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LETTERATURA: Johann Wolfgang Goethe (9)

15 Aprile 2012

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.

La vena poetica a Weimar

A Weimar, dove credeva di poter portare a compimento le molte opere iniziate e sempre in attesa del tocco finale, è costretto ad accusare una pausa di ambientamento. In questa ottica i primi dieci anni di Weimar furono per lui un periodo di sviluppo intellettuale, impegnato fin da subito a rispondere alle richieste piuttosto “pretenziose” della Duchessa Anna Amalia, che avrebbe preferito farne un uomo di Stato. A soffrire la sua vena creativa, dato che si sarebbe dimostrata quasi insignificante la sua produzione artistica, mentre si delineavano i contorni di alcune tra le sue opere più significative, proprio quelle che un giorno sarebbero servite a incoronarlo come il più grande poeta della letteratura tedesca. Per quanto riguarda la sua attività di scrittore continuava ad essere impegnato su più fronti, con una particolare predilezione per il “Faust”, ma senza per questo trascurare alcuni lavori in cui si riconosceva, come “Ifigenia in Tauride”, “Egmont” e ” Wilhelm Meister”, iniziato nel 1777. Oltre a poter rivedere Herder, conosciuto già negli anni universitari di Strasburgo e adesso invitato “fisso” alla corte di Weimar, Goethe, cui era concessa “carta bianca” per quanto riguardava gli inviti, ha fatto in modo che nella cerchia degli ospiti privilegiati trovassero posto figure emergenti della cultura tedesca, oltre a Wieland, già di casa, anche Friedrich Schiller, che di lì a poco si sarebbe imposto come il drammaturgo “nazionale”. Il ‘Musenhof’ (salotto letterario) della duchessa Anna Amalia, era così destinato a diventare ritrovo di poeti, letterati e di appassionati delle belle arti. Con la duchessa i rapporti erano e rimarranno eccellenti, e questo lo agevola a fare una luminosa carriera. Già nel 1776 viene nominato membro del Consiglio segreto, il 6 settembre del 1779 diventa consigliere segreto, “promozione” questa che gli darà modo di confessare: “mi sembra meraviglioso raggiungere, come in sogno, a trent’anni, il più alto grado onorifico che un cittadino tedesco possa ottenere”. Ma la sua “irresistibile” ascesa era lungi dall’arrestarsi e, a coronamento di questa carriera esemplare, il 10 aprile 1782 l’imperatore Giuseppe II gli concede il titolo nobiliare, che gli darà diritto a far precedere il suo cognome da quel “von”, di cui egli stesso – a dire il vero – non abuserà mai, ma che nella corte di Weimar e non solo in quella, aveva un particolare significato. Ma non è solo nella sfera “pubblica” che avvengono notevoli “cambiamenti” nella vita di Goethe, che nel 1804 diventerà addirittura ministro…. Gli anni che vanno dal 1776 al 1788 furono infatti contraddistinti dall’affettuosa amicizia con Charlotte von Stein, dama di compagnia della duchessa Anna Amalia fin dall’età di quindici anni. Questa signora, regolarmente sposata con un nobile tedesco e con una nidiata di figli da accudire, si prenderà cura – in senso lato – del giovane precettore, esperto di letteratura ma completamente privo di quelle norme basilari per uno destinato a far parte della cerchia di notabili della corte di Weimar. La von Stein accetta di buon grado il compito e da buona “maestra” insegnerà a Goethe il modo di stare a Corte e soprattutto a controllare i suoi “impulsi”, diventando per oltre dieci anni la sua consigliera preferita.

Strano destino quello della dama di compagnia della Duchessa. Quando, nel 1764, Charlotte sposò Josias von Stein, stalliere della duchessa Anna Amalia, tutti la invidiarono, non sottovalutando la posizione economica del “novello” sposo; infatti Herr von Stein, oltre ad appartenere alla nobiltà del Ducato, si poteva considerare un buon “partito”, potendo contare su parecchie proprietà fondiarie ed era notoriamente pio e di carattere buono. A tutto questo bisogna aggiungere ulteriori doti; non giocava, cosa rara tra i nobili del tempo che trascorrevano molte delle ore “oziose” ai tavoli da gioco – vizio che avrebbe mandato in rovina parecchie “casate” -, non beveva e non picchiava mai la moglie; “abitudine” questa abbastanza frequente nei mariti tedeschi del tempo. Ma la coppia von Stein non aveva proprio nulla in comune; la grande e unica passione del padrone di casa era quella dei cavalli, cui dedicava quasi esclusivamente tutto il suo tempo, con la conseguenza che la consorte, alle prese tra l’altro con continue gravidanze, finì presto con l’essere “inghiottita” dallo squallore di quell’avvilente quanto monotono tenore di vita. A tutto questo bisognava aggiungere che proprio a causa delle sue frequenti maternità, la Charlotte non poteva partecipare alla vita sociale di Weimar così come avrebbe voluto. Fu proprio in questo periodo che avvenne l’incontro “fatale” con il giovane precettore di corte. A volere fortemente l’incontro la curiosità culturale della signora, “divoratrice” di letture, nelle sue interminabili e spesso vuote giornate. La von Stein, dopo aver letto “I Dolori del Giovane Werther”, si sentì “attratta” dall’autore, dovendo di lì a poco scoprire che proprio quel giovane da lei tanto ammirato faceva parte del “suo” ambiente, essendo impegnato come Hofmeister nella corte in cui lei stessa era di casa. Fu il suo medico personale, Zimmermann, a prestarsi per l’occasione a diventare “galeotto”, dicendosi disposto a favorire l’incontro, dopo tuttavia aver messo in guardia la sua paziente dei potenziali pericoli cui andava incontro:“Volete che io Vi racconti di Goethe? Desiderate incontrarlo? Mia cara, povera amica! Cercate di riflettere. Voi volete vederlo e ignorate fino a che punto questo gentile e incantevole artista possa essere rischioso! Una dama che lo conosce alquanto bene mi ha riferito che Goethe è l’uomo più bello, più vivace, più originale, più tempestoso, più dolce, più seducente e – per ogni donna – più pericoloso che abbia mai incontrato.”

Nonostante la messa in guardia e l’impressione non proprio entusiasta che la von Stein doveva avere di quel primo fuggevole impatto – “Sento che io e Goethe non diverremo mai amici. Anche la sua maniera di trattare le donne non mi aggrada punto. Lui è quel che si dice, precisamente, un uomo coquet. Mai che presti attenzione…” – i due ebbero modo di frequentarsi e di conoscersi. La signora “diffidente”, ma dai modi gentili e personalmente molto sensibile, ebbe così modo di diventare la sua stessa ombra in un ruolo che andava dalla confidente alla sorella, non disgiunto da quello di una vera e propria amante, anche se sempre rigidamente platonica. Goethe, circondato da tante dame di corte che lo veneravano, non rimaneva insensibile a tante attenzioni, anche se – almeno secondo le testimonianze del tempo – si guardava bene dal prendere impegni di qualsiasi natura e di norma non aveva con nessuna di queste potenziali “spasimanti” rapporti che andassero al di là di una cortese, spesso protocollare amicizia. Degna di considerazione tra l’altro, oltre alle solite voci “maligne” messe in giro da disinvolti studiosi inglesi circa le tendenze sessuali del poeta, la quasi unanime presa di posizione dei biografi di Goethe, che fanno ricorrere la sua prima vera “esperienza” sessuale completa, apertamente confessata nelle “Elegie Romane”, al suo soggiorno a Roma, cioè a trentanove anni compiuti. Risale quindi a quegli anni la relazione affettuosa ma rigidamente platonica con la Frau von Stein, impegnata ad ingentilire i modi piuttosto rozzi di un giovane in cui erano ancora evidenti i segni “burrascosi” ereditati dallo “Sturm und Drang”. Semplicemente ammirevole la dedizione con cui la nobile signora si darà a questo nuovo compito. Suo intendimento era innanzitutto quello di trasformare il già illustre poeta in un uomo di mondo, e nel caso specifico in un “diplomatico”, cui sarebbero stati affidati anche compiti delicati in un ambiente piuttosto pretenzioso, quale era quello in cui viveva la duchessa Anna Amalia. Questi insegnamenti di equilibrio, misura ed autocontrollo, che poi finirono col diventare la base della sua evoluzione, vennero accettati da Goethe a costo di considerevoli sforzi e sacrifici, perché c’era da “domare” delle pulsioni che anche in un poeta abituato ad essere idolatrato da signore e signorine, diventavano spesso “insopprimibili” e di conseguenza pericolose. Infatti pur essendo la sua “educatrice” parecchio più anziana di lui – sette anni per i tempi di allora costituivano una differenza notevole e di certo non “usuale” – e non presentando lineamenti da donna “fatale”, almeno come testimoniano i disegni e le illustrazioni del tempo, tra i due presto i rapporti divennero più che “affettuosi”. Già all’inizio del 1776, Goethe comunicava con tono entusiastico a una sua parente di Francoforte: “Un’anima invero magnifica è questa Frau von Stein, alla quale sono – posso dirlo – saldamente legato”. Per lui Charlotte sarà un’incomparabile educatrice e costituirà, pur nella sua singolarità, il più profondo e duraturo degli amori prettamente “platonici”.

Nel maggio dello stesso anno, il Principe dei Poeti scriveva ad Auguste Contessa di Stoltberg : “Ho pranzato con il Duca e poi sono andato dalla signora von Stein, un angelo di donna… alla quale sono grato perché più di una volta ha placato il mio cuore e alla quale devo alcuni dei miei momenti più felici.” Per oltre dieci anni la von Stein attrasse Goethe, lo allietò e lo tormentò, come viene documentato da un ricchissimo epistolario (sono oltre 1500 le lettere indirizzate alla sua compagna di quel periodo “tempestoso”); una compagna indubbiamente dotata di modi gentili e di una personalità affascinante. Sempre da parte del medico Georg Zimmermann abbiamo un’ulteriore testimonianza che assume un particolare significato. Egli infatti avrebbe tracciato per il suo amico Lavater un quadro molto eloquente della Charlotte von Stein: “Ha occhi neri, grandi, bellissimi. La sua voce è dolce e triste. Chiunque, nel vedere il suo viso per la prima volta, si accorge della sua serietà, della bontà, della compiacenza, della virtù dolorosa e della sua profonda sensibilità. Frau von Stein ha degli atteggiamenti da corte reale che nella sua persona si nobilitano in un’elevata semplicità… Ha circa trent’anni, molti figli ed è fragile di nervi. Le sue guance sono rosse, i capelli neri, la pelle italiana; e italiani sono anche i suoi occhi…”. La nobildonna, visti i suoi frequenti malesseri, si recava spesso a Bad Pyrmont – una celebre stazione termale -, dove era per certi versi di casa. Qui infatti amava rifugiarsi per rimettersi dalle fatiche delle sue frequenti gravidanze, ben sette in dieci anni di matrimonio; almeno in questo la von Stein condivideva il destino di tante donne del suo tempo, molto prolifiche e spesso alle prese con continue gravidanze. Soltanto i tre figli maschi Karl, Ernst e Fritz vissero un po’ più a lungo degli altri; il resto della prole morì poco dopo la nascita, fenomeno questo tristemente ricorrente dato che nel Diciottesimo secolo la mortalità infantile era elevatissima. Per Charlotte in particolare rimanere incinta rappresentava quasi una tragedia, anche perché ogni parto metteva a rischio la sua stessa vita. Una vita “sofferta” quindi la sua, contraddistinta da ricorrenti malesseri e condizionata da “doveri” coniugali, con un marito che non amava e cui doveva suo malgrado sottostare. Per questo, nei purtroppo limitati spazi di tempo che poteva dedicare a se stessa, leggeva molto ed era abbastanza “aggiornata” sulla produzione letteraria di quel giovane autore, le cui opere e soprattutto il cui modus vivendi rimaneva pur sempre agli occhi dell’austera e tradizionalista Frau von Stein qualcosa di inaudito.

Tuttavia, senza volerlo, la frequenza continua di Wolfgang comincia a sgretolare la proverbiale “austerità” della von Stein e a poco a poco anche lei sarebbe stata costretta ad ammettere di sentirsi sempre più attratta dall’impetuoso artista, al quale per certi versi non poteva che essere grata: “Grazie al nostro caro Goethe, sono approdata alla lingua tedesca, come vedete, e per ciò gli sono molto grata. Oh, che cosa riuscirà a fare ancora di me? Anche quando non è presente, continua a gravitarmi tutt’intorno…”. Infatti per quegli strani scherzi del “destino”, il ventisettenne istruttore di corte si era letteralmente “infatuato” della von Stein subito dopo il suo arrivo a Weimar. Le rendeva visita ogni giorno, approfittando soprattutto delle sue frequenti soste nella sua tenuta di campagna a Grosskochberg, dato che farsi vedere insieme in città sarebbe stato troppo rischioso in un ambiente così piccolo e molto disposto alle chiacchiere “maliziose”. Rimane tuttavia ancor oggi abbastanza “misterioso” capire i motivi di quella attrazione “fatale” per una signora di sette anni più anziana di lui e soprattutto non bellissima, le cui fattezze tra l’altro non corrispondevano all’ideale di bellezza di Goethe, che aveva un debole per le bionde formose. Inoltre la von Stein, proprio a causa delle continue gravidanze accompagnate da lunghi periodi di “sofferenze”, era spesso vittima di ricorrenti malesseri, aveva un’aria stanca, quasi rassegnata, dando l’impressione di essere diventata una signora matura, una donna precocemente sfiorita che aveva definitivamente voltato le spalle alla vita. Ma era pur sempre una donna sposata e forse proprio questo particolare aveva incoraggiato il poeta, sempre “atterrito” da prospettive matrimoniali, ad allacciare e approfondire un rapporto affettuoso con lei. Goethe che a modo suo era un “libertino”, non doveva temere sorprese spiacevoli da una donna sentimentalmente e ufficialmente legata ad un altro; senza tralasciare la considerazione che proprio la Frau von Stein, donna sensibile, di buone maniere e soprattutto molto stimata nella corte di Weimar, poteva essere e diventare la persona di cui lui aveva maggiormente bisogno in quella fase della sua vita. La Charlotte, da parte sua, faceva del suo meglio per aiutarlo; diventa la sua consigliera, raffredda di continuo il suo impeto giovanile, gli insegna a non essere testardo, a pazientare e soprattutto riesce a tenerlo a debita distanza. L’impeto stürmeriano di Goethe veniva placato e il “viandante” viene trasformato in pensatore, in un individuo che predilige la riflessione ; la sua indomabile irrequietezza non è più una tortura ma diventa un forte alternarsi di gioia e di dolore in un’anima ricca, passionale e profonda. La von Stein assume il ruolo di una sorella severa, anche se a suo modo “affettuosa” con quel giovane tanto sensibile alla passione e che deve essere continuamente “tenuto a freno”. Johann Wolfgang e Charlotte si completano a vicenda: nella sua nuova funzione di nutrice-amante, anche se rigidamente platonica, la dama di corte era entrata nel ruolo che più le si addiceva. Sarà questa una relazione sui generis e in definitiva il rapporto più duraturo e profondo che il poeta abbia avuto durante tutta la sua esistenza. Per certi versi può essere considerata “frutto” di riflessioni comuni la poesia “An den Mond”, composta tra il 1776 e il 1778 e che costituisce un vero capolavoro lirico della letteratura tedesca. Una lettera di Goethe a Charlotte von Stein datata 11 agosto 1777 potrebbe contenere un’allusione alla poesia: “Da quanto le mando Lei capirà che io mi delizio, perduto in un sogno, dei fenomeni della natura e dell’amore per Lei”. Di fatto, una copia della prima redazione della poesia, senza data, figura in allegato a una lettera di Goethe alla von Stein del 19 gennaio 1778. La popolarità della poesia è attestata dal gran numero di compositori che l’hanno messa in musica.

Alla luna

Di nuovo inondi bosco e valle
silente di luminosa bruma;
e questa volta sciogli alfine
tutta l’anima mia.
Sopra i miei campi diffondi
il tuo sguardo mitigante,
tenero come l’occhio dell’amico
di fronte alla mia sorte.
Il mio cuore raccoglie ogni eco
di ore tristi, di ore liete;
si alternano gioia e sconforto
mentre vago in solitudine.
Scorri, scorri amico fiume,
mai più sarò felice;
così svanirono gaiezza e baci,
e la fedeltà pure.
E tuttavia ho posseduto
una volta tali delizie.
Per proprio tormento, è destino
che mai riesca a scordarle!
Mormora, fiume, lungo la valle,
senza posa, senza requie;
mormora, a questo mio canto
suggerisci le melodie,
quando nella notte d’inverno
trabocca la tua furia,
o lambisci le giovani gemme,
fulgore di primavera.
Beato chi senza alcun odio
si segrega dal mondo,
tiene al petto un essere amico
insieme con lui godendo
Di quello che gli uomini ignorano,
o considerare non sanno,
e che pei labirinti del cuore,
di notte, va errando.

Di questa poesia ci sono quindi due redazioni; la seconda risente delle influenze dovute ai suggerimenti di Charlotte, molto infelice in quel periodo perché non poteva rispondere al meglio a quello che il poeta si sarebbe da lei aspettato. La signora tra l’altro è molto scossa dal suicidio di una loro comune giovane amica, a tal punto suggestionata dai “Dolori del giovane Werther” da gettarsi nel fiume Ilm per annegarvi le “sue” pene d’amore. Nella poesia, dedicata alla luna “silente”, che sembra molto benevola anche nei confronti di chi l’ammira, c’è una sorta di confessione consegnata all’amico fiume, che nella sua corsa inghiotte tutto e dà la sensazione della vacuità della vita stessa, in cui tutto scorre via. In questo panorama si fa strada una riflessione, un’ineffabile beatitudine che inonda il cuore del poeta al pensiero delle gioie e dei dolori del passato. Al Goethe, imperterrito “viandante” si sostituisce il Goethe “solitario”, capace finalmente di apprezzare la vera e unica felicità che può essere colta solo nella contemplazione del labirinto dell’anima. È di questo periodo un’altra bella poesia, stampata la prima volta a Zurigo nel 1780 e scritta, come testimonia lo stesso Goethe, sulle pendici dell’Ettersberg il 12 febbraio 1776. La poesia dal titolo definitivo “Canto Notturno del viandante” viene inviata alla Charlotte von Stein, ormai diventata giudice apprezzato e ascoltato delle sue composizioni poetiche:

Canto Notturno del viandante

Tu che appartieni ai celesti, che plachi ogni gioia e dolore,
che colmi chi è tanto più misero
Di tanto maggiore sollievo:
sono stanco di trascinarmi!
Che valgono piacere e tormento? O dolce pace,
vieni, vieni dentro il mio petto!


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Bart