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LETTERATURA: “Legenda aurea”: San Gregorio

17 Dicembre 2021

(Estratto da Jacopo da Varazze: “Legenda aurea”. Curatori e traduttori dal latino Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone. Editore Giulio Einaudi)

La “Legenda aurea” è un’opera del XIII secolo, a cui hanno attinto molti artisti. Ancora oggi la si legge con molto interesse. Ci narra la vita di numerosi Santi, raccontando fatti che pertengono più alla leggenda che alla storia. (bdm)

Una volta il Tevere straripò e crebbe tanto che superò le mura della città, abbattendo molte case. Attraverso il fiume una gran quantità di serpenti, fra cui anche un grande drago, finirono in mare, ma annegarono tutti fra le onde e, gettati sulla riva, appestarono l’aria con il loro fetore. Si diffuse così una malattia terribile, che si chiamava peste inguinaia, e pareva di vedere frecce che cadevano dal cielo, colpendo uno a uno tutti gli abitanti. Questa malattia colpi per primo papa Pelagio, uccidendolo immediatamente, poi infierì sul popolo intero, tanto che in città molte case, private degli abitanti, rimasero vuote. Ma poiché la Chiesa di Dio non poteva rimanere senza guida, il popolo unanime elesse Gregorio, benché tentasse con tutte le sue forze di rifiutare.
Essendo giunto il momento in cui la popolazione, che continuava a essere decimata dalla malattia, doveva essere benedetta, Gregorio predicò al popolo, e stabili che si dovesse fare una processione, istituendo le Litanie, incitando tutti a pregare Dio con maggiore intenzione. Il popolo si riunì e mentre tutti stavano pregando, la pestilenza infierì tanto che in un’ora morirono ottanta persone.
Ma Gregorio continuò senza sosta a incitare il popolo a non smettere di pregare fin tanto che la misericordia divina non avesse allontanato la pestilenza. Terminata la processione volle fuggire, ma non potè, perché notte e giorno le sentinelle custodivano le porte della città per non lasciarlo andare via. Infine cambiò le vesti e convinse alcuni mercanti a farlo uscire di città nascosto in una botte trasportata su un carro. Non appena giunse in un bosco cercò un nascondiglio nelle caverne che vi si trovavano, e vi rimase nascosto per tre giorni. Tuttavia, mentre lo stavano cercando affannosamente, apparve nel cielo una colonna di luce fulgidissima al di sopra del luogo in cui Gregorio era nascosto. Un eremita vide in questa colonna molti angeli che scendevano e salivano. Subito allora Gregorio fu preso dal popolo, portato via e consacrato sommo pontefice.
In ogni caso chiunque legga le sue parole comprenderà chiaramente come sia salito al sommo degli onori contro la sua volontà. Dice infatti nella lettera al patrizio Narses: «Mentre descrivete la sublimità della contemplazione, mi rinnovate il pianto per la mia caduta verso il basso, perché ho sentito ciò che ho perso dentro di me salendo immeritatamente all’apice del potere pubblico. Sappiate che sono colpito da un tale dolore che a stento riesco a parlare Dunque non chiamatemi Noemi, cioè bello, ma chiamatemi Mara, perché sono pieno di amarezza». E così altrove: «Per il fatto che vi è arrivata la notizia che io ho raggiunta la carica episcopale, se mi amate, piangete, poiché anch’io piango senza sosta e vi supplico che preghiate Dio per me».
Inoltre nel prologo ai ‘Dialogi’ così dice: «Con gli obblighi della cura pastorale il mio animo è sottoposto agli stessi affanni cui sono sottoposti gli uomini del mondo, e, dopo aver potuto vedere in tutta la sua bellezza l’immagine della sua quiete, esso è coperto dalla polvere degli atti terreni. E cosi medito sul peso che porto sulle spalle, medito su ciò che ho perso. Quando considero ciò che ho perso, ciò che porto diviene più pesante, anche soltanto per questo: ecco infatti che sono scosso ancor più forte dalle onde di un grande mare e con la nave della mia mente sono sbattuto dalla violenza di una burrasca; quando ripenso alla mia vita passata è come se sospirassi rivedendo alle mie spalle la terraferma».
Ma poiché Roma continuava a essere devastata da quella pestilenza, Gregorio stabilì, secondo il modo consueto, di fare una processione con litanie lungo le mura della città, nel periodo pasquale; e a capo di quella processione fece portare con grande reverenza una immagine della Beata Maria sempre vergine, immagine che dicono sia ancor oggi in Roma e che si dice essere stata dipinta da Luca, che per arte era medico e pittore insigne, e l’immagine sia in tutto similissima alla Vergine. Ed ecco che all’avanzare dell’immagine tutta la pestilenza e turbolenza dell’aria cedeva, come fuggendo l’immagine, non riuscendo a sopportarne presenza; l’aria, al passaggio dell’immagine, acquistava una incredibile serenità e purezza. Si racconta che furono allora udite accanto all’immagine delle voci di angeli che cantavano: «O regina del cielo, rallegrati, alleluia, poiché hai meritato di portare colui che, alleluia, è risorto». Così dice l’alleluia. Subito san Gregorio che procedeva dietro l’immagine, aggiunse: «Prega per noi, preghiamo Dio, alleluia». Gregorio vide allora sul castello di Crescenzio un angelo del Signore che, dopo aver pulito una spada insanguinata, la riponeva nel fodero, e capì che la pestilenza sarebbe finita, e così fu infatti. Da quel momento il castello di Crescenzo fu chiamato Castel Sant’Angelo.
Poi poté mandare in Inghilterra, come voleva, Agostino, Mellito e Giovanni, con alcuni altri, e attraverso le loro preghiere e i loro meriti convertì gli Angli alla fede di Cristo.


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Bart