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LETTERATURA: I MAESTRI: Una guida a «Finnegans Wake»

2 Marzo 2019

di Edmund Wilson
[da “Saggi letterari – 1920-1950”, Garzanti, 1967]

A Skeleton Key to Pinnegans Wake, di Joseph Campbell ed Henry Morton Robinson, è un libro indispensabile per chiunque si interessi di Joyce ed è un libro che dovrebbe conquistare a Finnegans Wake molti nuovi lettori.

L’ultima opera di James Joyce è un grandissimo poema, uno dei massimi esempi letterari della nostra epoca: in un certo senso è una realizzazione ancor più eccezionale dell’Ulysses, che penetra più a fondo nella psicologia umana, che apre nuovi orizzonti intellettuali e che, come forse nessun altro libro di questo autore, dimostra il genio musicale di Joyce. Ma Finnegans Wake si è creata la fama di una enor­me difficoltà di lettura, ed in certi ambienti Joyce è stato perfino accusato di aver macchinato una specie di insolente burla o di aver riversato sulla pagina un folle pasticcio di assurdità. Anche i lettori che hanno ammirato l’Ulysses si sono mostrati alquanto riluttanti ad affrontare quest’opera che l’ha seguito. Ma il libro è ormai in circolazione da cin­que anni e sarebbe tempo di cancellare tutti questi dubbi e queste perplessità. La pubblicazione della « guida » di Campbell e Robinson dovrebbe segnare l’inizio di una nuova era per l’accettazione e la diffusione di Finnegans Wake. Nel consigliarla, desidero tuttavia integrare tale introduzio­ne con qualche suggerimento che mi sembra necessario.

Anzitutto è un’ottima cosa, anche se forse non assoluta­mente indispensabile, che il lettore conosca abbastanza anche gli altri scritti di Joyce; inoltre il lettore trarrà immenso vantaggio se si accosterà a Finnegans Wake con una qual­che conoscenza di Virgilio, Dante e Milton. Riguardo a Joyce è infatti meglio sapere qualcosa dei grandi maestri dell’epica che non il derivare le proprie idee in materia di letteratura dalla semplice lettura dei romanzi moderni. L’ar­te della letteratura narrativa venne portata dai grandi poe­ti epici del passato ad un punto rispetto al quale ha poi segnato un declino con l’avvento del romanzo in prosa. Un uomo come Dante ha una padronanza del linguaggio, una capacità di forgiarlo in modo da rendere le varie sfumature di atmosfera, colore, suono, momenti di sensibilità e tratti caratterologici, al cui confronto il modo di scrivere di un pur rispettabile amatore dei primordi del romanzo, come un Fielding, sembra impacciato e inespressivo, quasi privo di stile. Soltanto con i romantici il linguaggio della prosa narrativa cominciò ad acquistare una flessibilità e una sensibi­lità sufficienti a rappresentare in modo diretto — mediante il suono e l’aspetto e le connotazioni delle parole — le cose descritte. Flaubert fu il primo scrittore di prosa narrativa paragonabile in questo senso agli antichi; ed anche Flaubert aveva i suoi limiti: i suoi effetti, come il suo stato d’animo, sono monotoni. Ma egli è stato studiato ed emulato da Joyce, su una gamma enormemente più vasta, talché, come ha detto T.S. Eliot, Joyce riesce ad essere il più grande maestro «della lingua inglese dai tempi di Milton. Ulysses e Finnegans Wake sono opere epiche che non soltanto raggiungono altezze di stile finora ignote nel romanzo ma che, come l’Eneide e la Divina Commedia, trattano i miti nazionali e il destino dell’uomo in un modo assolutamente nuovo per il lettore di romanzi. L’Ulysses conserva ancora parecchio della struttura della narrativa tradizionale, per cui il comune lettore lo può seguire sia pure con un piccolo sforzo. Ma Finnegans Wake, benché più « realistico » di quanto pares­se a prima vista, rappresenta una completa rottura rispetto alla norma.

L’epica dell’Ulysses ha per tema un giorno della vita di certi  personaggi; quella di Finnegans Wake ha per tema, la vita di un uomo nel sonno durante una notte. Altra difficoltà è quella di capire questo disegno. Possiamo capire il proposito di Dante di costruire un poema totale su una visione dell’Inferno, del Purgatorio e del Paradiso; e magari non ci sentiremo minimamente sconcertati da descrizioni letterarie di sogni o visioni come le oppiacee fantasie di un De Quincey, La tentation de Saint-Antoine di Flaubert, la fiaba di Alice  di Lewis   Carroll o certo Dostoevskij onirico. Eppure possiamo trovarci impreparati di fronte a un libro di oltre seicento pagine che ci immerge nella mente addormentata di un uomo e lì ci tiene fino alle soglie del suo risveglio; né è facile rendersi immediatamente conto che Joyce si avvale dei mezzi poetici non solo per rappresentare le fluttuanti emozioni e il caleidoscopio di immagini di un sogno ma anche per rendere in modo preciso tutte le condizioni fisi­che del sonno. Farò un solo esempio, poiché gli autori di A Skeleton Key hanno trascurato questo aspetto di Finnegans Wake. Il respiro pesante e il russare del protagonista conti­nuano per tutto il libro e vengono sfruttati per effetti poe­tici che nessun grande poeta sarebbe probabilmente così coraggioso o folle da tentare e che ciò nonostante contri­buiscono in modo trionfale alla riuscita di alcune delle più liriche pagine di Joyce. L’ansito dei quattro profondi respi­ri che sempre contraddistinguono il passaggio del protago­nista a una più profonda zona di sonno dà luogo a notevoli effetti di grottesco, come (« What a hauhauhauhaudibble thing, to be cause! How, Mutt? ») nella inarticolata con­versazione fra i rozzi uomini preistorici; ma esso rende pure la caduta del buio e lo straripamento del fiume alla fine del capitolo di Anna Livia Plurabelle, una delle cose incomparabilmente belle del libro : « Oscuri avvoltoi ci ascoltano. Notte! Notte! La mia issa prora stringe il vento. Mi sento pesante come quel sasso laggiù, » ecc.(1)

Il dormiente di Finnegans Wake è un certo H.C. Earwicker, che ha un bar sul Liffey e una famiglia composta di una moglie, una figlia e due gemelli. L’oggetto immedia­to del sogno è costituito dal legame dei rapporti familiari di Earwicker e della sua attività a Dublino, ma Joyce col suo intento epico e con una specie di moderna concezione junghiana di uno spirito della razza generatore di miti, riesce a rendere universale il sogno del suo personaggio. In che mo­do ci sia riuscito non ho bisogno di spiegarlo nei particolari perché meglio di chiunque altro lo spiegano Campbell e Robinson. Il sogno stesso è un mito, con caratteri e intreccio suoi propri, e i suoi elementi principali, benché moltiplichino i loro aspetti con tutte le mutevoli metamorfosi di un sogno, appaiono costanti e perfettamente chiari. Non arrendetevi alle prime pagine, che sono misteriose anche per il cultore di Joyce. Earwicker si è addormentato: ha perduto già la coscienza, ma ancora non sogna. Il momento sembra buio e vuoto ma è come l’apparenza confusa di tutte le componenti del suo essere. In Finnegans Wake Joyce ricorre allo stratagemma di esprimere l’ambiguità e l’indefinito delle vi­sioni e sensazioni del sonno con l’invenzione di ibridismi e giochi verbali, come il linguaggio di Jabberwocky, infarcititi di significati al punto che tutti i numerosi simboli appaiono come un groviglio inestricabile, un impasto. Campbell e Robinson hanno peraltro districato molti di questi significa­ti, così che noi possiamo capire il contenuto degli ibridismi verbali dei primi paragrafi di Finnegans Wake; essi hanno così eliminato uno degli ostacoli che scoraggiavano il volonteroso lettore. Quando si esce fuori da questa soffocata stret­toia e l’azione del sogno ha inizio, ci si trova tra presenze riconoscibili che, pur nella loro vaghezza, parlano e si muo­vono, e la vigorosa corrente del linguaggio continuerà a tra­scinare il lettore anche attraverso le interruzioni e le eclissi più sconcertanti. A leggere il quadro sinottico inserito da Campbell-Robinson in apertura della loro « guida », si ve­drà che la grande architettura di Finnegans Wake, nono­stante la complicazione dei particolari, è solida, precisa e semplice: i temi principali del libro sono infatti elementi di semplice esperienza universale, talmente comune che la dif­ficoltà di capirli dipende talvolta dall’impreparazione del let­tore sofisticato ad accettare cose così semplici come i fatti principali della vita familiare, la contraddittoria moralità dell’uomo e i fenomeni della nascita, della crescita e della morte, ben più che non dipenda dal denso tessuto psicologi­co di cui Joyce li avvolge o dal variegato e affabulante lin­guaggio con cui sono ricamati.

L’importante è prendere l’avvio e seguire la linea del mi­to: il lettore troverà in questo senso un aiuto in Campbell-Robinson, che forniscono una parafrasi in cui tale linea risulta districata e semplificata. Si può anche non approvare qualche passo della loro pista, qualche riassunto, qualche scelta o interpretazione; ci sono anzi anche dei veri e propri errori. Ma Campbell e Robinson con molta cura e pazienza aprono Finnegans Wake al pubblico e meritano per questo un encomio dalla repubblica delle lettere. Campbell è uno studioso di tradizioni popolari, e soprattutto di quelle ir­landesi, che è particolarmente qualificato per una interpretazione di Joyce dal punto di vista mitologico e storico; Ro­binson, che è un redattore del Reader’s Digest, mette qui a frutto l’esperienza acquisita nel condensare articoli di rivi­sta per darci la sintesi di un capolavoro.

Questa sintesi, naturalmente, non può non lasciar fuori parecchie cose. La parafrasi che Campbell e Robinson ci offrono di Joyce elimina necessariamente quasi tutta la magnifica poesia del maestro e non ci rende quindi idea alcuna di tutta la forza emotiva dell’originale: laddove infatti non si ha una semplice descrizione ma una rappresentazione di­retta, lo stile si impregna del contenuto in una misura asso­lutamente inconsueta alla letteratura contemporanea. Nella « guida » di Campbell-Robinson non vi è quasi nessuna indicazione di quell’infinita variazione di trame e toni del testo in cui si riflettono le diverse fasi della notte.

