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LETTERATURA: STORIA: Ma la guerra continua…

24 Agosto 2012

di Mario Camaiani

Dopo i grandi avvenimenti succedutosi nei mesi a partire dal luglio 1943, con la caduta del fascismo e poi con l’armistizio, a livello popolare si riteneva che finalmente, dopo oltre tre anni di disastrosa guerra che aveva prostrato tutta la nazione, stesse per iniziare un’era di pace e di rinascita. Invece questo giusto anelito venne presto soffocato dall’occupazione dell’Italia da parte della Germania; dalla costituzione della repubblica di Salò; dalla nascita delle formazioni partigiane. Insomma la guerra continuava, più aspra che mai, combattuta nella nostra nazione, sia al fronte di guerra vero e proprio, tra gli alleati e le forze dell’asse; sia, su tutto il territorio, fra i partigiani e le forze germaniche, affiancate dai fascisti repubblicani (dagli avversari, spregevolmente chiamati “repubblichini”). In questo periodo tempestoso e denso di tristi presagi, quel giorno, esattamente era il 26 ottobre ’43, mia madre ed  io ci trovavamo alla stazione di Arezzo, città dove eravamo sfollati quattro mesi prima, in attesa di partire per un breve rientro nella nostra Livorno in cui, per ragioni di lavoro, era rimasto mio padre. Finalmente, con notevole ritardo, giunse il treno e si partì alla volta di Firenze, primo tratto del viaggio: trovammo agevolmente posto a sedere in uno scompartimento e giungemmo a Firenze sempre col solito ritardo; ma per fortuna l’altro treno che ci doveva portare a Livorno ci aveva aspettato. Questo treno era affollatissimo: mamma ebbe un posto a sedere da un gentile signore, mentre io rimasi in piedi. Si era in una carrozza senza scompartimenti, sicché le conversazioni, sempre di natura politico-militare contingente, vivissime, fra i passeggeri, si estendevano e si incrociavano per tutta la vettura, ed era incredibile come tutti, anche le donne, vi partecipassero. “Non ci voleva che il fascismo tornasse al potere, dopo averlo preso di forza nel ’22; e questa volta con l’aiuto dei tedeschi!” – disse uno – “Lei si sbaglia – ribatté un altro – : nel ’22 fu il Re a dare l’incarico al cavalier Benito Mussolini di formare un governo che desse stabilità e tranquillità alla nazione, ché era in perda al caos: scioperi selvaggi, occupazioni di fabbriche, attacchi alla Chiesa, al clero, tutto ad opera dei comunisti”. “Ma come – entrò a parlare una signora -: ma la cosiddetta marcia su Roma, la rivoluzione fascista, non è avvenuta con la guerra civile?” “No – riprese il secondo interlocutore -, fu una grande parata, con il tacito consenso dell’esercito; ed addirittura Mussolini giunse a Roma in treno, in vagone letto!” “Però –  riprese la signora – le violenze ed i morti ci furono: che ne dice del delitto Matteotti?” “Sì – ammise l’altro – quello avvenne in uno dei periodi di scontro, diciamo fisico, fra fascisti e antifascisti: Ma le violenze avvennero sia da una parte che dall’altra e proprio a Firenze fu aggredito e colpito fino alla morte, sull’Arno, il fascista Giovanni Berta al quale, come saprete è stato intitolato il nuovo, bellissimo stadio della città. Comunque, per gli avversari politici del Regime, durante il ventennio della dittatura, di qualsiasi reato fossero incolpati, non era mai prevista la pena di morte, ma solo pene detentive a termine, in appositi carceri, detti ‘al confino’ ”. Riprese il primo: “Ma perché quando, sia pur con la forza, venne ripristinato l’ordine non furono indette le elezioni?”. E qui prese la parola una giovane donna, con gli occhiali, con tono dottorale: “Al Re stette bene che il Duce imponesse la totale dittatura, tant’è che firmò tutte le leggi e buone e cattive, compreso la dichiarazione di guerra, come gli spettava; ma a proposito di elezioni sono convinta che, specie dopo la guerra d’Africa, nel momento del maggior consenso popolare al regime, questi in caso di elezioni democratiche avrebbe vinto. E voglio concludere, anche se tanti di voi non sarete d’accordo, che sono convinta che con la democrazia e con le lotte dei partiti che si ostacolano a vicenda, non sarebbe avvenuto l’enorme sviluppo industriale, commerciale, economico, culturale, sportivo, con la nostra moneta, la lira, forte e sicura e di quant’altro che ha avuto l’Italia in questo ventennio.”.

