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LETTERATURA: I MAESTRI: Variazioni #2/10

21 Dicembre 2017

di Eugenio Montale
[dal ‚ÄúCorriere della Sera”, domenica 9 marzo 1969]

Leggo che un giovane prete, non so se olandese o fiammingo, √® stato autorizzato dal suo vescovo a fidanzarsi a titolo sperimentale. L’esperi¬≠mento durer√† sei mesi: du¬≠rante i quali i due promessi sposi saranno tenuti sotto osservazione da un gruppo di teologi, psicologi e behaviouristi di vario stampo. Penso che il buco della serratura sar√† il principale mezzo di controllo. Qualcosa di simile si era gi√† visto nelle vecchie pochades; ma l’osservatore di singoli fatti (post-matrimonia¬≠li) era un solo uomo previsto dalla legge. Ignoro se oggi un personaggio di questo tipo sia ammesso dal nostro codice. Il lato curioso del fatterello ri¬≠ferito dai giornali √® che il controllore sia multiplo. Avre¬≠mo forse un verbale di mag¬≠gioranza e uno di minoranza. Non si riesce a comprendere come e perch√© la vita degli ecclesiastici dia luogo a fatti che nemmeno la fervida fan¬≠tasia di Georges Feydeau po¬≠teva escogitare. Da anni non era un mistero per nessuno che molti preti avrebbero vo¬≠luto prender moglie. Era pos¬≠sibile a una Chiesa che non usa pi√Ļ l’arma della scomu¬≠nica e respinge persino la pa¬≠rola ¬ę eresia ¬Ľ, era possibile a un’Ecclesia apparentemente immobile ma in realt√† capace di infinite trasformazioni, di prender atto del fuoco che covava sotto la cenere? Cer¬≠to sar√† un peccato veder spa¬≠rire dal mondo della comme¬≠dia dell’arte la tradizionale figura della Perpetua. Ma non credo che le preoccupazioni del Magistero siano di que¬≠st’ordine. Tanto pi√Ļ che nes¬≠sun vincolo coniugale caccer√† mai dal nido infinite perpetue. In ogni modo √® questione di anni, mi dice monsignor Zeta. E la Chiesa non pensa per anni, ma per secoli. Quale imprudenza ai tempi che cor¬≠rono!

*

I musicisti che devono ap¬≠poggiarsi alla parola si servono quasi sempre di parole brutte. Ci sono eccezioni, che ricorder√≤, ma quando si ascol¬≠ta il Pierrot lunaire e lo stesso Pell√©as si resta sorpresi con¬≠statando che uomini come Schoenberg e Debussy non abbiano sdegnato di mettere in musica simile paccottiglia verbale. Le eccezioni sono po¬≠che: alcune risalgono alle ori¬≠gini del melodramma, altre si osservano nel campo liederistico (Heine ha avuto buona fortuna). A parte restano i casi di Mozart e di Wagner. A Mozart servono particolari schemi ritmici e le sue opere restano in piedi anche se tra¬≠dotte da un abile uomo del mestiere. Wagner si √® scritto da s√© i suoi testi; non era probabilmente un grande poe¬≠ta (in versi) ma la sua at¬≠tenzione alla parola giustifi¬≠ca il fanatismo di quelli che vorrebbero ascoltarlo sempre ¬ę nell’originale ¬Ľ. Anch’io pre¬≠ferisco ascoltare Mussorgski in russo sebbene sia ignaro di quella lingua. Mi sono cos√¨ risparmiate le orrende parole della versione. Non so che cosa accada sentendo il Wozzeck in lingua italiana. Pro¬≠babilmente non accade quasi nulla perch√© in lui il suono (verbale) √® secondario. Nel melodramma verdiano, e so¬≠prattutto nel post-verdiano, la parola √® un fil di ferro che de¬≠ve piegarsi alle necessit√† voca¬≠li anche se il significato fa a pugni con la musica. Quasi mai si comprende come il si bemolle o il do del tenore che dovrebbero corrispondere a uno stato d’animo partico¬≠lare siano collocati nelle frasi pi√Ļ insignificanti. Dell’incon¬≠gruenza si accorse Pizzetti, spesso autolibrettista, ma la sua continenza trasform√≤ il canto in un perpetuo recita¬≠tivo e il rimedio si rivel√≤ peggiore del male. Oggi i pa¬≠rolieri tipo Sanremo mettono insieme poche dozzine di pa¬≠role che sono sempre le stesse e non richiedono di essere poste in un qualsiasi contesto. Poich√© nel campo dell’opera in musica si parla ad ogni secolo di riforma, anche que¬≠sta dei parolieri √® una rifor¬≠ma bell’e buona, ma attuata al pi√Ļ basso dei livelli. Non si potr√† scendere pi√Ļ in gi√Ļ.

*

Roberto Bazlen di cui le edizioni Adelphi pubblicano le Lettere editoriali (140 pa¬≠gine in tutto, scritte tra il ’51 e il ’62) √® passato nella vita di chi l’ha conosciuto ‚ÄĒ nel mio caso per un trentennio ‚ÄĒ come un uomo ch’era sempre al di fuori e al di l√† di tutto; senza per questo cessar di es¬≠ser profondamente dentro al fenomeno della vita. La lette¬≠ratura, e particolarmente quel¬≠la mitteleuropea di cui era impregnatissimo, fu il suo campo di esperienza, ma es¬≠sa non era che una finestra aperta sul fenomeno antropo¬≠logico della vita. Perci√≤ √® molto difficile dire a chi non l’ha conosciuto che genere d’uomo egli fosse. Si pu√≤ pro¬≠cedere per esclusioni. Non avrebbe amato definizioni co¬≠me uomo di lettere, scrittore, intellettuale o altre consimili; diffidente com’era di ogni mi¬≠sticismo riderebbe se lo defi¬≠nissi come un mistico dell’anonimato. E’ certo ch’egli pass√≤ nella vita col desiderio di non lasciar tracce tangibili del suo transito. E’ anche vero che non distrusse pagine ¬†¬†di diario, poesie, scritte in tedesco, un abbozzo di romanzo; ma non c’√® prova ch’egli intendesse pubblicare nulla. E poi che senso ha parlare di transito per un uo¬≠mo che non ha mai creduto nell’esistenza della morte? Se si potesse attribuire a Bobi una filosofia (disciplina da lui detestata) diremmo che il punto fermo dei suoi ultimi anni era questo: non c’√® la morte e non c’√® neppure la vita intesa come qualcosa di psichicamente distruggibile.

Largamente aperto ad ogni idea nuova, passato indenne attraverso infiniti ismi, Bobi era prontissimo a svincolarsi ogni volta che qualche sua opinione fosse accettata dagli altri, trasformandosi in un clich√©. Non per questo egli si contraddiceva; semplice¬≠mente passava oltre, lascian¬≠do interdetti i suoi innume¬≠revoli amici e discepoli. Cer¬≠cava l’uomo nello scrittore; e nell’uomo la decenza intesa come un fatto di stile. Infalli¬≠bile quando avvertiva in un libro qualche cosa di vellei¬≠tario e di falso era indiffe¬≠rente di fronte alle opere compiute, levigate, perfette. La letteratura italiana lo in¬≠teressava poco o punto. Quan¬≠do lo conobbi pretendeva addirittura che la nostra lingua, priva di Stimmung e di inti¬≠mit√†, non potesse produrre nulla di buono. Io ero seria¬≠mente imbarazzato trovando¬≠mi tra le mani uno strumento inservibile. Poi ho alquanto modificato quella mia impres¬≠sione. In ogni modo Bobi, povero in canna e senza alcun desiderio di far quattrini, vis¬≠se abbastanza bene in Italia: come possono viverci gli stra¬≠nieri, che ne vedono i vantag¬≠gi senza essere personalmente toccati dagli orrori nei quali sono immersi gli italiani tota¬≠li, anagrafici, prendibili, fiscalizzabili, classificabili.

Il libretto ch’egli ci lascia (pubblicato da alcuni amici) √® forse il miglior esempio di critica quasi letteraria che sia mai apparso da noi. E’ per√≤ largamente inimitabile. Ai cri¬≠tici professionali non si pu√≤ chiedere di vivere une saison, anzi molte saisons en enfer.

LA COMMEDIA

Si discute sulla commedia:

se dev’essere un atto unico o in tre o in cinque

come il genere classico;

se a lieto fine o tragico; se sia

latitante l’autore o reperibile

o se un’equipe lo abbia destituito;

se il pubblico pagante e gli abusivi.

onorevoli o altro

non stronchino i soppalchi dell’anfiteatro;

se sulla vasta udienza calerà

un sonno eterno o temporaneo; se

la pièce debba esaurire tutti i significati

o nessuno;

si arguisce che gli attori non [siano necessari

e tanto meno il pubblico; si farfuglia dai perfidi

che la stessa commedia sia già stata

un bel fiasco e ora manchino i sussidi

per ulteriori repliche; si opina

che il sipario da tempo è già calato senza

che se ne sappia nulla; che il copione

è di un analfabeta ed il sovrintendente

non è iscritto al partito. Così si resta in coda

al botteghino delle prenotazioni

in attesa che lo aprano. O vi appaia

il cartello ESAURITO.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart