casa di un impiegato al Ministero: nella sala da pranzo, con un pianoforte ver­ticale e una vasca coi pesci rossi, la sola macchia di colore era un tappetino tessuto da Marie Monnier che rappresentava « le acque di Anna Livia Plurabelle ». « Joyce », m’aveva raccontato Caresse Crosby, « era poco comunicativo e sembrava ritirarsi dietro il para­vento dei suoi spessi occhiali. Alfine ci condusse nel­la sua stanza da letto, s’inginocchiò per terra e da sotto il letto di ferro tirò fuori una grossa valigia di cuoio, tolse una chiavettina dalla catena dell’orologio, aprì la valigia ch’era piena di ritagli di giornali, pezzi di carta scritti fitti fitti, grandi fogli protocollo datti­lografati con uno spazio solo, e ogni sorta di fram­menti. “Questa”, ci disse, ”è la mia scrivania privata”, e sorrise attraverso le lenti spesse, felice per la prima volta dacché eravamo entrati nella sua casa ».

Sono ventisei anni che Joyce è morto, e la sua morte fu tragica e strana come la sua arte. Ricordo la narrazione che, qualche anno fa a Zurigo, m’avevano fatto degli amici che non lo dimenticano. M’avevano detto che uno di essi, Paul Ruggiero, la cui amicizia con Joyce rimontava al 1914-18, possiede dei diari pieni di annotazioni e ricordi del tutto inediti. Nell’autunno del 1940, quando Joyce e la sua famiglia cercavano di scappare dalla Francia non occupata, era stato il Ruggiero, allora funzionario in una banca svizzera, ad adoprarsi per portare Joyce in salvo: dopo sedici settimane Joyce e i suoi erano alfine arrivati, il 17 dicembre, a Zurigo. Ma fu una tranquillitĂ  di breve durata. Per le quattro settimane che ancor gli restavano di vita, Joyce si sforzò di prendere parte alle attivitĂ  dei suoi amici di Zurigo che egli tanto amava. Ripe­tendo che « le parole nascono nell’acqua », andava spesso a guardare la vista del fiume Limmat che si congiunge con il Sihl: un gioco di parole dei loro nomi è in Anna Livia Plurabelle. Diceva: «La Svizzerae il simbolo della costanza. In Francia non sapete mai che cosa vi può d’improvviso capitare. Voi svizzeri avete dimenticato che anche lo sporco può essere meraviglioso… ». Il giorno di Natale portò agli amici Giedions un mazzo di vivide euforbie, e per l’occasione s’era messo il gilè di suo nonno, ricamato di cervi.

Ma il 10 di gennaio dovette essere ricoverato d’urgenza all’ospedale della Croce Rossa per dolori addominali: un’ulcera duodenale complicata da emorragia interna. Fu operato, ma il pomeriggio del 13 morì: il 13 gennaio 1941. Fu sepolto dagli amici il giorno 15 nel cimitero di Fluntern, che è presso lo Zoo sul bel pendio del Zurichberg. Era presente al funerale anche un giovane studente, Franz Meyer, oggi direttore del « Kuntsmuseum » di Basilea, il quale ricorda il freddo intenso presso quella fossa, col sole pallido co­me « il secondo sole » che Joyce amava, e il silenzio quasi spettrale di quella tumulazione senza preghiere o discorsi. Quest’anno il terreno della tomba — numero 1449 — doveva tornare alla città; le autorità svizzere hanno deciso di dare a Joyce una tomba più bella e di erigervi una duratura lapide in sua memoria e Dublino gli ha dedicatala Torre.

LA SUA VITA CI CADE ADDOSSO

Ma di uno scrittore morto le sole cose che contano — quando contano — sono i suoi libri, e la pubblica­zione postuma delle sue lettere serve, per lo più, soltanto a deformarne la figura artistica e morale. Ho finito di leggere le lettere di James Joyce (volumi II e III, a cura di Richard Ellmann, ed. Faber, Londra), e di quelle 1100 missive (e altre 400 erano già state pubblicate nel1957 acura di Stuart Gilbert) non mi rimane che un senso di grandissimo stupore com­misto a disgusto.

In realtĂ , leggere questa corrispondenza è un’espe­rienza che ti lascia schiacciato, perchĂ© il genio di Joy­ce, ostinato e aspro, che durante tutta la sua vita ci è caduto addosso come pesanti lastre di granito, è dis­simile da qualsiasi altro genio letterario. Si direbbe che Joyce scrivesse quelle lettere senza posa, un vero profluvio epistolare su ogni argomento: il suo bisogno di denaro (soprattutto il suo incessante bisogno di denaro), i suoi editori dei quali si lagna sempre, le fa­mose correzioni di bozze, le frequenti ricerche di al­loggio, la propaganda delle « sue merci » cioè dei suoi «critti, discussioni di folklore e pettegolezzi locali, le operazioni subite agli occhi e qualche barzelletta che finisce di nuovo in propaganda dei suoi scritti. E an­cora: nella raccolta vi sono lettere cattive ai suoi fratelli, messaggi sempre gentili alla bizzarra e gentile miss Harriet Shaw Weaver — che gli fu sempre gene- ‘osa e gli lasciò un notevole patrimonio — e altre lettere gentili e quasi gesuitiche a destra e a manca per chiedere aiuti di denaro… E tutte queste missive, in inglese, francese, tedesco e due specie di italiano, non hanno nulla a vedere con il ritratto che ci eravamo formati dell’artista.

Ma, ahimè, son proprio le lettere che piĂą ci rivelano, anzi, ci svelano l’uomo Joyce quelle che ci lascia­lo maggiormente stupefatti e inorriditi: a tal punto da domandarci perchĂ© mai si sia sentito il bisogno di pubblicarle, e quasi sorge nella mente il sospetto che, in questi tempi in cui tutto fa brodo per smerciare del­la pornografia, il compilatore di questo vasto epistola­rio abbia ceduto alla tentazione di un mercimonio che sembra l’opposto della pietas che avrebbe dovuto gui­dare la scelta del materiale.

Mi riferisco alle numerose lettere scritte da Joyce a Nora Barnacle, l’ex-cameriera d’un alberghetto di Dublino che divenne poi sua moglie. Molte di quelle missive sono così crudamente rivelatrici delle ten­denze psicopatiche dello scrittore che non è possibile citarle testualmente nelle colonne di un giornale.

Non resta che dire che le lettere alla Nora ci ri­velano James Joyce anche troppo « du côtè de chez Bloom », Leopold Bloom essendo il personaggio che simboleggia appunto Ulisse, il quale durante la sua pedestre — ma quanto affascinante! — odissea attra­verso la piccola Dublino anela, nel suo subconscio, a tornarsene a casa sua per riconfortarsi nel letto della sua Penelope, la piacente e formosa Molly Bloom.

E sul primo momento vien di dire che Joyce stesso avrebbe disapprovato questo sciorinare in piazza i panni poco puliti dei suoi rapporti maritali con la bel­la Nora. Nonprotesta infatti, nell’Ulisse, il perso­naggio George Russell contro l’ossessione dei biblio­grafi di ficcare il naso nella vita privata di Shake­speare e della sua donna Anne Hathaway? « Quando leggiamo la poesia di Re Lear», dice Russell, «che cosa c’entra il modo in cui era vissuto il poeta? Ab­biamo Re Lear, che è immortale, e tanto basta ». Ma Stephen Dedalus — che tutti pensano che nell’[//me incarni proprio James Joyce — sostiene l’importanza delle minutiae biografiche rispetto alle litteraria; e dice appunto: « Anne Hataway morì a sessantasette anni, dopo aver dato a Shakespeare sei figli, e quando il poe­ta morì essa mise due soldoni sui suoi occhi per te­nergli le palpebre chiuse nel letto di morte ».

ANDÒ AL DI LA’ DI OGNI ALTRO SCRITTORE

Nonostante ciò, vien di domandare: avrebbe Joyce trovato opportuno che le sue lettere a Nora —- che sono delle lettere oscene — fossero stampate per la posteritĂ ? Non basta dire che egli andò al di lĂ  di ogni altro scrittore nel dipingere audacemente ciò che l’umanitĂ  — e anche l’umanitĂ  letteraria — aveva sempre preferito considerare come segreto e un tal poco vergognoso: la viziositĂ  di Leopold Bloom, le fantasie incestuose e voyeuristiche di Earwicker, i mè­strui di Nausicaa e di Penelope; ma neanche dopo gli eccessi realistici dell’Ulisse nessuno era mentalmen­te preparato per il satiro che balza fuori dalle ora pubblicate lettere a Nora Barnacle.

Sorge così un conturbante quesito letterario: in con­clusione, in quale dei due personaggi aveva James Joyce veramente ritratto se stesso, nel simpatico e un po’ sognante Stephen Dedalus o nel lercio e spor­caccione Leopold Bloom? Francamente, davanti alle lettere a Nora, vien di credere, e non senza stupore, che il vero autoritratto di James Joyce stava nello psi­copatico e masochistico Bloom. E dover arrivare a questa conclusione ci addolora.

C’è tuttavia un simpatico aspetto di Joyce che tra­spare da questi due volumoni di lettere, e sta nelle analogie tra Joyce e Marcel Proust. George Painter, nella sua stupenda biografia dello scrittore francese, aveva descritto — dal punto di vista di Proust — l’uni­co incontro avvenuto fra i due uomini che piĂą hanno influito sulla letteratura moderna. Ora l’Ellmann ce lo mostra invece, in una lettera di Joyce a miss Wea­ver, dal punto di vista di Joyce: « 11 suo nome (di Proust) è sovente accoppiato al mio. La gente si aspettava giĂ  la sua morte, ma quand’io l’ho visto lo scorso maggio non stava affatto male, anzi, m’era sem­brato piĂą giovane della sua etĂ  ». Troppo poco, come impressione artistica ; e forse il solo che potrebbe dar­ci un vero confronto tra Proust e Joyce sarebbe Phi­lippe Soupault, il quale in gioventĂą aveva conosciuto Proust a Cabourg e piĂą tardi era entrato nella coterie di James Joyce.

