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LETTERATURA: STORIA: La ritirata

3 Dicembre 2012

di Mario Camaiani

Da pochi giorni si era entrati nella seconda metĂ  del mese di dicembre ’44, il tempo era buono, il  cielo sereno, terso; ed  i consueti cannoneggiamenti, in partenza ed in arrivo, erano al minimo. Dalla casa dove abitavamo si notavano gli aerei alleati che svolazzavano sul fronte della linea gotica, in Garfagnana, colpendo le postazioni italo-tedesche. “Ragazzi, ma che ci fate in casa:  andate a fare due passi, chĂ© vi farĂ  bene!”,  esclamarono la mamma di Viviano e la mia, rivolgendosi a noi. Non ci facemmo ripetere l’invito e partimmo, sereni, assaporando il benefico tepore del sole invernale; oltrepassammo Filecchio e poi, dopo una lunga salita, si arrivò a Tiglio e continuammo su una strada che ormai era un sentiero, giungendo presso il lato orientale di Barga, capoluogo del comune. Lì, dopo una curva, c’imbattemmo in un gruppo di soldati, neri, della divisione afroamericana “buffalo” che vedendoci si allarmarono: due di loro, però un po’ titubanti, ci puntarono contro i fucili; ma subito li abbassarono, chĂ© capirono che non si trattava di nemici. Uno dei militari ci chiese, in italiano un po’ stentato: “Che ci fate, qui?”. “Niente – gli rispondemmo –: abitiamo in quel paese là” –  indicandogli Filecchio, mentre ci demmo un’occhiata come per dirci: “Ci siamo messi in un bel guaio!”. Ma quegli replicò: “E lĂ  – indicando la zona poco a nord di Barga – ci sono i tedeschi con gli italiani che stanno con loro: tornate subito indietro!” -, concluse in tono perentorio. Noi due ci tranquillizzammo ed intanto avevamo notato che quei soldati avevano lì appresso degli automezzi, uno dei quali carico di bobine di cavo telefonico, che veniva steso per terra mano a mano che il mezzo procedeva. Tornammo indietro per un altro sentiero quando, in prossimitĂ  di un casolare, un grosso cane, abbaiando, si avvicinò minaccioso a noi; ma fortunatamente la sua padrona lo fece tacere e ci chiese: “Ragazzi, siete partigiani?”. “No”, –  le rispondemmo. –  “E’ vero – fece lei –,  infatti non avete armi…meglio così”. “PerchĂ© meglio così?”. “PerchĂ© quelli quando hanno bisogno di viveri vengono nelle nostre case, a chiederceli. Eppure gli alleati con gli aerei spesso li riforniscono di vettovaglie e di armi mediante lanci di piccoli paracadute.”. “Ma evidentemente non gli bastano – intervenne il marito della donna che nel frattempo si era avvicinato –; e, se trovano qualcuno che ritengono fascista gli possono fare violenza: questo perchĂ© la componente maggiore dei partigiani è di ideologia marxista, comunista, che prende a modello il sistema sovietico vigente in Russia e propugna la lotta per prendere il potere”. Ed ecco che al nostro gruppetto di persone si aggiunse un’anziana contadina, forse mamma di uno dei due coniugi,  che, avendo capito di che cosa si parlava, disse subito la sua: “Sì, so che i comunisti, che sono al potere in Russia, hanno imposto la dittatura e l’ateismo di stato; ma il nostro prete ci ha spiegato che la Madonna, apparsa a Fatima, in Portogallo,  ha detto che la Russia, pur portando i suoi errori nel mondo, infine si convertirĂ .”. Al che l’uomo commentò il dire dell’anziana: “Allora, dittatura per dittatura, è meglio quella chĂ© lascia liberi i cittadini di professare la religione in cui credono, che è cosa essenziale!”. Riprendemmo il cammino verso casa ma, sorpresa, quando si era in prossimitĂ  di Tiglio, c’incontrammo con un folto gruppo di uomini armati, non in divisa, che procedevano in senso contrario al nostro: erano partigiani! Ci squadrarono, sospettosi, e quello che doveva essere il loro capo ci interrogò chiedendoci chi eravamo, perchĂ© si era lì e così via, poi ci domandò: “Da che parte state, da quella con i tedeschi o da quella con gli americani?”. “Noi ci auguriamo che gli alleati presto riprendano l’avanzata e vincano la guerra!”. E detta risposta che gli demmo era la pura veritĂ ; comunque, meglio così, uno dei partigiani si avvicinò: era Umberto, che io avevo conosciuto tempo prima in un caffè a Fornaci di Barga, il quale intervenne in nostro favore: “Dai, Marco, lasciali andare, chĂ© li conosco: non sono fascisti”. “Va bene, potete andare – ci disse Marco – e non tornate piĂą da queste parti, salvo che non vogliate unirvi a noi per la causa della libertĂ , della democrazia, per la nuova Italia!

Noi apparteniamo alla formazione dei patrioti del comandante Pippo: decidetevi, non siate pavidi, siate generosi, partecipate alla liberazione della Patria!”. Un tacito ringraziamento con un’occhiata a Umberto e via, quasi di corsa. Nella stessa notte aerei tedeschi spezzonarono la nostra zona lanciando anche manifestini di propaganda, mentre l’attivitĂ  delle artiglierie dell’Asse giorno dopo giorno cresceva di intensitĂ . Si giunse così al Santo Natale: quel giorno ci fu una relativa calma e Viviano ed io ci recammo alla Santa Messa nel vicino paese di Piano di Coreglia. La chiesa era gremita, ma tutti noi presenti eravamo tristi e preoccupati. Il parroco, all’omelia, espresse lo stato d’animo cui si era pervasi: “Oggi doveva essere un giorno di grande festa; ma non può esserlo, data la grave circostanza che ci sovrasta, ma non bisogna disperarci: il Signore che ha permesso che subissimo questa dura prova, ci darĂ  la forza di sostenerla e di uscirne vittoriosi. Bisogna però comportarci da veri cristiani, rifuggendo il male ed amandoci come fratelli; ed in questi attuali frangenti le occasioni per dimostrare ciò sono abbondanti, e pregare con grande Fede; così certamente otterremo la gioia piĂą importante, quella interiore. Poi…ecco: come dopo giorni e giorni di piogge e di tempeste infine torna a risplendere il sole, pure a noi, dopo il buio di questo periodo di guerra, tornerĂ  a risplendere il sole della Pace!”. Il giorno dopo riprese, piĂą forte di prima, il cannoneggiamento italo-tedesco, controbattuto dalle artiglierie alleate che sparavano all’impazzata: tutto il territorio era sotto una pioggia di granate! Mio padre uscì dallo stabilimento in mattinata e ci portò la brutta notizia che paventavamo: “Sembra che le forze dell’Asse abbiano iniziato una grande offensiva: si combatte su tutti i monti della linea del fronte: gli alleati cercano di impedire agli avversari di avanzare, di scendere a valle.”. La notizia ci fece rabbrividire, con noi c’era anche Olinto, il proprietario della casa; ma in tutti prevalse l’opinione che le forze degli Alleati, numerose e ben armate, avrebbero tenuto le linee e perciò scartammo l’idea di scappare; poi guardando giĂą nella strada, verso Fornaci, notammo molto movimento dei militari americani, ma non di civili in fuga e ciò ci rafforzò nella decisione di attendere lo svolgersi degli eventi. Durante la giornata, dall’alto del colle, presso la casa, si seguiva lo svolgersi della situazione militare: sul fronte al lato destro del Serchio, ove operavano gli alpini della divisione “Monterosa”, i combattimenti, partiti dalle alture da Brucciano fino a Palleroso, si spostavano verso il basso, verso Gallicano, quindi gli americani stavano ripiegando. E detto movimento del fronte si notava sia dalle vampate degli scoppi delle armi pesanti, sia dal crepitio delle mitraglie. Identica situazione nel territorio barghigiano, alla sinistra del fiume, dove i tedeschi, con ingenti forze, scesi dal “Lama”, avevano scatenato una grande offensiva e stavano attaccando il caposaldo di Sommocolonia, punto strategicamente determinante a difesa della cittĂ  di Barga. Il cruento scontro si protrasse fino al pomeriggio (ed è passato alla storia come “La battaglia di Sommocolonia”), ma infine i tedeschi ebbero il sopravvento e avanzarono verso Barga. Al calar della sera udimmo un forte movimento di mezzi, giĂą nella strada principale: transitavano in ritirata carri armati, artiglierie, automezzi di ogni tipo, triste segno che la “Buffalo” era stata sconfitta; e tra questi militari si notavano anche gruppi di civili.

Altro angoscioso interrogativo: che fare? Ci consultammo fra noi e con altre persone che abitavano lì vicino e decidemmo di non tentare la fuga, chĂ© oramai era buio, essendo troppo pericoloso, ma alle prime luci dell’alba del giorno seguente. Nervosamente mangiammo qualcosa, in piedi, in movimento fra dentro e fuori casa, calcolando, dal rumore degli scoppi che Barga era stata raggiunta dai tedeschi. PiĂą tardi cominciò un violentissimo cannoneggiamento alleato verso le posizioni perdute: vaste zone a nord di Gallicano e di Barga erano in fiamme, le esplosioni, ininterrotte, illuminavano con i loro bagliori tutto il fronte di battaglia, mentre in alto, sopra di noi sibilavano i proiettili che, a grappoli, solcavano il cielo. Verso mezzanotte ci fu una certa relativa calma, anche se le deflagrazioni continuavano, ma intermittenti; e noi ne approfittammo per preparare, febbrilmente, ciò che si poteva portare via, in borse, zaini, tracolle, tutto approntato alla meglio. Poi ci coricammo sui letti, rimanendo vestiti. Così stando, ad un certo momento udii distintamente, da lontano, un colpo di partenza di cannonata: aspettavo il conseguente scoppio, preceduto dal sibilo, ma i secondi passavano e non accadeva niente; quand’ecco che uno scoppio tremendo fece sobbalzare la casa: io mi trovai per terra, mentre la stanza si riempiva di polvere e di  fumo. I miei genitori ed io ci chiamammo disperatamente: eravamo storditi, ma incolumi, e così pure gli altri inquilini. Si scese al piano terreno dove alloggiava Olinto, il quale uscì di casa per vedere dove aveva colpito il proiettile, dato che con il cielo sereno un minimo di visibilitĂ  c’era. Rientrò poco dopo con una dichiarazione impressionante: il proiettile aveva colpito una facciata della casa, lato nord, accanto alla finestra della stanza al secondo piano, sopra la camera dove mi trovavo io con i miei genitori, provocando un grosso squarcio circolare  nel muro! Pochi decimetri piĂą in basso e per noi sarebbe stata la fine. Riprese il fuoco delle artiglierie tedesche e trascorremmo il restante della notte sotto un uragano di granate alcune delle quali esplosero nelle  vicinanze della nostra abitazione. Ai primi chiarori dell’alba cessò il cannoneggiamento. Viviano ed io uscimmo per vedere lo squarcio nel muro prodotto dalla cannonata e, per terra, fra i numerosissimi frammenti del proiettile ne raccolsi uno onde conservarlo quale cimelio personale di guerra (e così è avvenuto: questa scheggia è tuttora in mio possesso). I tedeschi ripresero ad avanzare ed il crepitio delle armi leggere si avvicinava sempre piĂą: non c’era tempo da perdere, ormai potevano essere giĂ  a Filecchio, ad un chilometro e mezzo da noi. Raccogliemmo freneticamente la roba preparata, ce la caricammo addosso, istintivamente ci facemmo il segno della Santa Croce e via, quasi di corsa, fuori. Poche decine di metri e, all’inizio della discesa del colle, da un fossato uscirono fuori alcuni militari di colore con le armi imbracciate, noi gridammo loro: “Non sparate, siamo di qui!”. E quelli ci invitarono a procedere lestamente.

Giunti che fummo alla strada principale ci trovammo immersi in una impressionante fiumana di persone che procedeva verso sud:  piĂą che una fuga era un esodo! C’erano donne, uomini, bambini, vecchi; e tutti si scappava, sia per i combattimenti che si avvicinavano, sia per quelli che sarebbero avvenuti alla conseguente controffensiva degli Alleati, come infatti ci fu qualche giorno dopo. E soldati, tanti, tantissimi, molti senza armi, a piedi: erano componenti della divisione “Buffalo”, (che noi chiamavamo “Bisonte”), in disordinata ritirata, praticamente una disfatta! Arrivati a Ponte all’Ania la nostra colonna si intersecava con un’altra che, proveniente dalla zona di Filecchio (ed oltre), discendeva al piano da Pedona. Le due orde di disperati, vestiti in modo così infimo come da zingari o, meglio, come da straccioni, si ingolfarono per attraversare il torrente Ania, sul ponte militare, quasi a pelo d’acqua e molti, per fare prima, passavano a guado da un sasso all’altro: qualcuno cadde in acqua, mentre l’affollamento così eccessivo causava la compressione delle persone fra loro. Come non bastasse, c’era chi provocava l’aumento del panico gridando: “Facciamo presto, i tedeschi stanno per arrivare a Pedona, e di lì, sopra di noi, ci possono ammazzare come vogliono!”. Le cannonate dell’Asse erano riprese, anche se non intense, battendo la zona; ma nessun proiettile colpì le strade stracolme di fuggiaschi: sarebbe stata una strage (ed a me fa piacere ritenere che detta strage gli italo-tedeschi non l’abbiano voluta fare: un atto di umanitĂ  tra le sozzure della guerra? Mi auguro di sì!). Di lĂ  dal torrente Ania si intraprese la salita che ci portò a Piano di Coreglia e lì, presso la vecchia dogana, inaspettatamente trovammo soldati indiani, appartenenti all’ottava armata britannica, che si stavano attestando: chi teneva l’elmetto, chi il turbante, ed erano tutti motorizzati, anche con mezzi cingolati e giĂ  scavavano piazzole per cannoni e piazzavano mitragliatrici. Ciò ci fece alzare il morale: l’avanzata dell’Asse si sarebbe arrestata (ed infatti le truppe tedesche, nella loro massima avanzata, avevano occupato tutto il territorio del comune di Barga, fermandosi al torrente Ania, salvo sporadici movimenti di pattuglie. E di la dal Serchio, i soldati della repubblica di Salò, avanzando, avevano raggiunto Gallicano). Tornando ai militari indiani, che erano comandati da ufficiali inglesi, erano imperturbabili, calmi, sicuri, in contrasto con le truppe afro-americane in fuga disordinata; ed anzi quelli, con sorrisi ironici, osservavano questi ultimi, seri ed umiliati. Un aereo tedesco sorvolò a bassa quota la colonna dei fuggiaschi, senza sparare, lanciando manifestini di propaganda e molto probabilmente fotografando le scene della ritirata. Frattanto, lungo il cammino, dei gruppi di profughi prendevano altre strade, verso diverse localitĂ ; ma la maggioranza, una moltitudine, procedeva in direzione Sud. Noi delle tre famiglie livornesi (io con i miei genitori, Viviano con Brunetta, sua madre e Rosina, anch’essa con sua madre, Maria), avevamo deciso di fermarci a Bagni di Lucca, dove risiedeva una coppia di anziani coniugi, Camillo e Mercede, buoni conoscenti di Rosina e di Maria, sperando che ci aiutassero a trovare una sistemazione di fortuna. “Se ci sono ancora!”, fece l’anziana Maria. Frattanto si era giunti a Calavorno, dopodichĂ© la strada si restringeva, per cui aumentava la ressa dei marciatori disperati; quand’ecco che, con sorpresa, ci trovammo davanti ad una postazione per riprese cinematografiche, approntata sul terrapieno della ferrovia, la quale  riprendeva la scena del passaggio dell’esodo. Era composta da militari inglesi e da civili: ricordo bene che al nostro passaggio la macchina da presa era rivolta verso di noi e quando babbo alzò la scopa che aveva su una spalla, con infilate nel manico alcune borse, l’operatore, sorridendo, ne seguì i brevi movimenti accompagnandoli con la cinepresa (chissĂ , quel filmato ci sarĂ  ancora, in qualche cineteca inglese; magari ci fosse qualcuno che, potendolo, ne facesse ricerca: vederlo sarebbe una interessantissima testimonianza storica,  visiva, reale, di come a quel tempo, in quel triste frangente, tutti noi eravamo ridotti, conciati in un modo che, anche pur con buona memoria dei fatti di allora, come io credo di avere, non si può averne conto appieno, nĂ© altrettanto compiutamente si può descrivere). Giungemmo al torrente Fegana, il cui ponte era distrutto e senza alcun ponticello di fortuna: dovemmo scendere al livello del corso d’acqua, che fortunatamente era scarso, e guadarlo saltellando su dei grossi sassi sistemati apposta per questo scopo. Ma la signora Maria perse l’equilibrio e cadde in acqua senza farsi alcun male, ritrovandosi, tuttavia, con i vestiti completamente fradici. Aveva allora 75 anni di etĂ , eppure riprese il cammino, bagnata com’era e non contrasse neppure un raffreddore! Infine stanchi e sfiniti, nel tardo pomeriggio giungemmo a Bagni di Lucca. Ci riposammo qualche minuto in un bar, consumando qualcosa, chĂ© si era digiuni dal giorno avanti; e alcuni profughi fecero altrettanto, mentre la colonna dei fuggitivi si era assottigliata: chi si era fermato durante il tragitto, chi aveva preso altre strade ed era prossima ad estinguersi, anche perchĂ© i soldati sconfitti, qualche chilometro prima, erano usciti dalla colonna dei fuggiaschi, dirigendosi evidentemente verso un luogo di raccolta prestabilito.

Ancora una mezz’oretta di cammino e si giunse alla mèta prefissa, in localitĂ  Ponte a Serraglio, trovando nel loro appartamento, in un grande caseggiato prospiciente il ponte sul torrente Lima, i coniugi Camillo e Mercede. Questi, dopo aver salutato le loro amiche Rosina e Maria e fatto conoscenza con tutti noi, ci accolsero benevolmente offrendoci una merenda con il tè e sistemandoci all’ultimo piano del casamento, non abitato, che era una specie di soffitta, con tante cianfrusaglie, ma anche vari mobili fra cui qualche vecchio letto, smontato, senza sponde. Ci dettero lenzuoli e coperte, e per i materassi Camillo accompagnò me, mio padre e Viviano da dei suoi parenti in una casa in fondo allo stradone, che ce li prestarono volentieri. Un’altra faticaccia per portare i tre materassi fino all’ultimo piano, ma poi i bravi coniugi ci invitarono a cena: la signora Mercede aveva preparato un abbondante minestrone, ne mangiammo a volontĂ  e  poi frutta, chĂ© altro non avevano; ed infine a letto, finalmente, dopo due giorni che non si dormiva! L’indomani Camillo ci accompagnò al Comune per registrarci come sfollati e per chiedere assistenza, ma l’aiuto che davano era scarso, e c’era chi pernottava per terra, in qualche stanzone! Nei giorni seguenti spesso si andava al Comune per avere notizie riguardo ai combattimenti al fronte, ed intanto ci scaldavamo ai termosifoni. Per i pasti ci recavamo presso una modesta trattoria, con altri profughi barghigiani, spendendo molto e mangiando poco e male. E sempre aspettando con ansia che gli Alleati riconquistassero il territorio perduto e quindi potessimo ritornare a casa nostra, pur con preoccupanti interrogativi.


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1 commento

  1. Comment di Mario Camaiani — 3 Dicembre 2012 @ 15:17

    Come di consueto, anche per questo mio modesto racconto, l’amico Gian Gabriele mi ha inviato il seguente bellissimo commento:
    “Continua fervido e ben puntualizzato l’intreccio di vicende personali e storiche, che, come pietre miliari, offrono un percorso stimolante e di grande interesse umano e letterario.

                Pure questa ampia e limpida traiettoria ha la peculiarità di riportarci eventi e aspetti non di seconda mano, bensì scaturiti dall’esperienza diretta dell’autore, pertanto comprovati dal sostegno certo del crisma di un’autenticità e di una verità incontrovertibili. Tanto più che l’autore stesso mai impone posizioni ideologiche preconcette o giudizi esasperati di parte. Questa onestà intellettuale rende ancor più viva, concreta e genuina l’esposizione dei fatti.

                Il fluire organico, armonico e preciso del racconto assume immancabilmente un valore storico, ampliando ed arricchendo l’area di un’analisi che aggiorna e completa quanto non sempre è stato riportato con esattezza e con vero spirito critico, sgombro da particolari partigianerie.

                Tutto il racconto, che testimonia le ulteriori sofferenze, alle quali sono state sottoposte persone incolpevoli ed inermi, viene impreziosito da un respiro d’animo che poggia fermamente nella fede e sulla solidarietà, virtù essenziali capaci di alleggerire non poco il peso della tragedia.

                E sono proprio questa umanità e questa apertura a Dio ed all’altro, che non solo si fanno grande insegnamento, ma anche possono aiutarci a vivere meglio in un mondo che spesso ci amareggia e pare privilegiare, soprattutto nelle notizie, la violenza, il sopruso, la disonestà, l’inganno, il male, il disordine morale, l’egoismo… e non sottolineare a dovere gli episodi di bene.

                                                 Gian Gabriele Benedetti.”
    Grazie, Gian Gabriele!
    Mario. 

     

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Bart