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LETTERATURA: Il Journal e gli artisti visti quali uomini come noi

21 Marzo 2020

di Bartolomeo Di Monaco

[Edmond dirà alla principessa Mathilde: “Sì, io cerco di mostrare gli uomini come sono nella vita privata, cerco di farli parlare con le stesse parole che usano nella realtà familiare”]

La lettura e la conoscenza del Journal dei fratelli Goncourt dovrebbero appartenere a ciascuno di noi, poiché, sebbene non sia lodato quanto merita, si tratta di un’opera ricca di fermenti e di vita. La società aristocratica, borghese e intellettuale del tempo viene sapientemente rappresentata con un occhio vigile e perspicace, che ne tramanda le caratteristiche essenziali, quelle ossia che la colgono nell’intimo e non nell’apparenza, quell’intimo che fu il motore più possente e irruento di quell’epoca che fu per la Francia l’equivalente del “Siècle d’or” della vicina Spagna. Ma un pregio speciale emerge sugli altri, ed è la capacita di consegnarci non tanto l’artista che segnò quel tempo, ma l’uomo di carne che sempre sfugge alla sua opera e nella quale lascia penetrare soltanto il suo spirito. È il dono che ci viene offerto dai Goncourt che ci mettono di fronte ad uno degli interrogativi e degli stupori più grandi, ossia quanto l’artista sia un’espressione universale, non caduca e non defettibile, al contrario dell’uomo, che lo include, lo riveste e lo contiene. L’uomo è fragile, compagno agli altri nella sua fugacità, mentre l’artista è singolare e eterno, quasi come un dio.

Qui muore Gustave Flaubert.

________

C’è una vecchia donna che va in giro a raccontare che Delacroix, il ministro degli Affari Esteri al tempo della rivoluzione, aveva pregato Talleyrand di fargli nascere un figlio di genio, che Talleyrand acconsentì e che, in forza di questa graziosa concessione, è nato il pittore Eugène Delacroix.

Non ho mai visto un uomo più esigente, meno soddisfatto della sua enorme fortuna di Zola. Charpentier mi diceva che ha trascorso tutta una cena a lamentarsi, a gemere, a borbottare alla notizia che della sua “Page d’amour” si erano tirate 15000 copie. Mentre stiamo parlando arriva l’albero genealogico dei Rougon eseguito da Régamey. La preparazione di quest’albero è stata, a quanto pare, una cosa terribile: Zola non era mai contento, si lamentava se un ramo era leggermente più alto degli altri e diceva, con tono lacrimoso, che non lo si accontentava mai.

A rendere un’opera superiore non è, come crede Flaubert, la quantità del tempo che vi si impiega, ma piuttosto la qualità della passione che si prova nello scriverla. Cosa importa una ripetizione o una negligenza sintattica, se la creazione è nuova, se la concezione è originale, se c’è, qua è la virgola un epiteto o un giro di frase che valga da solo come 100 pagine di una prosa impeccabile e ordinaria?

Flaubert, a patto di lasciarlo sempre in primo piano e di buscarsi i malanni che vi procura con la sua mania di spalancare le finestre, è un compagno molto piacevole. Ha un’allegria bonaria.e un riso infantile che si comunicano facilmente; e nei rapporti quotidiani si sprigiona da lui una calorosa affettuosità, non priva di fascino.

Banville raccontava recentemente che Hugo, dopo una giornata di lavoro, aveva voluto sacrificare a Venere e non ci era riuscito. Questa debolezza, toccata per la prima volta alla sua natura di granito, ha gettato Hugo in una profonda tristezza: in questo incidente ha visto il segno della morte vicina.

c’è stato un momento in cui non si vedeva che IL ritratto di Zola nelle vetrine dei librai. da qualche tempo comincia a vedersi anche il ritratto di Daudet, a fianco di Zola…
Zola ha una muta di giovani ‘fedeli’, di cui l’’astuto’ scrittore mantiene e nutre l’ammirazione, l’entusiasmo e la fiamma ottenendo per loro delle corrispondenze all’estero, installandoli nei giornali, dove regna da padrone, con un buono stipendio, insomma con una serie di favori di assoluta concretezza.

Stamattina faccio colazione con Flaubert.
Mi dice che la sua faccenda è sistemata: è stato nominato conservatore straordinario alla Bibliothèque Mazarine, con uno stipendio di 3000 franchi, che sarà aumentato nel giro di pochi mesi. Aggiunge che è stata per lui una vera sofferenza accettare questo denaro e che, del resto, ha già dato disposizioni perché un giorno sia restituito allo Stato. Suo fratello, che è ricchissimo e sta morendo, gli ha promesso una rendita di 3000 franchi, per mezzo della quale e dei suoi guadagni letterari, si rimetterà in piedi.

Auguste Comte è un bel tipo, stando alle parole di Bracquemond che ne ha fatto il ritratto.
Pesava tutto quello che mangiava o beveva, aveva sposato per principio una ragazza di casa e nutriva una passione platonica per una certa Madame de Vaux, come diversivo all’altra. Quando Madame de Vaux morì, egli andava tutti i giorni a portare dei fiori sulla sua tomba. Questa usanza provocò una scena abbastanza divertente. Sua moglie, da cui era separato e a cui non pagava il mensile stabilito, si nascose dietro la tomba e, imitando la voce di Madame de Vaux, gli ordinò di essere più preciso nei suoi pagamenti. Auguste Comte ebbe una paura tremenda e non tornò più al cimitero.

Daudet entra – siamo da Charpentier – entra con il viso tutto deformato, i capelli che sembrano bagnati e hanno perso la loro arricciatura naturale. I suoi gesti sono rattrappiti, freddolosi. A un tratto smette di conversare per sussurrarmi nell’orecchio: “sono perduto!”
Intanto Pagans ha cominciato a suonare una specie di melodia araba; ed ecco Daudet che si scuote, si muove, si dimena, come per dimenticare, e si mette a scimmiottare la danza del ventre con una specie di ebbrezza, che dà un colorito quasi di cipria ai suoi zigomi e un lampo febbrile ai suoi occhi.
Esco da Charpentier straziato. Daudet mi fa tornare in mente mio fratello quando la sua malattia cominciò a farsi grave.

Il pranzo comincia allegramente ma ben presto Turgheniev parla di una costrizione cardiaca che lo ha colpito qualche giorno prima, accompagnata dall’immagine di una grande macchia bruna che nel suo angoscioso dormiveglia gli era sembrata la Morte. Allora Zola si mette a numerare i sintomi morbosi che gli fanno temere di non portare a termine gli undici volumi mancanti alla conclusione del suo ciclo. Poi è la volta di Daudet: “Ho passato otto giorni con una tale pienezza di vita in corpo che avrei abbracciato gli alberi… Poi, una notte, senza alcun preavviso, senza dolore, ho sentito qualcosa di vischioso e di insipido in bocca”, e fa il gesto di estrarne un lumacone, “e dopo questo grumo per tre volte ho avuto una flussione di sangue che mi ha inzuppato il letto… Sì, si trattava di una lesione polmonare… Da allora non posso usare il fazzoletto senza guardare se non ci sono tracce di quel maledetto sangue!”
E a turno tutti parliamo dell’ossessione della morte che c’è in noi.

De Nittis è a pranzo da me e intanto che mangia mi fa il racconto della sua vita – uno di quei racconti che si fanno una volta sola, in particolari condizioni di felicità, di piacere e di espansione.
Comincio a disegnare alla scuola delle Belle Arti di Napoli, ma si rifiutò di fare degli studi al Museo. Trovava che i quadri antichi erano troppo bui, mentre fuori c’era un’aria chiara, dorata, allegra. Allora andò in campagna, in un potere della sua famiglia – ci andò con sette boccette di colore, portando con sé, come diceva suo fratello, tutti i colori dell’arcobaleno. Poi senza maestri, senza guide, senza consiglieri si mise a dipingere con rabbia e felicità.
Dopo un anno tornò a Napoli e allestì una esposizione che ebbe un certo successo. Ma le grane che aveva con i suoi fratelli, nemici della sua vocazione e pieni di disprezzo per il suo lavoro, lo decisero a lasciare Napoli, con il progetto di andare a Parigi. Si recò a Roma dove riuscì a vendere un quadro per 25 franchi; raggiunse Firenze dove lo colpì solo la pittura dei Primitivi; si spinse fino a Milano dove dei ladri, che definisce dei veri artisti del mestiere, lo derubarono nel suo albergo di 500 franchi, sui 650 che gli erano restati.
Dunque tutta la sua fortuna ammontava allora a 150 franchi e il viaggio in terza fino a Parigi ne costava un centinaio. Non ebbe dubbi, ed eccolo in Francia senza saper nulla del paese e privo di conoscenze.

Maupassant viene a prenderci in carrozza alla stazione di Rouen ed eccoci davanti a Flaubert, che ci riceve con un cappello calabrese sulla testa, la giacca rotonda, calzoni a pieghe riempite dal suo grosso sedere e con una espressione buona e affettuosa sul volto.
La sua proprietà è davvero molto bella, e io non ne conservavo che un ricordo piuttosto impreciso. Questa immensa Senna su cui gli alberi di battelli invisibili passano come sullo sfondo di un teatro; queste piante grandi e belle, con forme tormentate dal vento di mare; questo parco disposto a spalliera, questo lungo viale pensi l’esposto a mezzogiorno, questo viale peripatetico, la rendono una vera casa da letterato – la casa di Flaubert – dopo dopo essere stata nel XVIII secolo un convento di benedettini.

“Va da Flaubert domenica?” mi aveva appena chiesto Pelagie, quando la ragazza di servizio ha posato sul mio tavolo un telegramma composto di due sole parole: ‘Flaubert morto!’
Per un po’ di tempo sono stato così sconvolto da non rendermi conto di cosa facevo o quale città stessi attraversando in carrozza. Ho sentito che un legame, a volte allentato, ma indissolubile, ci univa segretamente. E oggi mi ricordo con una certa emozione della lacrima che gli affiorò alle ciglia, quando mi abbracciò per salutarmi, sei settimane or sono sulla soglia della sua porta.
In fondo eravamo i due vecchi campioni della nuova scuola e oggi io mi sento molto solo.

Stamattina Pouchet mi trascina in un viale appartato e mi dice: “Non è morto di un colpo, ma di un attacco epilettico… Ne aveva già avuti, lo sa anche lei, quando era giovane… Il viaggio in Oriente lo aveva per così dire guarito… E’ stato 16 anni senza soffrirne più. Ma le grane, gli affari di sua nipote gli hanno riportato qualche attacco… E sabato è morto di un attacco di epilessia congestiva… Sì, c’erano tutti sintomi, la schiuma alla bocca… Pensate: sua nipote desiderava che si facesse il calco della sua mano ma è stato impossibile tanto era contratta… Forse se fossi stato qui, praticandogli mezz’ora di respirazione artificiale, sarei riuscito a salvarlo…
“Tuttavia mi ha fatto una tremenda impressione entrare in questo studio… Il fazzoletto sulla tavola accanto alle carte, la piccola pipa sul camino ancora piena di cenere, il volume di Corneille, che aveva letto il giorno prima, posato malamente su uno degli scaffali della libreria.”
Il convoglio si mette in marcia, ci arrampichiamo lungo una salita polverosa fino a una chiesetta – la chiesa dove Madame Bovary andava a confessarsi in primavera e dove uno dei rospi, colpiti dai fulmini del curato Bournisien, faceva acrobazie sul muro del vecchio cimitero.
In questi funerali è esasperante la presenza di tutti i giornalisti con i loro blocchetti di appunti nel cavo della mano per segnare i nomi delle persone e dei luoghi, capiti malamente; e ancora più esasperante è la presenza di questo Laffitte del ‘Voltaire’ che, con 40.000 franchi in tasca segue il cadavere per farci sopra una speculazione. Tra i giornalisti arrivati questa mattina vedo Burty, che è venuto a intrufolarsi in questi funerali come si intrufola in tutte le cose della vita che gli portano qualche vantaggio. E’ perfino riuscito a prendere in mano, per qualche momento una delle nappe del carro funebre, stringendola con uno dei miei guanti neri, che si era fatto prestare.
(…)
Si arriva al cimitero, un cimitero tutto pieno dell’odore dei biancospini e alto sulla città sepolta in un’ombra viola, che le dà l’aspetto di una città di ardesia.
Appena l’acqua benedetta è stata gettata sulla bara, tutta questa gente assetata si precipita sulla città con i volti accesi e ilari. Io, Zola e Daudet, ripartiamo rifiutando di partecipare alla bisboccia, che si prepara questa sera, e ritorniamo parlando pietosamente del morto.
Un particolare che dipinge Daudet: stamattina si era appena seduto sul treno quando Heredia lo vide che si infilava gravemente i guanti neri. Vedendosi guardato, Daudet si mise a ridere: “Di già? la stupisce? Ma vede, il treno mi fa sempre pensare a una gita di piacere, alla gioia delle vacanze… e guanti neri devono ricordarmi dove vado.”


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart