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LETTERATURA: INCIPIT: Angelo Marenzana: “Legami di morte”, Flaccovio, 2008

12 Giugno 2008

 A Olga e a Anthony.

“Durante il volo giù dalla finestra
la sua forma si ricompose un istante:
si sarebbe potuto vedere danzare nell’aria
un quadrupede dai lunghi baffi
e l’anteriore destro alzato sembrava imprecare”.
(Il Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa)


 

Primo giorno

 
Il commissario Bendicò uscì dalla penombra del vicolo, quello che accorciava la distanza tra casa sua e il resto del mondo, e riemerse nella luce ingannevole delle quattro del mattino.
Anzi, le quattro e quaranta.
Quando non è più notte e non è ancora l’alba.
Non un alito di vento in strada, e l’atmosfera sembrava stagnare, appesantita da una specie di condensa prodotta da un leggero quanto improvviso sbalzo di temperatura.
Il profilo del commissario sgusciò tra i muri scrostati per finire sotto il riflesso smorto di un lampione appeso a tre metri d’altezza. Primi giorni di maggio. Pensava. Tepore di maggio. Ingannevole pure lui. Come la luce. Come le cose senza senso. E se lo ripeteva nel suo infinito chiacchierare solitario, e muoveva la bocca tenendola chiusa, in un gesto ritmico, un po’ ridicolo, come se stesse masticando una caramella che non c’era.
Svoltò l’angolo tra via Tripoli e via Dante Alighieri, passo veloce e bavero del giaccone tirato sul collo. Era arrivato di fretta, dopo la telefonata del brigadiere Cefalo, quello che faceva il turno di notte insieme al commissario Di Lauro.
Meno di una ventina di minuti prima, al momento del trillo, Bendicò era steso a letto, senza dormire, preda della solita morsa allo stomaco che lo assaliva nelle ore notturne. Soffriva come sempre il peso di una notte che scivolava via unta dallo sconforto. Una notte lenta, resa crudele dalla coscienza assillante del tempo e dalla percezione prepotente del passare dei minuti, uno dopo l’altro.
Una notte troppo uguale a tante, nel corso di quegli ultimi mesi, trascorsa a starsene solo, rincantucciato nell’angolo del letto, a fianco del comodino, con gli occhi socchiusi, storditi da un sonno che non si decideva a dargli quiete.
Accartocciato tra le pieghe del suo dolore.
“Devi porre un limite, una fine, al tuo calvario di angoscia e solitudine, Augusto”.
Le prime ore della notte gli avevano portato pensieri lancinanti, e la sofferenza aveva aperto la strada alla rabbia, e la rabbia all’insonnia, e l’insonnia aveva germogliato altra rabbia e altro dolore, in un gioco di specchi in cui le emozioni riflesse si erano manifestate per un tempo troppo lungo in tremori e contrazioni.
Driiin.
Il primo squillo lo aveva lasciato indifferente. Un suono morbido, senza spigolosità. E nemmeno invadente.
Driiin… driiin.
Aveva lasciato suonare un altro paio di volte il telefono, poi si era messo a sedere sul letto con una certa fatica. Schiena dritta. Un po’ perplesso, pensando che da quando Betti non c’era più, quell’arnese appeso al muro del corridoio non si faceva quasi mai sentire. Giusto ogni tanto per lavoro.
Al quinto driiin si era deciso ad andare a rispondere, passandosi una mano nei capelli e strascicando un passo stanco. Meglio dare subito un nome alla grana che era venuta fuori, aveva pensato. Perché di rogna si trattava sicuramente, altrimenti nessuno lo avrebbe disturbato alle quattro e venti.
“Commissario, c’è il cadavere di una donna in via Dante Alighieri. Al numero 34”.
“Ammazzata?”, chiese Bendicò in modo sbrigativo.
“Forse”.
“Che risposta è forse?”.
“Potrebbe anche essere un incidente”.
“A prima vista cosa vi pare?”.
“Aspettiamo lei, commissario, prima di fare delle ipotesi”.
“E vuoi saperlo da me? Io che c’entro con i morti del turno di notte?”.
“Il commissario Di Lauro ha detto che vuole proprio lei, qui, sul posto”.
Il brigadiere non era andato oltre con le informazioni. E Bendicò aveva abbandonato la mano lungo il fianco, allontanando il viso dalla cornetta. Aveva guardato un paio di volte quel marchingegno nero rigirandolo verso l’alto e stringendolo come si stringe un essere sgradevole.
Poi aveva detto: “Va bene, arrivo”.
L’avvio della giornata, determinato dal normale gesto di scendere dal letto, era sempre il momento più duro per Augusto Bendicò. Poi, preso un certo ritmo iniziale, ogni volta le cose quotidiane si sistemavano da sole, acquistavano piano piano una maggior semplicità.
Si era tirato su l’elastico del pigiama, allargando il pollice prima di una mano e poi dell’altra in un gesto sicuro e abituale.
“Vai pure, brigadiere Cefalo”, aveva detto a voce alta, masticando la frase con uno sbadiglio mentre si stiracchiava in un movimento che incominciava a procurargli qualche fitta alla schiena. “Dieci minuti e sono lì anch’io”.
Al brigadiere Cefalo non era nemmeno passato per l’anticamera del cervello di scusarsi per aver disturbato il suo superiore a un’ora così insolita. E il commissario pensò che forse in questura tutti davano ormai per scontato che lui di notte non dormiva. Forse si capiva dal suo sguardo sempre un po’ appannato e per una sua sempre più marcata incapacità ricettiva alle richieste degli altri.
“Se non cambi registro, al prossimo passo rischi di diventare acido come una vecchia zitella”.
Prima della morte della moglie Betti, il commissario aveva un altro atteggiamento nei confronti del prossimo, un altro modo di fare, si mormorava nei corridoi: non era così assente e scorbutico. Certo, nessuno lo giudicava un santo. Ma di giorno in giorno tendeva a peggiorare, o almeno a esasperare solo i lati più spigolosi e taciturni del suo carattere. I lutti lasciano il segno, dicevano i colleghi alzando le spalle. Sono difficili da mandare giù, soprattutto quando viene a mancare la moglie. E pure bella e giovane.
Ma nessuno si azzardava a toccare l’argomento con lui o in sua presenza. Solo qualche chiacchiera, nulla di più, e sempre con parole di dovuto rispetto. Del resto era pur sempre il commissario. E Bendicò si limitava a scrollarsele di dosso, se parole di troppo gli arrivavano inopportune alle orecchie.
Superato l’incrocio di via Tripoli si incamminò per via Dante, diretto verso il portone spalancato dove da lontano aveva già intravisto un capannello di persone. Si calò il cappello quasi a sprofondarci dentro la testa, giusto per ripararsi dalla sgradevole sensazione di umidità diffusa che si palpava nell’aria di una città che nel corso della sua storia secolare era stata presa d’assedio prima dalle zanzare, poi dal Barbarossa, poi di nuovo dalle zanzare. Nonostante gli ormai mille anni di vita, contro le zanzare nessuno aveva ancora trovato un rimedio, per sbarazzarsene. Quasi a sostenere le tesi di chi diceva che all’umidità e agli insetti ci si deve abituare e basta, quando si vive in un posto chiuso tra due fiumi. Con tutti i suoi pro e i suoi contro.
Quello che non era riuscito con le zanzare, aveva avuto invece un esito positivo con i nemici del tempo. Infatti la città era stata salvata alla fine del 1200 dalle voglie di conquista dell’imperatore di Germania dal povero Gagliaudo, un contadino dalle scarpe grosse e dal cervello fino che, per farla in barba ai tedeschi, aveva rimpinzato una mucca di tutto il grano rimasto in città. Fatto questo, aveva spedito la bestia a razzolare fuori dalle mura. Alla faccia degli assedianti che, trovando tutto quel ben di Dio nelle budella del bovino macellato, erano caduti nella trappola tesa dal furbo villano e avevano deciso di cambiare aria. E di lasciare in pace gente che probabilmente poteva reggere l’assedio per un tempo infinito, se aveva dei granai così ben riforniti da riempire la pancia di una vacca alla stregua di quella dei signori locali.
Qualcuno degli assediati crollò per la fame, ma nessuno subì l’onta di morire infilzato dalle armi del nemico.
“Chissà se anche oggi un contadino dalle scarpe grosse e dal cervello sveglio riuscirà a fare fesso quell’altro bel tipo in Germania… sembra che muoia dalla voglia di conquistare il mondo”.
Il commissario lasciò da parte il vortice di chiacchiere che si agitava nella sua testa quando vide il collega Carmelo Di Lauro.
Parlare con Betti mi rinfresca la memoria, si diceva da solo, per darsi forza, ogni volta che la voce della moglie gli riecheggiava dentro con una travolgente limpidezza. Ed è solo nella memoria che trovo un senso alla vita, ripeteva. Anche se i suoi ricordi spesso affondavano dentro una pozza d’acqua scura per riemergere torbidi, impastati. E lui, con cautela e dolcezza, provava a ripulirli da ogni impurità. Per distinguere quelli cupi, sporchi, dagli altri più cristallini. Più eleganti e gioiosi.
Si avvicinò subito al collega, come se nulla stesse succedendo nella sua testa.
“Che storia è questa di una donna morta?”.
“Ciao Augusto”, fece Di Lauro con una voce massiccia quanto il resto del corpo. Nel gruppo di persone era l’unico a tenere il soprabito aperto mettendo in mostra una pancia voluminosa che tirava sotto una camicia bianca spiegazzata. “Stammi a sentire, questa brutta storia non ci voleva, non adesso”.
“Non c’è un giorno migliore di un altro per trovare una donna morta dentro un portone di via Dante”. 

SCHEDA DEL ROMANZO
Autore: Angelo Marenzana
Titolo: Legami di morte
Editore: Dario Flaccovio
Pagine: 132
Prezzo: 13,00 euro
Isbn: 978-88-7758-8159

CONTENUTO: Alessandria, maggio 1936. Mentre l’Italia aspetta lo storico discorso in cui Mussolini proclamerà l’Impero, il commissario Augusto Bendicò, ancora scosso dalla recente morte della moglie Betti, indaga sull’omicidio della cantante Dora Laniero. Muore anche un’altra donna, Matilde Carbone, sorella di un noto banchiere. Ci sarà un legame tra i due misteriosi casi?
Grazie all’aiuto del medico legale Silvera, il commissario farà luce su queste vicende in un’epoca in cui la morte violenta disturba l’ordine e la disciplina imposti dal regime. Tanto che Bendicò, per fare emergere la verità, dovrà fare i conti con i tentativi d’insabbiamento dell’Ufficio politico investigativo.

AUTORE: Angelo Marenzana, nato ad Alessandria nel 1954, ha pubblicato vari racconti su riviste e antologie. Tra queste, Giallo Mondadori, M La rivista del Mistero, “Omissis” (Einaudi, 2007), “La legge dei figli. Antologia per i sessant’anni della costituzione” (Meridiano Zero, 2007). Nel 2005 ha pubblicato il romanzo “Tre fili di perle” (Mobydick) e nel 2006 la raccolta di racconti “Bel suol d’amore” (Edizioni dell’Orso). Per la casa editrice Robin ha curato l’antologia “Borsalino, un diavolo per cappello” e ha pubblicato il romanzo “Destinazione Avallon”.

 

 


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1 commento

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Bart