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LETTERATURA: Kafka e la psicoanalisi

21 Settembre 2009

a cura di Alfio Pellegrini 

Sabato 22 agosto 2009 all’Acit di Pescia si è tenuta una tavola rotonda sul tema “Kafka e la psicanalisi”. Vi sono intervenuti Nino Campagna, presidente dell’associazione, Antonio Colonna, psichiatra, Bianca Fedi, germanista, Alfio Pellegrini, di arci toscana, e Daniela Toschi, psichiatra. Nino Campagna ha tratteggiato uno svelto ritratto dello scrittore praghese, richiamandone con il consueto brio espositivo la complessità letteraria e sostenendo che nei racconti, specie quelli che lui stesso definiva i suoi figli, ossia La condanna, La metamorfosi e Il fuochista, si racchiude sostanzialmente tutto Kafka, mentre i romanzi costituiscono una dimensione che allo scrittore era meno congeniale e forse proprio per questo, sentendoli meno perfetti oltre che incompiuti, egli chiese di bruciarli all’amico Brod, che li conservò e li dette alle stampe contribuendo magari alla sua fama postuma, ma non rispettando le sue volontà.
Non perché si sia trattato della parte più significativa dell’incontro, ma perché sono gli unici testi scritti di cui disponiamo, diamo di seguito gli appunti di cui si è servito Antonio Colonna per una sua premessa di carattere generale sul rapporto tra arte e psicoanalisi, tra arte e psichiatria, e l’intervento di Alfio Pellegrini, con la giusta avvertenza che Colonna, parlando a braccio, è stato in verità più esteso degli appunti che pubblichiamo, e Pellegrini invece più stringato, ma ha approfittato del fatto di mettere per scritto quanto aveva detto per chiarire meglio ed andare più a fondo nel discorso. Colonna ha poi letto e brevemente commentato il racconto “Gente che corre” per illustrare l’angoscia di Kafka, Bianca Fedi ha letto e commentato un altro breve racconto, “Rinuncia”, addentrandosi anche nell’esame del tedesco usato da Kafka (un aspetto in verità su cui anche Campagna ha svolto attente considerazioni, rilevando che il tedesco con la sua struttura lessicale e  l’impiego abbondante di verbi composti separabili, per la cui interpretazione bisogna aspettare la fine delle frasi, spesso volutamente lunghissime, sembra fatto apposta per accrescere la suspence e l’angoscia kafkiana), e Daniela Toschi ha parlato del rapporto tra Kafka da una parte e L’ Interpretazione dei sogni e il breve saggio “Il perturbante”, di Freud, dall’altra. [NdR] 

Antonio Colonna

L’interesse della psicoanalisi per l’arte e gli artisti 

Gli psichiatri sono profondamente interessati ai rapporti tra psicopatologia e creatività artistica, in maniera scientifica ed in stretta collaborazione con gli esperti di letteratura, aldilà dei tanti luoghi comuni su “Arte & Follia”, vista la genericità e i pregiudizi inerenti il termine “follia” (molti artisti “folli” erano in realtà eccentrici, cosa da non confondere assolutamente con l’autentica psicopatologia, che ha le sue proprie forme e soprattutto un’intensità di espressione talvolta inaudite). 

In tal senso la psichiatria attuale deve molto a due grandi maestri di pensiero del Novecento: Freud e Jaspers, come si sa due delle menti più geniali e poliedriche del XX secolo. Non solo perché hanno fissato le basi di un nuovo comprendere in Psichiatria, ma anche perché hanno scritto contributi fondamentali sul tema dei rapporti tra psicopatologia e creatività. Basti ricordare per Freud gli studi su Leonardo, Michelangelo, Dostoevskij e il parricidio, ma soprattutto il breve saggio “Il poeta e la fantasia”. Quanto a Jaspers, ha scritto dei saggi magistrali su Strindberg, Hölderlin e Van Gogh (raccolti in italiano in un unico libro, Genio e follia, edito da Rusconi). Parlando di questa materia non si può assolutamente prescindere dai loro contributi. 

