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LETTERATURA: INCIPIT: Roberto Valentini: “Scimpru”, Flaccovio, 2008

16 Luglio 2008

In medias res

Era quasi l’alba e dagli scuri il buio filtrava meno fitto. Rispetto a tre ore prima, quando erano entrati tenendo suo padre per i capelli con la pistola puntata alla testa, la ragazza aveva paura. Non era il dolore delle botte, dei calci, delle mani legate dietro la schiena, del nastro da pacchi sulla bocca, ma il timore che tutto potesse precipitare da un momento all’altro. Subito era sembrato che avessero la situazione sotto controllo, davano ordini precisi, si muovevano sicuri, poi si erano intestarditi con la storia della cassaforte e avevano iniziato a perdere tempo, come se non sapessero bene cosa fare. E quando uno non sa cosa fare, spesso fa la cosa sbagliata.
Erano tre, mascherati con calze di nylon. Il capo era piccolo, vestito di nero, con un fisico tarchiato. Si esprimeva con cenni della testa e i complici eseguivano. Erano grandi e grossi, con jeans e maglioni da due soldi. Il più alto sotto la calza lasciava intravedere una barba folta, puzzava di sudore e faceva lo sbruffone con volgarità rivolte alla donna e alla ragazza. L’altro aveva un tatuaggio sul collo, una specie di svastica con sopra un’aquila.
Li tenevano in cucina, seduti in terra accanto alla poltrona. A un tratto l’uomo con il tatuaggio perse la pazienza e colpì il padre con un pugno, poi gli infilò la canna della pistola in bocca gridando in un italiano stentato: «Dire dove cassaforte!».
La madre riuscì a liberare le labbra dal nastro e urlò. Indossava una vestaglia trasparente e il suo corpo bianco tremava per il freddo e la paura. L’uomo le diede un calcio nello stomaco, la donna cadde come un sacco senza più muoversi.
Con un cenno, il capo gli ordinò di trascinarla nella piccola stireria accanto alla cucina, assieme alla figlia. Da lì, per un tempo che le parve infinito, la ragazza sentì le grida di suo padre intervallarsi al rumore di piatti che si rompevano, pentole che cadevano, bottiglie che esplodevano. Dopo qualche minuto pensò di essersi addormentata e che quello fosse solo un incubo dal quale presto si sarebbe svegliata per andare a scuola come tutte le mattine. Quando riprese coscienza capì invece di essere ancora nella stireria assieme a sua madre che rantolava.
All’improvviso la porta si spalancò e un fascio di luce le fece socchiudere gli occhi gonfi di lacrime. L’uomo con il tatuaggio la afferrò per un braccio e la trascinò in cucina, dove suo padre giaceva prono con le mani legate dietro la schiena, la faccia ridotta a un grumo di sangue. La ragazza iniziò a piagnucolare. Avevano già preso i soldi, gli orologi, i gioielli, tutto buttato in una sacca da tennis blu, ma quel che volevano era nella cassaforte e suo padre ripeteva che non c’era nessuna cassaforte.
La ragazza non capiva perché negasse: se l’avesse aperta, i rapinatori avrebbero preso i soldi e se ne sarebbero andati senza fare male a nessuno. Lo avevano detto anche al telegiornale che al Nord agivano bande di slavi che assaltavano le ville, ma fino a quel momento non c’erano stati incidenti gravi perché una volta arraffato il bottino i banditi se ne andavano.
Il capo, forse intuendo i suoi pensieri, fece un cenno e il complice con la barba le strappò il nastro dalla bocca. La ragazza con gli occhi indicò l’affettatrice rossa di cui suo padre era tanto fiero. «Dietro c’è un pulsante», disse con un filo di voce.
Il capo la guardò con soddisfazione, ma nei suoi occhi c’era qualcosa di brutto. Si avvicinò alla Berkel, tastò dietro, trovò il pulsante e lo premette. Un pannello di piastrelle mimetizzato nella parete si aprì con un movimento idraulico e l’uomo iniziò a buttare fuori dalla cassaforte denaro, carte, documenti, oggetti che poi i suoi complici sceglievano e infilavano nella sacca. Finalmente trovò una scatolina di velluto nero e sotto la maschera un sorriso gli illuminò il volto. L’aprì, prese il contenuto e lo infilò in tasca.
Udendo la voce della figlia, il padre rialzò la testa. «Lasciatela stare», disse con quel che rimaneva del suo orgoglio. «È solo una bambina».
Il capo gli si avvicinò e gli diede un calcio sulla tempia con una violenza tale che l’uomo svenne.
«Scimpru», grugnì.
Poi si diresse a passi rapidi verso la stireria, estrasse un revolver e senza un attimo di esitazione sparò due colpi alla donna esanime, che sussultò senza un gemito.
Al rumore degli spari, il cuore della ragazza si bloccò nel silenzio della stanza invasa dall’odore di cordite. Riprese a batterle all’impazzata quando l’uomo le apparve davanti con l’arma in mano, senza più la calza a mascherargli la faccia.
Aveva un viso asimmetrico, con gli zigomi marcati e la fronte alta, coperta da una frangia di capelli corvini. Gli occhi erano due pozzi instabili che non si lasciavano afferrare e il suo odore aveva qualcosa di selvatico che le si insinuò dentro, impedendole di gridare forte come avrebbe voluto. 

