Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone

TUTTI I MIEI LIBRI SU AMAZON qui

La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA: La disubbidienza

26 Maggio 2008

di Carlo Capone

[Racconto pubblicato nell’antologia “Da un mondo all’altro”, Baldini Castoldi Dalai, 2006]

Quando mi ha detto ‘va, e cosi sia’ non ho battuto ciglio. Ho risposto sì e sono andato.

Senza riflettere, senza che il dubbio mi prendesse, il cruccio dell’osservanza volto in rispetto. Sono andato, e come tante, infinite volte, ho ucciso me stesso.
Non ho mai esitato.
Ogni volta che ha chiesto ho ubbidito; ogni volta che ha voluto ho desiderato; ogni volta che ha odiato ho condiviso. Ma questa notte, questa sera di aprile, con i profumi, i sussurri, gli odori, dolce!, tanto dolce da turbare i pensieri, questa notte non so, non ci riesco. Il vento di mare, un soffio che muove le foglie e carezza gli ulivi, come un padre la fronte del figlio, la neve i germogli di grano, quest’alito scuote il mio cuore, ne agita i rami.
Solo, solo con le mie paure. Senza che a lui importi, senza che mi assista nei desideri, i rimpianti, le seduzioni. Solo. Come un randagio in cerca di pane, un naufrago senz’acqua, un cieco in una piazza. Solo! In silenzio con i miei rancori.
Ma che ne sa, che capisce di me? E perché, per quale ragione sta zitto, si ostina a celarmi il senso di un’impresa che sfugge? Dice di amarmi – l’ha detto, ripetuto all’infinito- è certo di conoscere il bene, di saper distinguere il giusto dal male e di comprendere, lui sì, lui sì più di me, cos’è l’amore. Dice. Ma solo io, io soltanto, ho visto il pianto di un bimbo e la madre soffrirne. Io ho annusato il profumo del vento, ascoltato il silenzio di un’alba, goduto l’incanto di un cielo. Io, non lui, ho sentito gli ulivi, visto i volti sfiorarsi, due giovani amarsi. E quante, quante volte, ho letto la fede negli occhi del vinto, la fiducia in quelli di un morente, l’amore sul viso di un reo.
Solo, solo con i miei rimpianti. In questa notte che non sembra finire, in questo buio che opprime la mente, nel silenzio che riaccende i ricordi. Il ricordo di lei.
“Non importa”, mi disse, “ saprò capire. Qualunque sorte ti aspetti”
“Non puoi, tu non sai”, ne evitai gli occhi. “Come nemmeno io” . E strinsi forte i miei.
“Mi ami?”, sentii il suo fiato sul labbro. Fu un attimo, caldo come la sabbia d’agosto, freddo come il gelo di notte, e percepii quel seno. Turgido, impetuoso, esigente.
Dov’eri? te lo chiedo in ginocchio, con tutta la forza che, in quanto genitore, mi ispirasti. Dov’eri? Invano ho sperato in un segno, invocato un gesto, uno solo, lieve lieve, che mi desse l’ardire. E invece no, neppure allora venisti, a spiegarmi cos’era la linfa, il fuoco improvviso che mi arse le vene.
“Mi ami?”, sentii ancora e poi nulla. Due labbra furenti infuocarono le mie, e una pioggia di stelle incendiò i desideri.
Pure adesso fatico a riflettere, una coltre di cenere affoga i ricordi. Ho i pensieri arruffati, una mano cattiva mi afferra la gola, il vento, il soffio suadente, è cessato di colpo. E gocce dagli occhi si uniscono a quelle, comunque salate, che trasudano in volto. Insieme si mescolano e scendono giù, tra i solchi del labbro, dove il gusto accresce la rabbia.
Era un uomo, il pescatore sul lago. Credulone e violento come solo un uomo sa essere. Sentivo il fresco dell’acqua, il cedere lieve dei ciottoli, quando insieme issavamo la barca.
“Sei strano”, disse un mattino. I suoi occhi erano lampi gentili, il sorriso lo specchio del cielo.
“E tu il primo”, risposi d’istinto, dopo una notte di demoni e voglie.
“Pazzo”, scosse i riccioli scuri e sorrise di nuovo.
Pazzo, così hanno deciso che sia. Pazzo. Ecco il frutto dei sublimi disegni, del tuo ambire, dell’immenso egoismo. ‘E’ matto’, risero a mia madre quand’ero bambino. Plasmavo il fango in forme di rondini. ‘Pretende si levino in cielo!’, riferirono al padre. ‘Ma chi sei?’, mi disse la sera, ‘io non ti conosco’.
Pazzo. Ecco il marchio, il sigillo irridente alla tua smania di essere. Pazzo, finalmente vedo, distinguo, riesco ad intendere il senso delle mie fantasie. Avevano fame e avevano sete, erano stanchi e in cerca di asilo ma io…io non seppi che fare.
“Sete e fame”, pensai solamente, “non obbediscono ad altro”
‘E’ matto’, andò e disse allora chi ordiva, ‘pretende di conoscere il giorno e la notte, ritiene di amare la parte per il tutto, ma non sa nutrire nemmeno due stolti’.
Io lo vidi il vecchio, sulla strada del mare. Aveva un abito fatto di stracci e due fossi invece degli occhi.
“Mi hanno detto che puoi”, ne sentii il fetore. E non c’era amore, né fede, né pietà per se stesso, in quel tono. Solo rabbia, desiderio inumano di essere. Come il tuo e come il mio.
“Vattene”, gli soffiai appena. La voce rigata di stizza, tre chiodi conficcati alla nuca
“Vattene, sparisci”, mi hanno supplicato lui e lei questa sera. C’era puzza, in quella taverna, un tanfo di rancido misto a sudore. Giovani in armi, dai corpi bagnati, entravano a gruppi e chiedevano vino.
“Sa di aceto”, mi ha detto lui saggiandone un sorso. L’ho bevuto, guardandogli il viso. Era in ombra sotto un grande cappuccio ma gli occhi!, quello sguardo era brace nel buio.
“Prendi questo”, gli ho allungato del pane. Era secco e sapeva di muffa.
“E’ amaro”, l’ha quasi sputato.
“E’ amore”, gli ho preso il polso.
“E’ l’ora”, mi ha stretto lei il mio.
“E così non sia”, ho annuito, lentamente, fissando lontano.
I giovani in armi adesso tacevano. Uno di essi ha portato le dita allo stilo, un secondo gli ha toccato il braccio. “Non ancora”, m’è parso dicesse.
“Scappa”, lei mi ha ripetuto. “Fuggi, se davvero mi vuoi”


Letto 2270 volte.


2 Comments

  1. Commento by Giampaolo Giampaoli — 2 Giugno 2008 @ 15:22

    Davvero interessante. In questo singolare personaggio, il narratore del racconto, sembra che si cerchi di delineare il carettere psicologico ed emotivo dello scrittore; uomo solo, capace di una sensibilità sconosciuta ai più, uomo allontanato dagli altri per le sue alterità, ma che sa ugualmente comunicare in qualche modo il suo amore.

  2. Commento by Carlo Capone — 2 Giugno 2008 @ 17:54

    Ti ringrazio per l’interpretazione davvero intrigante. Il parallelo con la figura delo scrittore calza a pennello.

    Saluti

    Carlo Capone

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart