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LETTERATURA: Il platano della mia infanzia

14 Aprile 2022

di Bartolomeo Di Monaco

Quando vi trovate a Lucca davanti alla Porta San Donato, guardate a sinistra. È appena visibile un vecchio lavatoio dove nel dopoguerra le donne, utilizzando l’acqua del piccolo fossato, si recavano a lavare i panni sporchi. Arrivavano portandoli dentro una conca che trascinavano di solito con una carretta dotata di piccole ruote. Lo faceva anche mia madre. Invece è ben visibile il platano che vi sta di fronte. Esso è imponente e armonioso, di una bellezza rara. Nel mondo degli uomini sarebbe stato il più bel principe del mondo. Era così anche negli anni della mia infanzia, allorché in quel luogo mi recavo a giocare con i miei compagni. Del resto, noi uomini invecchiamo in fretta rispetto a certe piante secolari, e i miei anni trascorsi sono un niente per questo platano. Mi domando se, ora che sono vecchio, mi riconosca quando mi fermo a guardarlo dal ponticello che precede la Porta San Donato. Io penso di sì. Anche gli alberi hanno memoria. Sarebbe triste non fosse così! Parliamo alle bestie e si dice che esse ci capiscano e ci ricordino. Perché non dovrebbe essere altrettanto con gli alberi?
In Sardegna ho visto l’ulivo più vecchio d’Europa, dell’età di quattromila anni! Mi domando se sia possibile credere che egli sia stato del tutto indifferente ai tanti avvenimenti accaduti intorno ad esso e soprattutto alle tante mutazioni di civiltà. Se ha occhi, mi sono detto, deve avere anche orecchie per sentire. Forse all’albero manca solo la parola. O forse no, chi può dirlo. Ancora nessuno ne ha fatto studi scientifici. Ci si è fermati agli uccelli e agli animali, poiché essi emettono dalla loro bocca un suono, e quindi – si è pensato – un linguaggio adatto a farsi intendere tra di loro. E una pianta? Non può avere una pianta un suo linguaggio per confrontarsi con le altre sue simili? Ma non voglio dilungarmi oltre, per non rischiare di annoiarvi e voglio invece passare subito alla sostanza della mia favola, che riguarda proprio il platano della mia infanzia.
Dovete sapere che nei primi anni della sua vita, quindi quando né voi e nemmeno il sottoscritto eravamo ancora nati, l’albero fece cose strabilianti, che si sono tramandate, ma solo pochi conoscono, e tra questi chi vi parla.
Anche ora, se lo guardate attentamente, il platano ha alcuni rami che si espongono ad una altezza raggiungibile dalle braccia dell’uomo, ma a quel tempo esso non era così alto e si poteva arrivare addirittura a raggiungere con le mani i primi due o tre parchi di rami. I ragazzi vi salivano sopra per fare le loro birichinate. Stare lassù doveva essere un incanto!
Un giorno successe che nel fervore, sempre agitato e fecondo, dei giochi, un ragazzo appendesse, ad uno dei rami più bassi, una monetina di cioccolata, e quando arrivò la sera e tutti rientrarono nelle loro case, la dimenticasse. La dimenticò poiché nella tasca ne aveva avute altre e quindi non gli era mancato il modo di soddisfare la sua golosità.
Il giorno dopo, lui e i suoi compagni decisero di tornare a giocare intorno al platano. Lì per lì non ci fecero caso, finché uno di loro non scorse la monetina appesa al ramo. Si avvicinò quatto quatto, la staccò e stava per infilarsela in tasca, quando il ragazzo che ve l’aveva appesa la sera prima se ne accorse e subito gridò che quella monetina era sua e l’amico gliela doveva restituire. Litigarono un po’, ma infine il vero proprietario l’ebbe vinta, com’era giusto che fosse, e l’amico gliela restituì. Fu quando la strinse di nuovo nelle sue mani che il ragazzo si accorse che era accaduto qualcosa di straordinario, ossia la monetina non era più di cioccolata ma era diventata una preziosa moneta lucchese: addirittura di oro sonante! Non ci credeva e così la mostrò anche ai compagni i quali non poterono che confermare il prodigio, sicuri che il loro amico la sera prima non poteva che aver appeso al ramo una moneta di cioccolata, visto che ne aveva mangiate un bel po’. E poi come avrebbe mai potuto possedere una moneta d’oro? Siccome anche quel giorno il ragazzo, assai ghiotto, aveva con sé altre monete di cioccolata, i compagni gli suggerirono di appendere quante ne restavano ancora sui rami del platano per verificare se il prodigio si ripetesse. Così fecero e, tornati a casa, non dissero niente ai rispettivi genitori, tenendosi il segreto per sé. Ovviamente la notte nessuno di loro riuscì a dormire e anche a scuola furono molto distratti. Giunti a casa, mangiarono in fretta, fecero i compiti in quattro e quattr’otto e di corsa si recarono sotto il platano pieni di eccitazione. Quando alzarono gli occhi rimasero a bocca aperta. Le monete di cioccolata si erano trasformate anche questa volta in monete d’oro! Se le girarono e rigirarono tra le mani finché non si misero a gridare e a saltare al colmo della felicità.
Questa volta, tornati a casa ciascuno con la propria monetina d’oro avuta in regalo dal compagno, la mostrarono ai propri genitori e raccontarono come era finita nelle loro mani. Ovviamente i genitori non credettero ad una sola parola del loro racconto. Anzi, li sgridarono pensando che qualche cattiva compagnia li avesse condotti sulla strada del male e fossero diventati dei ladruncoli, come tanti ce n’erano a quei tempi. Qualcuno dei ragazzi prese perfino uno scapaccione che lo fece piangere. Ci fu invece un genitore che nella notte si mise a ragionarci su e cominciò a pensare che la storia raccontata dal figlio potesse essere vera. Così il giorno dopo andò con i ragazzi e fece la stessa cosa che vide fare a loro. Appese al ramo una moneta di cioccolata e poi tornò a casa. La moglie lo prese in giro per la sua credulità, ma l’uomo le chiuse la bocca dicendo che a questo mondo se ne vedono di tutti i colori e dunque perché non credere che i ragazzi avessero ragione e che quel platano avesse il dono di regalare monete d’oro?
Ne ebbe felice conferma il giorno dopo, e allora pensò che a questo punto fosse giusto informare anche la città, che fu scossa dalla notizia. Non vi dico ciò che accadde nei giorni successivi. Tutti si recarono sotto il platano e vi attaccarono monete di cioccolato di ogni tipo e dimensione, al punto che i rami erano così fittamente colmi che si piegavano fino a toccare terra.
Non so per quanti anni la città di Lucca godette di questo miracolo regalato dal platano. Non molti, credo. Forse solo pochi anni, ma il tempo sufficiente affinché alcune famiglie risolvessero i loro piccoli problemi e potessero godere un po’ di spensieratezza.
Da piccolo provai anch’io ad appendere ad un suo ramo una moneta di cioccolata, ma non successe nulla, e dunque nessuno di voi vada laggiù a tentare la stessa cosa. La cuccagna finì tanti anni fa, prima che io nascessi e non tornerà mai più. Però, quando vi trovate ad entrare a Lucca da Porta San Donato, non mancate di fare un saluto al maestoso platano (a cui auguro una ancora lunga vita), che ora è soltanto bello e imponente, ma un giorno fu molto generoso con la città.

Il Libro, qui.


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Bart