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LETTERATURA: I MAESTRI: Morte e rimorso

5 Settembre 2017

di Virgilio Lilli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, marted√¨ 30 dicembre 1969]

La morte è la madre del rimorso. Essa genera il rimor­so come la notte genera le tenebre. Intendo la morte di chi ci è caro o comunque di coloro che per ragioni così soggettive come obbiettive so­no entrati nel raggio della no­stra vita.

Noi siamo soliti chiamare la immediata reazione del no¬≠stro animo per la scomparsa d’un nostro congiunto o d’un nostro amico, conoscente e al¬≠tro col nome definitivo di ¬ę do¬≠lore ¬Ľ. E di tale dolore diamo anche una misura verbale, sen¬≠za avvedercene, capace di for¬≠nirne toni e gradazioni: di¬≠sperazione, desolazione, inconsolabilit√† e cos√¨ via. Ma non ci rendiamo conto che non si tratta mai di dolore allo stato puro, non ci ren¬≠diamo conto che si tratta di ¬ę dolore e rimorso ¬Ľ (desola¬≠zione e rimorso, disperazione e rimorso, inconsolabilit√† e rimorso).

La sparizione dai nostri oc¬≠chi e dalla luce del sole d’un parente o d’un amico deter¬≠mina nel nostro animo uno strappo, come in un vestito. La morte √® un oggetto con¬≠tundente, proprio una lama, un coltello, un gancio di fer¬≠ro: che rompe il connettivo della nostra sensibilit√† met¬≠tendo un insospettato caos nei nostri affetti. Improvvisamen¬≠te avvertiamo dentro di noi una ferita. E’ una ferita bian¬≠ca, che non fa sangue, ma dalla quale sgorga con amara violenza una cateratta di ri¬≠morsi. In questo senso √® dif¬≠ficile stabilire se sia il dolore a generare il rimorso o non il rimorso a generare il dolo¬≠re. E’ pacifico in ogni caso che dolore e rimorso si inte¬≠grano l’un l’altro, elementi complementari del sentimen¬≠to che sembra travolgerci di fronte a chi amammo o co¬≠noscemmo o sfiorammo, e d’un tratto non √® pi√Ļ.

*

Il rimorso √® sempre pre¬≠sente nelle fibre del dolore che noi proviamo per la di¬≠partita d’una persona che fu nel perimetro della nostra esi¬≠stenza, anche se apparente¬≠mente abbiamo creduto che non avesse ragione di sussi¬≠stere. La cancellazione perpe¬≠tua e irreversibile di qualcuno che ci fu contiguo instaura immediatamente un processo sommario entro di noi e con¬≠tro di noi per quel che furono i nostri rapporti con lui; essa ci aggredisce come una de¬≠nuncia, come un’accusa, fa immediatamente di noi dei ¬ę sospetti ¬Ľ nei confronti di chi √® scomparso, e in breve ci trasforma in veri e propri imputati. Il tribunale della no¬≠stra coscienza si mette in mo¬≠to secondo un ritmo accelera¬≠to, di natura confusa e gene¬≠rica ma non per questo meno severo e minaccioso.

Il vacuum che chi muore lascia negli occhi di noi che lo vedemmo vivo si colma automaticamente di un nostro io duplice e contraddittorio, allo stesso tempo accusatore e ac¬≠cusato. Il nostro animo d√† il via a una inchiesta, non sce¬≠vra del compiacimento della crudelt√†, nei nostri confronti, quasi sollecitassimo di propo¬≠sito una espiazione: ripercor¬≠riamo la strada dei nostri rap¬≠porti con lo scomparso non alla ricerca dei momenti dol¬≠ci, amichevoli, e cordiali che vivemmo con lui, bens√¨ di quelli meno felici. Una ricer¬≠ca cos√¨ crudele, ripeto, che se momenti infelici non ci riesce di trovarne ci sforziamo di interpretare come tali quelli che in realt√† non lo furono. Al ricordo d’una parola gen¬≠tile che gli rivolgemmo ci di¬≠ciamo che egli ebbe ragione di interpretarla come uno scherno, al ricordo d’un dono che gli facemmo ci diciamo che a lui pot√© sembrare una umiliazione, al ricordo d’un soccorso che gli porgemmo ci diciamo che agli occhi suoi pot√© risultare come un atto di degnazione da parte nostra.

E avviene un fenomeno sba­lorditivo: per canali misterio­si ci sentiamo addirittura re­sponsabili della sua morte, sia pure per una aliquota mini­ma, sia pure per una parteci­pazione marginale, comunque complici, correi della morte.

