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LETTERATURA: “Il ventre del pitone” di Enzo BarnabĂ , Editrice EMI

14 Settembre 2010

di Francesco Improta 

Ad Enzo BarnabĂ , autore del libro Il ventre del Pitone (casa editrice EMI), mi legano un’amicizia ventennale, rapporti di colleganza professionale e una lunga militanza politica e culturale; e se le battaglie politiche ci hanno visto spesso delusi e sconfitti – come diceva giustamente Pasolini tanto tempo fa con la preveggenza e la lungimiranza che sono proprie dei grandi artisti ed intellettuali “le bandiere rosse cascano senza vento” – quelle culturali ci hanno dato non poche soddisfazioni e questo ci aiuta ad invecchiare. Passando alla disamina del libro in questione, va detto che si tratta di una novitĂ  assoluta per Enzo BarnabĂ , conosciuto soprattutto come storico acuto, sagace e scru­poloso – penso ai saggi sui Fasci Siciliani e sul Massacro di Agues Mortes – e se è vero che in passato ha scritto due raccolte di racconti pubblicate rispettivamente la prima da Philobiblon con il titolo di Dietro il Sahara, e l’altra da Bollati Boringhieri con il titolo di Sortilegi è la prima volta, però, che si cimenta con un vero e proprio romanzo, dal momento che Il Ventre del Pitone ha tutte le caratteristiche del romanzo, almeno secondo i canoni tradizionali del genere. E non tanto per la lunghezza che non è molto diversa da quella di un racconto lungo, quanto per la complessitĂ  della vicenda, per il ritmo e gli sviluppi narrativi e per la quantitĂ  dei personaggi che gravitano intorno alla protagonista Cunegonda, dal nome bizzarro ed evocativo, che se da un lato ci richiama alla mente il principale personaggio femminile del Candide di Voltaire dall’altro rivela il suo carattere pugnace e volitivo, ed infatti Cunegonda, nome di origine tedesca, vuol dire colei che combatte per difendere la stirpe. Il Ventre del Pitone, che si ispira liberamente alle vicissitudini di Lazarine N’Guessan, a ben guardare è un romanzo di formazione e di viaggio che coniuga il senso dell’avventura con l’analisi psicologica e l’indagine sociale, politica e culturale. Aspetto quest’ul­timo che noi tutti riconosciamo a BarnabĂ  e che ci induce ad affermare che in questo caso siamo in presenza di uno storico prestato alla narrativa. Per quanto riguarda il tema del viaggio il libro potrebbe ricordarci alcuni reportage di viaggio colti e straordinariamente lucidi – per intenderci quelli di Moravia e in particolare di Pasolini che girò a lungo l’Africa per le location di Le Mille e una Notte e di Edipo re e per trovare spunti per Il padre selvaggio e per Un’Orestiade africana di cui ci rimangono interessantissimi appunti. Qui però il punto di osservazione non è esterno ma interno, con tutte le conseguenze e le implicazioni che questo comporta a livello emozionale, culturale e narrativo.

Cunegonda, infatti, non è solo la protagonista della vicenda ma anche l’io narrante e, a trent’anni, decide di raccontare la sua storia, in un lungo flash-back, intrecciando miti, leggende ed esperienze di vita vissuta: dall’appartenenza al popolo degli abigì, composto in origine, secondo la leggenda, solo da donne, alla sua infanzia felice; dalla sua riluttanza nei confronti dello studio alle prime pulsioni sessuali viste e interpretate dai familiari come possessione del maligno per cui viene sottoposta ad esorcismo; dalla disgregazione della sua famiglia con il ripudio della madre da parte del padre che ha già scelto una nuova compagna alle amicizie giovanili; dalla prima delusione amorosa alla decisione di abbandonare l’Africa e trasferirsi in Europa. Inizia a questo punto una vera e propria odissea che la porta, insieme a un occasionale compagno di viaggio, ad attraversare quasi tutta l’Africa nord-occidentale, come risulta dalla cartina geografica che insieme a un indispensabile e puntuale glossario Barnabà colloca alla fine del libro. Cunegonda, infatti, si sposta dalla Costa d’Avorio, al Mali, dalla Guinea al Senegal, dalla Mauritania al Sahara occidentale, dal Marocco alla Tunisia dove finalmente, dopo due anni di violenze, umiliazioni e ricatti di vario genere, riesce a imbarcarsi su una nave diretta in Italia, con il bambino che nel frattempo aveva dato alla luce e che aveva corroborato e non indebolito la sua volontà di trasferirsi in Europa. Sbarca infine a Palermo, realizzando così il suo sogno, ma le tribolazioni non sono certo finite tanto che… e a questo punto mi fermo per non privarvi del piacere della lettura e della scoperta.

Il viaggio di Cunegonda ci catapulta in un mondo bizzarro e meraviglioso, affascinante e crudele, in bilico tra magia e razionalità, tra mythos e logos che a dispetto della colonizzazione prima e della globalizzazione poi è riuscito miracolosamente a sopravvivere, ad autorganizzarsi e a costruirsi un modus vivendi, un’arte di vivere, come dice giustamente nella sua acuta e approfondita prefazione Sergio Latouche, il quale dichiara testualmente che “il mercato colonizza lo stato molto più di quanto lo stato non colonizzi il mercato” per cui anche in Africa tutto viene mercificato e mo­netizzato, tutto viene ricondotto e risolto nella sfera mercantile. Mentre la colonizzazione dell’im­maginario, attraverso i mezzi d’informazione di massa e i ritrovati più sofisticati della tecnologia (giornali, radio, televisione, internet, cellulari e… perché no, i recenti mondiali di calcio), spinge schiere sempre più consistenti di giovani ad abbandonare l’inferno in cui vivono e a dirigersi verso i paradisi artificiali dell’Europa, dove quasi sempre, però, i loro sogni s’infrangono e si dissolvono, prima ancora di mettervi piede.

Il Ventre del Pitone, accanto alle sofferenze e alle difficoltĂ  oggettive di una donna che cerca di sfuggire all’ingrato destino che sembra per lei giĂ  tracciato, ci offre un quadro vivido della realtĂ  africana: miseria, delinquenza, bambini abbandonati per le strade, poliziotti e funzionari corrotti, prostituzione, malattie piĂą o meno letali, ma anche speranza, solidarietĂ  e soprattutto un’inossidabile gioia di vivere che favorisce e fortifica la loro capacitĂ  di resistenza, meglio ancora di resilienza, la capacitĂ , cioè, di affrontare le molteplici avversitĂ  della vita, superarle e uscirne rafforzati o, addirittura, trasformati. Ciò che però mi sembra doveroso sottolineare non è tanto la conoscenza approfondita degli usi, della lingua, delle tradizioni e delle credenze, che fa ormai di BarnabĂ  un attento ed esperto africanista, quanto la capacitĂ  e l’abilitĂ  con cui egli riesce a calarsi nei panni di una donna e ad esplorare un universo, quello femminile, che se è quasi sempre difficile da accostare qui, appartenendo Cunegonda a una civiltĂ  diversa, si presenta oscuro, misterioso e spesso in apparenza inestricabile. NĂ© va taciuta la qualitĂ  della sua scrittura, fluida, duttile e trasparente anche nei momenti piĂą crudi o nelle situazioni piĂą scabrose, una scrittura che ricorre spesso con efficacia alla sapienza tradizionale dei proverbi popolari e a saporite metafore che sprigionano e diffondono tutt’intorno intensi odori tropicali.

A conferma di tutto ciò riporto tre brevi passi:

      Scoprivo così che gli anziani sono i depositari delle conoscenze e che quello che loro riescono a vedere seduti, un giovane non lo vede neanche se si arrampica su un albero. Più tardi, sentii una frase che mi affascinò perché mi parve che la sua bellezza desse ulteriore forza alla verità che conteneva: «Quando muore un vecchio è come se bruciasse un’intera biblioteca».

      Tre giorni dopo consegnavo a Ben i miei certificati di nascita e di nazionalità, necessari al rilascio del passaporto. Aspettando di entrare in possesso del documento, un proverbio venne a martellarmi ripetutamente la mente: «Per quanto tu corra, non riuscirai mai a sorpassare il tuo naso». Sperai con tutte le mie forze che questa volta la saggezza africana non dicesse il vero. Di frequente volgevo infatti lo sguardo dietro le spalle e avevo l’impressione che la mia esistenza, benché gremita di mille avvenimenti, fosse stata brevissima. Sentivo che con il salto che stavo per compiere sarebbe iniziato il lungo percorso della mia vera vita. Confusamente, percepivo forse di non essere
più la ragazzina che ero stata. E a questa crescita – oggi mi appare chiaro – non era estraneo il dolore con cui in quei giorni ero costretta a misurarmi.

      Qua e là, dei cespugli spinosi catturavano i sacchetti di plastica di cui era cosparso il suolo, tramutandoli in sarcastici simulacri di frutti. La calura era soffocante e il paesaggio abbagliante, senza chiaroscuri, cangiante secondo i capricci della sabbia e del vento. Era sorprendente non trovare più quell’umido velo sospeso nell’aria, quella sostanza immateriale che, dalle nostre parti, filtra e attutisce le immagini degli uomini e delle cose, invitandoci a rallentare i ritmi della vita.

Dinanzi a descrizioni del genere mi è sorta spontanea una domanda e se Barnabà fosse un narratore prestato finora alla storiografia e non viceversa?  


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3 Comments

  1. Pingback di Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Il ventre del pitone” di Enzo … — 14 Settembre 2010 @ 14:00

    […] Il seguito di questo articolo: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Il ventre del pitone” di Enzo … […]

  2. Comment di lina — 17 Settembre 2010 @ 18:48

    certamente la formazione storica in connubio con la cultura e le esperienze vissute dallo scrittore, associate alla sensibilitĂ  della persona, che non è poco!, fanno di questo romanzo una finestra aperta su quel che è “il pianeta donna” la condizione femminile uguale sempre e in ogni cultura e circostanza…. in rapporto con il territorio , le culture, gli usi e i costumi….la subalternitĂ  del ruolo e il prezzo che bisogna pagare per essere se stesse! 

  3. Comment di Giorgio — 25 Ottobre 2010 @ 10:17

    Bel libro e bel commento.

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart