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LETTERATURA: L’abate Galiani, il Machiavellino

25 Gennaio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlaurs – Anno VII – N. 33; Gennaio–Febbraio 1971)

Di napoletani che si tediarono di vivere a Napoli, credo che la Storia ce ne tramandi uno solo: l’abate Ferdinando Galiani.
Vissuto dal 1728 (era nato a Chieti) al 1787, passò quasi tutta la sua vita a Napoli, occupando varie cariche amministrative e politiche. Trascorse, quale ambasciatore del Regno di Napoli, dieci anni a Parigi dal 1759 al 1769 e nel suo epistolario, che il Sainte-Beuve definì il migliore tra i numerosissimi del XVIII secolo, è Parigi che occupa il suo cuore, mentre Napoli appare soltanto monotona e noiosa.
In verità, fu a Parigi che il Galiani poté esprimere il suo genio e scoprire il suo spirito mordente, poiché trovò una società pronta ad accoglierlo e a discutere. Incontrò grossi ingegni come Diderot, D’Alembert, Voltaire: l’eco delle loro discussioni rimbalzava nei molti salotti letterari, fino a varcare anche i confini della Francia.
Di questa parentesi parigina, oltre all’opera «Dialoghi sul commercio del grano» (corretta e pubblicata da Diderot), che seguiva l’altra del 1751 «Della moneta», ci resta l’epistolario che, seppure scritto a Napoli dopo il rientro del 1769 e continuato fino alla morte della signora d’Epinay avvenuta nel 1783, è pieno di ciò che il Galiani era stato a Parigi.
E su ciò che si discuteva a Parigi, i suoi pensieri si formano e si esprimono.

Alto appena più di un metro, il Galiani, che il Grimm definì «Platone col brio e la mimica di Arlecchino», doveva essere ben orgoglioso e sicuro di sé, se il 5 Giugno 1773, scrivendo alla signora d’Epinay, cui sono indirizzate quasi tutte le lettere, così pensava dell’epistolario:

«Sapete bene, mia bella signora, che la nostra corrispondenza, dopo la nostra morte comune, sarà stampata… Ora, io lavoro con tutte le mie forze a fare in modo che le mie lettere abbiano la meglio sulle vostre e comincio a lusingarmi di riuscirci. Si noterà nelle vostre un po’ troppa monotonia nell’amicizia. Sempre tenera, sempre affettuosa, sempre carezzevole, sempre plaudente. Invece le mie avranno un’incantevole verità: qualche volta vi dico delle ingiurie, qualche volta dei sarcasmi; sono di pessimo umore e talvolta persino comincio in un tono e finisco in un altro; e sto sempre bene di salute. Qui sopratutto sta la mia grande superiorità. Perché insomma, i vostri quattro ultimi numeri faranno una figura ben pietosa e lamentevole nella raccolta! Ammirate dunque la mia abilità, se talvolta vi dico delle ingiurie, e state bene, non foss’altro che per il successo della nostra raccolta».

Non aveva però tutti i torti. Infatti l’opera è ricca di interessanti osservazioni, che desidero estrarre con la migliore cura e in modo il più possibile organico.
Ecco cosa scrive sulle imposte il 29 Settembre 1770:

«…Stabilisco che la ragione per cui abbiamo re, papi e imposte è perché non siamo ostriche. Se lo fossimo, non avendo né braccia né gambe, non potremmo lavorare che per noi stessi. Potremmo certamente essere mangiati, ma non costretti a lavorare per degli altri. Quindi ogni popolo che si taglierà braccia e gambe diverrà un popolo di ostriche e andrà esente dalle imposte. Quindi la pigrizia, che ci converte in ostriche, è il vero rimedio contro l’imposta. Quindi l’imposta, che ridesta le nostre braccia e gambe, è il vero rimedio contro la pigrizia. Quindi l’attività di un popolo è proporzionale alle sue imposte. Quindi, siccome la felicità umana non consiste né nell’eccesso di ozio, né nell’eccesso di attività, la felicità non può essere né nella non-esistenza, né nell’eccesso di imposte…».

E il 22 Dicembre 1770 scrive sul tema che ha reso famosi i suoi «Dialoghi»:

«… Bisogna che vi scriva qualche parola anche in tema di grano.
Quando gli economisti dicono che è un bene che il grano sia ad un prezzo molto elevato, non dicono né un’assurdità, né una sciocchezza; ma tengono un linguaggio sedizioso assai. Sappiate che se si lasciasse agire la natura, un sacco di grano varrebbe infinitamente di più di un cordone azzurro. Tutto il sistema attuale dì tutti gli stati del mondo è fondato su di un’antica violenza compiuta e sostenuta contro i possessori dei soli veri beni. Ci si è messi a cavalcioni dei contadini. Re, Papi, Parlamenti, Sorbona. Facoltà. Capitolo dell’Ordine di S. Spirito, perfino il Capitolo di S. Michele: tutti sono montati loro addosso e hanno abbassato il prezzo del grano. Gli Inglesi hanno voluto toccare il prezzo del grano e vedete che immediatamente Wilkes e i liberi fittavoli del Middlesex non tengono nessun conto del Re, dei Lords e della Camera dei Comuni, e a Londra incontrate un carrettiere che trasporta il grano che la fa a pugni con un Visconte della Gran Bretagna. Per gli Inglesi si rese necessario arrestare al più presto l’esportazione per arrestare l’aumento delle ricchezze dei fittavoli, che stavano per mandare all’aria tutta la macchina politica dello Stato».

Gli economisti, bisogna ricordare, auspicavano la politica del «laissez-faire», cioè la libertà del commercio del grano. Il Galiani era invece protezionista, non solo, ma il controllo del prezzo del grano aveva per lui anche questo significato politico: evitare che i contadini diventassero più potenti dei nobili.
A questo riguardo è utile stralciare alcuni punti della lettera del 6 Novembre 1773, in cui si parla di come debba intendersi la Politica, poiché mi pare che vi appaia un altro Galiani, più attento, finalmente, alla felicità di tutti quanti gli uomini.

« … Spingiamoci dunque più innanzi, e diciamo che la politica è la scienza di fare il massimo bene possibile agli uomini col minimo possibile di dolori, a seconda delle circostanze… Respingete lontano da voi e dalla politica quei gran paroloni privi di senso, come la forza degli imperi, la loro caduta, la loro ascesa, ecc. Non compiacetevi dei parti dell’immaginazione e degli esseri morali. Non si deve far questione se non della felicità degli esseri reali, degli individui esistenti o previsti. Noi e i nostri figli, ecco tutto. Il resto è vano fantasticare… Credo dunque che un uomo possa affrettare o ritardare sia l’accrescimento che la rovina di uno Stato, del suo o di quello del suo vicino; ma non deve far altro che occuparsi della felicità degli uomini…».

Due libri scritti da Valmire («Dio e l’uomo») e da Voltaire («Dio e gli uomini») spinsero il Galiani ad esprimersi riguardo alla libertà, e fu la signora d’Epinay a sollecitarlo e, grazie a lei, abbiamo un’altra bella lettera (del 23-11-1771) che testimonia della spregiudicatezza e della genialità del piccolo napoletano.

«… La persuasione della libertà costituisce l’essenza dell’uomo. Si potrebbe perfino definire l’uomo un animale che si crede libero e sarebbe una definizione completa… All’uomo è assolutamente impossibile dimenticare un solo istante e rinunciare alla sua persuasione di essere libero. Ecco dunque un primo punto. Secondo punto: essere persuaso di essere libero è lo stesso che essere effettivamente liberi? Rispondo: non è lo stesso, ma produce gli stessi effetti in morale. L’uomo è dunque libero, dato che è intimamente persuaso di esserlo e che questo equivale alla libertà. Ecco dunque il meccanismo dell’universo spiegato con la chiarezza dell’acqua di roccia. Se ci fosse un solo essere libero nell’universo non ci sarebbe più Dio, non ci sarebbero più legami tra gli esseri… La convinzione della libertà basta per stabilire una coscienza, un rimorso, una giustizia, delle ricompense e delle pene…
Mi domanderete: ma come si può essere intimamente convinti di una cosa quando è dimostrato il contrario? Così come si è intimamente convinti che due infiniti sono sempre uguali, mentre il calcolo integrale dimostra che un infinito può essere il doppio, il triplo di un altro, ecc. e mille altri teoremi simili in geometria. Tutte le volte che il cervello umano non può formarsi l’idea di qualche cosa, la dimostrazione non può cambiarsi in persuasione. Ci è impossibile formarci l’idea dell’infinito; quindi la dimostrazione che ci dirà che un infinito è il doppio di un altro, la crederemo, ma saremo persuasi del contrario e agiremo in conformità alla persuasione, e non alla dimostrazione, che si oppone all’idea. Ci è impossibile formarci l’idea del non esser liberi. Dimostreremo dunque che non lo siamo e agiremo sempre come se lo fossimo. La spiegazione di questo fenomeno è che le idee non sono conseguenze del ragionamento; esse precedono il ragionamento e seguono le sensazioni…».

Non ci vuole molto per scovare qua e là nelle lettere lo spirito mordente, caustico, e anche velato spesso di una sofferta amarezza, di questo pensatore, dalla parrucca sempre di traverso, come egli stesso ricorda in una sua lettera.
Voglio presentare questo stralcio della lettera del 18 Maggio 1771:

«… Nell’ordine essenziale e naturale di questo ammirevole mondo ci sono degli sciocchi e ci sono degli uomini d’ingegno. La natura ha voluto (se per altro ha mai voluto qualche cosa) che ognuno vi recitasse una parte. Ora non ci sono che due parti da recitare: quella di chi comanda e quella di chi consiglia. Non si poteva lasciar consigliare agli sciocchi; non avevano ingegno nemmeno per sragionare. Ä– stato dunque necessario che gli sciocchi comandassero, perché se non facessero questo, non farebbero nulla di nulla, e sarebbero una superfluità della natura, che non deve avere niente di superfluo, se non se stessa tutta intera. Ecco ciò che osserva molto a proposito Fra Paolo Sarpi nella sua «Storia del Concilio di Trento»; che in esso i teologi discutevano e i padri, cioè i vescovi, che non sapevano una parola di teologia, decidevano il dogma. Ciò che avviene nel sistema politico avviene anche nella repubblica delle lettere; gli sciocchi fanno il testo e gli uomini d’ingegno fanno i commenti.».

La contraddizione fa capolino, ed era inevitabile in questo ingegno sempre pronto a dare giudizi, aperto alle discussioni e desideroso di esprimersi su tutto, e riguarda la stampa.
Il 2 Novembre 1771, sempre scrivendo alla signora d’Epinay, dice:

«… Tenete dunque cara la stampa; è la parte che vi è assegnata in questo basso mondo. Ma voi avete messo una tassa sulla carta; che sciocchezza! … Una tassa sulla carta è il più grave errore di politica che sia stato commesso in Francia da un secolo in qua. Sarebbe stato meglio fare una bancarotta generale, e lasciare ai francesi il piacere di parlare dell’Europa con poca fatica. Avete conquistato più paesi coi libri che con le armi. Non dovete la gloria della nazione che alle vostre opere; e volete obbligar voi stessi a tacere!…».

Tre anni dopo, il 24 Settembre 1774, le scrive:

«… Dio vi preservi dalla libertà di stampa, stabilita per decreto. Non contribuisce maggiormente a rendere grossolana una nazione, a distruggere il buon gusto, a imbastardire l’eloquenza e ogni sorta di spirito… L’obbligo della decenza e le restrizioni della stampa sono state le cause della perfezione dello spirito, del gusto, dello stile presso i francesi. Conservate ambedue, altrimenti siete perduti. Una certa qual libertà è utile: se ne gode già. Deve esistere di fatto, e non deve essere fondata che sulle virtù personali del ministro tollerante e magnanimo. In questo modo la nazione amerà di più il ministro, che perdona quando potrebbe infierire. Se voi accordate la libertà con un editto, non se ne sarà più grati al ministro e lo si insulterà, come si fa a Londra…».

Egli quindi auspica una mezza libertà di stampa, che è il ministro a concedere; perciò non libertà a favore di tutti, ma di privilegiati.
Nella lettera del 1771, è vero, si fa riferimento alla tassa sulla carta, ma il Galiani la respinge proprio perché può ridurre il numero degli scrittori e il principio che vuole difendere è che tutti devono poter scrivere, il quale contraddice quindi quello espresso nel 1774.
Una lettera curiosa, per la soluzione che egli dà all’argomento, è quella del 14 Dicembre 1771, indirizzata all’abate Mayeul, in cui si parla della creazione del mondo:

« … Quei filosofi che dicono che tutto è bene nel migliore dei modi sono degli atei di prima forza, che, per paura di essere arrostiti, non hanno voluto completare il loro sillogismo, ma eccolo per intero.
Se un Dio avesse fatto il mondo, questo sarebbe senza fallo il migliore di tutti, ma non lo è, e ci manca molto perché lo sia; dunque Dio non esiste: vedete che farabutti sono costoro! … noi abbiamo Dio per padre e il nulla per madre. Certamente nostro padre è qualche cosa di grandissimo, ma nostra madre non vale assolutamente niente. Si prende dal padre, ma si prende anche dalla madre. Quel che c’è di buono al mondo viene dal padre e quel che c’è di cattivo viene da nostra madre, la signora nulla, che vale ben poco… La sua imperfezione è la prova più convincente della sua creazione e della sua subordinazione a un essere più perfetto… Ma ci resta una piccola difficoltà; ci si potrebbe chiedere perché Dio è andato a cacciarsi negli abissi del nulla per tirarne fuori un mondo, dato che sapeva che non sarebbe mai stato perfetto per via dei difetti di sua madre… Che cosa risponderemo a questa obiezione? Non bisogna scoraggiarsi; sono state date mille risposte, ma nessuna buona. Ecco quella buona. Si ammette generalmente che Dio non aveva alcun bisogno di creare il mondo per essere infinitamente felice; ora, se Dio era infinitamente contento della sua sola esistenza, il nulla doveva infinitamente an-noiarsi della sua nullità. Questo mondo è stato dunque creato dietro richiesta e in seguito alle insistenti preghiere del nulla; ciò che non è affatto strano, perché vediamo nel mondo ben più madri che si augurano di avere bambini che padri che desiderano di farne. Ä– dunque la noia mortale di nostra madre che ci ha messi in condizione di esistere. Essa si annoiava di esser nulla ed ecco perché noi tutti ci annoiamo in questo basso mondo. Ä– una voglia che portiamo sin dal seno della signora nostra madre, che ebbe di queste sofferenze quand’era incinta di noi…».

Ė incredibile comunque, occupato com’era nella economia e nella filosofia, che riuscisse a trovare il tempo per dedicarsi ai gatti, e ciò è un segno della curiosità e versatilità del suo ingegno. Infatti, alla signora d’Epinay il 21 Marzo 1772 rivela questa passione, alla quale, come si legge, si applicò con attenzione:

«… allevo due gatti e studio i loro costumi… ho il maschio e la femmina; ho impedito loro ogni comunicazione coi gatti di fuori e ho voluto seguire con attenzione la loro vita… Nei mesi dei loro amori non hanno mai miagolato; il miagolio non è dunque il linguaggio amoroso dei gatti, non è che il richiamo degli assenti. Altra scoperta sicura: il linguaggio del maschio è completamente diverso da quello della femmina, come doveva essere. Negli uccelli questa differenza è più marcata… ma nei quadrupedi non credo che alcuno si sia accorto di questa differenza: inoltre sono sicuro che ci sono più di venti inflessioni differenti nella lingua dei gatti e la loro lingua è veramente una lingua, perché adoperano sempre lo stesso suono per esprimere la stessa cosa…».

Voltaire, sempre lui, lo stimolava indirettamente con le sue opere, e verso di lui sono indirizzate infatti molte delle riflessioni dell’«abatino».
Così anche questa sulla curiosità, di cui tratta la lettera del 31 Agosto 1771 e in cui traspare l’esperienza teatrale del Galiani, assessore, per un certo periodo, della Sopraintendenza del «Fondo di separazione», carica che lo spinse a divenire impresario teatrale e a scrivere anche, con la collaborazione di G.B. Lorenzi, una divertentissima commedia: «Socrate immaginario».

«Riconosco che il passo di Voltaire sulla curiosità è splendido, sublime, nuovo e vero. Riconosco che ha ragione di tutto, salvo che ha dimenticato di sentire che la curiosità è una passione, o, se volete, una sensazione che non si eccita in noi se non quando ci sentiamo in perfetta sicurezza di fronte a ogni rischio. Il minimo pericolo ci toglie ogni curiosità e noi non ci occupiamo più che di noi stessi e della nostra persona. Ecco l’origine di tutti gli spettacoli. Cominciate ad assicurare agli spettatori dei posti sicuri, poi esponete davanti ai loro occhi un grande rischio. Tutti accorrono e stanno attenti. Ciò conduce a un’altra idea vera, e cioè che più lo spettatore è al sicuro, più il rischio che vede è grande e più egli si interessa allo spettacolo… Quindi la curiosità è una costante conseguenza dell’ozio, del riposo, della sicurezza; più una nazione è felice, e più è curiosa… Un’altra riflessione che Voltaire avrebbe dovuto fare sulla curiosità, e che è molto interessante, è che è una sensazione particolare dell’uomo, specifica di lui, che non ha in comune con nessun altro animale… Quasi tutte le scienze non sono che curiosità e la chiave di tutto è un fondamento di sicurezza e una situazione priva di sofferenze nell’animale curioso…».

Infine, ecco una considerazione sulla morte, sollecitata dalla scomparsa del filosofo Helvétius (lettera del 25-1-1772):

«… ma la morte non è altro che il rimpianto dei vivi. Se noi non lo rimpiangiamo, egli non è morto; così come, se noi non l’avessimo mai conosciuto ed amato, egli non sarebbe nato. Tutto quello che esiste, esiste in noi in relazione a noi».

La scomparsa della signora Trudaine, stimola un’altra riflessione, di natura… matematica: (19-10-1776):

«… Sono dispiacente per la morte della signora Trudaine; tuttavia, da quando ho saputo che è stato fatto il conto che in un anno normale muore il tre per cento dei viventi, mi pare che ogni persona che muore, contribuendo per parte sua a saldare questo debito fatale del tre per cento, ne scarica i vivi, e di conseguenza ogni morte dà un grado di probabilità di vita in più a coloro che restano.
In base a questo grazioso calcolo ho trovato che a Parigi c’erano persone la cui vita mi interessava di più di quella della signora Trudaine, e sono contento del grado di probabilità alla vita in più che esse hanno ora guadagnato…».

Neppure sfuggono alla sua penna i russi e gli americani.
A proposito dei russi, scrisse il 12 Ottobre 1776:

«… Tutto deriva dalle razze; la prima, la più nobile delle razze spetta naturalmente all’Asia del Nord. I Russi ne derivano più da vicino, ed è per questo che in cinquant’anni hanno fatto più progressi di quanti se ne farà fare ai Portoghesi in cinquecento…»

Riguardo agli americani, invece, scrisse il 25 luglio 1778:

«… A quest’ora avrete deciso la più grande rivoluzione del globo: cioè se è l’America che regnerà sull’Europa o l’Europa che continuerà a regnare sull’America. Scommetto in favore dell’America, per la ragione affatto materiale che il genio gira a rovescio del moto diurno e va da oriente a occidente da cinquemila anni, senza aberrazione…».


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Bart