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LETTERATURA: STORIA: La linea gotica

25 Settembre 2012

di Mario Camaiani

Ai primi di marzo ’44 la linea del fronte di guerra in Italia era situata nel meridione: a Montecassino, in particolare, infuriavano ripetute battaglie tra le forze dell’Asse che si difendevano e quelle degli Alleati che attaccavano, cercando di risolvere le sorti dello scontro a loro favore onde riprendere l’avanzata verso nord, verso Roma. Un giorno, esattamente il 10 marzo, mia madre ed io eravamo in  treno, partiti dalla nostra cittĂ , Livorno, diretti versola Garfagnana, in lucchesia,  dove, a Fornaci di Barga, si trovava per lavoro mio padre che lì era stato trasferito con altro personale nel locale stabilimento metallurgico, da quello confratello di Livorno, distrutto dai bombardamenti aerei americani. Eravamo di nuovo sfollati, quindi, dopo la parentesi di alcuni mesi di sfollamento ad Arezzo, dall’incalzare della guerra nel nostro Paese; ma questa volta almeno saremmo stati tutti e tre della famiglia riuniti e ciò ci dava una certa tranquillitĂ . Ma ecco che con sorpresa notammo che il treno, a Pisa, anzichĂ© verso la stazione centrale, si dirigeva verso la campagna, fuori cittĂ ; e con altri  ci  chiedemmo il perchĂ© di questo: allora un viaggiatore, al corrente della cosa,  ne spiegò il motivo: “La rete ferroviaria della stazione è ancora sconvolta, dissestata dai bombardamenti aerei, per cui lo scambio dei convogli si svolge in una sorta di terminale provvisorio, chiamato ‘collo d’oca’, almeno  finchĂ© gli ‘amici’ bombardieri non lo individueranno e distruggeranno pure questo…: ed ecco che ci siamo.” Infatti il convoglio si stava fermando e cambiammo treno in questa, chiamiamola, stazione posticcia, d’emergenza; e di lì ripartimmo verso Lucca, oltrepassata la quale, ci dirigemmo nella valle del Serchio. Non ero mai stato in questa regione e mi stupii di come era diversa, non solo dal paesaggio pianeggiante e lineare di Livorno; ma altresì da quello della toscana, classico, fatto di dolci colline ed ampie pianure. Seguendo a ritroso il corso del Serchio, il treno si addentrava quasi come in una gola fra i monti che sempre piĂą si prospettavano imponenti; finchĂ©, sboccando nel barghigiano il fondo valle era piĂą esteso; ed ecco Fornaci di Barga! Scesi dal treno, ci colpì la grande mole del monte Gragno, alto circa mille metri, non lontano dalla stazione, al di lĂ  del fiume. Subito andammo alla portineria dello stabilimento, lì vicino: le guardie fecero venire mio padre e con lui ci abbracciammo, felici. Uscì dal lavoro e ci accompagnò a quella che, in locazione, era la nostra abitazione, situata alla periferia sud del paese, vicino ad una zona detta “le due strade”. Il proprietario, che viveva in un’altra casa, ci aveva affittato una parte dell’appartamento: cucina, camera e cameretta, ammobiliate; poi, quando noi avessimo portato i nostri mobili, i suoi li avrebbe messi nelle due stanze che si era riservato. La vita a Fornaci era tranquilla: niente allarmi aerei, c’erano alcuni cinema, vari locali, bar, trattorie e soprattutto un bellissimo dopolavoro, con cinema-teatro, salone per feste e campi per giochi di tennis, calcio, atletica leggera e tanto altro. Nella grande fabbrica  erano occupati migliaia di lavoratori ed in paese c’era un brulichio di persone. Come si è giĂ  accennato, c’erano parecchi livornesi provenienti dallo stabilimento di Livorno, quasi tutti con le rispettive famiglie, quindi le conoscenze non mancavano. In particolare noi si era fatta amicizia con una signorina, Rosina, (giĂ  di una certa etĂ ), con sua madre, Maria, con una signora, Bruna, e con suo figlio, Viviano, di un anno di etĂ  maggiore della mia, tutti livornesi. Anche in campo alimentare si stava bene, si era in campagna ed i prodotti agricoli non mancavano; ed oltre alle derrate alimentari razionate, c’erano in grande quantitĂ  le castagne e quindi anche la relativa farina dolce. La vita nella cittadina era varia ed interessante, ci si stava bene. Dopo qualche giorno mamma ed io ci recammo al comune per regolarizzare la nostra posizione di residenti-sfollati e così potemmo ammirare il bel borgo medioevale di Barga, compatto, cinto di mura, adagiato su un colle sulla cui sommitĂ  si staglia maestoso il duomo, millenario. Dal sagrato del sacro edificio si domina tutta la valle, con un ammirevole panorama: i monti delle Pizzorne; le Alpi Apuane, con il famoso monte Forato; gli altissimi monti dell’Appennino tosco-emiliano; in basso il borgo di Barga, con case, palazzi, vicoli e piazzette e piĂą giĂą il fondo valle con il fiume Serchio e tutte le altre localitĂ : un panorama stupendo. Al municipio sistemammo facilmente la nostra procedura burocratica; poi noi due ci facemmo ricevere dal PodestĂ  onde ottenere il sussidio di sfollati; ma egli gentilmente ci rispose che non ci poteva spettare, perchĂ© il capofamiglia, con il quale convivevamo, lavorava e proprio in questo comune. Mio padre, al lavoro, svolgeva il compito di magazziniere e conosceva un autista del posto, Francesco,  che ogni tanto faceva viaggi con il suo camion dallo stabilimento di Fornaci di Barga  a quello di Livorno, trasportando materiale: con lui rimase d’accordo che quando capitasse di fare uno di detti viaggi a Livorno, con al ritorno poca roba, quella  sarebbe stata l’occasione propizia per trasportare a Fornaci alcuni dei nostri mobili, indispensabili per l’alloggio. Però fu necessario, per me e mamma, di andare a Livorno a preparare quelle suppellettili che erano necessarie e che potevano essere caricate sul cassone dell’autocarro. Si era alla fine di marzo ’44, il viaggio si svolse abbastanza bene; e rieccoci ancora a casa nostra, ospiti di mio zio Gino e della sua moglie Ines, ai quali babbo aveva concesso provvisorio domicilio, dato che la loro casa era stata requisita dalle autoritĂ  militari. Come ci si aspettava, gli zii ci fecero una buona accoglienza e l’indomani sistemammo in una stanza tutto ciò che si sarebbe dovuto trasportare a Fornaci. Ma ci trattenemmo ancora qualche giorno a Livorno, dietro l’insistenza  degli zii. Così io colsi l’occasione per andare a trovare il mio caro amico Elio, che sapevo sfollato alla Valle Benedetta, insieme alla sua famiglia, qualche chilometro fuori cittĂ : bellissimo incontro, rattristato però da un bombardamento che in quel momento stava colpendo la cittĂ : “Non ti preoccupare – mi disse Elio – vedrai che, come al solito, prendono di mira il porto, la stazione…ma la zona del nostro quartiere non l’anno piĂą colpita. Non bisogna prendersela troppo, con la paura delle bombe; sennò, deh, si impazzirebbe!”. E salimmo su un monticello e di lì vedemmo che il fumo delle esplosioni era lontano dalla mia abitazione. Mi tranquillizzai, mi invitarono a desinare con loro e si passò la giornata come ai bei tempi, in modo sereno. Al commiato ci abbracciammo strettamente: si capiva che ci si sarebbe rivisti a guerra finita. La sua nonna, che sempre mi aveva avuto in simpatia, mi disse, quasi piangendo: “Non mi rivedrai mai piĂą, sono vecchia e una vita così tormentosa mi distrugge!” (invece, fortunatamente, questa brutta previsione non si verificò). L’indomani, alla partenza, salutammo gli zii in maniera piĂą ottimistica: “Ci rivedremo fra breve quando torneremo con il camion”, dicemmo loro. “Vi aspettiamo”, ci risposero. Una sera babbo, tornando a casa dal lavoro, ci dette l’attesa notizia: “Domattina Francesco va col camion a Livorno: verso le nove fatevi trovare pronti che passerĂ  di qui e vi caricherĂ , per andare a prendere i mobili”. “Beh – si pensò noi –  presi e rimessi, sarĂ  un viaggio facile: ritornare, sia pure per poche ore nella nostra cittĂ , è sempre una bella cosa”. La mattina dopo, dodici aprile, come stabilito, l’autocarro si fermò presso la nostra abitazione e noi salimmo nella cabina, che era abbastanza spaziosa: ci stavamo comodamente tutti e tre. L’automezzo era vecchio e malandato, andava a scatti e sobbalzava molto, dato anche il pessimo stato del fondo stradale; io ero seduto nel centro dell’abitacolo e mi divertivo un mondo a vedere di lassĂą tutta la campagna circostante ed i centri che attraversavamo. Dopo Pisa, sull’Aurelia, il traffico stradale si fece piĂą intenso: poche le macchine e autofurgoni civili, e molti mezzi militari; ad un certo punto un torpedone militare ci sorpassò lentamente: era carico di soldati del “Battaglione San Marco” e della “Decima Mas” e molti ci rivolsero cenni di saluto e noi li contraccambiammo. DopodichĂ© ci sorpassò, veloce, una camionetta tedesca che suonò il clacson e rientrò bruscamente a destra, davanti a noi, come ci ordinasse di fermarci. “Ed ora, fece Francesco, mentre frenava: che vorranno questi?”. Invece la camionetta riprese velocitĂ  e si allontanò, mentre dei soldati sul cassone del mezzo ci guardavano, ridacchiando. Giunti che fummo a Livorno, indicai all’autista la strada da prendere per raggiungere via Cesare Battisti, la nostra destinazione, e scendemmo alla nostra casa. “Allora vado alla metallurgica a caricare un po’ di materiale e penso che verso le due e mezzo sarò qui da voi”, ci gridò l’autista mentre ripartiva. Mia zia, dal rumore del camion era uscita di casa e ci venne incontro, festosa: “Non sapevamo che sareste venuti oggi…”. “Lo abbiamo saputo ieri sera pure noi – feci io – e lo zio dov’è?”. “Avete indovinato bene, perchĂ© oggi è libero dal lavoro e fra poco torna a casa perchĂ© lo stabilimento, a causa dei bombardamenti, lavora a singhiozzo; ma andiamo dentro che si prepara il desinare” (e dire ‘desinare’, in questa citazione, come pure per altre, è piĂą proprio anzichĂ© dire ‘pranzo’, piĂą solenne; infatti, in genere si trattava di una pastasciutta, condita poco e male, con pasta molto scura, come pure era il pane e poi un poco di carne con patate lessate, una mela…e questo per i tempi che correvano era un buon pasto!). Zio Gino giunse a casa e dopo i saluti chiese di mio padre, suo fratello. “Sta abbastanza bene – gli rispose mia madre – e vi saluta tanto.”  Noi avevamo portato un sacchetto di farina di castagne che fu graditissima: “Bella, questa farina, qui da noi non è facile trovarla – esclamò Ines –: ci avete fatto un bel presente!”. L’appartamento era al piano terra e fu facile mettere le masserizie nell’androne della casa ed ecco che all’ora stabilita giunse Francesco che ci aiutò a caricarle sul cassone dell’autocarro, legandole con cura, erano parecchie: letti, armadio, tavolo, vetrina, sedie…e quant’altro che potemmo metterci. Salutandoci, si era commossi  fino a qualche lacrima; ma il camion, rumorosamente, era giĂ  in moto; e via, partenza! Per uscire dalla cittĂ  seguimmo un itinerario diverso da quello dell’andata, transitando per zone semidistrutte: era uno spettacolo triste vedere i grandi casamenti sventrati, ridotti a cumuli di macerie, muri pericolanti, scheletrici…Ma ecco che giunti sulla statale Aurelia, all’altezza del cimitero comunale (detto dei ‘lupi’), violentissime deflagrazioni ci fecero sobbalzare: “Bombardano – gridò l’autista -, scendiamo!” e fermò il camion sulla sinistra della strada, vicino al sottopassaggio della ferrovia, mentre altri automezzi fecero altrettanto, fermandosi rapidamente: noi tre ci rifugiammo accovacciati nel fossato laterale della strada, mentre l’assordante rumore dei motori degli aerei si confondeva con quello, tremendo, delle esplosioni. Alzai lo sguardo: gli aerei, bimotori da bombardamento, volavano bassissimi, in formazione in fila indiana, sopra la linea ferroviaria e si avvicinavano verso di noi sganciando bombe che esplodendo facevano volare per aria nugoli di detriti e di terriccio che in alcuni casi ci  giunse vicinissimo. Calcolai come le bombe lanciate dagli aerei giungevano per terra ad una certa distanza dal punto, in verticale, da dove erano state sganciate. E così con terrore urlai: “Ecco, se sganciano da quel punto – e lo indicai, sopra il muro di cinta del camposanto -,  le bombe cadranno presso di noi!”.  Ma fortunatamente a quel punto l’incursione era terminata: si era trattato di un bombardamento mirato solamente alla stazione ferroviaria e da sud di questa iniziava l’attacco fino, verso nord, al confine della strada ferrata con il cimitero. Spaventatissimi, ci alzammo ed io continuai ad osservare gli aerei che, in sequenza, ci avevano sorvolato:  li contai, erano diciotto, bellissimi, lucenti, con sotto le ali e sulla fusoliera la grossa stella bianca dentro un cerchio, simbolo degli U. S. A.  Poi  i bombardieri si riunirono in formazione serrata, presero quota e virarono dirigendosi verso il mare. L’avevamo scampata per miracolo! E con noi pure gli altri che con i loro mezzi si erano fermati in questi pressi, come dall’altra parte della strada, vicino al nostro camion, aveva fatto una macchina anfibia germanica con quattro militari a bordo. Nel frattempo la strada si riempiva di un intenso traffico di veicoli che, fermatisi a causa dell’attacco aereo, ripartivano. Riflettendo su quanto avvenuto, pensai di come il divario degli armamenti dei contendenti era enormemente squilibrato a favore degli Alleati che erano incontrastati padroni dei cieli, potendo bombardare e distruggere ciò che volevano, senza incontrare nĂ© caccia intercettori, nĂ© difese di artiglieria antiaerea: era dunque una lotta impari e ragionevolmente quindi sarebbe stato logico che le forze dell’Asse si arrendessero, cosa questa che, specie i tedeschi, mai farebbero. Al rientro a Fornaci, nel tardo pomeriggio, trovammo babbo che ci aspettava sulla porta di casa, preoccupato per il ritardo. Gli raccontammo della brutta avventura capitateci e scaricammo i mobili alla svelta posandoli alla meglio entro casa, anche perchĂ© Francesco,  giustamente, aveva fretta di tornare a casa sua. “Stasera andiamo a cena fuori – disse babbo – dobbiamo festeggiare lo scampato pericolo!”