È senz’altro vero però che le fortune dell’uno e dell’altro presso il grande pubblico sono state molto diverse: Freud è divenuto ben presto popolare, specie negli anni settanta e ottanta, per una serie di motivi storico-sociali-culturali, dalla liberazione sessuale al femminismo, ecc., per la maggiore accessibilità della sua scrittura rispetto a un pubblico mediamente colto, per l’attualità e l’alta diffusione delle “nevrosi”, come da lui stesso previsto nel saggio “Il disagio della civiltà”. Non altrettanto si può dire, purtroppo, di Jaspers, rimasto più relegato in un ambito specialistico, sia per quanto riguarda la sua successiva esperienza come filosofo (considerato unanimemente il “padre” dell’Esistenzialismo, anche se spesso messo a confronto ed oscurato dalla fama di Heidegger). Molto ci sarebbe da dire peraltro sulle carriere universitarie parallele dell’uno e dell’altro: Heidegger, come si sa, ossequiente al nazismo; Jaspers, figura moralmente più elevata e con moglie ebrea, costretto ad abbandonare l’insegnamento in Germania, acquisendo una cattedra a Basilea, nella neutrale Svizzera. 

La diversa fortuna presso il grande pubblico di Freud e di Jaspers, d’altra parte, ha condizionato in negativo anche una certa vulgata psicoanalitica (che avrebbe fatto inorridire lo stesso Freud!), legata ovviamente ai suoi contenuti emotivi e sessuali. Ciò ha, purtroppo, condizionato anche certa critica letteraria cosiddetta “psicoanalitica” che, anziché dedicarsi a un’analisi psicoanalitica seria di tanti artisti, si è spesso trasformata in un esercizio pettegolo sui particolari “pruriginosi” della vita sessuale degli artisti, che si è risolta in una sorta di “sputtanamento” della loro opera. 

È bene precisare subito che non è questo il nostro caso, innanzitutto perché aspiriamo ad un’analisi psicoanalitica e psicopatologica seria di un Kafka o di chi altri, in quanto professionisti della salute mentale; ed, in secondo luogo, perché siamo convinti che, se un’opera è geniale, è geniale e basta. Non c’è modo cioè di sminuirla con l’analisi psicoanalitica o psicopatologica, ma soltanto di fornire elementi aggiuntivi alla sua comprensione ed alla comprensione stessa del suo autore, nel contesto storico-sociale e psicologico in cui ha operato.

Alfio Pellegrini 

L’importanza di Freud e la lettura dell’opera d’arte

Sono anch’io “in cartellone” e devo pur dire qualcosa, in questa tavola rotonda, ma, come dicevo stamani a Nino per telefono, a causa di un altro impegno non ho avuto tempo di riflettere nel modo che mi sarebbe piaciuto sul nostro argomento di stasera. Faccio allora dei brevi flash, come altre volte mi è capitato, dicendomi subito d’accordo con quanto osservava Antonio Colonna nella parte iniziale del suo intervento, che ha definita “di provocazione”. 

