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LETTERATURA: Luna

12 Marzo 2009

di Fabio Fracas

[Fabio Fracas ̬ autore, editor, giornalista e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro, per i fumetti e su varie testate giornalistiche cartacee e Web. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam РMacAdemia di Scritture e Letture.]

Luna guarda verso il suo giardino. Luna ha piccoli occhi chiari, di un azzurro così tenue che le lasciano trasparire l’anima, e con quei piccoli occhi guarda nel giardino. L’erba è umida per la rugiada e il verde dei fili d’erba è intenso e rilassante. Il giardino di Luna è una piccola superficie di terra, un fazzoletto verde steso fra alte mura intonacate e circondato da una bassa recinzione di pietre irregolari incassate a varie altezze. Le più alte sbucano sulla terra poco più di un palmo mentre le più basse sono quasi completamente ricoperte dall’erba e dalle foglie cadute. Dentro il giardino, una vecchia fontana a tre livelli da cui già da molti anni non sgorga più acqua. 

Quando era piccola Luna ascoltava il rumore dell’acqua che, spruzzata, ricadeva sulla prima vasca, la più alta e da lì a cascata nelle altre due fino a terra dove veniva raccolta dentro una grata per essere di nuovo scagliata verso il cielo. Ascoltava e osservava i cerchi concentrici che, dapprima piccoli, si allargavano via via ogni volta che ogni singola goccia cadeva lentamente e durante la caduta la vedeva cambiare dilatandosi e comprimendosi. A volte degli uccellini si fermavano sul bordo di una delle vasche per bere e altre volte, durante i mesi più caldi, alcuni ci si tuffavano dentro per cercare un po’ di refrigerio. Gli uccellini cinguettavano e giocavano fra loro sollevando piccoli spruzzi d’argento che ricadevano nelle polle e Luna passava rapita interi pomeriggi cercando di capire com’era possibile che quegli esserini riuscissero a volare, a essere così grandi da osare sfidare il cielo con le loro piume colorate senza essere puniti da Dio che, le aveva detto sua mamma, aveva fatto precipitare Icaro, che però lei non conosceva, per lo stesso motivo. Pensava che forse erano così piccoli che Dio neanche li vedeva, oppure che quei loro movimenti così strani, tutti fatti di scatti e saltelli, lo divertissero e che quindi li lasciasse fare solo per prendersi qualche minuto di svago da tutte le cose che, le dicevano, doveva fare ogni giorno per gli uomini. Una volta, Luna aveva visto un uccellino che si stava riposando al sole di mezzogiorno sul bordo della fontana e aveva deciso di prenderlo perché voleva sapere che impressione si prova quando si tiene in mano una cosa così piccola e tutta ricoperta di piume. Si era avvicinata in silenzio ma poi era inciampata cadendo nella vasca più bassa e facendo scappare l’uccello; sul ginocchio la pelle si era grattata via e le era uscito un po’ di sangue. Luna era rimasta seduta nell’acqua per qualche minuto sbigottita dal fatto che si fosse ferita per un motivo così banale e allora aveva capito che tutto quello che era successo era stato un avvertimento di Dio e che in realtà Lui aveva permesso agli uccelli di volare perché erano i suoi preferiti e avrebbe punito chiunque avesse cercato di fargli del male. Da quel momento aveva preso l’abitudine di prendere un pezzetto di pane dal tavolo dopo ogni pasto per sbriciolarlo in giardino e darlo da mangiare agli uccellini: così loro avrebbero capito che lei era un’amica e allora anche Dio sarebbe stato suo amico perché lei accudiva i Suoi animaletti preferiti. 

Luna pensa agli uccelli e sorride e la bocca le si apre leggermente rivelando dei denti bianchissimi nascosti da labbra sottili. La pelle è scura, olivastra, e contrasta con il colore degli occhi e dei denti. Il calore del sole riscalda la rugiada e sopra il prato si alza una nebbiolina formata da vapore che sembra voler nascondere il suolo. Da dove si trova parte una stradina di ghiaia che arriva fino alla fontana e da lì, dividendosi in tre rami, conduce ai muri perimetrali. Fra la ghiaia sono nascosti pezzettini di marmo e piccole schegge di oggetti di vetro e ceramica che Luna ricorda di aver cercato da piccola per poi ammonticchiare da un lato a formare un tesoro, il suo tesoro. 

Luna pensava che nessuno la vedesse mentre sdraiata per terra rovistava fra la ghiaia: la signora Matilde non si curava quasi mai di quello che lei faceva e suo padre era sempre in viaggio per riuscire a mantenere lei, la villa e la signora Matilde. La signora Matilde era la governante e passava le sue giornate oziando fra una stanza e l’altra e facendo finta di fare qualcosa. Anche Luna non aveva niente da fare però quando chiedeva alla signora Matilde di giocare, lei le rispondeva che era terribilmente occupata e che non aveva tempo da perdere con le ragazzine, specialmente quelle viziate e che non sapevano stare al loro posto. Luna allora si sentiva triste, anche se non sapeva perché, e tornava in giardino a inventarsi dei giochi. Dal giardino vedeva la signora Matilde che si sdraiava sul divano e dormiva e pensava se era quella la cosa che occupava terribilmente il suo tempo e si chiedeva se per caso non fosse una specie di malattia che la portava a non fare niente tutto il giorno e che la costringeva continuamente a stare sdraiata sul divano o seduta sulla poltrona. Anche la mamma si sdraiava sul divano o si sedeva sulla poltrona, però la mamma lo faceva solamente alla sera e di giorno Luna la vedeva sempre correre da una parte all’altra della casa. Una sera, mentre cenava con suo padre, che era appena ritornato da una lunga crociera che lo aveva portato fino alla Grecia e a Cipro, gli aveva chiesto se la signora Matilde era malata. Suo padre era un uomo di mondo e una volta le aveva raccontato che durante uno dei suoi viaggi in Africa un portatore che era con lui, un negro, era stato punto da un insetto e aveva cominciato a dormire così tanto che poi non si era più svegliato e avevano dovuto seppellirlo perché tanto non si sarebbe più alzato. Lui le era sembrato sinceramente preoccupato per la salute della signora Matilde e il giorno dopo l’aveva chiamata in soggiorno e le aveva parlato a lungo, anche se Luna non aveva mai saputo esattamente che cosa  le avesse detto, e poi aveva deciso di concederle un periodo di riposo perché non si affaticasse troppo e non peggiorasse. Suo padre era sempre stato una persona molto gentile e sensibile ai problemi degli altri e anche con Luna era sempre molto dolce. Dopo tre giorni era arrivata una nuova signora Matilde, che però si faceva chiamare signorina Anna o anche solo Anna, e aveva subito cominciato a pulire la casa come faceva la mamma. La signorina Anna era molto più giovane della signora Matilde ed era anche molto più simpatica. Aveva la pelle leggermente più scura di quella di Luna, una lunga trec­cia di capelli neri dai riflessi ramati, che teneva raccolta die­tro la nuca,  e portava un paio di occhiali dorati. Luna non riusciva a vedere bene il colore dei suoi occhi perché il ri­flesso sulle lenti la disturbava, però una sera Anna si era tolta gli occhiali prima di metterla a letto e con la luce della can­dela Luna aveva visto che erano verdi, grandi e verdi e con delle lunghe ciglia nere. A Luna quegli occhi piacevano molto perché le sembrava che fossero profondi come il mare di cui le aveva parlato suo padre, e che nascondessero un abisso di cose belle e simpatiche come bella e simpatica era la signorina Anna. Il giorno dopo Luna era ritornata a cer­care il suo piccolo tesoro fra la ghiaia ed era riuscita a racco­gliere una manciata di pezzettini di ceramica che aveva ap­poggiato ad una ventina di centimetri di distanza dal suo te­soro. Poi aveva preso un sassetto bianco e friabile che teneva vicino alla porta che dal soggiorno conduceva al giardino e con quello aveva disegnato il contorno del mucchietto, una linea che lo congiungeva al resto del tesoro e infine tutta una serie di li­nee perpendicolari a quest’ultima che non avevano un significato preciso ma che a Luna ricordavano vagamente la spina di un pesce. La signorina Anna doveva averla osser­vata mentre giocava perché a cena, vicino al tovagliolo di stoffa con le sue iniziali ricamate, le aveva fatto trovare una coppia di gessetti, uno nero ed uno rosso, ed un foglio di carta leggermente stropicciata di una tonalità tra il bianco e l’avorio. Luna aveva preso il gessetto rosso con la punta delle dita e l’aveva osservato per alcuni secondi in silenzio, non sapendo se quello era un meraviglioso regalo per lei o più semplicemente se la signorina Anna si fosse dimenticata di spostare le sue cose dal tavolo prima di servire la cena. Anna le si era avvicinata con dolcezza e le aveva detto che i gessetti ed il foglio erano per lei e che però non doveva usare tutto il foglio subito perché lei non ne aveva altri e suo padre non sarebbe ritornato alla villa prima di una settimana. Per Luna quel regalo era la cosa più preziosa del mondo e subito le venne d’istinto di nasconderlo perché era troppo impor­tante e non poteva permettersi di farselo prendere da nes­suno. Poi, siccome a casa c’era solo la signorina Anna che glielo aveva dato, si vergognò tremendamente dei propri pensieri e decise che la signorina Anna era bella e simpatica e dolce come era stata sua mamma e quindi le chiese se anche lei aveva voglia di disegnare. Quando la signorina Anna prendeva in mano il gessetto sembrava che stesse dicendo una preghiera; si concentrava e fissava il foglio con un’espressione rapita che Luna aveva già visto sul volto di sua madre quando recitavano assieme il rosario. 

Era tanto tempo prima, prima che arrivasse la signorina Anna e ancora prima che arrivasse anche la signora Matilde e a Luna sembrava che fosse passata tutta una vita. Sua madre aveva cominciato a tossire una giornata di fine primavera e mentre in giardino i fiori coloravano con i loro petali il prato come macchie iridate su un tappeto verde e nell’aria si sentivano gli odori dei lillà e delle rose, Luna aveva visto il rossore delle sue guance svanire e la sua pelle diventare candida come quella di un angelo. 

Luna aveva sempre creduto che sua madre fosse un angelo che era caduto sulla terra e che poi aveva incontrato lei e non se n’era più voluto andare e aveva sempre saputo che prima o poi Dio avrebbe capito dov’era e l’avrebbe richiamata per aiutare anche gli altri e non solo lei. Solo che adesso era venuto quel momento e a Luna non interessava più nulla degli altri bambini che c’erano nel mondo, Luna voleva solo che il suo angelo rimanesse li con lei e che non se n’andasse mai perché aveva paura che non sarebbe più ritornato e che lei sarebbe rimasta per sempre sola. Per quello una sera si era avvicinata al letto di sua madre piangendo ma lei le aveva detto che non doveva piangere perché dove stava andando si sarebbe trovata sicuramente bene e da lassù avrebbe sempre guardato sulla terra per cercare la sua piccola Luna e che non avrebbe più dovuto piangere anche perché quello era il volere di Dio e quindi era giusto che fosse così. Luna aveva smesso di piangere e se ne era andata in camera sua, però non capiva perché se era giusto così e lei doveva smettere di piangere, anche suo padre, che di solito era sempre in viaggio, era quasi un mese che non si muoveva da casa e lei lo osservava di nascosto mentre si lavava la faccia con l’acqua fredda per togliersi dalle guance i segni delle lacrime. Luna osservava sua madre giorno dopo giorno mentre gli spasmi della tosse le squarciavano il petto e le lenzuola si riempivano di sudore tutte le volte che inarcava la schiena e una volta le aveva chiesto che cos’era quella strana collana che portava arrotolata su un polso e che sembrava formata da tante perle infilate una dietro l’altra di cui alcune più grosse. Sua madre le aveva sorriso a fatica e le aveva detto che quello era un rosario e che serviva per pregare la Madonna, che era la mamma di tutti gli uomini, affinché intercedesse presso il Signore perché aiutasse quelli che avevano bisogno di Lui. Luna aveva chiesto allora a sua madre se le insegnava ad usarlo perché anche lei aveva qualcosa da chiedere a Dio e che le andava bene lo stesso se prima bisognava passare per la Madonna perché se era realmente la mamma di tutti gli uomini allora era un po’ anche la sua mamma e quindi non aveva paura di chiederle niente. Così avevano cominciato a recitare assieme il rosario e Luna si chiedeva sempre se mentre ripetevano le preghiere sua madre in realtà non stesse già trasformandosi in un angelo dalle lunghe ali perché vedeva che il suo sguardo era lontano, fisso e lontano, come se avesse già lasciato il mondo dietro le sue spalle e allora Luna cominciava a piangere e non smetteva più fino a quando suo padre non la riaccompagnava nella sua stanza e la metteva a letto. La signorina Anna aveva lo stesso sguardo, fisso e distante, ma Luna sapeva che non era lo stesso di sua madre, perché le sue guance erano rosa e calde e i suoi occhi svegli e attenti. Però quando disegnava, anche la signorina Anna sembrava un angelo che vola sul foglio di carta lasciandosi dietro dei segni colorati che sono la scia del suo passaggio. A Luna piaceva osservare i movimenti della mano della signorina Anna mentre con il gessetto tracciava righe e figure sul foglio ma ancora di più le piaceva quando era lei che disegnava, con la mano un po’ rigida, tenendo il gessetto tra la punta del pollice e quella dell’indice mentre la signorina Anna la guidava dolcemente reggendole il polso. Quando succedeva, Anna le si metteva dietro la schiena guardando il foglio con il mento appoggiato sulla sua spalla sinistra e prendendole delicatamente il polso con la mano destra. Luna sentiva il suo respiro caldo che le sfiorava la guancia e l’odore del profumo alla genziana che lei adoperava che la inebriava e in quei momenti si lasciava andare e si abbandonava in quella specie di abbraccio e ricordava sua madre che era volata via e si chiedeva se un giorno anche Anna sarebbe volata via o si sarebbe ammalata come la signora Matilde. 

Luna cammina per il sentiero di ghiaia e osserva le rose rosse e gialle che fioriscono sulla sua destra; alla sua sinistra dei cespugli di buganvillee con le loro brattee colorate di rosa e viola. Il caldo sta aumentando e la trina nera che le vela la faccia la infastidisce. Con un gesto della mano destra la solleva leggermente e con la sinistra si ravvia i capelli che le si sono appiccicati sulla fronte. Luna ha lunghi capelli castani tenuti assieme da un largo nastro nero che le scende sulla spalla destra. Si avvicina alla fontana e si gira a guardare verso il muro di sinistra; l’intonaco bianco è chiazzato dall’afa e dall’umidità e in più punti si è scrostato rivelando un muro sconnesso e antico. Di fronte a lei, al temine del sentiero e protetta da due alte photinie, una nicchia e dentro la nicchia una statuetta della Madonna, anch’essa scolorita e scrostata come il muro che la contiene. Luna cammina verso la nicchia e per terra vede le rosse foglie appena cadute dalle piante e i bianchi fiori oramai sfioriti racchiusi tra le foglie nuove, verdi e brillanti. 

Luna sapeva che Anna era molto agitata perché suo padre sarebbe ritornato l’indomani dalla Francia e Anna voleva fare bella figura e preparare un pranzo speciale, di certo non raffinato come quelli che si preparavano a Parigi, perché non ne sarebbe stata capace, ma comunque gustoso e speciale. Luna era diventata una signorina e la stava aiutando come qualsiasi ragazza avrebbe fatto con sua madre e Anna lo sapeva e ringraziava il Signore che la bambina fosse cresciuta bella e sana e avesse superato tutti i momenti difficili che la vita le aveva posto davanti. Luna era felice perché sentiva che suo padre stava ritornando per lei e pensava a tutto quello che lui le avrebbe raccontato del suo viaggio. Delle carrozze lussuose che aveva preso, delle antiche strade a ciottoli che aveva attraversato, delle campagne sconfinate che circondavano la villa da ogni lato e che da grande anche lei avrebbe visitato, della gente degli altri paesi, della Francia, di Parigi e di tutto il resto e anche di quello che non aveva visto o incontrato o anche solo dei pensieri che aveva avuto e della nostalgia che, ne era sicura, suo padre provava per la sua piccola Luna. Luna pensava a tutto questo e cantava, cantava canzoni che le aveva insegnato Anna e che raccontavano di re e regine, di viaggiatori e città. Città meravigliose circondate da alte mura e da boschi fatati dove vivevano animali fantastici e piccoli uomini con la barba che scavavano nelle miniere e riportavano alla luce gemme e tesori nascosti da millenni. Anna la ascoltava e sorrideva e a volte cantava con lei e le loro voci si fondevano e diventavano un’unica nota melodiosa. Suo padre arrivò quella sera stessa. Appena lo vide Luna gli corse incontro e lo abbracciò, poi si ritrasse e, appoggiandosi il mento sul petto, chiese scusa dei suoi modi un po’ bruschi aspettando che lui le dicesse qualcosa. Lui non disse nulla, la abbracciò a sua volta, con forza e assieme dolcezza, e la baciò sulla fronte. Luna guardava Anna che, stupita, si riaggiustava i capelli cercando si assumere un aspetto formale, mentre suo padre le sorrideva e le ordinava di portare a tavola e che andava benissimo quello che c’era perché era affamato per il lungo viaggio e che non c’era bisogno di sentirsi in difetto dato che lui era arrivato un giorno prima del previsto e non aveva potuto avvertire. Fra le valigie di suo padre c’era una scatola bianca, rettangolare, legata da uno spago, e Luna si chiedeva che cosa potesse contenere e se per caso era un regalo per lei. Lui allora le fece segno di aprirla e quando Luna tolse il coperchio vide che dentro c’era una piccola statua della Madonna, con una lunga veste azzurra che le scendeva fino ai piedi e con il capo coperto da un panno bianco che le arrivava sulla fronte lasciandole scoperti gli occhi. La Madonna aveva il piede destro appoggiato su un sasso bianco come la neve e le mani erano aperte con i palmi verso Luna e sembrava che la stesse guardando. Luna allora corse in camera sua, prese il rosario dal cassettone lo arrotolò su se stesso un paio di volte, ridiscese ed infine glielo pose attorno al collo perché quella era la Madonna, la madre di tutti gli uomini ed il rosario era quello di sua madre. 

Luna guarda la statua e vede che il rosario è ancora lì, attorno al collo, e sente un nodo nella gola che le impedisce di respirare e gli occhi che le si velano. Abbassa lo sguardo sulle rosse foglie e sui fili d’erba che spuntano tra la ghiaia e vede le proprie scarpe nere bagnate dalla rugiada e la lunga veste nera che le copre quasi fino alla punta. Luna sente un dolce odore di genziana e lentamente si gira e guarda Anna. Anna non ha più il viso di una ragazza e la lunga treccia nera è screziata di bianco e nascosta sotto una spessa trina. I suoi occhi verdi sono umidi e sembrano come le onde di un mare in tempesta agitato dal vento dei sentimenti. Anna guarda la sua piccola Luna e vede una giovane donna che è ritornata a cercare qualcosa solo per rendersi conto di averlo perso. Anna non dice niente e lentamente si avvia verso la porta che dà sul soggiorno. Luna cammina a piccoli passi dietro di lei ed osserva ogni sasso, ogni pietra e si accorge di stare cercando ancora quei pezzetti di vetro e ceramica che erano il suo tesoro. Il soggiorno è grande e assolato, la gente la saluta con discrezione ma non le si avvicina. È gente che Luna conosce appena: amici, viaggiatori, compagni di vita dell’uomo che oggi sono venuti a onorare. Ricambia i saluti con un cenno della mano, ma non riesce a sorridere e lentamente va avanti. I tappeti che ricoprono la stanza attutiscono i suoi passi e le sembra di non stare camminando sul suolo, ma di appoggiarsi su di una soffice nuvola e di essere trasportata dal vento. Luna cammina sulla nuvola e la testa le diviene leggera e il suo passo incerto. Anna si accorge che Luna sta male e torna indietro a sorreggerla e delicatamente la accompagna sulle scale che portano al piano di sopra. Anna si è sempre presa cura di Luna e le sembra naturale, giusto, farlo anche adesso. La stuoia azzurra conduce dalle scale verso un lungo corridoio sul quale si affacciano quattro porte, due per lato. Anna guida Luna nella seconda porta sulla destra e poi la allontana dolcemente da sé e la spinge nella camera. Luna vede che la camera è immersa quasi completamente nell’oscurità e le tende pesanti lasciano filtrare solo un piccolo raggio di luce che illumina l’armadio alla sua sinistra. Davanti a lei ci sono alcune donne vestite di nero che piangono e si battono il petto: le guarda ma non le vede mentre si avvicina lentamente al letto. Di fianco al letto ci sono due alti candelabri con in cima due ceri con disegnate delle immagini sacre. La cera cola sul fianco delle candele nascondendo parte dei disegni. Luna osserva la cera sciogliersi, colare e rapprendersi sulle ali di un angelo che sta parlando con una donna inginocchiata e vestita d’azzurro. Sul letto un uomo, distinto, con i corti capelli bianchi che gli incorniciano il volto, due folti baffi venati d’argento e gli occhi chiusi come se stesse dormendo. Ha le labbra leggermente tirate e il colorito delle guance è giallastro per la luce dei ceri. Indossa un vestito scuro molto elegante, tagliato alla moda di Parigi, con un alto colletto con le punte che gli arrivano fin sotto al mento. Le mani raccolte sul petto e i piedi che calzano scarpe nere, sobrie e con un basso tacco. Luna si avvicina ancora e sente le guance bruciarle e le lacrime che le scendono copiose fino al collo e allo scialle che ha chiuso sul petto. Si china in avanti, avvicina le labbra alla fronte dell’uomo e lo bacia, rialza la testa e le sembra che l’angelo che stava guardando le stia sorridendo. Luna sorride, distoglie lo sguardo, e saluta sua madre e suo padre.


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6 Comments

  1. Commento by Giovanni — 12 Marzo 2009 @ 09:12

    Strepitoso: mi sono commosso. Non aggiungo altro.

  2. Commento by Eugenio Tiengo — 12 Marzo 2009 @ 12:17

    Un raro equilibrio di toccante leggerezza per un tema arduo e delicato, dove unica protagonista è l’emozione suscitata nel lettore.

  3. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Luna — 12 Marzo 2009 @ 12:19

    […] Prosegue Articolo Originale:  Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Luna […]

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 12 Marzo 2009 @ 16:38

    Un abile ricamo lirico, con scelte lessicali di pura armonia espressiva, tracciano una storia affabile e dolce, penetrante e significativa, immensa quanto la vita. L’efficacia evocativa si fa voce portante di una fede nel tempo, nello spazio ed oltre. Si rintracciano e si valorizzano figurazioni, stacchi e gesti di autentica sapiente suggestione, che caratterizzano in modo prezioso la vicenda esistenziale, mentre affiorano echi di un canto che illumina e commuove. Grappoli di immagini, come intarsi pregevoli, e raffinatezze psicologiche sigillano il vibrante risultato dell’intera trama. Pure il dolore, pare soffusamente accompagnato per mano, quasi a condurci in una quiete interiore auspicata, che diviene accento di speranza.
    E tutto l’ordito verticale si trasforma in respiro lieve, fecondo, riconducendo immancabilmente ad una schietta adesione verso l’Alto
    Gian Gabriele Benedetti

  5. Pingback by Luna : MacAdemia — 12 Marzo 2009 @ 19:03

    […] All’interno della rivista d’arte Parliamone – pubblicata on-line dall’amico Bartolomeo Di Monaco – è stato inserito in data odierna uno dei miei racconti lunghi dal titolo Luna. […]

  6. Commento by Fabio Fracas — 16 Marzo 2009 @ 09:24

    @Tutti: confesso di non aver risposto prima ai vostri commenti per imbarazzo. Il vostro apprezzamento – ciascuno espresso in maniera propria e personale – mi ha fatto un immenso piacere. Soprattutto perché questo, in realtà, è uno dei pezzi più “difficili” che io abbia mai scritto. Ha ragione Gian Gabriele Benedetti – che ringrazio nuovamente per l’acutezza della propria analisi – quando parla di “ricamo”. Spero che anche altri lo considerino “abile” e “lirico”: per me riuscire a tesserlo è stato un vero sforzo di volontà. Avevo una storia da raccontare – non scontata anche se “facile”; non personale anche se mia – e volevo farlo con la semplicità che solo la complessità delle piccole cose può nascondere. Ancora grazie e un caro saluto a tutti voi,

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