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LETTERATURA: “Legenda aurea”: Santo Stefano

21 Novembre 2021

(Estratto da Jacopo da Varazze: “Legenda aurea”. Curatori e traduttori dal latino Alessandro e Lucetta Vitale Brovarone. Editore Giulio Einaudi)

La “Legenda aurea” è un’opera del XIII secolo, a cui hanno attinto molti artisti. Ancora oggi la si legge con molto interesse. Ci narra la vita di numerosi Santi, raccontando fatti che pertengono più alla leggenda che alla storia. (bdm)

“I Giudei, vedendosi sconfitti una seconda volta, scelsero una terza via, e iniziarono la terza battaglia: tentarono di piegarlo con torture e supplizi. Quando santo Stefano capi ciò che volevano fare, decise di applicare il divino precetto della correzione fraterna e cercò di correggerli e di distoglierli da quel proposito in tre modi: con la vergogna, con la paura e con l’amore.
Prima di tutto con la vergogna, rimproverando la durezza del loro cuore e la morte dei santi.
– Non piegherete mai il capo, cuori e orecchi incirconcisi! Avete sempre voluto resistere allo Spirito Santo: come i vostri padri, cosi siete voi! Quali profeti i vostri padri non hanno perseguitato? Tutti li hanno uccisi, quelli che annunciavano la venuta del Giusto.
E, come dice la Glossa, spiegò loro i tre gradi della loro cattiva natura. Il primo consiste nel fatto che opposero resistenza allo Spirito Santo; il secondo che perseguitarono i profeti, il terzo che li uccisero con una sempre maggior malvagità. Poiché essi avevano la sfrontatezza di una meretrice: non sapevano arrossire né desistere dalle azioni malvage che avevano intraprese. Ascoltando le parole di Stefano si sentivano fare a brani e digrignavano i denti contro di lui. Ma poi cercò di correggerli con la paura: disse loro i Ile vedeva Gesù alla destra di Dio, pronto ad aiutarlo contro i «noi nemici. Essendo Stefano pieno di Spirito Santo, fissando gli occhi al cielo vide la gloria di Dio e disse:
– Ecco, vedo i cieli aperti e il Figlio dell’Uomo seduto alla delira di Dio.
E benché avesse tentato di portarli alla ragione con la vergogna e la paura, non per questo smisero, e anzi erano diventati peggio di prima. Allora gridando a gran voce e chiudendosi le orecchie (spiega la Glossa, per non sentirlo bestemmiare) si gettarono lutti su di lui, lo spinsero fuori della città e lo lapidarono: pensavano con questo di seguire la legge che voleva che i blasfemi fossero lapidati fuori delle mura della città. E quei due falsi testimoni che dovevano scagliare la prima pietra (dice infatti la Legge, Dt 17, 7: «La mano che getta la prima pietra sia quella dei testimoni») si spogliarono delle loro vesti (sia per non essere sporcati dal contatto con quell’uomo, sia per essere più liberi nel colpire) e le posarono ai piedi di un giovane di nome Saul, che prese poi il nome di Paolo. E custodendo i vestiti di quelli che stavano lapidando Stefano, proprio perché fossero più liberi nel movimento, fu quasi come se lui stesso lo lapidasse per mano di tutti gli altri.
E Stefano, non avendo potuto trattenerli da una tale crudeltà m per vergogna né per paura, ci provò in un terzo modo: cercò di fermarli con l’amore. Non fu forse una grandissima prova d’amore il pregare per se stesso e per i suoi carnefici? Pregò per sé perché il suo martirio non durasse più a lungo e quelli si rendessero colpevoli di un peccato sempre più grave; pregò per loro perché il mio martirio non ricadesse su di loro come peccato. Lo lapidavano proprio mentre diceva pregando:
– O Gesù, mio Signore, accogli l’anima mia.
E inginocchiandosi gridò:
– Signore, non incolparli di questo peccato.
Si consideri quanto fu degno di ammirazione il suo amore: pregando per se stesso rimase in piedi, mentre si inginocchiò pregando per i suoi carnefici, come se gli stesse più a cuore la preghiera per loro che quella per se stesso. Si inginocchiò pregando per loro e non per se stesso perché, come dice la Glossa, la loro maggiore malvagità richiedeva una preghiera più intensa. Anche in questo il martire di Cristo fu simile a Cristo, perché durante la sua passione pregò per sé dicendo:
– Padre, nelle tue mani rimetto il mio spirito, e per i suoi carnefici dicendo loro:
– Padre, perdona loro…
E dicendo queste parole si addormentò nel Signore. Dice a questo proposito la Glossa che è bello che si dica si addormentò, e non che morì, perché egli offrendo quel sacrificio di amore si addormentò nella speranza della resurrezione.
Stefano fu lapidato lo stesso anno in cui Gesù ascese al cielo, il 3 agosto. I santi Gamaliel e Nicodemo, che stavano dalla parte dei cristiani in ogni consiglio dei Giudei, lo seppellirono in un campo dello stesso Gamaliel, e celebrarono il rito funebre con grande pianto. Si ebbe poi una grande persecuzione contro i cristiani che erano a Gerusalemme perché, dopo il martirio di santo Stefano, che era uno dei capi, si cominciò a perseguitare duramente gli altri, così che tutti i cristiani, a eccezione degli apostoli, che erano più forti degli altri, si dispersero per tutta la Giudea, secondo ciò che Gesù aveva insegnato loro: «E quando vi perseguiteranno in una città, fuggite in un’altra» (Mt 10, 23).

Racconta Agostino, eminente dottore, che santo Stefano acquistò fama per innumerevoli miracoli, resuscitò sei morti per sua intercessione, e guarì molte persone dai più diversi mali. E oltre a questi fatti, altri ne racconta degni di essere ricordati. Dice che i fiori messi sull’altare di santo Stefano, se posti sui malati, avevano il potere di guarirli come una medicina, e così anche i paramenti presi dal suo altare. Infatti, come dice nel ventiduesimo libro del De civitate Dei, i fiori presi dal suo altare e messi sugli occhi di una cieca le resero immediatamente la vista. Sempre nello stesso libro racconta che uno degli uomini più in vista della città, Marziale, era pagano e voleva convertirsi. Una volta si ammalò gravemente e suo genero, un uomo pio, andò alla chiesa di santo Stefano e prese dei fiori che stavano sull’altare; di nascosto li mise poi al capezzale del suocero, che vi dormì sopra. Improvvisamente, prima dell’alba, gridò che si andasse a chiamare il vescovo. E siccome non c’era, andò da lui un sacerdote e, poiché diceva di credere, lo battezzò. Quell’uomo, per tutta la vita, pregando disse: «Cristo, accogli la mia anima», senza sapere che queste erano state le ultime parole di santo Stefano.

Nello stesso libro Agostino racconta un fatto simile. Una donna, di nome Patronia, era ormai da tempo gravissimamente ammalata, e, pur avendo provato ogni tipo di cura, non aveva ottenuto alcun miglioramento. Aveva alla fine consultato un ebreo che le aveva dato un anello con una pietra, da tener legato a contatto con la pelle con una cordicella per riacquistare la salute grazie alle virtù della pietra. Vedendo però che anche quello non le serviva a niente, andò alla chiesa del protomartire e pregò con insistenza il santo che la facesse guarire. Subito, senza che si sciogliesse il nodo della cordicella, l’anello cadde a terra senza rompersi, e subito la donna si senti perfettamente guarita.

Ancora un altro miracolo, non meno stupefacente, è raccontato nello stesso libro. A Cesarea di Cappadocia vi era una nobile donna che aveva perduto il bene del marito, ma era circondata da una bella e nobile famiglia: si dice infatti che avesse dieci figli, sette maschi e tre femmine. Una volta i figli offesero la madre, che li maledisse. Alla maledizione della madre seguì immediatamente la vendetta divina, e tutti furono colpiti dalla stessa orribile punizione, un orrendo tremito che li scuoteva da capo a piedi. Sconvolti dal dolore e non volendo essere visti dai loro concittadini, incominciarono a vagare per ogni dove, e ovunque andavano attiravano su di sé gli sguardi di tutti. Due di loro, Paolo e Palladia, capitarono a Ippona e raccontarono ad Agostino – che era allora vescovo di quella città – quanto era loro successo. Per tutti i quindici giorni che precedettero la Pasqua si erano recati nella chiesa di santo Stefano e lo avevano intensamente pregato di guarirli. Il giorno di Pasqua, mentre la chiesa era piena di gente, uno di loro, Paolo, oltrepassò il cancello e si prostrò davanti all’altare, con grande fede e reverenza; e mentre tutti i presenti stavano a guardare come sarebbe finita la cosa, si alzò guarito per sempre da quel tremito. Fu poi portato da Agostino, che lo presentò al popolo e promise che il giorno seguente avrebbe letto loro un libro con il racconto di quel fatto. Mentre Agostino parlava alla folla era presente anche la sorella di quel ragazzo, e, staccandosi dagli altri, oltrepassò i cancelli dell’altare di santo Stefano e, come se si risvegliasse dal sonno, si alzò guarita. Come suo fratello, anche lei fu portata davanti alla folla, e per la loro guarigione si resero grandi grazie a Dio e al santo.
Fu Orosio a portare ad Agostino, quando tornò da lui dopo essere stato da Gerolamo, alcune reliquie di santo Stefano, che fecero poi i miracoli di cui si è detto e molti altri ancora.”.


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