Il fenomeno morte, dico, ci appare come una somma di responsabilit√† di vivi, ognuno dei quali ha inferto un colpo demolitore a una vita deter¬≠minandone il crollo totale, e noi siamo uno di quei vivi, uno di quei colpi. Se potessimo rompere la diga di con¬≠formismo e di razionalit√† che ci vieta una confessione inam¬≠missibile, diremmo senz’altro ¬ę Ecco, un poco lo ho ucciso anch’io ¬Ľ. Ovviamente non lo diciamo, ma non riusciamo a impedire che una simile fol¬≠le confessione insinui in noi l‚Äôangoscia del dubbio, il tormento delle domande che si pongono sordamente sotto forma di ipotesi: ¬ę se ¬Ľ. Forse non esiste al mondo persona che ‚ÄĒ di fronte alla carne, divenuta taciturna pietra, del corpo d’un congiunto, d’un amico o d’un conoscente ‚ÄĒ non avverta nel cuore l’assillante sollecitazio¬≠ne del dubbio: se quel tale giorno fossi andato a trovar¬≠lo … se non gli avessi negato quella tale cosa‚Ķ se avessi capito che voleva dire quella certa parola, se avessi rispo¬≠sto a quella sua lettera … se lo avessi invitato a collabo¬≠rare … se quando mi disse che … avessi risposto che … Se, se, se. Colpi di scalpello duri e accorati che intaccano la polpa della nostra singola¬≠rit√† e cio√® del nostro egoismo e cio√® ancora della nostra inimputabilit√† e mettono in crisi quello che abbiamo fino allora ritenuto il nostro dirit¬≠to alla solitudine, alla autono¬≠mia, all’isolamento del nostro io, dico, dagli ¬ę io ¬Ľ altrui; e ci velano gli occhi di lacrime.

N√© vale a raffrenare la pres¬≠sione del rimorso sul diafram¬≠ma ormai amaramente sensi¬≠bilizzato della nostra coscien¬≠za il pensiero che colui che non √® pi√Ļ sia stato egli stesso a darci un grave dolore, egli stesso a mancarci di rispetto, egli stesso a incrinare l’ami¬≠cizia, a compromettere l’amo¬≠re, ad offuscare la cordialit√† un giorno, nella vita. Al contrario, quelle sue mancanze verso di noi costituiscono una conferma della nostra colpevo¬≠lezza; e vediamo in esse la reazione alla nostra condotta scorretta o impietosa o priva di comprensione nei suoi con¬≠fronti. Fra la valanga dei rim¬≠proveri ‚ÄĒ tanto pi√Ļ dolorosi in quanto, ahim√®, postumi ‚ÄĒ si fa strada il rimprovero per eccellenza: d’essere stati noi la causa della sua mala con¬≠dotta. ¬ę Se fu cattivo, lo fu a causa mia, ‚ÄĒ arriviamo a dirci nel fondo dell’animo; ‚ÄĒ se fu violento lo fu a causa mia, se fu cinico, se fu avaro, se fu falso, fui io a determi¬≠narne il cinismo, l’avarizia, la falsit√†… ¬Ľ.

(Ed è forse la ragione per la quale una imprecisabile atmosfera di rimorso ci entra nei nervi perfino alla notizia della morte di persone che in vita ci furono ostili o alle qua­li fummo ostili, genericamen­te, a volte senza neanche co­noscerle direttamente, militan­ti in un mondo ideologico op­posto al nostro; o addirittura di criminali, omicidi, banditi; mentre una voce ci ripete dentro: ora che è morto, sei si­curo della sua stoltezza, dei suoi torti, dei suoi sbagli, dei suoi delitti?)

*

Con questo tarlo nel cuore, del rimorso che fra l’altro non trova pi√Ļ la sua valvola di scarico, poich√© il pentimento che genera non ha pi√Ļ il suo bersaglio materiale ma si per¬≠de dietro l’ignoto della non¬≠vita, impedendoci di raggiun¬≠gere chi ne √® l’oggetto e di battergli una mano sulla spal¬≠la, farlo volgere, sussurrargli all’orecchio ¬ę perdonami ¬Ľ .. ¬ę se avessi saputo non avrei fatto ¬Ľ … ¬ę sono desolato ¬Ľ e simili; con questo tarlo nel cuore, dico, non ci possiamo rendere conto che forse il dolore per una morte non ac¬≠compagnato dalla frusta del rimorso sarebbe un sentimen¬≠to scintillante ma privo di pre¬≠sa operante sul nostro spirito, un sentimento puro ma sterile, proprio com’√® puro ma sterile un ferro chirurgico uscito dall’autoclave.

Dolore e rimorso, dunque, figli della morte per chi resta nel poligono della vita. Un binomio inseparabile, il cui primo termine √® la risultante dell’impatto materiale del trau¬≠ma morte sull’animo nostro, mentre il secondo ha una de¬≠stinazione attiva, in certo sen¬≠so rigeneratrice. Nel senso, in¬≠tendo, che attraverso il filtro dei pentimenti stimolati in noi determina una revisione dei giudizi dei vivi sui morti, un distaccato e disinteressato rie¬≠same della loro vicenda terre¬≠na per il tramite di una lente pietosa o meglio pia, gi√† par¬≠tecipe essa stessa, nonostante sia ancora di questa terra, di un mondo extraterreno privo dei veleni e delle passioni esi¬≠stenziali. Per quel rimorso af¬≠fiancato al dolore, i morti su¬≠biscono in noi un proc√®sso di riabilitazione che li sottrae quasi sempre all’odio, al ran¬≠core e addirittura all’antipatia dei vivi, tutti sentimenti vita¬≠li ma che appunto per questo la morte respinge.

Ed √® forse il rimorso che insieme al dolore sentiamo per chi ha lasciato la terra prima di noi a confortarci del giorno in cui sar√† il nostro turno di lasciare la terra. Esso ci prean¬≠nuncia inavvertitamente il ri¬≠morso di coloro che resteran¬≠no dopo di noi; i quali di noi diranno a loro volta con voce tremante: se lo avessi compre¬≠so … se non lo avessi abban¬≠donato … se potesse sentire che non gli ero nemico. Voce nella quale √® la conferma che l’uomo lascia ai vivi, fuor che nei casi estremi, un motivo d’assoluzione e una traccia di amore.


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