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LETTERATURA: La commedia d’arte italiana tra cultura e spettacolo popolare

18 Marzo 2008

di Giampaolo Giampaoli
[alcune sue ultime poesie qui]

La maschera teatrale apparve fin dagli albori delle civiltà antiche; la troviamo anche in Grecia, dove nei secoli della cultura classica il teatro rappresentava una delle forme di espressione artistica più sentita e apprezzata dal pubblico. La conoscenza del popolo ellenico venne recuperata a circa metà del II secolo d.C. dai romani, che ne colsero tutta la grandezza e ne fecero, insieme alla religione, il fondamento di un nuovo modo di vedere l’uomo al contatto con la natura, una filosofia di vita che andava oltre la semplice pratica tecnica su cui i latini fino a quel momento avevano fondato il loro mondo. Tra le varie forme di arte venne recuperata anche la recitazione e il teatro greco divenne il modello da seguire per molti grandi autori come Plauto e Terenzio, commediografi che riproponevano costantemente nelle loro opere i personaggi preferiti dal pubblico, come la ruffiana, il servo scaltro, il signore parassitario e via dicendo.
Con l’Umanesimo la cultura antica tornò ad essere un modello assoluto per l’uomo di intelletto illuminato. Mediante un’imitazione dei classici che non escludeva la loro interpretazione, si trovava la strada per la rinascita di una forma d’arte elevata: tale periodo, denominato Rinascimento, in Italia come all’estero portò ad un notevole impiego della conoscenza umanistica in tutti i campi, dalle lettere alla pittura e all’architettura.
Fu nel pieno XVI secolo che, per quanto concerneva il teatro, nell’Inghilterra Elisabettiana operava William Shakespeare, autore di tragedie che donarono all’uomo una nuova sensibilità nei confronti di ogni tipo di sentimento. Proprio in questi anni in Italia si diffondeva la commedia d’arte, uno stile di rappresentazione che, anche se molto meno apprezzato delle tragedie shaskespeariane, portava ad una fase di fondamentale importanza per lo sviluppo dell’arte teatrale.
Nella commedia d’arte si riprendeva l’uso della maschera, a cui erano legati personaggi di base noti al pubblico; uno stile di recitazione che, come vedevamo all’inizio, era già presente nel teatro antico. Adesso gli spettacoli moderni proponevano rappresentazioni molto meno elaborate a livello culturale, per questo per la leggerezza dei suoi temi e per l’immediatezza del modo di recitare degli attori, spesso le commedie venivano denigrate dagli uomini di cultura, specialmente se appartenenti al clero. Cerchiamo di capire meglio perché.

Dal XVI al XVII secolo in tutta Europa e anche in Italia si diffusero gli spettacoli popolari, di solito messi in scena sulle piazze o allestiti alla meno peggio nelle taverne; alcune volte, però, le commedie popolari venivano rappresentate anche nelle chiese. Quest’ultima considerazione ci può dire molto su quanto fosse realmente avvertito il sentimento religioso nei secoli passati, anche se in realtà gli storici sociali hanno finito per ritenere la tendenza popolare a far baldoria nelle chiese non una volontaria offesa a Dio, ma più che altro un’abitudine causata dalla superficialità.
La commedia d’arte si andava ad inserire in queste tendenze, rappresentando per il suo pubblico un’occasione notevole di divertimento. A differenza di quanto accadrà dopo la riforma goldoniana del teatro, per il momento i comici recitavano senza un copione ben preciso; il loro improvvisare li portava a interpretare volta per volta il testo di base di ogni commedia. Esisteva, quindi, una storia iniziale, una sorta di soggetto ben conosciuto dagli attori, su cui poi si lavorava nel momento della rappresentazione, dando vita ad una versione personalizzata della commedia scelta.
La storia non si articolava quasi mai in vicende complesse; anzi, le commedie d’arte erano molto apprezzate dal pubblico popolare perché proponevano eventi semplici da capire e divertenti, da cui apparivano i caratteri più banali e ridicoli della natura umana, a cui non raramente si aggiungevano elementi erotici. Erano certamente questi ultimi a rappresentare l’aspetto maggiormente condannabile della commedia d’arte. Uomini di cultura e, in modo particolare, ecclesiastici di vario livello ritenevano gli spettacoli comici lascivi e offensivi nei confronti della religione e della morale, così, per evitare per quanto più era possibile i danni sociali che potevano derivare, richiamavano il popolo a non partecipare a tali rappresentazioni per amore di Nostro Signore.
Ma, al di là delle questioni strettamente religiose e morali, a spingere il clero verso posizioni intransigenti nei confronti della commedia d’arte esistevano anche motivazioni di carattere strettamente pratico. Non si può sottovalutare che la presenza di rappresentazioni comiche con sottofondo erotico distoglieva la popolazione dal frequentare assiduamente le chiese. Sia per il grande predicatore che per il parroco di campagna gli attori  rappresentavano un motivo di malcontento, perché concorrere con loro in popolarità era molto difficile.
Se i comici delle commedie d’arte avevano dalla loro parte l’estremo desiderio della popolazione povera di divertirsi senza alcun limite morale, anche i religiosi avevano i loro metodi per richiamare i fedeli all’altare. Per distogliere la gente dagli spettacoli erotici, infatti, spesso poteva essere sufficiente ricordare che il perdono di Dio lo si deve guadagnare anche combattendo tutto ciò che può essere offensivo nei suoi confronti.
Ecco che per avere maggiore presa sui credenti, i religiosi descrivevano i comici come individui moralmente abietti, soliti ad ogni tipo di mancanza morale e legati alle loro donne da costumi sessuali inaccettabili, che venivano palesemente mostrati al pubblico nelle loro scenette esilaranti. Partecipare ai loro spettacoli, agli occhi di Dio, significava approvare un modo estremamente negativo di vivere. Ma se tali ammonimenti potevano sul momento convincere il popolo a desistere dall’approvare le commedie d’arte e gli altri spettacoli popolari, poi con il tempo l’interesse che queste rappresentazioni suscitavano prevaleva e la partecipazione tornava numerosa. 

Gli attori comici venivano criticati anche da un punto do vista più strettamente culturale. Lo stesso loro modo improvvisato di recitare spingeva i colti a ritenere che la commedia era una rappresentazione stilisticamente non curata e dai contenuti superficiali, adatta solo ad un pubblico incolto e incapace di apprezzare il grande teatro. Messa a confronto con la tragedia, l’opera buffa risultava priva di qualsiasi virtù artistica, lontana da quella profondità di significato e dal phatos presente nelle maggiori tragedie, come quelle di William Shakespeare.
La commedia era per gli intellettuali e i religiosi solo una rappresentazione scomoda, che metteva in ridicolo gli aspetti più negativi dell’uomo popolare, ma quest’ultimo non possedeva la sufficiente preparazione per capire di essere deriso dagli stessi commedianti che tanto apprezzava.
Logicamente i capocomici e in generale gli attori delle opere popolari non erano d’accordo con quanto sostenevano sul loro conto i benpensanti. Non nascondevano, certo, che la loro arte era caratterizzata da contenuti semplici e da una forma spesso affrettata, ma queste caratteristiche non dovevano essere giudicate in modo negativo e, più che altro, malgrado i limiti della commedia d’arte, per l’appunto sempre di arte si trattava. Con il tempo, per contestare le critiche dei religiosi più intransigenti, alcuni capocomici iniziarono a raccogliere in volumi i primi copioni scritti delle loro commedia, dando alla luce utili testimonianze che sono servite ai critici nei secoli a venire per capire  i temi trattati nelle commedie del passato.
Secondo i difensori dell’opera buffa, questo genere di spettacoli dava un’immagine fedele della società della prima Età Moderna, rappresentando vizi e virtù degli uomini, e siccome in tutti i periodi storici si è sempre ritenuto che l’arte dovesse dare un’immagine della realtà, ne conseguiva che l’opera buffa doveva essere necessariamente considerata tale.
Tra XVI e XVII secolo si andò, quindi, a sviluppare una vera e propria querelle tra chi difendeva l’opera popolare perché doveva campare di essa e, probabilmente, anche semplicemente perché era l’unica forma di espressione artistica di cui era capace, e gli intellettuali e i religiosi ansiosi di tenere il popolo legato ai loro pulpiti. Ma a volte gli uomini di Chiesa furono costretti a ritornare sulle loro posizioni e a riconoscere il valore  dell’improvvisazione.
Varie sono le testimonianza di alti prelati, come vescovi o cardinali,  che di fronte a rappresentazioni popolari non riuscirono a negare di essersi divertiti e, logicamente, già tale concessione era sufficiente per riabilitare in parte l’opera buffa. Curioso fu il caso di un cardinale in viaggio che, dovendo sostare forzatamente per alcuni giorni a causa di un intoppo sul percorso, si lasciò dilettare da alcuni attori comici alloggiati presso la sua stessa locanda. In quel caso l’alto religioso e i suoi accompagnatori preferirono lo spettacolo della commedia alla riflessione teologica e alla preghiera prolungata.
Questi particolari avvenimenti, però, non venivano certo resi notizia ufficiale, ma le informazioni facevano presto a correre di bocca in bocca e, alla fine, giungevano all’orecchio di qualche difensore dell’opera buffa, che le utilizzava per rafforzare la sua tesi, facendo in modo che rimanesse una testimonianza scritta di quanto era accaduto.
La fortuna della commedia d’arte si andò riducendo nel XVIII secolo, dalla riforma goldoniana del teatro che al tempo interessò altri notevoli autori, tra i quali possiamo ricordare  l’abate Chiari. Furono i nuovi commediografi ad innalzare il loro genere, superando definitivamente l’improvvisazione attraverso l’adozione del testo scritto o copione, indispensabile per garantire la continuità nella rappresentazione delle opere. Queste ultime, in sintesi, dovevano essere inscenate sempre allo stesso modo.
Ma la memoria della commedia d’arte sopravvisse a lungo e continuò ad influenzare le opere comiche, anche quelle dello stesso Goldoni, attraverso le maschere classiche come ne “Il servitore di due padroni”, dove torna il personaggio di Arlecchino, oppure nelle componenti erotiche come ne “La locandiera”. Gli autori dell’opera buffa avevano a loro tempo elaborati i temi universali della comicità.


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