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LETTERATURA: L’Antigone del poeta greco Ghiannis Ritsos

31 Maggio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il mito di Antigone, figlia e sorella di Edipo, ha attraversato i millenni e attratto i grandi tragici greci del V secolo a.C. Eschilo, Euripide, ma soprattutto Sofocle, forse il più grande dei tre, che ne cantò la vita nella sua tragedia omonima.
Deposto Edipo, diventato cieco, dal fratello di sua moglie Giocasta, Creonte, questi vieta a Antigone di seppellire il fratello Polinice, ucciso dal fratello Eteocle suo avversario in guerra.
Come succede a tutti i grandi miti, essi subiscono variazioni nella narrazione delle loro gesta, a seconda dei cantori. La versione più nota riguardo a Antigone è che essa fu rinchiusa in una grotta da Creonte, per aver tentato di seppellire il fratello, e una volta colà si uccise strangolandosi con il suo fazzoletto.
Nel secolo scorso il mito fu ripreso dal poeta greco Ghiannis Ritsos che tra il 1966 e il dicembre 1971 compose il poemetto “Ismene”. Ismene è la sorella di Antigone e il modo in cui ella descrive Antigone mi è parso interessante, poiché la orna di una caparbietà e di una ripulsa verso il prossimo che non ho trovato almeno nei greci.
Propongo la parte che interessa nella versione apparsa in “Antigone. La ragione di Stato”, Mondadori 2019, nella traduzione di N. Crocetti, tratta da dall’Edizione Crocetti del 2011.

“Mi faceva una gran pena, mia sorella. Per poco non nuoceva anche a me. Se l’hanno celebrata tanto
è perché ha evitato loro di agire allo stesso modo. Nel suo viso
han reso onore alla propria resistenza sconfitta; – si sono assolti da soli,
dichiarandosi innocenti e mettendosi il cuore in pace.
Se fosse vissuta, oh, certo,
l’avrebbero odiata. Il suo solo pensiero
era la morte. Mi dico adesso: poiché sapeva
che non aveva modo di evitarla, anziché attenderla
giorno dopo giorno, a prezzo d’una vecchiaia inutile, ha preferito
andarle incontro, perfino provocarla, nel nome
di una nobiltà d’animo astuta e insolente, trasformando la paura
di tutta la sua vita e del desiderio in eroismo, trasformando
la sua stessa ineluttabile morte in una vile immortalità,
sì, sì, vile, nonostante tutto il suo abbagliante fulgore. Come ha potuto sopportarlo, mio dio,
lei perennemente adirata per la paura, perennemente terrorizzata
davanti al cibo, davanti alla luce, davanti ai colori,
davanti all’acqua fresca, nuda?
Mai una volta
permise a Ėmone di sfiorarle la mano. Sempre raccolta
come per timore di perdere qualcosa, ripiegata su se stessa,
con le mani infilate nelle maniche,
con le spalle incollate al muro, le sopracciglia aggrottate,
sempre pronta a dare una mano in caso di sventura,
sentendosi fiera, forse, della sua sventura ma – di quale sventura?
Non indossò mai un gioiello; perfino il suo anello di fidanzamento
lo seppellì dentro un baule, portando in giro
la sua cupa arroganza tra le nostre giovani compagnie,
brandendo il suo sguardo arcigno sopra le nostre risa
come una spada di vanità sguainata.
E se a volte
faceva tanto d’aiutare a tavola, di portare un piatto, una brocca,
avresti detto che teneva in mano un teschio
e che lo posava tra le anfore. Nessuno più s’ubriacava.
Una notte che noi ragazze e ragazzi giocavamo, qualcuno, nella foga del ballo,
ebbe l’ispirazione di scambiarsi i vestiti – che i maschi indossassero i nostri
e noi femmine i loro. C’era uno strano senso di compiutezza, di libertà maldestra
in quello scambio, – come fossimo estranei a noi stessi e al tempo stesso
giusti e sinceri. Soltanto mia sorella
rimase coi suoi abiti neri, in un angolo, pietrificata,
con un’espressione di biasimo e antipatia. Scendemmo le scale di corsa,
uscimmo in giardino e ci disperdemmo. Le ragazze,
vestite da uomo, erano più audaci dei maschi. C’era la luna –
una luna grande come una teglia. Veniva dalle finestre
la musica filtrata dal fogliame.
Èmone indossava il mio vestito e mi apparteneva al punto
che mi misi a ballare dentro la fontana, con l’acqua che mi zampillava
sui capelli, sulle spalle, sulle guance,
e pareva piangessi; finché, tutta intirizzita, sentii ch’ero divenuta
la statua dorata di me stessa, rischiarata dalla luna,
di fronte agli occhi ciechi di mio padre. Provo lo stesso brivido ancor oggi.
Fu allora che mia sorella scomparve per tre giorni.
Credo che avesse trovato rifugio da vostro padre. Fu lui a riportarcela
in groppa a un mulo. Pendevano dal basto, rovesciati,
due polli bianchi e un gallo multicolore; rimasi impressionata
tanto parevano a loro agio in quella scomoda posizione – la stanchezza, forse?
o la rassegnazione? la dolce saggezza dell’ineluttabile? Lei non vi badò neppure.
Avresti detto che mia sorella si vergognava d’esser donna. Forse era questa
la sua sventura. Forse perciò morì. Ciascuno di noi vorrebbe
essere diverso da quello che è. Chi lo sopporta più e chi meno,
e chi per niente. Il destino, come dicono, ci imprigiona nel cerchio dell’inattuabile
per farci ruotare intorno al pozzo in fondo al quale è chiuso,
oscuro e inesplicato, il nostro volto. Mia sorella
rifiutava ogni ubbidienza o concessione, – inflessibile e disperata.
Tuttavia un pomeriggio d’estate, mentre tutti dormivano,
scendendo scalza le scale, la vidi
davanti alla dispensa della sala da pranzo, con una scodella di sapa sul grembiule,
mangiare grandi cucchiaiate di pane inzuppato. Feci marcia indietro.
Tutt’a un tratto si udì il canto delle cicale in giardino. Lei non mi vide.
Non glielo dissi mai. Né mai lo seppe. Mi faceva pena.
Anche lei aveva fame (e lo sapeva). Forse era anche capace di amare. Non tollerava
d’inchinarsi di fronte al suo stesso desiderio, che non era, ovviamente,
opera sua, sua scelta. Soltanto la sua morte, – no;
soltanto l’ora e il modo della sua morte le era dato scegliere.
E in effetti li scelse. E quel suo “illacrimata, senza amici”,
ma soprattutto quel “senza nozze”, fu la sua sola confessione,
il suo primo bel gesto d’umiltà, l’unico suo atto di femminile coraggio,
la sua sincerità unica e estrema, come se avesse voluto giustificare
la sua amara presunzione. Questo la perdonò ai miei occhi.
E quell’altra volta – quando aprimmo il vaso con la sapa
e lo trovammo mezzo vuoto (tutti guardavano stupiti),
un rossore le soffuse le guance. Io guardavo altrove. Alle finestre
il giorno era bianchissimo e difficile, tanto che benedii dentro di me
l’abbagliamento di tutto su ogni cosa. Qualche stupida rosa faceva capolino
dal giardino sul davanzale. Compresi per la prima volta che la morte
non ̬ nera, ma bianca Рnon puoi nasconderti. Per quel furto
furono punite due domestiche. Credo che già allora
avesse ormai deciso la sua morte, – l’aspettava al varco.
Era spaventata e impotente per il suo peccato – ma quale peccato? –
e perché poi peccato la rispondenza al nostro desiderio? Mia sorella
non fu mai tanto bella quanto lo fu da morta; io da sola
le dipinsi le guance d’un rosso intenso (forse mi ricordai
di come arrossì nella sala da pranzo, davanti al vaso),
le dipinsi le labbra d’amaranto e gli occhi immensi di nero
col sughero bruciato (lei non si truccava mai). Le misi
una collana a cinque giri per nascondere il segno sulla gola,
gli orecchini coi due amorini nudi, anelli, braccialetti,
e una grossa fibbia d’oro alla cintura. Così truccata e abbigliata
aveva acquisito una strana somiglianza con me.
“Come somiglia a Ismene”, sussurrò una ragazza. Ora
aveva rinunciato alle sue decisioni tremende, ai suoi canoni etici,
a tutti i pregiudizi e alle ambizioni virili e sciocche. Da morta
era finalmente diventata donna.”


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Bart