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LETTERATURA: INCIPIT: Daniele Vecchiotti: “Il cosmo secondo Agnetha”, Las Vegas edizioni, 2008

28 Giugno 2008

1

Ditelo a Marisa

«Cosa vi sembra, Danielita: secondo Voi ci sta?»
Niente da fare. Clodette insegue tra gli scaffali di cibo preconfezionato un ragazzotto carino carino, probabilmente appena uscito dai teen, carnagione olivastra lampadato nature, capello corto al limite del rasato, muscolo sexy, tutte le carte in regola insomma, e io mi sento disarmato. Non ho speranze: per quanto potrò sforzarmi, non mi libererò mai di tutto questo. Passerò il resto della mia vita così, a correre dietro ai pantaloni aderenti del fighetto di turno, riempiendomi carrello e frigo di tonno, fagioli e yogurtini sapori misti che poi non mangerò, inscatolato in questa inguaribile malattia di venire a rimorchiare al supermercato.
Ho cercato in mille modi di avere altre storie da raccontare, smettendola di essere un semplice luogo comune, ma non è possibile, non ci si riesce, sono schiavo volontario di una scelta che, mio malgrado, mi trasforma in un cliché, in un target del mercato erotico, che mi fa obbedire a istinti precotti, impedendomi di diventare qualcosa di più che un semplice gusto sessuale, appiccicandomi sulla fronte un’etichetta a marchio registrato, GAY®, la cui data di scadenza pretenderebbe di coincidere con quella del mio funerale.
Così, alla resa dei conti, deluso da me stesso, di nuovo vado dietro ai capricci di Clodette, e accosto il carrello a quello del bellimbusto, sorridendo al suo sorriso. Cogliendo al volo l’ennesima occasione per dimostrarmi omosessuale di successo, perdo un’altra buona opportunità di essere un uomo e basta.
Però giuro che è l’ultima volta. Non passerò il resto della mia vita così, a pedinare un uomo mentre pedina il bonzo del giorno tra le file di un cinema a luci rosse, nella toilette di una discoteca di tendenza, o tra gli scaffali dell’hard discount consigliato dalla guida ai migliori luoghi di rimorchiaggio omosessuale. L’ho fatto per un bel po’, d’accordo, mi sono guadagnato la mia bella fama da “uno di quelli” e un’amica col pelo sul petto che mi chiama Danielita, ma adesso basta. L’ho smessa del tutto con quella roba, con le dinamiche del corteggiamento tra maschi, con le canzoni di Mina e della Carrà, le vacanze in Grecia, i film a tematica obbligata; con tutti quei preconfezionamenti da target del mercato erotico che liberano una persona dal suo ghetto sociale solo per infilarla in una nicchia di mercato. Sei anni dedicati alla bassa letteratura omosessuale sono più che sufficienti, specie considerando che io omosessuale non lo sono mai stato, né mi è mai riuscito di esserlo. Era un mestiere, uno come tanti altri, scrittore di libretti pornografici per soli uomini, ci ho messo tutto l’impegno dovuto a chi mi pagava le fatture, dal punto di vista contrattuale nessuno può recriminare nulla, ho fatto del mio meglio, ma adesso basta, non me la sento più. Senza offesa, per carità, ma mi sono un po’ rotto di essere preso per un finocchio pure io. Non mi interessa più, grazie mille, grazie di tutto, ma io lascio.
Finocchi sarete voi. 

Cosa vuol dire essere finocchi? Quale mistero si nasconde dietro quella parola così voluminosa e impegnativa, che a suo modo è persino musicale, omosessualità? Essere “gay” significa semplicemente avere un istinto e assecondarlo oppure questo non basta, è anche necessario conformarsi a uno stile di vita, tipo trascorrere ogni sabato sera in una discoteca fashion, le domeniche pomeriggio in sauna, gli infrasettimanali in palestra, le pause pranzo in giro per shopping o dall’estetista, il tutto cercando di conservare al massimo la propria virilità e aspettando il giorno in cui il principe azzurro farà la sua comparsa a cavallo di un bianco stallone? Vuol davvero dire qualcosa, la parola omosessuale, o forse non significa più nulla, è vuota, vecchia, passata di moda, un concentrato di luoghi comuni sorpassati, un’associazione di idee che non ha più motivo di esistere? E soprattutto: come si fa a diventare froci?
Mi ponevo domande di questo tenore mentre me ne stavo lì, un po’ inebetito davanti alla pagina elettronica; dovevo scrivere una storia di amore fra uomini, una storia di sesso, mi ero preso un impegno con una rivista porno gay, VM – Vero Maschio, per tre racconti da consegnarsi entro quindici giorni, e solo adesso mi veniva in mente che non avevo la minima idea di quale fosse il compito assegnatomi. Ok… non che ignorassi completamente tutto, ero già ben più che maggiorenne, suppergiù sapevo come si comportano due uomini che finiscono a letto insieme, conoscevo il significato dell’espressione “rapporto anale”, e anche se così non fosse stato i fotoromanzi pubblicati dalla rivista che mi aveva appena affidato il lavoro sarebbero riusciti a rendere l’idea, ma non era questo il punto. Il mio problema era che sul tema “omosessualità” ero totalmente inesperto, vergine in ogni senso. Non ne sapevo nulla, insomma. Ero arrivato a quella rivista per caso, solo perché avevo bisogno di lavorare, accettando un’offerta come lo fanno tutte le sgualdrine di carriera, le vere professioniste: senza guardare in faccia il mio cliente, prendendo l’incarico per quello che era, una prestazione a pagamento al pari di qualsiasi altra. Semplicemente stavo passando da un tipo di pornografia a un altro.
La mia carriera di pornografo infatti non iniziava allora, era cominciata molto prima, ai tempi dell’università, e sotto perspicace indicazione della Signora Lina, mia madre. Era una donna molto in gamba, intelligente. Passava le giornate su romanzi rosa di ottava categoria, cose tipo Un amore tradito, Il coraggio di amare, Addio e ritorno, ma il passatempo più gradito erano quei settimanali femminili dove le lettrici si confessano raccontando le loro storie vere di vita vissuta. L’ho detto: era una che sapeva il fatto suo. Una sera si presentò in camera mia sorridendomi, col fare di chi sa importi la propria decisione convincendoti che ti sta facendo un favore enorme mi mise sotto gli occhi uno di quei rotocalchi, La vita giorno per giorno, e tirando fuori dall’armadio a muro la vecchia macchina da scrivere arancione da lei stessa regalatami per il Natale di quindici anni addietro mi disse che insomma, lo sapevano tutti: quelle storie vere sono vere solo nella fantasia dei loro autori, autentici professionisti della menzogna, altro che segretarie di provincia!, e io a scuola ero sempre stato così bravo a scrivere, la professoressa Tomini del liceo gliel’aveva detto già tempo prima, (“Suo figlio ha Il Dono, Signora, il talento innato di saper scrivere bene, un’abilità che non si insegna e non si impara, nasce con le persone, e solo con pochissime di loro”), e allora perché non provare a sfruttare le mie doti? La Tomini era stata chiara: avrei potuto costruirmi una carriera. Fu proprio sforzandosi di seguire le indicazioni dell’insegnante che acconsentì, contro ogni sua precedente aspettativa, a farmi iscrivere alla facoltà di Lettere moderne. Fosse stato per lei avrebbe preferito “qualcosa di più costruttivo per il mio futuro”, me lo ripeteva quasi ogni mattina mentre preparavo i libri per le lezioni, ma aveva deciso di “lasciarmi fare di testa mia”… Non ci fosse stata la Tomini con le sue profezie sicuramente oggi sarei studente fuori corso di Scienze economiche.
Da quando aveva visto il libretto universitario con su scritto “Lettere” – completamente senza sbocchi lavorativi, come le ricordavano di continuo le sue amiche madri di futuri avvocati e ingegneri – si era messa ad agitarsi nervosamente nell’ansia che rimanessi suo mantenuto a vita, così ogni occasione era buona per inventarsi una strada qualunque al fine di darmi un reddito, rivistine rosa comprese. Aveva l’incubo di vedermi far la fine di mio padre, operaio di fabbrica per cinque turni alla settimana e factotum edile in nero per conto di imprese fai-da-te nelle sei ore della giornata rimanenti.
Fin da bambino avevo dato segno di assomigliare molto più a lui che a lei, timidino, chiuso, con mai niente da dire, né nessuna opinione da esprimere, incapace di fare qualcosa di diverso dal rimanere a guardare ciò che mi accadeva attorno senza intervenire in prima persona. Tutti i ricordi che ho della mia vita in famiglia hanno mamma in primo piano, e papà solo dietro, fuori fuoco, immobile di suo, fermissimo comunque, indipendentemente dalle istruzioni di chi scattava la foto, a suo agio incastonato nello sfondo insieme al mobilio.
Forse si sono sposati per questo: a mamma serviva un uomo come lui, uno che già di sua inclinazione fosse portato ad aver poco da dire, e che quindi le lasciasse tutto il tempo per parlare a raffica senza provare istinti omicidi. Le ci voleva un mite, qualcuno che è partecipe proprio in quanto non dice nulla, lascia dire, e si adatta con predisposizione naturale alle situazioni circostanti. Non riesco a pensare a nessun altro tipo di maschio, per lei, ha trovato proprio quello giusto, sebbene se ne lamenti di continuo. Questo comunque non fa testo: mamma si lamenta sempre di tutto, e non vedo perché la posizione socioeconomica di papà dovrebbe fare eccezione. Qualche volta si vergogna anche un po’, di andare in giro con uno come lui: un marito imprenditore, alto dirigente d’azienda, conte, barone o astronauta l’avrebbe fatta sentire più come sarebbe piaciuto a lei, più moglie, più signora, più donna. Dunque mi cuciva addosso le sue ambizioni, e, visto che lei non era riuscita a somigliare a nessuna eroina rosa, si fece venire questa pessima idea di trasformare me nel loro burattinaio. Considerato che lei aveva ceduto alle inclinazioni di suo figlio, lui le avrebbe almeno reso giustizia utilizzando il talento letterario per vendicare i sogni delusi, sarebbe entrato nel blasonato mondo del Lieto Fine direttamente dalla porta principale: quella degli autori. Fantasticava di vedermi un giorno ricco e realizzato al pari di quegli scribacchini nascosti dietro alle autrici di best seller sentimentali, donne dal cognome altisonante, nobile, e doppio come la loro identità, Rita Travagli Bemolli, Clara Cresta Cavalloni, grandi romanziere fantasma sotto il cui lenzuolo si cela generalmente un uomo innamorato solo delle fatture emesse alla fine di ogni capolavoro.
Fu entusiasta quando il pomeriggio successivo andai da lei con la mia prima opera, Amore e whisky, appassionata cronaca-verità di una casalinga tutta detersivi e tivù che era riuscita a vincere il piattume della sua vita nazional-popolare ubriacando di passione il re dell’industria dello scotch. Quella storia le piacque davvero parecchio, la spedì subito al La vita giorno per giorno, presso le Edizioni StorieVere, e quando dal responsabile redazionale arrivò la lettera di accettazione con un simbolico assegno circolare di una cifra ridicola a compensare il lavoro, lei si esaltò all’inverosimile, disse che non c’era dubbio: come scrittrice avevo un futuro. Sempre mascherando i suoi diktat da ansia di disoccupazione come orgoglio per i miei talenti, mi stette addosso perché non perdessi il treno di quel primo successo e andassi avanti nella carriera appena intrapresa. Nacquero così parecchie altre storie vere, Un sogno a due piazze, Faccia da baci, o Luna innamorata, tanto per citare i primi che mi vengono in mente, tutti accettati d’emblée dall’editore, pubblicati a tempo breve su La vita giorno per giorno nella rubrica “Le nostre amiche raccontano” e retribuiti con altrettanti circolari dell’importo di una paghetta settimanale. Non era granché, d’accordo, ma non avevo motivo di lamentarmi, soprattutto considerato l’esiguo sforzo che scrivere quel nulla mi costava: in tre quarti d’ora scarsi riuscivo a trasformarmi senza fatica in una donna ogni volta diversa, una donna con una storia da raccontare, una confessione da sputar fuori, un amore a lieto fine di cui non vergognarsi.
Ovviamente il vero autore del racconto non veniva mai segnalato sulla rivista, un redattore si preoccupava di far firmare il tutto a una fantomatica lettrice creata aprendo a caso l’elenco del telefono in due punti e combinando il nome di un’abbonata col cognome di un’altra, ma io non mi sentivo particolarmente offeso da quel ladrocinio di paternità letteraria, anche perché, come venni a scoprire più tardi, gli assegnini inviatimi con sorprendente puntualità non venivano emessi a retribuzione delle mie buone capacità creative – nessun editore sborsa denaro ad aspiranti scribacchini investendo su di loro per incoraggiarli a crescere – quanto a pagamento del mio silenzio e della mia connivenza. A me andava bene così, non ci tenevo particolarmente a vedermi riconosciuto coram populo come il responsabile di quella robaccia, continuare a scriverla e a ricavarne del denaro – per poco che fosse – senza avere nulla da spartire con essa mi sembrava un giusto compromesso fra le mie aspettative e le reali possibilità.
Dopo quattro cinque mesi di questo scambio di posta però arrivò anche una telefonata, mi si chiedeva se ero interessato ad avere un incontro col responsabile editoriale per discutere una possibile collaborazione su più ampio raggio. Non fosse stata mia madre ad alzare la cornetta avrei ringraziato per il pensiero ma risposto che no, non ero interessato, invece andò di sfiga, quando lei mi passò l’apparecchio lo fece col suo solito sorriso imbastito ad hoc per uccidere in me qualunque tentazione di deluderla. Aveva già deciso che quel treno non l’avrei perso, infatti andò lei stessa a comprare il biglietto, e il giorno fissato per l’appuntamento mi accompagnò alla stazione con la macchina e con un’ora e mezza di anticipo.
Nell’attesa si sdilinquì in lunghe lezioni su come comportarsi a un colloquio, quando avrei dovuto mostrarmi deferente e quando invece sarebbe stato utile puntare sulle ottime capacità di scrittore dimostrate ostentando sicurezza in me stesso, come ascoltare in silenzio le proposte che mi sarebbero state fatte e come capire quando sarebbe arrivato il momento di rilanciare perché di certo stavano offrendo meno di quanto avrebbero potuto e cose del genere. In un momento di mal sopportazione non più contenuta le chiesi con violenza perché non ci veniva anche lei, così almeno avrebbe potuto parlare al mio posto, ma cambiai al volo argomento: la conoscevo troppo bene per non sapere che stava aspettando solo una provocazione simile per correre a fare un secondo biglietto. 

La sede della casa editrice era assai differente da ciò che mia madre si sarebbe aspettata, nessun grande palazzo a specchi con piante grasse, portinaio e un numero di ascensori variabile da quattro a sei, nessuna targa dorata fuori dalla porta, niente parquet sul pavimento né squilli continui di telefoni impazziti. Le Edizioni StorieVere avevano il loro cuore in una bottega sulla strada adibita a ufficio, soppalcata per sfruttare tutti gli spazi. Pile di riviste parcheggiate da tutte le parti – resi, con ogni probabilità – e, in mezzo a questa valanga di carta, cinque scrivanie piene di fogli sparsi e casino vario. Telefoni muti, salvo la chiamata della moglie di uno dei redattori. Il Direttore Responsabile (che su La vita giorno per giorno si firmava Esther Cherubino ma che in realtà si chiamava Ernesto Putto) mi fece accomodare su una sedia presa in prestito a un collega uscito poco prima per andare in tipografia, estrasse una Muratti dal pacchetto appoggiato sulla scrivania, si aprì davanti l’ultimo numero del settimanale, alla pagina del racconto Una donna si conquista con un fiore, di Lorena Mastrangelo, alias me. Mi sputò in faccia un’invadente nuvola di fumo passivo, e cominciò a parlarmi:
«I tuoi racconti mi piacciono, sono sempre molto precisi ed efficaci. Sei bravo a scrivere.»
Non sapevo cosa dire, quindi me ne stetti zitto, continuai a fissare il piano della scrivania incasinato di fogli dattiloscritti e lasciai che lui proseguisse da solo.
«Hai mai pensato di farlo per mestiere?»
La risposta a quella domanda invece ce l’avevo precisa: “Sì, ci ho pensato, e dopo averci pensato ho scartato l’idea senza il minimo dubbio”, però continuai a non dire nulla, impaurito, imbarazzato, con la voce di mia madre a battere in testa come un suggeritore di parole giuste da dire, e più lei suggeriva più io diventavo rigido, avvolto su me stesso, tacevo, senza riuscire ad alzare gli occhi dall’edizione tascabile de I miserabili che spuntava tra le carte confuse appoggiate davanti al mio interlocutore.
«Sei bravino a scrivere d’amore, sembri saperci nuotare con disinvoltura, in quella melassa.»
Soffrivo, friggevo, non riuscivo a guardare in faccia quell’uomo convinto di farmi dei grandi complimenti quando invece dal mio punto di vista mi stava aggredendo con parole che non desideravo sentire. Volevo solo uscire da lì.
«Come te la cavi con l’inglese?»
Bene, purtroppo. Non sapevo dove quella domanda volesse portarmi però intuivo che sarebbe stato un approdo poco piacevole. Ma come altrimenti potevo rispondere? Finito il liceo avevo passato quattro mesi in Inghilterra (la professoressa Bulgari si era tanto raccomandata con mia madre, «lo faccia proseguire, lo mandi all’estero, ché è molto portato, e poi l’inglese gioca un ruolo fondamentale per la carriera professionale», così come premio per il mio diploma avevo ricevuto un fantastico obbligo a passare l’estate a Londra – lavorando per mantenermi e farmi uomo indipendente, ovviamente), perfezionando il mio già ottimo rapporto con la lingua grazie a un posto di commesso in un soap-shop. Sebbene mi rendessi conto che fosse la strada migliore per non ritrovarmi inguaiato, mentire mi riusciva impossibile, era come se davvero la Signora Lina fosse salita su quel treno con me, e adesso se ne stesse lì dietro, appoggiata alla scrivania, e osservasse la scena da fuori pronta a entrare e mangiarmi in testa se avessi negato i suoi sacrifici per mandarmi a studiare all’estero.
Così risposi, non solo evitando di tenere un basso profilo, ma addirittura esagerando:
«Direi che me la cavo molto bene. Ho vissuto parecchio tempo a Londra.»
Splendido. Chiuse la rivista e raccolse dallo scaffale un gruppo di libri buttandoli sulla scrivania e mostrandomeli. Golden Hearts – Indimenticabili Storie d’Amore. Poi spiegò.
«Questa è la nostra pubblicazione di punta, la collana di romanzi rosa distribuita nelle edicole di tutta Italia, un’uscita ogni due settimane, circa duemila copie di tiratura. Riesce difficile crederlo ma ancora oggi ci sono eserciti di casalinghe, impiegate e colf filippine che impazziscono per queste favolette vomitevoli.»
Considerato il distacco sine nobilitate con cui parlava delle colf, mi venne da chiedermi quale mestiere facesse la moglie di Ernesto Putto, in caso ne avesse una, ma evitai di girargli la domanda. Poi pensai che chissà quante di quelle donne di servizio filippine compravano i romanzetti da edicola per conto delle loro contesse e marchese, ma di nuovo lasciai perdere le obiezioni e me ne rimasi semplicemente in ascolto.
«Questi romanzi li acquistiamo dagli Stati Uniti, abbiamo i diritti esclusivi della Dreamers Collection, seconda nel mondo per importanza tra le case editrici di libri al femminile (la supera solo Love Potions, una collana USA che ha qui in Italia una sua edizione nazionale). Ce li vendono a lotti, non hai idea di quanta narrativa sentimentale si produca in America: noi soli acquistiamo e pubblichiamo più di trecento titoli all’anno, suddivisi su dieci collane.»
Ancora appoggiato alla scrivania alle mie spalle, il fantasma di mamma sorrideva soddisfatto. Io mi sentivo mancare l’aria.
«Allora, che ne dici? Sei pronto per entrare nella rosa dei nostri traduttori? Potrai lavorare da casa, negli orari che preferirai, secondo i tuoi ritmi. I tempi di consegna che richiediamo per un romanzo sono piuttosto comodi, lo vedrai, e mettendoci un po’ di impegno si possono raggiungere degli ottimi fatturati. Sei giovane, giovanissimo direi, potresti anche avere un bel futuro davanti a te.»
Sapevo che si sbagliava, anzi no, che mi mentiva sapendo di farlo, era palese, eppure accettai, lo lasciai stringermi la mano complimentandosi con me e gli permisi di consegnarmi il “vademecum del traduttore”, dieci pagine stampate al computer con tutte le regole da rispettare per non vedersi rifiutata una traduzione. Il fantasma della Signora Lina si mosse dall’angolino in cui era rimasto fino ad allora e venne ad abbracciarmi, si congratulava di cuore per l’enorme traguardo già raggiunto alla mia età. Ero perfettamente conscio di trovarmi in una trappola, e di esserci entrato dentro con entrambi i piedi nonostante l’avessi vista e riconosciuta già da molto lontano.
Ecco, io mi sono spento allora, ventunenne, accontentandomi di quanto mi stava succedendo addosso senza esigere da me stesso niente di più, lasciandomi sprofondare nella rassegnazione prematura per evitare sforzi di risalita, mettendomi a sedere tra le dita del destino senza prima provare a prenderlo in pugno. In quella che con un luogo comune è considerata come l’età delle belle speranze, io giocai d’anticipo, mi arresi preventivamente, come a voler bruciare sul tempo la delusione a venire. 

SCHEDA LIBRO
Titolo: Il cosmo secondo Agnetha
Autore: Daniele Vecchiotti
Collana: i jackpot
Uscita: giugno 2008
Pagine: 304
Prezzo: 12 €
Isbn: 978-88-95744-05-6 

CONTENUTO
Un ventenne con un unico problema: l’impossibilità di opporsi alle aspettative degli altri e agli eventi che bussano alla sua porta. Una madre fermamente intenzionata a trasformarlo in una scrittrice di romanzi rosa. Un direttore editoriale di libri pornografici gay convinto che il denaro non abbia preferenze di genere. Un amico-cicerone secondo il quale “siamo tutti bisessuali, omosessuali a parte”. E, a sparger pepe su questo mondo al maschile, la seducente femminilità delle ballerine di lap dance nello strip bar sotto casa.
Un viaggio panoramico nel sesso e nelle sue possibili varianti, dedicato a chi ha la sensazione di vivere la vita di un perfetto estraneo.
Che cosa c’entra in tutto questo Agnetha Fältskog?
Beh, di questi tempi tutto può tornare utile. Anche gli Abba. 

AUTORE
Daniele Vecchiotti è nato a Genova nel 1974. Ha pubblicato due racconti nell’antologia “Men on men 4” (Mondadori, 2005). Il suo sito è all’indirizzo www.danielevecchiotti.it. “Il cosmo secondo Agnetha” è il suo romanzo d’esordio.

 

 


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Bart