Fraintendimenti su Freud

È vero, ci sono molti equivoci su Freud e sulla psicoanalisi. Uno dei più frequenti, specie nelle scuole secondarie, quando vi si faccia riferimento, consiste nel collocarli sotto la voce del diffuso irrazionalismo a cavallo dei due secoli. Si parla magari del decadentismo in letteratura e viene fuori il nome di Freud. Ma Freud ha un abito scientifico e si propone uno scopo scientifico. Si potrebbe persino dire che la sua formazione e quindi la sua mentalità hanno un forte radicamento nel positivismo dell’epoca. Non solo aveva compiuto studi medici e si era dedicato inizialmente alla fisiologia del midollo allungato prima, nel laboratorio del professor Brücke, e dell’anatomia neurale dopo, nell’istituto di anatomia cerebrale di Meynert, ma anche quando incomincia ad occuparsi di psiche e di malattie psichiche e, come si suol dire, scopre l’inconscio (scusate, salto subito alla conclusione, ma aiuta, credo, a chiarire), il fine che si assegna è così razionale che potremmo dirlo illuministico. Quella debole luce della candela in mezzo alla buia foresta, di cui aveva parlato Diderot nel XVIII secolo, Freud cerca di portarla nelle profondità nascoste della psiche per ricondurle alla coscienza. Non sostiene, ovviamente, che l’inconscio può essere tutto quanto portato in luce, sì da diventare coscienza anch’esso. Una volta osservato però che c’è una parte, la più cospicua, della psiche che rimane a noi sconosciuta perché non affiora alla coscienza, cerca di sondarla, di capire come è strutturata e come funziona e lo fa con metodi rigorosi e razionali. Il suo sforzo consiste proprio nel tentativo di razionalizzare le oscurità psichiche, quelle che ci appartengono senza che noi lo sappiamo e che lui aveva individuate con l’osservazione e l’esperienza. È questo un aspetto che spesso sfugge, ma è fondamentale e non va dimenticato quando si parla di Freud. Sotto questo profilo egli è molto chiaro lungo tutta la sua esistenza. Ancora nel 1938, quindi non molto prima di morire, in una lettera a Charles Singer scriveva che, durante tutta la sua lunga vita, non aveva fatto altro che pronunciarsi a favore di ciò che riteneva fosse la verità scientifica, anche se questa era scomoda e sgradevole per il suo prossimo.
Ammetteva, come diceva lui in modo efficace e, se vogliamo, persino pieno d’orgoglio, che accanto alle due gravi umiliazioni inferte al narcisismo dell’umanità, quella cosmologica con Copernico e quella biologica con Darwin, se ne doveva ora aggiungere una terza, quella psicologica, che seguiva alle sue scoperte; ed altrettanto efficacemente la riassumeva così, simulando di rivolgersi a uno di noi e al nostro amor proprio: “Nella tua vita psichica ci sono assai più cose di quante possono divenir note alla tua coscienza… Lo psichico non coincide affatto con ciò che ti è cosciente. L’attuarsi di qualche cosa nella tua anima e il fatto che questo qualche cosa ti sia anche noto, son due faccende diverse”. Ed è comprensibile che questa terza mortificazione si traducesse nei nostri simili in uno sconforto che produceva anche irrazionalità. Ma non era sicuramente questo né il proposito né il modo di Freud.
Certo, parlando di abito scientifico di Freud, ed è questo un altro aspetto su cui non si deve equivocare, la sua indagine psichica ha per base l’introspezione, non ha nulla a che fare con il comportamentismo e con il cognitivismo, saliti in auge nel mondo anglosassone. Ma sulla maggiore scientificità di queste metodologie, francamente non scommetterei. Sono solo metodi diversi. 

Chi è il poeta secondo Freud?

Antonio Colonna ha ricordato anche quel testo capitale di Freud in rapporto alla letteratura e all’arte, che è “Il poeta e la fantasia”, un lavoro di poco più di una decina di pagine, scritto nel 1907. Dico subito che poeta è qui termine generico, con cui si intende colui che usa le parole per fare arte, si tratti di opere in versi, di narrativa o di teatro. Vi si vede bene con quale circospezione egli affrontasse questi problemi. L’interrogativo che si pone riguarda in generale la figura del poeta come figura che esce dalla ordinarietà degli uomini, e ne esce proprio in quanto sa raccontare cose che ci attraggono e ci catturano. Si domanda perciò se, ed eventualmente come, possa la psicoanalisi spiegarci questa figura e la sua originalità. L’operazione che compie si affida ancora alla sua esperienza professionale con molto senso della delimitazione. Senonché questa sua esperienza è sul serio di qualche utilità e siccome a quel punto aveva incominciato a studiare anche i bambini, parte dal presupposto che si debbano cercare le prime tracce dell’attività poetica già nel bambino. Nemmeno questo, a dire il vero, era un pensiero nuovo, allo stesso modo che non lo era quello dell’inconscio. In un certo senso si potrebbe dire che le scoperte, quando accadono, accadono perché erano nell’aria: ci vuole però la persona che sa individuarle, metterle a fuoco e rivelarcele con chiarezza. Giovanni Pascoli, quando volle darsi una poetica, scrisse, ricorderete, Il fanciullino, le cui prime parole suonano così: “È dentro noi un fanciullino che non solo ha brividi, (…) ma lagrime ancora e tripudi.” Le pagine del Pascoli erano uscite nel Marzocco nel 1897, cioè dieci anni prima che Freud scrivesse il suo breve saggio, e neanche Pascoli era il primo, né io lo ricordo, capitemi bene, per dire che Freud conoscesse il testo del Pascoli, ché sicuramente non è così. Freud incentra comunque la sua attenzione sul bambino e dice che la sua occupazione preferita è il gioco, nel quale impegna notevoli ammontari affettivi. Il bambino che gioca è serio, perché è serio il gioco. Il contrario del gioco non è il serio, ma il reale. Ed annota persino che la lingua tedesca usa lo stesso termine per il gioco e per le attività teatrali. “Spiele”, dicono i tedeschi, e chiamano Lustspiel, cioè gioco piacevole, la commedia, e Trauerspiel la tragedia, cioè gioco luttuoso.
Da adulti il gioco non ha più la stessa rilevanza. All’epoca di Freud ciò era anche più evidente. Freud tuttavia, sulla scia di questi pensieri, osserva come l’adolescente, smessi i giochi infantili, cominci a fantasticare e come nell’adulto si conservino i cosiddetti sogni a occhi aperti accanto ai sogni notturni, cioè ai sogni veri e propri, e coglie in tutti una continuazione ed un sostituto del primitivo gioco infantile.
Chi è dunque il poeta? Il poeta è un sognatore, è una persona che continua a fantasticare come fa l’adolescente, ed usa le parole per raccontare queste sue fantasticherie, di cui da adolescenti si è spesso invece assai gelosi e vergognosi, come non accade nei bambini che giocano, dai quali ci aspettiamo tutti che giochino. Perché però c’è questo pudore, questa riservatezza nell’adolescente che fantastica e sviluppa le sue fantasie? Perché le forze che promuovono la fantasia sono desideri insoddisfatti e ogni singola fantasia è l’appagamento di un desiderio, va cioè a correggere la realtà che ci lascia insoddisfatti. I desideri sono spesso desideri ambiziosi e desideri erotici.
Che cosa succede dunque nel poeta che scrive? Freud ipotizza che una forte impressione attuale risvegli in lui il ricordo di un episodio anteriore, in genere dell’infanzia, e che da questo derivi ora il desiderio che si crea il proprio appagamento nella produzione poetica. Ma se così stanno le cose, allora nella produzione poetica si rivelano elementi tanto del fatto recente che ha fornito lo spunto quanto dell’antico ricordo. La psicoanalisi può arrivare a questo punto.
Tralascio, benché significativi, gli esempi che Freud porta prendendoli consapevolmente dalla letteratura popolare. Sono importanti, secondo me, perché offrono spunti anche per una psicologia sociale, che poi Freud, sempre con grande senso della misura e della delimitazione dei campi di indagine, in parte riprenderà in suoi testi famosi, quelli che in Italia si conobbero sotto il titolo Il disagio della civiltà e altri saggi, e ovviamente Totem e tabù, che pure è di impianto più antropologico.
C’è un altro spunto, però, di questa riflessione di Freud, sul quale vorrei soffermarmi. Egli si chiede anche come possa accadere che la figura del poeta, raccontando le sue fantasticherie, riesca ad attrarre a sé molte attenzioni. Se guardo ai desideri e alle fantasie di appagamento che vengono in luce nelle mie sedute, ci dice più o meno, mi rendo conto che il più delle volte a raccontarle destano solo una certa ripugnanza, talora una ripugnanza molto forte. Allora come si può spiegare che il poeta invece abbia lettori compiaciuti e produca quel che si dice godimento estetico?
“La vera ars poetica – risponde Freud – consiste nella tecnica per superare la nostra ripugnanza, la quale è certo in connessione con le barriere che si elevano fra ogni singolo Io e gli altri.” Un po’ come dire, anche se il cenno è così stringato, che il poeta possiede l’arte di rompere queste barriere in una misura che ad altri non appartiene. E quanto al godimento estetico, esso proviene dalla liberazione di tensioni nella nostra psiche.
Ora, io ritengo che questo sia un modo molto scrupoloso, persino cauto, di accostarsi all’opera d’arte da un punto di vista psicoanalitico, e capisco dunque lo sfogo di Antonio Colonna contro il “ciarpame” che troppo spesso sommerge invece i moderni mezzi di comunicazione quando si faccia riferimento a psicologia, psicoanalisi, psichiatria ecc., senza altrettanto rigore. Un rigore che, se devo essere sincero, mi è sembrato sempre di riscontrare anche in questi nostri incontri, che pure hanno tono e carattere divulgativo, quando approcci psicoanalitici sono stati tentati da Daniela Toschi, da Antonio stesso o da altri. 

Delle interpretazioni

Fatte queste premesse, nella fiducia di non essere equivocato, di fronte alla letteratura, specialmente alla letteratura alta, come quella cui appartiene Kafka, io penso che nessuna interpretazione debba essere mai troppo rigida, incasellata in qualche cliché. E per dare un’idea, sia pure approssimativa, di quello che intendo, mi sono portato dietro una letterina che Hesse scrisse ad un giovane lettore di Kafka, che lo aveva interpellato sul significato da attribuire a certe sue opere.
“I racconti di Kafka – scrive Hesse in risposta al suo interlocutore – non sono dissertazioni su problemi religiosi, metafisici o morali, bensì opere di poesia. A chi è capace di leggere veramente un poeta, cioè senza porre quesiti, senza aspettarsi risultati intellettuali o morali, a chi è semplicemente disposto ad accogliere ciò che lo scrittore offre, queste opere danno, nel loro linguaggio, tutte le risposte che si possono desiderare. Kafka non ha nulla da dirci né come teologo né come filosofo, ma unicamente come poeta. Non è colpa sua se le sue stupende prose sono oggi di moda, se sono lette da persone che non hanno la dote e nemmeno la volontà di accogliere opere di poesia.
A me, che fino dalle primissime opere, sono uno dei suoi lettori, le Sue domande non dicono nulla. Kafka non dà alcuna risposta. Egli ci dà i sogni e le visioni [sottolineo, beninteso, queste parole, sogni e visioni, che sono chiaramente la giusta via d’accesso anche per la psicoanalisi] della sua vita solitaria e difficile, le similitudini delle sue vicende, delle sue pene, e dei momenti felici, e soltanto questi sogni e queste visioni abbiamo da cercare in lui e da accogliere; non già le ‘interpretazioni’ che sagaci commentatori ne possono dare. Questo ‘interpretare’ è un giuoco dell’intelletto, giuoco molte volte assai grazioso, buono per le persone intelligenti ma estranee all’arte, che possono leggere e scrivere libri sulla scultura dei negri o sulla musica dodecafonica, ma non sanno mai entrare nell’intimo di un’opera d’arte, perché si trovano all’ingresso, tentano la serratura con cento chiavi e non si accorgono che la porta è aperta.”
Non fraintendetemi. Sono il primo a dire, in generale, che senza interpretazioni non si vive, mi va di affermarlo proprio in questo modo estremo. Però la vera arte ha sempre molte sorprese, e sfugge dunque alle interpretazioni troppo rigide, ultimative. Dire: ho capito, ho sciolto tutti gli aspetti simbolici, ora sì, tutto mi è chiaro – non solo è un’illusione, ma soprattutto non vuol dire che si sia capita davvero l’opera d’arte.


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8 Comments

  1. Commento by Carlo Capone — 21 Settembre 2009 @ 13:18

    L’artista mette in comunicazione due mondi inconciliabili. Il primo è quello che genericamente definiamo interiore, il secondo è la possibilità di percezione che egli avverte di quel mondo e il conseguente impulso a tradurlo in materia intellegibile.
    Ora, quando parlo di mondo interiore non mi riferisco ai pensieri intimi, che rappresentano un che di codificato, ma al grumo di istinti, passioni contrastanti e verità inconfessabili che diciamo inconscio. Sono convinto che quello dell’ artista sia simile all’inconscio di tutti, soltanto che la persona comune non vi ha accesso. L’arte, così concepita, risulta allora un atto di volizione, rappresenta il coraggio di esperire il personale inferno . E questo inferno, non decifrabile dalla mente razionale, viene come distillato attraverso l’opera d’ingegno. Essa ha il pregio di costituire il ponte, la chiave di accesso, tra l’universo che la massa giudica inaccessibile e l’inferno del poeta che egli si impegna a spiegare. E dunque ha un carattere pedagogico e di monito al tempo stesso, insegna alle menti il percorso che appunto esse non hanno potuto/voluto affrontare.
    Ma guardate i desolati panorami di De Chirico, raccontano di un’anima in bilico tra ragione e follia. L’inconscio vi si manifesta con il senso di angoscia insopportabile che egli risolve grazie al cimento con la tela. Con questa operazione però De Chirico assolve a una principio: quei portici, le geometrie impeccabili, le piazze deserte forniscono una chiave intrpretativa delle follie di tutti, quelle che non intendiamo ammettere alla coscienza e che si condensano, ad esempio, nella paura infantile di un abbandono, persi come siamo in un reale che nega ogni affetto, o si esplicitano nel timore di perdere la coscienza del Sè.

    In tal senso l’arte somiglia al lavoro dell’analista, che non può spiegare al paziente quanto si va rivelando a sua insaputa nel setting analitico, se prima non ha sacrificato se stesso nella dolorosa esplorazione del suo inferno.
    Non è facile la vita interiore dell’artista. Chi scrive, dipinge, scolpisce, architetta, è in continua lotta con forze che si chiamano resistenze, con le ostinazioni di uno scrigno restio a schiudersi, in poche parole con le difficoltà della coscienza a guardarsi in faccia per poi riferire. Tali resistenze però sono nascoste, non si appalesano mai per ciò che sono, ma attraverso le astuzie e le rimozioni di un Io luciferino, il nostro Io, che da un verso pone inizio allo scavo ma dall’altro teme l’autoannullamento e perciò usa strumenti dilatori quali il senso del ridicolo dell’Io con se stesso, l’angoscia di frustrazione di fronte all’opera in divenire, la paura di venir rifiutati.
    Questo conflitto è sopportabile da pochi, ad essi dunque il compito di svelare e mostrare quanto gli altri sono incolpevolmente incapaci di rinvenire.

    Carlo Capone

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 21 Settembre 2009 @ 14:07

    Invidiabile analisi, Carlo. Condivido.

  3. Commento by Carlo Capone — 21 Settembre 2009 @ 19:48

    Grazie,Bartolomeo. Il resoconto di Alfio Pellegrini tratta di un problema cruciale e conferisce pregio alla Rivista.

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 22 Settembre 2009 @ 22:46

    “Chi è dunque il poeta? Il poeta è un sognatore, è una persona che continua a fantasticare come fa l’adolescente, ed usa le parole per raccontare queste sue fantasticherie…
    Che cosa succede dunque nel poeta che scrive? Freud ipotizza che una forte impressione attuale risvegli in lui il ricordo di un episodio anteriore, in genere dell’infanzia, e che da questo derivi ora il desiderio che si crea il proprio appagamento nella produzione poetica”.
    Ho riportato questi stralci dell’intervento di un oratore, per sottolineare che non sono del tutto d’accordo con questa definizione del poeta da parte di Freud. Mi sembra riduttiva, in quanto il poeta ha anche una funzione storica e non solo. Spesso la poesia ha contribuito a capovolgere addirittura regimi, a determinare cambiamenti significativi in ambito storico e sociale. Basti pensare al Risorgimento, all’opera di Garcia Lorca, a quella di Evtushenko, solo per citare alcuni esempi e personaggi più noti. Altro che “il risveglio nel poeta di episodi anteriori ed in genere dell’infanzia”!
    Forse mi sbaglio? Ho male interpretato? Ho interpretato parzialmente? Chiedo lumi.
    Gian Gabriele Benedetti

  5. Commento by daniela — 23 Settembre 2009 @ 01:13

    Credo si debba concordare con Gian Gabriele. La mia impressione è che in particolare Kafka vada ben al di là della sua psicologia personale, anche se da questa, forse, parte. Mi sembra che abbia ragione chi individua nei suoi scritti una stratificazione di significati che si articola in almeno tre dimensioni: personale, sociologica e religiosa. Da ciò deriva lo straordinario “spessore” dei suoi testi. Forse questo aspetto risalta maggiormente nei romanzi (Hannah Arendt fu certo ispirata da Il processo” e “Il castello” per i suoi studi sui totalitarismi del 900).
    Ma anche in “Durante la costruzione della muraglia cinese”, ad es., sembra quasi che si diverta a strapazzarci da una all’altra di queste tre dimensioni: chi è l’Imperatore? E’ Dio, l’autorità politica, il padre, un’istanza intrapsichica? E la muraglia cos’è?

  6. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 23 Settembre 2009 @ 20:25

    Grazie, Daniela, per il tuo contributo lucido, profondo, intelligentemente articolato, in risposta ai miei dubbi ed alle mie perplessità. In effetti ritenevo riduttiva e non del tutto precisa la definizione di poeta, che si attribuiva a Freud
    Gian Gabriele

  7. Commento by bianca fedi — 23 Settembre 2009 @ 23:43

    Quel breve racconto di Kafka “Gib’s auf” è molto “kafkiano”, anche in italiano:

    “Era mattino molto presto, le strade pulite e vuote, andavo alla stazione. Quando confrontai l’ora del campanile col mio orologio, vidi che era molto più tardi di quanto avessi creduto: mi dovevo ben affrettare e lo spavento di questa scoperta mi rese incerto sulla strada: non ero ancora pratico di questa città, ma fortunatmente nelle vicinanze c’era un vigile, corsi da lui e senza fiato domandai la strada. Egli rise e disse: “Da me tu vuoi sapere la strada?” “Sì”, risposi io, “poiché da me non riesco a trovarla.” “Rinuncia! Lascia perdere!” disse lui e si allontanò con un grande salto, così come fa la gente che vuol rimanere da sola con la propria risata.”

    Chissà chi è questo “vigile” ché, in tedesco la parola “Schutzmann” contiene il verbo “schützen” che ha il significato di “proteggere, salvaguardare…” e nemmeno il vigile sa la strada per una via di fuga così ovvia come la stazione.
    Dell’alternativa offerta da un famoso studio di Laborit tra la lotta o la fuga (da ciò che crea stress anche in termini biologici) Kafka sceglie la fuga nella vita e la lotta nella scrittura. Ha dalla sua che comunque non si prende troppo sul serio o maledettamente: “Sono malato di mente, Milena, la malattia polmonare è soltanto uno straripare della malattia mentale.”
    Cerca la verità, Kafka, il vero, il puro, l’indistruttibile, ma lo sa, sa che può arrivarci solo per approssimazione e solo vivendo – ma si nega la vita, scrive:”La verità è indivisibile e non può conoscere che se stessa… dire la verità è mentire”. Vi si avvicina attraverso il gioco permutatorio della letteratura ed è forse per questo che i suoi scritti sembrano voler indicare anche a noi quella via per la stazione.*)

  8. Commento by daniela — 24 Settembre 2009 @ 01:25

    Straordinario.
    Straordinario l’uso che riesce a fare della parola. Visto che spessore in poche parole asciutte? E’ che ci impone di reimparare a leggere.

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