1 

Alfred Rento osservava le statue di marmo nel giardino della villa sulle colline di Scandiano. Riconobbe subito la Venere di Milo e il Discobolo di Mirone, copie perfette degli originali greci, mentre gli ci volle uno sforzo di memoria per Amore e Psiche di Canova. Oltre la cancellata di ferro battuto, nella limpida mattina di novembre, la pianura padana si allungava grigia fino alle Alpi, le cui cime spruzzate di neve facevano pensare a un mondo migliore.
“Perché quelli che hanno i soldi non hanno anche buon gusto?”, pensò incamminandosi verso la villa, una palazzina di fine Ottocento restaurata con sfarzo eccessivo.
«Belle le statue, eh dottore?».
Rento guardò di traverso l’agente Salvatore Pizzato, che gli era andato incontro troppo allegro.
«Come sta la donna?», domandò.
«L’hanno operata, sembra che un proiettile le sia passato a un centimetro dal cuore. Se tutto va bene ci vorranno un paio di settimane prima di poterla interrogare».
«Quelli della scientifica hanno finito?».
«Non ancora, ma possiamo entrare, basta che indossiamo i calzari protettivi. La avviso che non sarà un bello spettacolo».
Pizzato sapeva che l’ispettore era impressionabile. Un paio di mesi prima lo aveva visto impallidire davanti al cadavere di un ragazzino di quattordici anni assassinato nei bagni della scuola. Un compagno di classe gli aveva tranciato la giugulare con un coltellino, accusandolo di avergli rubato un i-pod. Il sangue era schizzato ovunque sulle piastrelle bianche e il volto pallido del ragazzo aveva assunto l’espressione sorpresa di chi muore per niente. Alla fine l’ i -pod lo aveva rubato un altro alunno, che preso dal rimorso aveva confessato. Certo non era il massimo per un poliziotto rischiare lo svenimento sulla scena del delitto e sapeva che in questura molti gli ridevano dietro per questo, ma non poteva farci niente.
Rento e Pizzato stavano per entrare nella cucina quando il cellulare dell’ispettore squillò. Riconobbe sul display il numero del questore Nasi ed ebbe l’impulso di non rispondere, lo lasciò suonare cinque o sei volte sperando smettesse da solo, infine premette il tasto verde.
«Comandi, eccellenza». Anche se era un titolo ormai desueto, tutta la questura e i commissariati di zona si rivolgevano al dottor Paolo Nasi chiamandolo eccellenza. Era un uomo oltre i sessanta che non nascondeva le sue simpatie di destra, una moralità forte e un senso del dovere assoluto.
«Rento, è tutto vero?».
«Purtroppo sì, eccellenza».
Nel silenzio che seguì, lo spazio fisico che li separava assunse una dimensione interiore.
«Mi conferma che la vittima è Luigi Lugli, il costruttore?».
«Sì. Anche la figlia è stata assassinata. La moglie per fortuna è viva e forse si salverà».
Ancora silenzio, questa volta più freddo dell’aria che gelava il respiro.
«Queste cose non possono succedere qui, in Emilia!».
«Ha ragione, eccellenza. Però anche da noi…».
«Non dica niente e trovi quei criminali!», ordinò il questore, interrompendo la conversazione.
Rento sentì la rabbia montargli dentro come una marea, mentre fissava il display del telefonino riposizionarsi sull’immagine della baia di San Francisco.
La vittima era un imprenditore immobiliare troppo ricco perché un delitto del genere fosse opera di balordi. Luigi Lugli aveva iniziato vendendo a una multinazionale tedesca la fabbrica di collanti ereditata dal padre. Con i soldi aveva costruito Modena Due, un complesso residenziale di lusso alle porte della città e da allora la sua attività immobiliare non aveva avuto sosta. In dieci anni aveva messo assieme un impero che dalle palazzine si era allargato alla finanza e al turismo. Sosteneva i politici locali di tutti i partiti, a seconda della necessità, e fino a quel momento non aveva avuto problemi con la giustizia. Veniva da pensare che fosse il bersaglio perfetto per una banda di professionisti, ma i professionisti non ammazzano in quel modo.
Man mano che Rento si avvicinava alla scena del crimine, gli sguardi dei colleghi annunciavano un impatto difficile. Nella cucina al centro della casa si sentivano solo i rumori dei passi, i ronzii delle attrezzature elettroniche spesso interrotti dalle suonerie dei cellulari. Le parole dei funzionari e degli agenti erano ridotte al minimo, pronunciate in fretta e sottovoce come se nell’aria ci fosse qualcosa di incomprensibile, che nemmeno la freddezza dei poliziotti riusciva a gestire con disinvoltura. Sul pavimento sporco dei rifiuti di una notte interminabile, Luigi Lugli giaceva in una pozza di sangue scuro, la faccia spappolata da due proiettili di grosso calibro sparati da distanza ravvicinata. Il corpo era prono, con le mani legate dietro la schiena e le gambe incrociate in una posizione innaturale.
Il cadavere di Patrizia Lugli invece era supino e seminudo, con le gambe appena divaricate. Rento cercò di evitare di guardare, ma non poté farne a meno, rassegnato all’evidenza di una violenza carnale. Deglutì, respirò e continuò a lavorare. La morte della ragazza doveva essere stata rapida, un buco nero sulla tempia aveva riversato sul pavimento una larga macchia di sangue. Sentì qualche goccia di sudore imperlargli la fronte, il cuore battere più forte e la vista perdere di limpidezza.
«Tutto bene, dottore?», domandò Pizzato, che lo teneva d’occhio.
«Sì, non si preoccupi. Può aprire la finestra?».
Un agente della Scientifica gli lanciò un’occhiata storta.
«Non ancora», rispose un altro da dietro la mascherina.
Rento respirò forte, chiuse gli occhi un istante e quando sentì il pavimento tornare alla consistenza abituale, riprese a lavorare.

SCHEDA DEL ROMANZO
Autore: Roberto Valentini
Titolo: Scimpru
Editore: Dario Flaccovio
Pagine: 103
Prezzo: 11,50 euro
Isbn: 978-88-7758-618-6

CONTENUTO: Una banda di rapinatori di ville agisce tra la Sardegna e l’Emilia. L’ultima delle rapine si conclude con un duplice omicidio che intensifica le indagini dell’ispettore Alfred Rento, un poliziotto italo americano con la passione del ciclismo. Al movente economico delle rapine Rento scopre che se ne affiancano altri, più morbosi e legati alla vita interiore dei protagonisti. La scrittura limpida, il linguaggio preciso, la narrazione a flashback con un rapido alternarsi dei piani tra passato e presente, scandiscono i tempi densi del racconto fino alla conclusione ineluttabile.

AUTORE: Roberto Valentini è nato nel 1960 a Sassuolo, dove vive. Oltre a numerosi racconti apparsi su riviste e antologie ha pubblicato con Todaro tre romanzi ambientati nel modenese, con protagonista Carlo Castelli, un giornalista-detective amante del vino, delle moto e della verità: Impasto Perfetto (2001), Terre Rosse (2002) e Nero Balsamico (2005), che chiude questa “trilogia del territorio”.


Letto 2360 volte.


2 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: INCIPIT: Roberto Valentini: “Scimpru”, Flaccovio, 2008 - Il blog degli studenti. — 17 Luglio 2008 @ 02:32

    […] Amministratore: […]

  2. Trackback by China man — 3 Novembre 2008 @ 04:58

    greatings…

    Ugh, I liked!…

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart