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LETTERATURA: Le donne di Moravia

18 Dicembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: “Sìlarus” – Anno VI – N. 27; Gennaio – Febbraio 1970)

Tra i collaboratori del «Corriere della Sera», Carlo Cassola e Alberto Moravia si fanno notare per una particolarità: il primo (ma non sempre) scrive i più brevi elzeviri, il secondo i più lunghi.
C’è una spiegazione a questo: per Moravia scrivere è giocare; egli crea una tensione psicologica (non sono i fatti che muovono il racconto in Moravia, ma la riflessione dei personaggi), classifica i personaggi e sceglie quello pensante, da cui si sviluppa la storia.
Cassola (mi riferisco soprattutto alla serie «Fogli di diario») s’impegna in un discorso personale sulla cultura in genere; sulla poesia e sul romanzo in particolare. I suoi elzeviri sono costruiti in risposta a quesiti precisi dello scrittore, e sono asciutti, lucidi.
Fondamentalmente diversi, i due scrittori hanno in comune la chiarezza.
Esaminerò le caratteristiche di Moravia, quali mi sono apparse dalla lettura d’una cinquantina di elzeviri pubblicati sul «Corriere della Sera» gli anni 1967 e 1968.

* * *

TRE PARTI

Ho letto da qualche parte che Moravia pagò l’edizione del suo primo romanzo «Gli indifferenti», stampato dalla Alpes nel 1929. Credo perciò che la sua stesura debba risalire a due, tre anni prima e che l’autore sia stato nei frattempo mortificato dal rifiuto e dall’incomprensione delle case editrici. (Si rischia di ripetere oggi l’errore contrastando il suo interesse per il teatro).
Moravia è scrittore per la chiarezza dello stile, per la lucidità della azione (superiore a quella di Borges, il quale rimane impigliato nella pedanteria del classicismo), per la varietà di interessi che lo portano dalla saggistica alia narrativa al teatro, fino a sostenere il peso d’una grossa rivista letteraria; per il fascino che i suoi personaggi esercitano sull’intelligenza.
Senza dubbio è il più stimolante scrittore del ’900.
Ogni racconto si può dividere in tre parti: l’introduzione, in cui si definisce l’«l’habitat» psicologico del personaggio-pensante; lo svolgimento, i cui questi sperimenta le sue riflessioni; la conclusione, in cui quasi sempre il personaggio-pensante, nel tentativo di liberarsi dall’impaccio psicologico, ne crea uno nuovo.
L’introduzione è spesso la parte piĂą felice, ricca di inventiva e sicura nello stile. Questa appartiene alla «Donna invisibile» (Corriere della Sera del 4-2-1968).

«Sto in piedi di fronte a mio marito, completamente nuda. Ci siamo alzati or ora, mio marito siede sul bordo del letto, è in maniche di camicia e si annoda la cravatta. Domanda: «Ma che è quella macchia?» D’istinto abbasso gli occhi verso il mio corpo perchĂ© lo sguardo di mio marito s’appunta verso di me, precisamente all’altezza della vita. Ma non vedo niente. Rispondo: «Quale macchia?» Mio marito è lento e riflessivo e non risponde mai immediatamente alle domande: ci pensa su, come se non trovasse le parole. Cosi anche adesso mi lascia lì, nel mezzo della stanza, ritta e immobile, come una modella da accademia di disegno che si lasci copiare dagli studenti. Alla fine dice:
«Quella macchia laggiù, sul muro».

Quest’altra è de «Le unghie» (15-9-1968):

«Sono una donna grande e bella, forse troppo grande e, in un certo senso, troppo bella; e ho un marito piccolo, molto piccolo, se paragonato a me quasi un nano. Quando la gente ci vede passare, la gigantessa e il nano, dice: «Eh già, le donne grandi preferiscono gli uomini piccoli e gli uomini grandi le donne piccole. Si sa, si ama sempre il contrario di se stessi». Queste cose, il solo che potrebbe smentirle è l’uomo che amo davvero, un artista (lo chiamo artista perché non saprei come definirlo altrimenti, in quanto pratica tutte le arti e passa continuamente dalla letteratura alla pittura, da questa al cinema, da questo alla musica e così via) che però adesso non è qui, ma all’estero. Lui potrebbe smentire il luogo comune delle donne grandi che amano gli uomini piccoli, con la sua sola apparizione. Ė infatti smilzo e longilineo».

Questa è de «L’armadio» (20-10-1968):

«Ho ucciso mio marito per sbaglio cioè per scherzo. Gli ho puntato contro una pistola che credevo scarica e ho premuto il grilletto annunziando: «Adesso ti uccido. Pum!». La cameriera, che serviva a tavola, ha sorriso vedendo il mio gesto; ma mio marito s’è messo addirittura a ridere. Già, perché, a quanto pare, se si colpisce qualcuno al cuore, il primo effetto è una risata. Mio marito ha riso e poi è scivolato giù dalla seggiola, pian piano, come disfacendosi nella caduta. Naturalmente sono stata arrestata hanno frugato nella nostra vita e hanno trovato che mio marito ed io ci amavamo in maniera persino eccessiva. Sono stata assolta con formula di piena innocenza».

Si nota la predilezione dell’autore pei personaggi femminili, quasi che riesca a sciogliere la sua dialettica soltanto attraverso di essi. Non conosco scrittore italiano che sappia viverli altrettanto bene.
Vi è arrivato per gradi.
In principio, i protagonisti erano due amici dello stesso sesso maschile (si veda «Soggettivo-oggettivo» del 26-7 67); la donna appare in «Alice» (27-12-1967) ed ha al suo fianco un amico, cui si confida. Con «Ah, la famiglia», del 14-1-1968, la donna diventa il personaggio-pensante degli elzeviri di Moravia.

Il COMPORTAMENTO

Le situazioni si somigliano: una donna vuol piacere al marito, questi la trascura; si contempla, è ancora bella, il marito invece è brutto e ricchissimo; l’amante occasionale, attraente, precipita la protagonista in una situazione psicologica nuova.
I,a donna si sente considerata un oggetto («Alina», «L’armadio», «Donna invisibile»).
Ciò che varia è il comportamento del personaggio-pensante, nel senso che in situazioni analoghe reagisce in modi differenti. La ricchezza di Moravia sta nella molteplicità dei comportamenti.
Inoltre personaggi fisicamente diversi possono risultare spiritualmente simili; ed è un altro merito di Moravia quello di calare la stessa anima in creature diverse. Non so trovare se non la stessa sensualità, lo stesso desiderio .di essere bella nelle due protagoniste de «I prodotti» (8-12-1968) e «Donna invisibile ».
Ho già riportato l’introduzione delia «Donna invisibile»; questa è l’introduzione de «I prodotti»:

«Ė cominciata così. Una mattina mi sono messa davanti alio specchio, completamente nuda, per vedere che cosa c’era in me che non andava. Ho visto un corpo di donna giovane dalle mani e dai piedi grandi, dalle gambe scarnite, dal costato evidente, dalle spalle rachitiche. Direte: un corpo- magro, ecco tutto. Già; ma le rotondità che sono proprie della bellezza femminile, ridotte a rilievi appena pronunciati e tuttavia già vizzi, stavano a indicare che io ero destinata a diventare una donna formosa; e poi, come avviene alle piante se non sono spesso innaffiate, mi era mancata la linfa, cioè la vitalità. Insomma, non ce l’avevo fatta». Ci sono altri due scrittori che riescono a descrivere la donna: Mario Tobino e Bonaventura Tecchi.
Le donne di Tobino sono sventurate. Esteriormente possono apparire belle, ma sono minate da un male. Ė il caso di suor Fulgenzia in «La bestemmia» (27-6-1967), la quale, a forza di volerla evitare, viene colpita dalia mania di bestemmiare; oppure Armina, minata dalla libidine:

«Si divincolava sgusciavano le sue membra, avvampavano nude nella fuga dei movimenti. E gridava; — False, bugiarde, vigliacche, ipocrite. Mi dite: « Di che te la prendi? Stai calma». Ma voi stanotte il vostro uomo ce l’avete che vi abbraccia. Io mai, mai, mai. Sono dodici anni che sono qui prigioniera. Mai, anche ora che l’avrei trovato. Non ne posso piĂą. Voglio essere libera, voglio l’amore. Non sono matta perchĂ© voglio l’amore, voi ce l’avete. Non mi stringete, vigliacche. Vi picchierò tutte, vili e infami. Voglio solo l’amore» («Un politico innocente» 29-6-1968).

O Alfonsa, affetta dal complesso di colpa («Alfonsa» 12-3-1968).
Si legga questa terribile e tuttavia lucida descrizione dell’infermità di Marisa:

«Ma per un altro movimento scopre la testa, il capo e appare lo sconforto della natura. Dietro la fronte non ha quasi nulla, un rimasuglio di cranio, è microcefala. Dalla fronte breve e sfuggente partono fitti i capelli neri, e subito — non trovando le ossa che sorreggono, i parietali, i temporali, l’occipite — scendono giù verso la nuca». («L’idiota» 4-5-67).

Le donne di Tecchi sono belle, vivono più col corpo che con l’anima, nel senso che è il corpo a identificarle.
Quando la protagonista della «Donna invisibile» si guarda allo specchio ha dentro l’anima un groviglio che non sa sciogliere. La protagonista de «La mamma al mare» di Tecchi (30-5-67) è sensuale, si guarda e tocca il corpo, felice soltanto d’essere bella e ammirata.
Anche la fidanzata dell’altro racconto «Meglio vestita» (19-6-67) indossa il bikini perché si sente bella e desidera essere guardata.
Il corpo, nelle donne di Moravia, invece, è dentro l’anima, mescolato al groviglio.

REPORTER

Esiste un Moravia meno valido dello scrittore di racconti ed è il Moravia reporter (anche i romanzi non sono così belli come i racconti).
Ho sotto gli occhi il servizio fatto in Guatemala nel Luglio-Agosto 1968. I dialoghi sono semplici e si snodano secondo una linea ben precisa che viene esaurientemente sviluppata. (In questo servizio essa è rivolta contro l’America; in favore della rivoluzione anche e soprattutto dei preti: un sacerdote dice: « Mi sono reso conto della necessitĂ  d’una rivoluzione per poter dare da mangiare all’affamato, da bere all’assetato, per vestire gli ignudi…»; e contro i ricchi che vengono a visitare la miseria solo per vedere).
La differenza tra i due Moravia si può localizzare nelle descrizioni.
Nei reportages danno la sensazione d’essere troppo lunghe e noiose, quasi staccate dal corpo del servizio. Nei racconti sono scattanti, secche precise. Si veda questa in «Sembra un sogno» (16-4-1967):

«La finestra spalancata sul cielo azzurro aveva le persiane marroni; sul davanzale pendeva una gabbia verde; dentro la gabbia, saltellavano due canarini gialli. Sono andato alla gabbia, ho aperto lo sportello, ho afferrato il primo canarino, ho ritirato la mano dalla gabbia, l’ho spalancata, e il canarino è volato via. Ho fatte lo stesso con il secondo canarino. La vecchia signora ha cominciato ad urlare…».

E questa in «Chimera» (10-11-68):

«Emilio ha avuto un gesto prelatizio con le due mani aperte. come a dire: — Pace, pace. Ha appeso il cappello all’attaccapanni, si è tolto la sciarpa dal collo, l’ha messa nella tasca del soprabito, ha appeso anche questo, ha messo l’ombrello nel portaombrelli. Quindi, piccolo, piriforme e modestamente maestoso, mi ha preceduto nel suo studio. Si è seduto dietro la scrivania, ben protetto da un baluardo di libri intonsi; e mi ha invitato a raccontargli che cosa era avvenuto».


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