. E così, mettendo in pratica la sua buona idea, si andò a cenare da “Ricci”, tipica trattoria di Fornaci. In detto locale ci trovammo il signor Davide, un anziano tecnico della fabbrica, che viveva da solo. Egli era istruito, calmo, ponderato, molto religioso e, seduto ad un tavolo accanto al nostro capì, dai nostri discorsi, dell’incursione aerea che avevamo subìto nel pomeriggio. Con discrezione si avvicinò a noi (egli e mio padre giĂ  si conoscevano), chiedendo ragguagli sulla vicenda. Mamma gliela spiegò,  poi ne parlammo tutti insieme ed infine egli concluse: “Oggi, voi – e si rivolse a me ed a mia madre -, scampando da morte, avete avuto come un nuovo dono della vita. Quando una persona riceve un dono, si dice che ha ricevuto un ‘presente’; e voi il ‘presente’  ricevuto qualche ora fa lo prolungate a tutt’ora festeggiando serenamente in famiglia detta donazione ricevuta gratuitamente, senza angoscia per il futuro, senza rimpianti per il passato. Comportandosi così, ognuno può diventare ‘padrone’ di se stesso, indirizzando la vita nel piĂą positivo migliore dei modi”. Ed ecco che anche qui a Fornaci, a fine aprile ’44, cominciarono a suonare gli allarmi aerei (con le sirene della “metallurgica”) e con le maestranze che si rintanavano  nei rifugi antiaerei, mentre la popolazione esterna si rifugiava dove poteva. Comparvero i primi aerei in ricognizione, che preannunciavano prossime incursioni e come ci era accaduto l’anno precedente prima a Livorno e poi, sfollati, ad Arezzo, adesso per  la terza volta ricominciammo di nuovo a subire gli attacchi aerei! Nel frattempo, ai primi di maggio ’44, i tedeschi, alle strette sul fronte a Montecassino, attaccati violentemente dagli Alleati in ripetute battaglie e con il rischio di essere attaccati anche alle spalle da altre forze provenienti dagli sbarchi ad Anzio e Nettuno avvenuti pochi  mesi prima,  cedettero agli avversari e si ritirarono rapidamente. Da citare che dopo lo sfondamento del fronte di Montecassino, gli angloamericani permisero che truppe nordafricane (marocchine, tunisine), utilizzate nei durissimi combattimenti, si dessero liberamente ad ogni genere di violenze contro la popolazione civile e stuprando donne di ogni etĂ . (Questi fatti efferati si ripeteranno in seguito anche in altre zone della nostra Patria, durante l’avanzata Alleata: in particolare in toscana dove, nel senese, suddette violenze furono di particolare gravitĂ  tant’è che molte donne violentate, dette “marocchinate” ricevettero, in seguito, un’indennitĂ , se non addirittura una pensione). Un mese dopo, esattamente il quattro giugno, gli angloamericani entrarono in Roma, mentre le residue forze dell’Asse si stavano ritirando lentamente verso nord, incalzate dagli Alleati. Altra notizia eclatante: sempre ai primi di giugno, il sei, gli Alleati, con imponenti forze, sbarcarono in Francia, in Normandia, riuscendo ad aver ragione della strenua resistenza dell’esercito tedesco e, dopo tremendi combattimenti contro le difese del “Vallo Atlantico”, iniziarono l’avanzata verso l’interno ( raggiungeranno Parigi ad agosto). Da parecchio tempo, nel barghigiano ed in tuttala Garfagnana, i tedeschi erano comparsi ed aumentavano sempre piĂą di numero, mentre fervevano i lavori, ai quali erano impiegati molti lavoratori italiani, per la costruzione della “linea gotica”, grande struttura militare difensiva, la quale, nella sua interezza, attraversava tutta l’Italia in senso latitudinale, da Viareggio a Rimini. Nella nostra Valle del Serchio dette fortificazioni erano situate all’altezza di Borgo a Mozzano, provenienti dai monti versola Versilia, poi attraversavano il fiume Serchio e proseguivano sulle alture dell’altra sponda. Purtroppo, tornando al nostro racconto, come previsto, a Fornaci di Barga cominciarono gli attacchi aerei con mitragliamenti: una mattina, prestissimo, un forte rumore di aerei e di spari di mitraglia mi fece svegliare di soprassalto; con cautela mi affacciai alla porta di casa e osservai su nel cielo uno stormo di parecchi aerei monomotore che stavano effettuando un vorticoso carosello: uno dopo l’altro partivano dall’alto, sopra Piano di Coreglia, puntando verso Fornaci, lungo la ferrovia,  abbassandosi e, quando giungevano all’altezza della mia abitazione, a qualche decina di metri di lato, iniziavano a mitragliare in direzione della stazione. Con timore osservai i lampi di fuoco e fumo che uscivano dalle armi situate alle ali degli apparecchi mentre questi, ultimata la sparatoria, riprendevano quota virando sulla destra e  tornavano indietro ripartendo poi da Piano di Coreglia per un nuovo attacco: siffatte evoluzioni si ripeterono per piĂą volte. Tutta la linea ferroviaria, stazioni comprese, venne minuziosamente colpita da simili attacchi, per cui si fermò definitivamente il traffico ferroviario della Garfagnana. Un giorno andai, con l’amico Viviano, alla stazione di Fornaci: una desolazione! Il tetto dell’edificio sbriciolato, le finestre sfondate, le altre strutture sconvolte, presso il deposito merci alcuni vagoni distrutti e lì appresso una locomotiva, talmente crivellata di colpi che, paragonata ad un enorme colabrodo, è dir poco! Detta locomotiva rappresentava un gustoso bersaglio per gli aerei avversari che sorvolando la zona la notavano, e giĂą a colpirla! Nel casamento dove abitavo con i miei c’era un’officina meccanica ed il titolare, Romolo, un anziano forte e bonario, mi invitò a lavorare con lui. Accettai volentieri, non solo per guadagnare qualcosa, ma anche per avviare un impegno lavorativo e mi sembrò di essere tornato a qualche anno prima quando, a Livorno, andavo nella bottega di idraulico-stagnino del mio caro nonno Aristide per aiutarlo…(o per combinare qualche guaio: ma egli era talmente buono che mi perdonava sempre tutto). Qui vicino c’era un capannone nel quale svolgeva la sua attivitĂ  di carraio Remigio, valente artigiano che riparava carri, calessi e qualsiasi tipo di veicoli da traino con cavalli: era uno spettacolo vederlo quando applicava i cerchioni di ferro alle ruote di legno, scaldandoli con pezzetti di legno infiammati, affinchĂ© si dilatassero di quel tanto da poterli sistemare e poi, con getti d’acqua, raffreddarli rapidamente in modo che si stringessero alle ruote in tutta sicurezza di tenuta. Spesso, sia dal carraio che dal meccanico venivano soldati tedeschi, che erano acquartierati in questa zona, forse genieri, per riparare qualcosa, carri, auto e tant’altro. Un giorno, nel retrobottega, Romolo si fece aiutare da me e da un suo nipote, Fiorino, per nascondere una damigiana piena di grano; ma mentre la sistemavamo in modo che non si vedesse, ecco che all’improvviso comparve Giuseppe, un militare tedesco che ben conoscevamo, per chiedere qualche arnese: non lo avevamo sentito entrare nella bottega: ci si guardò costernati mentre il soldato, sbiancando in volto, balbettò, con il poco di italiano che sapeva: “Che avere, lì…armi?… Partigiani?”. Romolo prontamente lo invitò ad avvicinarsi, ma quello stava per scappare; allora Romolo gli mostrò la damigiana ed il contenuto, dicendo: “Non sono armi: ecco, è  grano, per riserva, in questa situazione di guerra così critica”. Al che Giuseppe si rasserenò e tutti e quattro si scoppiò in una fragorosa risata! Tutto finito bene? Romolo non ne era convinto e si aspettava che i tedeschi venissero a prendergli il grano: invece no, i giorno passarono senza che accadesse niente del paventato: quel militare non aveva segnalato ai suoi superiori del grano nascosto, era veramente una brava persona. Gli Alleati proseguendo nell’avanzata, il diciotto luglio raggiunsero Livorno, la mia cittĂ . Io ed i miei miei ci sentimmo piĂą isolati, piĂą soli, staccati dai nostri parenti e amici di colĂ . La linea del fronte si spostò rapidamente e, giunta sull’Arno, a Pisa, si fermò per una sosta tattica per poi riprendere al meglio le operazioni belliche. I passaggi di velivoli, anglo-americani, nel nostro cielo, erano normali, si può dire quotidiani; e spesso con mitragliamenti, ma un  giorno accadde qualcosa di insolito. Un aereo, un  caccia, sorvolò Fornaci di Barga  e dintorni e si allontanò verso gli Appennini; ma poco dopo si udì, da lontano, un grande crepitio di mitraglie per aria, come per una battaglia aerea; ed infatti era proprio così, perchĂ© poco dopo un aereo (forse quello giĂ  citato), si presentò su Fornaci, perdendo quota, a stento sorvolò Piano di Coreglia passando accanto al campanile della chiesa e poi sparì: evidentemente era precipitato. Io ed altri, in bicicletta, si raggiunse il luogo dove era caduto: era a Ghivizzano, in un campo vicino al fiume; ma nell’atterraggio di fortuna l’aereo aveva urtato contro un alberello, schiantandosi al suolo. Quando arrivammo sul luogo il pilota era giĂ  stato estratto dalla cabina ed il relitto del velivolo, sforacchiato da colpi di mitraglia, era piantonato dai carabinieri. L’indomani si seppe che il pilota, un neozelandese, ferito gravemente, era stato trasportato all’ospedale di Barga, dove purtroppo morì. Per motivi strategici, la linea ‘Gotica’, nella nostra zona, subì una rettifica di posizione, arretrando di una ventina di chilometri, per allinearsi piĂą correttamente con il suo prosieguo verso l’interno della Toscana. Quindi, partendo dalla costa del Mar Tirreno a nord di Viareggio, saliva sulle Alpi Apuane (zona dei monti del gruppo ‘Panie’); indi si attestava sulla catena montuosa che delimita la media valle del Serchio dalla valle della Garfagnana e, attraversando il fiume Serchio, saliva sull’alto monte del “Lama”, a nord di Barga,  fino all’Appennino Tosco-Emiliano. Perciò gli imponenti lavori che da mesi si svolgevano alle fortificazioni della ‘gotica’ nella zona, bassa e alta, di Borgo a Mozzano, vennero sospesi, mentre, febbrilmente iniziavano alla nuova linea. Ma un giorno, un grosso reparto di “SS”, circondò un  campo di lavoro paramilitare in Garfagnana e, armi in pugno, obbligò i lavoratori italiani che lì prestavano la loro opera, a salire sui camion, per essere deportati in Germania, a lavoro coatto. Un altro giorno mi trovavo davanti casa, sulla strada principale, quando cominciò a transitare una colonna motorizzata tedesca con auto, camionette, moto e motocarrozzette: i militari erano armati di tutto punto ed indossavano divise nere. Si vedeva che era un reparto ben tenuto ed efficiente e mentre cercavo di capire di che arma fosse, un sidecar si avvicinò al marciapiede presso di me, frenando prontamente e dalla moto scese un giovane militare che, prendendo un grosso tralcio d’uva con molti grappoli, che era posato sul cofano della carrozzetta, nella quale era seduto un ufficiale, mi si rivolse, mostrandomelo:  “Lavare”, disse.  “Vieni”, gli risposi e lo invitai a seguirmi in casa. E mentre al rubinetto dell’acqua, in cucina lavava l’uva, mi accorsi che sulle mostrine della divisa aveva il segno delle temute “SS”. Mi sentii mancare dalla paura: si era in tempo di rastrellamenti e le “SS” erano quelle che li effettuavano! Invece, lavata l’uva alla svelta, quel giovane me ne porse un bel racimolo e “grazie!”, mi gridò, mentre risaliva in moto porgendo l’uva all’ufficiale che subito cominciò a mangiarne e poi via, a ricongiungersi alla colonna che nel frattempo era transitata tutta. Inizio di settembre: di buon mattino otto cacciabombardieri U.S.A. si presentarono nel cielo di Fornaci (non certo per darci il buongiorno!), ed operarono un violento bombardamento e mitragliamento sullo stabilimento S. M. I. e zona circostante. Una bomba colpì il posto di lavoro di mio padre che fortunatamente in quel momento non vi si trovava. Nell’incursione si ebbe un soldato tedesco morto e dei feriti. Nei giorni seguenti numerose azioni aeree colpirono Bagni di Lucca, Castelnuovo Garfagnana e tuttala Valle. Intantogli Alleati ripresero l’avanzata e il cinque di settembre ’44, raggiunta ed oltrepassata Lucca, si apprestarono ad imboccarela Valleche porta in Garfagnana. In siffatte condizioni la ‘metallurgica’ di Fornaci, giĂ  da diverso tempo praticamente improduttiva sospese del tutto qualsiasi lavorazione: rimase nello stabilimento, come a presidiarlo, un minimo di personale: guardie di sorveglianza, qualche dirigente, qualche operaio, ed anche mio padre, che diventò il responsabile di tutti i magazzini. Talvolta militari germanici prelevavano del materiale e babbo registrava queste ‘uscite’ preparando la richiesta ai comandi tedeschi per eventuali rimborsi (e queste operazioni continuarono, dopo il passaggio del fronte, con gli americani; e qui babbo dette fatture le portava  direttamente al governatore americano che era alloggiato all’albergo Gorizia di Fornaci). Passarono pochi giorni e verso la metĂ  del mese arrivarono in paese gli alpini della divisione  Monterosa, una delle quattro di cui disponeva l’esercito di Salò. Una parte di dette truppe si accampò alla localitĂ  ‘Bertolotti’, presso il torrente Loppora, vicino alla nostra abitazione ed un giorno detti soldati si misero a scavare piazzole sistemandoci cannoncini anticarro ai lati della strada, rivolti verso il ponte. Ovviamente la cosa era preoccupante e allora  babbo, che nel frattempo aveva fatto conoscenza con il capitano Cannella, del reparto artiglieria da montagna, gli chiese se lì avessero atteso i carri avversari…“No –  rispose sorridendo il capitano -, altrimenti avremmo fatto evacuare la popolazione…: beh, sì, le posso dire che si tratta di un’esercitazione, come altre fatte durante le tappe della ritirata strategica, ma presto ci attesteremo definitivamente sulle posizioni prestabilite”, indicando i monti a nord di Fornaci di Barga. Ma la situazione era di estrema gravitĂ  e perciò si decise di trasferirci in una casa che non fosse, come questa, situata  sulla strada principale, transitata dai mezzi militari; ma in una fuori mano. E, insieme alle altre due famiglie di livornesi giĂ  succitate, quindi in sette persone  fra tutte, trovammo in affitto una casa che faceva al caso nostro, con tre camere. Da detta casa, di un certo Olinto, situata su un colle ad un limite dell’altipiano di Filecchio, presso il ponte del torrente Loppora, con una fornace di mattoni sottostante, si godeva un vasto panorama: Fornaci in primo piano, poi il resto della valle ed i monti circostanti. Impiegammo un paio di giorni per portare lassĂą parte dei mobili, soprattutto i letti, anche usando una carretta che ci avevano prestato, e finalmente ci alloggiammo, sentendoci piĂą sicuri, a parte che per il desinare, insieme con mio padre, mamma ed io si tornava alla casa di Fornaci. Una volta babbo, dopo aver consumato il pasto del mezzogiorno, prima di rientrare allo stabilimento rimase qualche minuto a conversare con dei vicini di casa lì fuori; e c’ero pure io, quand’ecco che giunse Davide che gentilmente salutandoci, si soffermò. Conoscendo la religiositĂ  di Davide, uno dei presenti esclamò rivolgendosi a lui: “Noi preghiamo GesĂą al quale viene attribuito anche il titolo di Re: perchĂ© Egli non si cura di noi suoi sudditi a lenirci le sofferenze di questa triste situazione in cui ci troviamo?”. Una donna intervenne “Stai zitto, Gustavo, e chiedi scusa al signor Davide!”; ma quegli rispose subito al suo interlocutore: “Sì, GesĂą è Re; ma in questo mondo il suo trono è una Croce e la sua corona regale è di spine! E se noi siamo suoi sudditi, bisogna comportarci come egli ci ha insegnato: ad amarci come fratelli, aborrendo il male, come lo è la guerra e perseguendo il bene anche offrendo a Lui i nostri dolori per la salvezza nostra e di tutti gli uomini, chiunque essi siano”. Un giorno mentre uscivo di casa fui  requisito insieme ad altre persone dai guastatori  tedeschi, che ci costrinsero ad aiutarli a minare il ponte della Loppora. Nel pomeriggio, a lavori ultimati, ci rimisero in  libertĂ . Frattanto le truppe alleate, avanzando e  risalendo la valle del Serchio, giunte all’altezza di Borgo a Mozzano superarono  agevolmente la originaria linea gotica, quasi senza incontrare resistenza perchĂ©, come su accennato, detta linea, lì localizzata, era stata abbandonata non piĂą offrendo garanzie valide per strategia militare. (Ebbene, finita poi la guerra e trascorsi diversi decenni, le vestigia di questa fortificazione bellica, ancora in buono stato, sono state rivalorizzate da un apposito comitato sorto a Borgo a Mozzano, che ne ha fatto un interessante museo, esterno ed interno, mèta di tanti visitatori che molto apprezzano questa iniziativa). Riprendendo il filo della narrazione, ecco che il fronte si avvicinava velocemente al nostro territorio: cannonate alleate arrivarono fra Ghivizzano e Piano di Coreglia causando la morte di soldati e di civili. Da Fornaci transitavano, in  ritirata verso la nuova linea difensiva, carri armati, autoblindo, autocarri, artiglieria: tutto l’armamentario bellico, insomma, sia tedesco che della repubblica sociale. Un distaccamento di artiglieria tedesco si fermò a Fornaci piazzando i  cannoni in via Mozza, dando inizio ad un lungo cannoneggiamento sulla zona di Coreglia, dove si trovavano i partigiani, e sugli avamposti alleati, verso Bagni di Lucca. Dal ventinove settembre ’44, dato che la nostra diventò zona di operazioni, l’allarme aereo non venne piĂą dato. Le retroguardie germaniche fecero saltare alcuni punti della ferrovia e dello stabilimento ed io insieme all’amico Viviano ed  ad altre persone assistemmo, da presso la casa dove abitavamo, dall’alto della collina prospiciente Fornaci, lo scoppiare delle mine. Ma, dalla strada sottostante, tre soldati tedeschi, di pattuglia, ci scambiarono per partigiani e si apprestarono a puntare le loro armi contro di noi, quando alcune persone lì presenti, fra le quali mia madre (che poi ci raccontò il fatto), tanto si raccomandarono ai militari, scongiurandoli di non sparare, assicurandoli che si trattava di civili innocui, finchĂ© questi rinunziarono a sparare e proseguirono oltre. Il tutto si svolse senza che noi ci accorgessimo di nulla, occupati come si era a guardare altrove! La sera stessa le prime cannonate alleate arrivarono nella nostra zona, ormai la ritirata italo-tedesca era completata e l’indomani vennero fatti saltare tutti i ponti stradali di Fornaci e dintorni: eravamo, insomma, nella terra di nessuno, completamente isolati. Notte e giorno, con qualche interruzione, proseguì la pioggia di proiettili e si giunse al quattro di ottobre quando, trovandomi fuori della casa a Fornaci con altre persone, si udì un colpo in partenza di cannonata e pochi secondi dopo il lacerante, stridulo sibilo del proiettile che squarciava l’aria. Di colpo scappammo dentro l’androne della casa, mentre una tremenda esplosione faceva sobbalzare l’edificio: la granata era esplosa sulla strada all’altezza del portone di casa che era stata sfregiata da una raffica di frammenti del proiettile. Indi, ripresici, uscimmo fuori e con raccapriccio, fra il fumo prodotto dall’esplosione, notammo che  un anziano che era seduto su una sedia, li fuori,  non c’era piĂą: la sedia era vuota! La nipote, una ragazza della mia etĂ , strillava disperata: “Il nonno non c’è piĂą, la cannonata l’ha disintegrato…” “Ma che dici, Adriana – feci io -, cerchiamolo: sarĂ  scappato”. Intanto altra gente accorreva e qualcuno notò: “Ci sono tracce di sangue che attraversano la strada”e tutti allora di corsa verso la parte opposta del selciato e giĂą per una  breve discesa  in fondo alla quale, adagiato per terra fra la vegetazione, giaceva l’uomo: un frammento della granata  lo aveva seriamente ferito ad una natica. Dopo un certo tempo arrivò un barroccio, trainato da un cavallo, che trasportò l’uomo all’ospedale di Barga nel quale, a tempo debito, si ristabilì. Giovedì cinque ottobre 44: dopo una nottata trascorsa sotto un incessante violentissimo cannoneggiamento, al mattino le artiglierie tacquero ed ecco che arrivarono le avanguardie dell’esercito alleato; i soldati procedevano camminando lentamente, guardinghi, con i fucili imbracciati, in doppia fila indiana ai lati della strada, staccati di qualche metro uno dall’altro… Ed ecco che ci transitarono davanti: erano soldati brasiliani, con proprie insegne e noi della  popolazione li salutammo con gioia e ci abbracciammo festosi: “Che continuino l’avanzata verso nord, rapidamente? – ci dicemmo  –  Che l’incubo di subire direttamente la guerra, per noi sia terminato?”. Ma le forze italo-tedesche si stavano attestando sulla linea detta Gotica, consolidando le loro posizioni mentre  le loro artiglierie cominciavano a colpire la nostra zona. Noi sette delle tre famiglie livornesi che coabitavamo insieme continuavamo la precaria vita come prima, tra un duello di artiglieria e l’altro: cannonate in  partenza ed in arrivo, tutti i giorni; e tutti i giorni moriva qualcuno, era una vitaccia!  E il fronte era fermo: quando si muoverĂ ?

 


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1 commento

  1. Comment di Mario Camaiani — 25 Settembre 2012 @ 20:34

    Trascrivo il profondo e dotto commento a questa mia narrazione, che mi ha inviato l’amico Gian Gabriele, al quale rivolgo tanti ringraziamenti. Mario.

    “La fitta trama d’eventi, puntualmente offerta, non solo testimonia una memoria eccezionalmente lucida e precisa, ma anche l’intensitĂ  e la drammaticitĂ  del vissuto. Tutto come se fosse ancora lì dinanzi agli occhi, che vedono e “sentono”, pur a distanza di tanti anni.

                I vari momenti vanno a costituire documentazione preziosa, perché provati in prima persona o ricavati onestamente e in modo imparziale dalla realtà del tempo.

                Pur tra vicende di grande sofferenza, emerge immancabilmente un’umanità di straordinaria levatura, a sottolineare che nemmeno l’orrore della guerra può distruggere la bontà e la genuinità dell’animo. Così, affetti familiari, solidarietà, amicizie, fede consolidata, speranza mai spenta e coraggio si attestano quale grande forza protesa verso una rinascita, che mai vien meno nell’auspicio. Non è secondario, in questo senso, l’apprezzamento che, di tanto in tanto, sottolinea la bellezza di certi luoghi, dove l’autore viene a trovarsi, quasi come se ciò costituisse un’auscultazione della stessa natura per un intimo ripiegamento e per una ferma volontà di andare avanti.

              L’ampia narrazione si fa, dunque, una sola partitura, complessa e sostanziale, per una precisa geografia della stessa memoria e delle emozioni. Il percorso delineato, pur procedendo spesso in forme intime e soggettive, in realtà ha valenza ed esemplarità, che divengono inconfondibile voce di coerenza storica.

                                                  Gian Gabriele Benedetti”

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Bart