Nel 1904 Joyce, poco piĂą che ventenne, fece delle strane rivelazioni spirituali a Nora Barnacle: « La mia mente respinge tutto l’ordine sociale e anche il cristia­nesimo ; respinge la famiglia, le virtĂą quali son qua­lificate, le classi della societĂ  e le dottrine religiose. Come posso io amare l’idea della casa familiare? La mia casa paterna era unicamente una casa di piccola borghesia rovinata da abitudini spenderecce che io ho purtroppo ereditato. Mia madre venne uccisa lenta­mente, io ho sempre pensato, dai maltrattamenti di mio padre e da anni di guai, e dalla mia cinica fran­chezza di vita. Quand’io ho guardato la sua faccia nel feretro, una faccia grigia e consumata dal cancro, ho compreso che contemplavo il volto di una vittima, e ho maledetto il sistema sociale che aveva fatto di mia madre una vittima. Eravamo diciassette in famiglia. I miei fratelli e le mie sorelle non sono nulla per me; soltanto un fratello è capace di comprendermi. Sei an­ni fa io ho disertatola Chiesacattolica, odiandola di un odio intenso. E non posso entrare nell’ordine so­ciale se non come un vagabondo… ».

Ora tutte queste lettere, raccolte da tutti gli angoli cosiddetti accademici, narrano la loro storia Non è una storia che si ripeterà più nella nostra età. In un certo senso, tuttavia, noi stiamo diventando i contem­poranei di James Joyce, ma soltanto sub specie aeternitatis, l’eternità quasi sublime dei suoi libri; e per questo ci lascia perplessi leggere: « Qualcosa di quanto io ho scritto è lurido, osceno e bestiale; qualche cos’al­tro è puro e santo e spirituale; ma tutto, tutto è me stesso ». Una confessione tremenda.


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5 Comments

  1. Comment di Carlo Capone — 9 Aprile 2012 @ 13:36

    Uno scritto per buongustai, Bart. Grazie.
    Anni fa, mentre ero alle prese con la stesura di un romanzo in parte ambientato a Dublino, trascorrevo le ore sulle mappe della cittĂ  per ricavarne anche i minimi indizi. Fui perciò stupito di scoprire che Dublino si adagia in un golfo che può ricordare quello di Napoli. A tal punto che i dublinesi hanno battezzato un luogo della baia col nome di Sorrento Point ( e non Sorrentoville, come erroneamente riferisce l’articolista). per colmo di coincidenza io, prima di conoscere questa curioso rimando tra le due cittĂ , avevo giĂ  deciso di ambientare il libro tra Dublino e Napoli.
    (Quel romanzo l’ho poi pubblicato con Lulu, senza verlo MAI fatto leggere ad alcun editore).    

  2. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 9 Aprile 2012 @ 18:35

    Grazie a te Carlo.

    Lulu ha rivoluzionato in positivo l’editoria. Lo utilizzo anch’io per quel cartaceo che per varie ragioni non può trovare un editore: I Maestri (del Corriere), piĂą di 1.700 pagine in 3 volumi, ad esempio. Oppure il prossimo I Maestri (della Fiera Letteraria).
    Ho sperimentato che Lulu è un’organizzazione molto seria; per esempio ogni mese mi accredita i pochi euro di miei e-book che vendo nel mondo (anche in Cina!). Questi ultimi ovviamente tradotti in inglese.

  3. Comment di Felice Muolo — 10 Aprile 2012 @ 11:58

    Ciao, Bart , grazie per aver proposto i due pezzi, su Hemingway e Joyce, che ho apprezzato.

    Bart e Carlo, mi sapete dire in effetti quanto vende Lulu.com? Grazie.

  4. Comment di Bartolomeo Di Monaco — 10 Aprile 2012 @ 12:08

    Ciao, Felice

    Io ho provveduto  a commissionare il lavoro ad un professionista, che ha messo su Lulu anche i formati pdf, e-book e apk.
    Alcuni libri li feci tradurre a suo tempo in inglese da traduttori di madre lingua (qualcosa anche in spagnolo, tedesco e francese).
    Vendo soprattutto e-book (specialmente in inglese). Ho cominciato a Novembre; ogni mese Lulu mi accredita (per ora) dai 6 ai sette euro (una volta anche 13 euro). Poca cosa ma è tutto automatico e non devo fare niente, se non provvedere ogni anno a consegnare al mio commercialista l’estratto conto di Paypal (uso questo sistema di incasso) per la denuncia dei redditi.

  5. Comment di Felice Muolo — 10 Aprile 2012 @ 17:55

    Grazie, Bart. Come dire: chi si contenta gode.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart