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LETTERATURA: Lucchesità

11 Giugno 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Forse sono stato il primo a definire nel 1993 che cosa è la Lucchesità.
(dal romanzo giallo “Giacomo e Ada”)

“Lucca è un po’ la città dell’acqua cheta. Ognuno si fa gli affari suoi, e meno ci s’impiccia degli altri e più si ha salute. Non andava giù a Cosimo dei Medici il carattere dei lucchesi, ma non ci poté far nulla, e i lucchesi son sempre stati così da sempre. Questa riservatezza, qualcuno potrebbe anche scambiarla per mancanza di coraggio, vera e propria vigliaccheria. Ma non è così, ed è una caratteristica peculiare di questa gente, e va presa per quel che è. Si chiama lucchesità, e questo la dice lunga sul suo particolare. Epperò accanto a dei meriti indubbi che sempre ha il coltivare il proprio orticello, qualche difetto lo deve pure avere questo popolo antico, se spesso non si cura neppure dei suoi figli più illustri, e pare che siano nati a mille miglia di distanza, e che a Lucca non ci abbiano mai messo piede. Chi lo sa, per fare un solo esempio, che il grande Puccini è nato non a Torre del Lago, come sembra che quasi tutti sappiano, ma a “Lucca drento”, come dicono da queste parti, ossia a due passi dalla bella chiesa di San Michele? E non c’è nessun monumento nella città che ricordi questo nostro grande, conosciuto in tutto il mondo, e forse l’italiano più noto all’estero, anche più di Dante, di Leonardo e Michelangelo. C’è solo quella casa natale a rammentarlo. I lucchesi sembra che si vergognino dei propri figli che sono diventati famosi, e pare loro che abbiano fatto torto a quella loro riservatezza secolare. Preferiscono rintanarsi nelle logge, piuttosto che prendere il sole in San Michele.
Per queste strade ha camminato anche Mario Tobino, che era nato a Viareggio, dove è sepolto in una bella tomba di marmo bianco, e che amava tanto Lucca da viverci una vita. Gli piaceva la città, e ci camminava, nelle sue viuzze, con gli occhi che frugavano dappertutto, e guardava di qua le torri, di là i palazzi, le piazzette. Saliva sulle Mura. Pochi lucchesi si accorgevano di questo uomo che ha fatto grande l’arte dello scrivere.
Chi viene a Lucca per restarci, deve lasciare la voce grossa a casa, imparare a parlare sottovoce, a camminare rasentando i muri e non in mezzo alla via, non avere sicumera, ma apparire debitore di ogni cosa agli altri. Solo così se ne diventa figli, sapendo già che se si riceve un po’ di gloria da questo mondo, e si oltrepassano le sue piccole misure, i lucchesi fan finta di non conoscervi più, di non avervi mai visto a spasso nel Fillungo, e vi prestano volentieri a Firenze o a qualsiasi altro posto che non stia nei suoi confini. Non c’è da farci nulla: Lucca è città che si gode per quello che è, e forse è il prezzo che ognuno deve pagare per sentirsi lucchese.”.

(1) Solo nel novembre 1994, in piazza Cittadella, a due passi dalla sua casa natale, è stata collocata una statua che raffigura il grande compositore.

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Bart