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LETTERATURA: “Legenda aurea”: San Barnaba e il suo rapporto con San Paolo

13 Aprile 2022

(Estratto da Jacopo da Varazze: “Legenda aurea”. Curatori e traduttori dal latino Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone. Editore Giulio Einaudi)

La “Legenda aurea” è un’opera del XIII secolo, a cui hanno attinto molti artisti. Ancora oggi la si legge con molto interesse. Ci narra la vita di numerosi Santi, raccontando fatti che pertengono più alla leggenda che alla storia. (bdm)

Barnaba, levita, fu originario di Cipro, e fu uno dei settantadue discepoli del Signore. Nella storia degli Atti degli Apostoli è spesso esaltato e lodato; fu infatti ottimamente formato e disposto, sia nei confronti di se stesso, che di Dio e del prossimo. Quanto a sé, fu ben disposto in virtù di tre forze, quella razionale, quella concupiscibile e quella irascibile.
Ebbe infatti la forza razionale illuminata dalla luce della conoscenza, per cui si dice negli Atti degli Apostoli: «Vi erano nella Chiesa di Antiochia profeti e dottori, fra questi Barnaba e Simone…» (Ac 13, 1).
Ebbe poi forza concupiscibile purificata dalla polvere delle passioni umane, per cui si dice negli Atti che «Giuseppe, chiamato Barnaba, aveva un podere, lo vendette e, preso il prezzo, lo depose ai piedi degli Apostoli» (Ac 4, 36-37), e dice la Glossa: «Mostra che si deve rinunciare a ciò che lui evita di toccare, e insegna Inoltre che l’oro deve essere calpestato, poiché lo pone ai piedi degli apostoli».
Ebbe poi la forza irascibile, corroborata dalla grandezza dell’onestà, e questo sia affrontando le difficoltà con tutte le sue forze, sia compiendo con perseveranza durissime imprese, sia sopportando con costanza le avversità. Affrontando le difficoltà con lui le sue forze, come risulta dal fatto che si accinse a convertire la grandissima città di Antiochia; e anche questo risulta negli Alti degli Apostoli: quando Paolo dopo la conversione, giunto a Gerusalemme, voleva unirsi ai discepoli, tutti lo fuggivano come gli agnelli fuggono il lupo; Barnaba invece, con coraggio, lo prese con sé e lo condusse dagli apostoli {Ac 9, 26-27). Perseverando in imprese durissime, poiché macerò il suo corpo e gli inflisse digiuni, per cui si dice, a proposito di Barnaba e di alcuni altri, negli Atti degli Apostoli-, «mentre attendevano al servizio del Signore e digiunavano» (Ac 13, 2). Sopportando con costanza le avversità, comi testimoniano gli apostoli quando dicono: «Con i nostri cammini Paolo e Barnaba, uomini che hanno esposto la loro vita per il nome di nostro Signore Gesù Cristo» (Ac 15, 25-26).
Fu inoltre ben disposto con Dio poiché si rimetteva all’autorità divina, alla sua maestà e alla sua bontà.
Con l’autorità, come risulta dal fatto che non si arrogò l’incarico di predicare, ma volle riceverlo dall’autorità di Dio, come è detto negli Atti degli Apostoli: «Disse lo Spirito Santo: “Separatemi Barnaba e Saul per l’opera alla quale li ho chiamati”» (Ac 13, 2).
Si rimetteva, in secondo luogo, alla maestà divina: quando infatti, come risulta dagli Atti degli Apostoli, alcuni volevano attribuirgli natura divina, e immolargli vittime come se fosse un dio, e lo chiamavano Giove, perché era il maggiore, e chiamavano Paolo Mercurio, perché sapiente ed eloquente; ma subito Barnaba e Paolo si strapparono le vesti e gridarono: «Uomini, ma che cosa fate? Anche noi siamo uomini mortali come voi, venuti ad annunciarvi di lasciare questi dèi vani e rivolgervi al Dio vivente» (Ac 14, 11-15).
Infine, in terzo luogo, si rimetteva alla bontà di Dio; infatti come si legge negli Atti degli Apostoli, quando alcuni volevano limitare e sminuire la bontà della grazia di Dio, con la quale grazia siamo salvati, e non attraverso la Legge, e insistevano che non sarebbe mai stata sufficiente senza la circoncisione, Paolo e Barnaba si opposero loro con forza, e mostrarono che era sufficiente la sola bontà della grazia di Dio, senza la Legge. Poi rimisero la questione agli Apostoli e ottennero da loro alcune lettere contro gli errori di quelli (Ac 15).

Fu poi ottimamente disposto verso il prossimo, perché nutrì il suo gregge con la parola, le opere e l’esempio.
Con la parola, poiché diffondeva la parola di Dio con sollecitudine, per cui è detto negli Atti degli Apostoli: «Paolo e Barnaba si fermarono ad Antiochia insegnando e annunziando con molti altri la parola del Signore» (Ac 15, 35). E questo è dimostrato anche dalla grande moltitudine di gente che converti in Antiochia, tanto che fu in quel luogo che i discepoli, per la prima volta, furono chiamati «cristiani».
Con l’esempio, poiché la sua vita fu per tutti uno specchio di santità e un esempio di religione. In ogni sua opera infatti fu forte e risoluto, singolare per la bontà del suo carattere, pieno di ogni grazia dello Spirito Santo e splendido per ogni virtù e per fede. Di queste doti si dice negli Atti degli Apostoli-, «Inviarono Barnaba ad Antiochia» e prosegue «Egli esortava tutti a rimanere con animo fermo uniti al Signore, poiché egli era un uomo buono, pieno di Spirito Santo e di fede» (Ac 11, 22-24).
Con le buone azioni, e questo in due modi: vi sono infatti due tipi di opere buone o elemosina: il primo temporale, che consisti nel fornire ciò che è necessario, il secondo spirituale, che consiste nella remissione delle offese. Il beato Barnaba mostrò di possedere il primo quando offrì l’elemosina ai fratelli che erano in Gerusalemme: si dice infatti negli Atti degli Apostoli che, essendo sopravvenuta una terribile carestia sotto Claudio, secondo quanto aveva profetizzato Agabo, «i discepoli decisero di inviare, ciascuno secondo le proprie possibilità, dei soccorsi ai fratelli che abitavano in Giudea; cosa che, infatti, fecero, inviando aiuti agli anziani per mezzo di Barnaba e di Paolo» (Ac 11, 27-30). Possedeva il secondo tipo di bontà poiché perdonò l’offesa a Giovanni, soprannominato Marco: questo discepolo aveva infatti lasciato Barnaba e Saul, ma quando tornò e si pentì, Barnaba fu indulgente e lo riprese con sé come discepolo; Paolo invece non volle riprenderlo, e allora si separarono. Ciascuno di loro aveva agito con intento giusto e pio; infatti Barnaba lo aveva ripreso con la dolcezza della misericordia, e Paolo non aveva voluto riprenderlo per la purezza del suo fervore. Di questo dice infatti la Glossa: «Poiché Giovanni si era mostrato troppo tiepido di fronte a lui, a ragione Paolo lo respinse, perché la virtù degli altri non fosse corrotta dal suo esempio». Inoltre quella separazione non si verificò sull’impulso di un cattivo sentimento, ma per ispirazione dello Spirito Santo, proprio perché si separassero l’uno dall’altro e potessero predicare a più gente, come infatti accadde in seguito. Mentre infatti Barnaba era nella città di Iconio, apparve a Giovanni, suo cugino, un uomo dall’aspetto splendente che gli disse:
– Giovanni, sii saldo, poiché d’ora innanzi non sarai più chiamato Giovanni, ma Eccelso.
Egli lo riferì a Barnaba, che gli rispose:
– Stai attento, non dire a nessuno ciò che hai visto: anche a me questa notte è apparso il Signore e mi ha detto: «Sii saldo, Barnaba, e riceverai il premio eterno per aver lasciato la tua gente e messo la tua anima a disposizione del mio nome».
Dopo che Paolo e Barnaba ebbero a lungo predicato in Antiochia, un angelo del Signore apparve anche a Paolo e gli disse:
– Affrettati ad andare a Gerusalemme, perché i fratelli sono là ad aspettare il tuo arrivo.
Poiché Barnaba voleva andare a Cipro per render visita ai suoi genitori, e Paolo voleva invece accorrere a Gerusalemme, per ispirazione dello Spirito Santo si separarono l’uno dall’altro. E quando Paolo rivelò a Barnaba ciò che l’angelo gli aveva detto, Barnaba gli rispose:
– Sia fatta la volontà del Signore: ora infatti vado a Cipro e là finirò la mia vita, senza più rivederti.
Piangendo si prostrò umilmente ai piedi di Paolo, che lo rincuorò dicendo:
– Non piangere, poiché questa è la volontà del Signore. Il Signore è apparso anche a me questa notte, e mi ha detto: «Lascia che Barnaba vada a Cipro, perché là illuminerà molti uomini e avrà il martirio».
Andando dunque Barnaba a Cipro con Giovanni portò con sé il Vangelo di san Matteo, e ponendolo su molti infermi, li guarì |per virtù del Signore. Usciti poi da Cipro incontrarono il mago Elimas, che Paolo aveva reso temporaneamente cieco; egli si oppose a loro e non permise che entrassero in Pafo.
Un giorno Barnaba vide uomini e donne che correvano nudi celebrando una loro festa; ne fu indignato e maledisse il tempio, da cui subito crollò una parte seppellendo molta gente. Arrivò poi a Salamina e lì quello stesso mago scatenò contro di lui una non piccola folla e i Giudei catturarono Barnaba, e lo trascinarono, coprendolo d’insulti, fino al giudice della città perché lo punisse. Quando però i Giudei seppero che era arrivato Eusebio uomo di condizione elevata e molto potente, membro della famiglia di Nerone, ebbero paura che volesse strappare Barnaba dalle loro mani e lasciarlo andare libero, e allora gli misero una corda al collo, lo trascinarono fuori della porta della città e lì lo bruciarono. Non contenti di questo, gli empi Giudei raccolsero le sue ossa in un vaso di piombo per gettarle in mare: ma Giovanni suo discepolo con due altri, levatosi nel cuore della notte, rubò le ossa e le seppellì in segreto in una cripta, ove rimasero nascoste, come dice Sigeberto, sino al tempo dell’imperatore Zenone e di papa Gelasio, nel 500, quando per sua rivelazione furono ritrovate.
San Doroteo dice questo: «Barnaba dapprima predicò a Roma, poi divenne vescovo di Milano».


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Bart