Altro aspetto che, nel seguire la vicenda del mito, i due autori trascurano è la situazione familiare che incide sull’in­tera visione, La verità che sta dietro alla vicenda del sogno è qualcosa che noi dobbiamo indovinare e che sotto questo aspetto costituisce una attrattiva della lettura di Finnegans Wake. Vi sono momenti in cui la storia vera erompe attraverso il mito con l’insistenza dei suoi nudi fatti, ed è ogni volta il regista nascosto che determina la forma del sogno con un alternarsi di ordini d’azione e d’arresto, di rapide me­scolanze e di improvvisi rovesciamenti. Il dormiente, che pas­sa dalla spossatezza al ristoro, dalla morte alla risurrezione, recita un dramma universale che è recitato ogni notte da ogni uomo al mondo; ma ogni uomo è un uomo particolare, e quest’uomo è un particolare abitante di Dublino, addor­mentato in una determinata notte in una stanza che so­vrasta un determinato bar nel seno di una determinata fa­miglia. Gli autori di A Skeleton Key hanno davvero quasi setacciato dalla vicenda la famiglia nella sua concretezza enucleandone il mito semplificato; essi tendono insomma a trascurare le indicazioni sulla reale situazione di Earwicker che Joyce abilmente dissimula; e non sempre vedono con chiarezza la tecnica con cui lo scrittore elabora il rapporto fra il sogno e quegli elementi di realtà. Per esempio, nel ca­pitolo domanda-e-risposta che, pur essendo le domande e risposte della realtà sempre assai vicine a quelle del sogno, si propone di localizzare e identificare in modo preciso agli occhi del lettore l’intera famiglia, Campbell e Robinson si attengono semplicemente al linguaggio del sogno; e sembra­no credere che Earwicker, per una parte del libro, resti steso ubriaco sul pavimento del bar per poi salire ad un certo punto nella sua stanza a coricarsi; e più avanti, nel­l’episodio che precede l’alba, quando uno dei due gemelli sveglia la madre e questa va nella camera del bambino per acquietarlo, essi sembrano ancora credere che il marito si alzi anche lui e la segua ed abbia quindi con lei un rapporto coniugale. Mentre invece è chiaro che, nel primo caso, la caduta sul pavimento e il salir delle scale avvengono nel sogno e che, nel secondo caso, l’uomo si è mezzo svegliato ma, non rendendosi ben conto di quel che la moglie sta facendo, ripiomba nel suo sonno agitato. Il fatto che Ear­wicker resti sempre a letto e non si svegli mai fino al matti­no, ossia nell’attimo immediatamente successivo alla fine del libro, costituisce una caratteristica essenziale dell’opera e ne determina la stessa unità artistica. Gli ultimi capitoli di A Skeleton Key risultano pertanto del tutto insoddisfacenti. Bravissimi di fronte a certi ossi duri come il colloquio tra San Patrizio e l’Arcidruido, i due autori si dimostrano de­boli e perfino controproducenti di fronte a quei più semplici elementi umani che fanno del finale di Finnegans Wake una delle più grandi cose di Joyce. Comunque, per chi an­cora non abbia affrontato Finnegans Wake, non c’è cosa migliore che procurarsi il libro e, insieme, anche la « gui­da » di Campbell-Robinson, e prepararsi a frequentarli per anni. Ancora qualche breve consiglio. La lettura di questo libro comporta condizioni che, per quanto mi risulta, sono diverse da quelle richieste per la lettura di qualsiasi altro libro finora scritto. Esso va preso piuttosto lentamente, una sezione alla volta, da rileggersi di continuo. Joyce ci lavorò diciassette anni ed è un libro che equivale praticamente a diciassette libri scritti da un normale bravo scrittore. Si può magari pensare che Joyce chieda troppo al lettore costringen­dolo a scervellarsi sui suoi complicati rompicapo; ma in realtà una buona parte del libro, una volta che se ne scorga l’impostazione generale, è leggibile e comprensibile anche quando il linguaggio è strano. Per rendere l’effetto del so­gno Joyce si affida ad una certa indefinitezza; e per chi ama risolverli, i rompicapo sono divertenti da risolvere. Con tanti libri dallo stile perfettamente chiaro ma dal significato inesistente o equivoco, è oggi motivo di qualche soddisfazione leggere qualcosa che in superficie sembra come assurdo ma che nella sostanza è perfettamente sensato. Gli ammiratori di Balzac e Trollope non fanno alcun caso di dedicare anni interi alla lettura dei loro autori preferiti: perché dovremmo lesinare a Joyce un po’ del nostro tempo? È un autore che esige molto dai suoi lettori: ma li ricompensa poi in modo mirabile. Non nego che a volte egli sia noioso: mi infastidi­sce per esempio la spietata lungaggine di certi capitoli cen­trali di Finnegans Wake così come mi annoiano quelli della seconda parte dell’Ulysses, ed anzi mi sono addirittura addormentato nel tentativo riuscito invece agli intrepidi autori di A Skeleton Key, di trovare una pista in questi deserti, come la lettura dell’originale di Joyce. Ma costituisce una stimolante e unica esperienza accorgersi che delle pagine già apparentemente prive per noi di significato balzano alla vi­ta, ad una vita piena di energia, di splendore, di passione. L’occasione di essere fra i primi ad esplorare le meraviglie di Finnegans Wake è uno dei pochi grandi piaceri intellet­tuali ed estetici che ci siano stati concessi da questi ultimi brutti anni.

5 agosto 1944

(1) «Dark hawks bear us. Night! Night! My ho head halls. I feel as heavy as yonder stone. » La traduzione qui offerta, fuori dei con­testo, pecca certamente di casualità. (N.d.t.)


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Bart