Frattanto il convoglio ferroviario aveva raggiunto la stazione di Empoli; qualcuno scese, altri salirono e alla ripartenza ripresero le conversazioni, quasi diatribe. “A proposito di consenso popolare –  fece un giovane -, io sono livornese e posso testimoniare che Costanzo Ciano (eroe nazionale, consuocero del Duce), l’ho visto girare in città con gli amici, senza scorta, come un cittadino qualsiasi e spesso c’era chi lo salutava con simpatia, ché tanto di bene ha fatto alla città. E conosco il federale di Livorno che  quando era libero dagli impegni dell’importante carica che ricopriva, anch’egli circolava per strada come un qualsiasi cittadino, talvolta anche in bicicletta!”. Di ciò io ne ero a conoscenza e timidamente esclamai: “ E’ vero, è proprio così”. Ma a questo punto, quando l’argomento sembrava esaurito, un signore intervenne: “Ho ascoltato ciò che è stato detto a proposito del bene sociale che il fascismo abbia fatto al popolo italiano; ma il male che gli sta causando con questa maledetta guerra è immensamente più grande!” – concluse con forza – ; al che la maggioranza degli astanti gli dette ragione, con gesti del capo a mo’ di approvazione e qualcuno addirittura mormorò: “bravo!”. Nel pomeriggio, arrivati a Livorno, mamma ed io salimmo sul filobus  che ci portò vicino a casa, dove giungemmo poco dopo. Sapevamo che babbo aveva accolto suo fratello Gino con Ines, sua moglie, perché essi, che abitavano in una zona della città, detta “zona nera”, che era stata interdetta ai civili e quindi evacuata da chi vi abitava, gli avevano chiesto ospitalità. Dunque ci ricevette mia zia Ines, ché babbo e zio erano ancora al lavoro: arrivarono poche ore dopo e l’incontro, con la ricostituzione della famiglia fu meraviglioso e anzi, alla cena,  preparata dalla zia, mi sembrò di essere tornato ai bei tempi, in cinque in famiglia, come quando c’erano i miei cari nonni. Perché, in fondo, nonostante guerra e privazioni, noi giovani eravamo comunque contenti e felici di vivere, essendo stati educati ai doveri prima dei diritti; allo spirito di sacrificio e di collaborazione con i genitori, al rispetto degli anziani, dei vecchi, dei superiori. Anzi, a parziale conforto e nota positiva, pensai,  paradossalmente, che, per contro alle sofferenze prodotte dalla guerra e della separazione familiare, c’era, all’opposto, la gioia immensa dei periodi di ricomposizione dell’unità familiare, sempre con la costante certezza che comunque la guerra, prima o poi, doveva pur terminare! In questi giorni di permanenza a Livorno, ritrovo alcuni miei amici: Enzo e Roberto, vicini di casa, si sta insieme, si gira per la città, andiamo al cinema…Un giorno Roberto ed io andiamo a far visita al nostro parroco, don Giulio, della chiesa di Santa Maria del Soccorso: egli ci accoglie benevolmente, ci ricorda i bei tempi di quando si era chierichetti, e non manca l’occasione per ricordarci i nostri impegni di cristiani: “Sapete come nell’antica Roma, nei primi secoli del cristianesimo, quand’era che si riconoscevano i veri cristiani?…Durante i periodi di persecuzione!…E pure oggi, in questo periodo così travagliato nel quale le normali consuetudini vacillano, chi è vero cristiano si distingue dagli altri comportandosi sempre con rettitudine, con bontà, con altruismo: questo è ciò che anche voi in questi tempi critici dovete tenere sempre presente in qualsiasi circostanza”. Un altro giorno mi recai al dopolavoro dello stabilimento la: ”Metallurgica”; c’era poca gente, girai un po’ dappertutto, rividi il teatro, nel quale avevo assistito a tanti spettacoli a tante cerimonie, il campo di pallacanestro, quello da tennis, la biblioteca, il bar: ecco lì c’era un giovane cameriere, un ragazzo: lo riconobbi, era un mio amico, era il Parlanti! Ci abbracciammo e ricordammo di quando frequentavamo il corso di scherma, esattamente di fioretto, sotto la esperta guida del maestro Acerboni. Ricordammo di quando vennero gli operatori dell’Istituto Nazionale Luce a farci una ripresa cinematografica della nostra attività schermistica; ma a parte che per il filmato del duello in pedana fecero esibire due ragazzi più grandi, però  veramente bravi, nella palestra ci eravamo tutti, e tutti venimmo ripresi. Quando, una settimana dopo, il filmato Luce, con la nostra sequenza inserita, venne proiettato nei nostri cinema, come in quelli di tutta Italia, insieme ai film programmati, Parlanti ed io ci recammo due volte in due cinema, a rivederci nel film Luce, nel quale la parte sportiva veniva inserita nell’ultima sequenza, dopo le notizie più importanti: questi cinegiornali erano settimanali. Infine ricordo il mio migliore amico, Elio, conosciuto quando frequentavo la scuola secondaria e con il quale sono poi stato compagno di lavoro al “Silurificio Moto Fides”. Elio abitava in via del Fagiano, in una casa contadina, alla periferia nord della città ed apparteneva ad una famiglia meravigliosa: il nonno, cocchiere, aveva cavalli, carrozze, calessi, e prestava servizio nella centrale piazza Cavour. Quanto ci si divertiva a giocare con questi mezzi di trasporto, ed anche con i cavalli! La nonna accudiva ad un grande orto e perciò ortaggi e frutta non mancavano mai: quante merende mi hanno dato, in momenti di scarsità di alimenti di ogni genere! La mamma era la regina della casa, nel senso patriarcale della parola; il babbo lavorava al cantiere navale; la loro casa era come un circolo ricreativo: il babbo suonava chitarra e mandolino: Elio il mandolino; l’altro figlio, minore, violino e mandolino: Poi si giocava a carte, a domino, a dama, con parenti e amici, vicini di rione, di tutte le età, con feste nell’aia con balli allietati dalla loro musica casalinga! E durante questi balli campestri noi ragazzi si faceva amicizia con le ragazze del rione: in particolare a me piaceva molto Marusca, una ragazza robusta e formosa, con la quale, diciamo, legavo bene. Fu da siffatto fantastico contesto che anche il sottoscritto imparò a suonare il mandolino, che per tutta la vita mi è servito come sereno svago. Quando andai a far loro visita erano dei mesi che non ci si vedeva e l’incontro, con le lacrime agli occhi, fu come un ritorno in famiglia! Ma i giorni passavano, gli allarmi continuavano e così pure i bombardamenti: un giorno ce ne furono addirittura sei, anche se non massicci. Le zone colpite erano soprattutto quella industriale, il porto; ma anche la città, veniva colpita, specie in quella grossa fetta di città detta “zona nera”. Babbo e zio, per andare al lavoro avevano uno speciale permesso per transitare in questa zona. In questo tempo erano stati affissi grandi manifesti murali nei quali si avvertiva che qualora le pattuglie militari scoprissero in flagrante delle persone che rubavano nelle case sinistrate, questi, detti “sciacalli”, a giudizio del capo pattuglia, potevano essere fucilati immediatamente sul posto. Un giorno andai con Elio al porto mediceo, verso il cantiere navale, dove, in un ristretto specchio d’acqua si trovavano diverse unità da guerra danneggiate: ad un incrociatore mancava completamente la prora; ad altre navi erano distrutte le tolde e tutte insomma erano state  seriamente colpite. “Chissà quanti marinai saranno morti su queste navi!”, si disse. Un’altra volta ero in coda per comprare le patate, sempre con la tessera, mentre la fila degli acquirenti veniva regolamentata da alcuni militi, molto giovani: alcuni potevano avere la mia età. Allora qualcuno cominciò a dir loro: “Che ci fate qui con i fucili? Tornate alle vostre case, ragazzini, studiate, giocate!” E, rivolgendosi ad un graduato di una certa età: “Perché permettete che questi ragazzi ‘giochino’ alla guerra vera?” “Questi ragazzi – rispose il sergente – sono qui per loro volontà, pur con il consenso dei loro genitori, ma non vengono impiegati direttamente in azioni belliche; bensì svolgono utili mansioni di supporto.” Poi, alzando la voce, aggiunse: “Ci sono dei ragazzi come questi che militano nei gruppi partigiani: allora  andate anche da loro a dire che tornino a casa!”. Dopo un paio di settimane di permanenza a Livorno, data la pericolosa situazione, decidiamo che mamma ed io si riparta nuovamente per Arezzo, però con un certo timore perché i parenti aretini ci avevano scritto che ci aspettavano, ma anche ci comunicavano che gli allarmi aerei erano cominciati pure da loro ed anche erano comparsi aerei ricognitori. Cosicché, esattamente il nove novembre ’43, di buon mattino, ci incamminiamo verso la stazione, ma ecco che quando si giunge all’altezza dell’ospedale veniamo fermati da una pattuglia di tre militi fascisti, che ci chiedono dove andiamo e perché; ci perquisiscono le valigie, e poi ci lasciano andare: evidentemente si erano accertati che non si fosse partigiani. Nel pomeriggio, dopo un viaggio abbastanza tranquillo, si giunge ad Arezzo, ma questa volta troviamo i nostri parenti  preoccupati per i continui allarmi aerei che si verificano quasi quotidianamente. Ed infatti l’indomani il sinistro sibilo delle sirene annunciò un nuovo allarme: dopo una mezz’oretta udiamo il rumore di un aereo a bassa quota e subito mia cugina ed io ci precipitiamo fuori, nel retro casa, in un grande campo, ed ecco che l’aereo volteggiava nella parte bassa della città. “E’ un caccia italiano” – disse Leda -. Poi l’aereo prese quota e in leggera picchiata scese giù da sopra la fortezza dirigendosi nella nostra direzione e ci passò sopra, bassissimo, mentre noi gli facevamo grandi gesti di saluto: in quel mentre ci accorgemmo dai simboli sotto le ali che si trattava di un velivolo inglese! Chissà che avrà pensato quel pilota! La sera, a cena parlammo dell’insolito fatto accadutoci, con ilarità e ciò ci rese più sereni. Ma l’avvisaglia delle evoluzioni del ricognitore, perché evidentemente proprio di questo si trattava, non erano foriere di allegre prospettive ed infatti, purtroppo, due giorni dopo, di sera, suona di nuovo l’allarme e pochi minuti dopo alcune squadriglie di bombardieri britannici iniziano una capillare incursione, con calma, come cercassero gli obiettivi da colpire. L’attacco durò circa un’ora, ma intanto era calata la notte ed allora andammo a letto, non certo tranquilli! L’indomani mattina spedii subito una lettera a babbo, informandolo che eravamo illesi, e insieme a mio cugino andammo per la città a vedere che cosa era stato colpito.

Qualche distruzione in città c’era stata; però, fatto strano, trovammo diverse strade transennate per impedire il passaggio, perché c’erano delle bombe inesplose. Ma ecco, via via che il tempo passava, udivamo scoppi qua e là per la città: erano dette bombe che improvvisamente esplodevano! Quando giungemmo nei pressi della stazione ferroviaria, si udì un boato tremendo: una di queste bombe era scoppiata non lontana da noi e allora corremmo al di là dal passaggio a livello, dove c’erano dei grossi agglomerati popolari: uno di questi edifici era completamente distrutto, i detriti  ancora si muovevano, non ancora assestati; un fumo denso di polvere attanagliava la gola, ma quel che è peggio, c’era tanta gente che urlava chiamando i suoi cari che erano rimasti sotto le macerie… Vicinissima a noi una giovane donna, con la borsa della spesa rovesciata per terra, gridava come una forsennata rovesciandosi per terra, gridando i nomi dei suoi cari, mentre delle persone cercavano di calmarla, di aiutarla: era una scena straziante, non la dimenticherò mai; e c’era chi piangeva, chi restava  ammutolito, chi inveiva e imprecava contro i responsabili dell’incursione. Mamma ed io ci eravamo pentiti di essere ritornati ad Arezzo, che ormai, come Livorno, era una città da sfollare. Ma il peggio doveva ancora giungere: dopo una ventina di giorni di relativa calma, ecco che nel mattino del due dicembre una cinquantina di “Fortezze Volanti” (quadrimotori statunitensi), operano un bombardamento a “tappeto” sulla città, in pochissimi minuti, come loro consuetudine, causando centinaia di vittime e tremende distruzioni, anche in centro. Noi siamo tutti illesi, ma non lontano dalla nostra abitazione alcune case sono  state colpite. Non c’è tempo da perdere e con telegramma avvertiamo il babbo di tutto e che non appena la ferrovia sarà ripristinata, torneremo a Livorno, dato anche che i nostri parenti aretini si preparano a sfollare fuori Arezzo. La guerra continuava, anzi precipitava: le forze alleate, superata Napoli, che era stata raggiunta ai primi di ottobre, si stavano avvicinando a Montecassino, dove i tedeschi si preparavano ad una resistenza a oltranza. Ed Arezzo, città che ospitava migliaia di sfollati da altre città diventava adesso, a sua volta, città da sfollare. Ma i lavori di riparazione alla ferrovia andavano a rilento: qualche treno, militare e merci transitava, ma non per i viaggiatori normali. Ogni giorno andavo alla stazione ad interessarmi della cosa, finché, finalmente un treno viaggiatori poté partire. Era il 15 dicembre ’43 e noi, dopo aver salutato calorosamente i nostri cari parenti: “Chissà quando ci potremo rivedere”, ci dicevamo, salimmo sul treno, composto da tanti vagoni vecchi e sgangherati, ed anche con vagoni merci (qualcuno dovette salire su quelli). Il lungo treno, trainato da una piccola locomotiva che sembrava non ce la facesse a partire, emettendo una coltre di denso fumo, infine si mosse e così, lentamente, giungemmo a Firenze, da dove poi con altro treno ripartimmo ed infine, in serata, fummo a Livorno: babbo e gli zii non ci aspettavano in quel momento; quindi, con lieta sorpresa,  fu più bello il ricongiungimento della famiglia. Riprendemmo la disagiata consueta vita, fra un bombardamento e l’altro, mangiando poco e male. Il giorno del Santo Natale udimmo da lontano gli scoppi di un violento bombardamento; questa volta era toccato a Pisa e le vittime furono a centinaia: molte persone morirono nei sottopassaggi della stazione, dove si erano rifugiate,  distrutti da bombe di grosso calibro. Ma gli attacchi aerei sulla nostra città, ormai quasi quotidiani, finiscono per distruggere tutti gli stabilimenti: babbo, magazziniere, viene comandato, con altro personale, a tenersi pronto per il trasferimento al confratello stabilimento “S.M.I.” di Fornaci di Barga, in lucchesìa, da dove, secondo piani prestabiliti, a guerra finita, questi lavoratori sarebbero dovuti ritornare a Livorno, onde riattivare la produzione nella locale fabbrica. Intanto avevo ripreso a frequentare la casa dell’amico Elio, ed anche gli altri miei amici del rione, Enzo e Roberto. Verso la fine di febbraio 1944 babbo parte per Fornaci (e ci avrebbe chiamati quando avesse trovato un alloggio), mentre noi due si deve ritornare ad Arezzo, perché al comune di Livorno (Sfollato a Monterotondo, fuori città), ci hanno detto che, per regola burocratica, per ottenere il nuovo trasferimento al comune di Barga, come sfollati, occorre dare le dimissioni di residenza temporanea al comune di Arezzo, con relativo nulla osta. E questo nuovo viaggio ad Arezzo, si rivelerà particolarmente disagiato. Infatti, appena arrivati a Firenze, veniamo a conoscenza che la ferrovia per Arezzo è interrotta, senza sapere quando sarà ripristinata. Allora, per fortuna, troviamo a stento due posti su un torpedone della “S.I.T.A.”, stracarico di persone e di cose, diretto ad Arezzo su una linea interna, poi discendendo dal Casentino verso Arezzo, con tante fermate, su strade montane dissestate, con curve che facevano venire il mal di stomaco! (I biglietti di quel viaggio sono ancora in mio possesso: li ho conservati). Giungiamo a destinazione che è quasi notte: velocemente si va verso la casa dei nostri parenti, ma la casa è chiusa: sono sfollati pure loro. Fortunatamente nella abitazione accanto c’è Adele, che non è sfollata: per noi è un toccasana: essa ci accoglie, ci fa un caffè-latte, ci prepara un giaciglio per dormire…e all’indomani mattina ci accompagna a Staggiano, qualche chilometro fuori città, a piedi, ché la corriera passava di rado, dove si trovavano gli uffici del comune di Arezzo, lì sfollati. L’impiegato del comune ci fa ricevere dal Podestà ché, per competenza, il rilascio del nulla osta, con relativa regolarizzazione delle carte annonarie, spettava a lui.

Il Podestà fece tutto ciò, avemmo i documenti relativi, andammo a desinare in una modesta trattoria del posto, adoperando alcuni cedolini delle tessere annonarie appena ricevute e quando tornammo a casa, ci trovammo Marco, nipote di Adele, che ci aspettava: la nonna gli aveva lasciato un biglietto. Con grande sorpresa restammo di stucco, come si suol dire, perché Marco era vestito da militare, anzi da brigatista nero: era entrato nella formazione “Ettore Muti”, volontario. Verso la fine del pranzo, Marco ruppe l’andamento delle chiacchiere banali: “Che ne dite della mia decisione di entrare nell’esercito repubblicano; non l’approvate?”. La domanda evidentemente era rivolta soprattutto a me, e così gli risposi: “Marco, è da poco che ci conosciamo; ma mi è bastato per capire che sei un ragazzo onesto e leale – e presi un po’ di tempo prima di continuare -: ecco, con una certa prudenza potevi attendere qualche mese, ché saresti stato chiamato alle armi nell’esercito regolare, anche considerando come le sorti del conflitto sembrano ormai segnate, con la sconfitta dell’Asse”. A questo mio dire Marco reagì con calore : “Quello che mi consigli è quello che tu faresti, secondo il tuo modo di vedere la cosa, e sei padrone di esprimerti in questo modo; ma il mio pensiero è diverso dal tuo ed io non sarei onesto e leale, come mi hai giudicato, bensì ipocrita ed opportunista. La guerra non è ancora finita, ché la Germania sta approntando terribili armi segrete in grado di capovolgere l’andamento del conflitto ma, a parte questo, c’è modo e modo di perdere una guerra: l’importante è salvare l’onore, e chi crede in questo non può aspettare di come si mettono gli eventi, bensì opera subito con le sue forze perché detti eventi si indirizzino verso ciò in cui crede. – E qui Marco fece una pausa, poi riprese: – In questo conflitto siamo partiti alleati con i tedeschi, i quali ci hanno aiutato più volte, in Africa, in Grecia, nei Balcani, ed ora che combattevano con noi in Italia, dopo il voltafaccia del Re, ci hanno occupato. Da notare che con la costituzione della repubblica di Salò si è impedito che i tedeschi operassero rappresaglie spaventose contro di noi, per il nostro tradimento. Mentre purtroppo i partigiani le provocano…Ci sono dei miei ex camerati che sono entrati a far parte delle formazioni partigiane, mentre fino a non tanto tempo fa erano fascisti convinti…- Marco era quasi fuori di sé, quasi urlava – Se vincono loro se ne accorgeranno come staranno bene nella civiltà del bolscevismo, dove il proletariato è ridotto  in schiavitù; nel colonialismo inglese, che asservisce i popoli; nel capitalismo americano che sfrutta i lavoratori;  nel liberismo delle democrazie, dove chi è debole viene schiacciato! Non per niente è detto nell’inno ‘Giovinezza’ che nel fascismo è la salvezza della nostra civiltà:  la civiltà italica, della nostra terra, delle nostre origini!”. E detto, anzi gridato, questo amaro sfogo, il ragazzo tacque. A me venne in mente che nell’inno “Giovinezza” c’era una frase che inneggiava alla guerra, quindi decisamente negativa e stavo per ribatterlo a Marco, ma rinunciai a farlo perché capii che l’avrei fatto innervosire maggiormente. Sua nonna mestamente commentò: “Se Marco è così è perché mio figlio, imbonito di politica, del partito, gli ha messo in testa tutto ciò. Ben fa tuo cugino Stefano –  e si rivolse a me – che aspetta la chiamata di leva fra una decina di mesi: magari a quel tempo, speriamo, sarà finito tutto”. L’indomani mi informai quando la ferrovia per Firenze potesse essere riattivata, ed il capostazione mi assicurò che salvo altri attacchi aerei, fra tre giorni la linea dovrebbe essere di nuovo in funzione. Così con mamma decidemmo di aspettare questa soluzione, ché non essendoci neppure il torpedone, praticamente non c’era altro da fare. Fortuna che Adele ci assicurò la sua benevola disposizione ad ospitarci. Avendo quindi la possibilità di tempo per ritrovare l’altro amico Aldo, andai a casa sua: mi ricevette calorosamente, ed anche sua sorella Clara, non fu da meno. Clara era una giovanissima ragazzina non ancora quattordicenne, ma ben sviluppata e molto carina, con le trecce bionde e gli occhi celesti. Tramite l’amicizia che avevo con suo fratello avevo avuto occasione di conoscerla e fra noi era sorta una certa simpatia fatta molto di   sguardi di intesa, brevi colloqui, insomma si stava bene insieme: mettiamo che era un innamoramento incipiente. Da notare che allora, anche per persone non più giovanissime, un simile comportamento poteva rappresentare una promessa, un impegno serio, formale. C’erano anche i loro genitori: la mamma, Giovanna, il padre, Daniele, maestro elementare in pensione. Quando seppero del motivo della nostra breve presenza in città, ci invitarono a pranzo per l’indomani, che era domenica: mamma accettò e così la mattina dopo ci recammo all’appuntamento alla loro casa muniti di un vassoio di paste e, come già stabilito, noi tre giovani andammo alla Santa Messa, quella delle undici e trenta, la più importante, nella vicina chiesa di San Francesco. Alla predica, il frate officiante perse lo spunto della situazione attuale per il sermone: “Oggi tocchiamo con mano come il male, per noi pellegrini in questo fugace mondo, sia più forte, più immediato del bene: infatti, qui presso la nostra chiesa notiamo con dolore quanti edifici sono stati distrutti in un attimo e ci sono voluti mesi ed anni per costruirli! Ed i morti? Uccisi in un attimo pure loro, ed anche loro per  nascere, mesi di gestazione, anni di crescita…E tutte le altre traversìe e dolori, fisici e morali di cui è costellata la nostra esistenza, dalla nascita alla morte, sempre sottoposti a malattie, disgrazie…; ma allora qui non siamo nel mondo finale, definitivo, non siamo a casa nostra, la quale sarà lassù nei cieli, dopo questa esistenza. E riguardo alle guerre, alle calamità naturali, la Madonna a Fatima, in Portogallo, disse ai veggenti che esse non sono altro che punizioni per i peccati commessi dagli uomini; ma se questi si ravvedono tornerà la pace, anche in prospettiva della pace più importante, quella eterna.” Tornammo a casa di Aldo e consumammo un buon pranzo, per i tempi che correvano, preparato con cura dalla signora Giovanna. Conversando, ci scambiavamo notizie sul nostro passato, sulle nostre rispettive famiglie, e così scoprimmo come Daniele avesse affinità di storia politica con quella di mio padre. Entrambi avevano combattuto nella prima guerra mondiale e nel dopoguerra avevano militato nel partito socialista, ma avevano dovuto aderire al partito fascista, dopo che questi era andato al potere, onde poter lavorare. Poi ci accomiatammo dai nostri ospitanti, con molto calore, ed io e Clara ci guardammo a lungo negli occhi…: (non ci si sarebbe più visti).

Tornammo a casa da Adele e la mattina dopo mi recai alla stazione:  finalmente nel pomeriggio ci sarebbe stato un treno in partenza per Firenze! Quando feci ritorno a casa, per strada incontrai una pattuglia di due soldati tedeschi che, armi in mano, scortavano un prigioniero inglese: era un aviatore, ed esso si guardava fugacemente intorno, come cercasse qualcuno che l’aiutasse a scappare: almeno a me sembrò così. Nel pomeriggio salutammo e ringraziammo la buona Adele, ed in quel mentre giunse anche Marco e mi salutò dicendo: “Mario, auguro a te ed a tua madre un buon viaggio; ma pure io a giorni partirò col mio reparto verso il Nord…”  “Ma allora siamo noi che ti auguriamo tanto bene, e che tu torni a casa sano e salvo!” “Mah – riprese lui – con questo tipo di guerra tanto i militari che i civili sono tutti sottoposti al medesimo rischio. Speriamo dunque di ritrovarci, in tempi migliori!”. L’abbracciammo, mentre la nonna piangeva…(Ma un triste destino lo aspettava: a guerra finita, quando, incolume, transitava per l’Emilia onde ritornare nella sua città, fu intercettato ad un posto di blocco partigiano e fucilato, unicamente perché era un ex milite della repubblica sociale; triste fine che toccò pure a tanti suoi commilitoni. Anni dopo la sua salma fu traslata, per interessamento dei suoi familiari, dal cimitero della località dove era stato ucciso, a quello della sua Arezzo). Eccoci in partenza verso Firenze: se tutto fosse andato bene in tarda serata potevamo essere a casa nostra! Stazione di Santa Maria Novella: un gioiello di architettura moderna, quasi futuristica, costruita negli anni ’30. Scendiamo dal treno e ci inoltriamo nel grandissimo atrio: da tutte le parti è un brulicare di persone, ma soprattutto di militari, tedeschi ed italiani, con zaini ed equipaggiamenti. L’altoparlante annuncia,  con forte livello sonoro, le partenze e gli arrivi dei convogli: molti sono tradotte militari; gli annunci vengono fatti alternativamente in lingua italiana e tedesca. Poco dopo viene trasmesso che il treno accelerato per Pisa-Livorno, via Empoli, è soppresso perché requisito per esigenze militari: una mazzata! Corriamo, con tante altre persone dai ferrovieri, dal capostazione, per sapere se ci sarà un altro treno…No, fino all’indomani mattina per i passeggeri civili non ce ne saranno altri. “Ma non ce ne sono neppure sulla linea per Pistoia- Pisa- Livorno?” –  chiediamo –  “No – ci viene risposto –, quella linea è interrotta per bombardamento tra Prato e Pistoia”. Che fare? Decidiamo di passare la notte in sala di aspetto, piena fino all’inverosimile, con persone sdraiate per terra! Con le valigie in mano, ché non c’era davvero da fidarsi a lasciarle lì, uscimmo per andare a mangiare qualcosa. Non lontano in una stradetta secondaria trovammo una latteria, ci sedemmo presso ad un tavolo e mentre consumavamo un caffè-latte con pane francese imburrato, una signora ci chiese con delicatezza se avessimo bisogno di qualche cosa. Noi la informammo del nostro difficile momento, ed ella dopo averci pensato un po’, ci invitò a seguirla, verso casa sua. Mamma ed io ci demmo un’occhiata come dire:  “Abbiamo trovato un Angelo!”. Ed anche suo marito, un artigiano calzolaio,  approvò la decisione della moglie di accoglierci. Il loro appartamento era modestissimo, ma ben tenuto; avevano tre figli, due maschi ed una femmina, obbedienti ed educatissimi, poi spartirono con noi la loro magra cena e prepararono dei giacigli per metterci i loro figli e dare i loro letti a noi; ma a questo ci opponemmo decisamente e dormimmo noi su questi giacigli per terra. La mattina dopo ci offrirono  colazione,  poi la donna ci accompagnò alla stazione per accertarsi che il nostro  treno ci fosse. Che persone eccezionali! Di buoni sentimenti, di bontà, di altruismo, grandi,  eccelsamente grandi! Fiori meravigliosi tra le immondezze della guerra! A distanza di tanti e tanti anni li ho ancora nel cuore, con gratitudine! Sì, il treno questa volta non venne requisito dai militari, gli aerei alleati non colpirono nuovamente la ferrovia: perciò, infine,  arrivammo a Livorno, dove gli zii Gino e Ines ci ospitarono in casa nostra, dove si erano trasferiti! In casa trovammo una lettera di babbo, da Barga, con la quale ci comunicava che a Fornaci si stava bene e che aveva già trovato un piccolo appartamento ammobiliato, in affitto; poi insieme avremmo cercato una casa vuota, dove portare i mobili indispensabili al minimo: “Vedremo tutto dopo”, concluse. Pertanto si poteva partire quanto prima per Fornaci di Barga, per la nostra  nuova destinazione di profughi!


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1 commento

  1. Comment di Mario Camaiani — 24 Agosto 2012 @ 20:48

    Invio questo profondo e bellissimo commento alla mia narrazione, fattomi dall’amico Gian Gabriele, al quale rivolgo sentiti ringraziamenti e saluti.
    Mario.  
     ” La densità della narrazione si snoda sul passo di nitidi ricordi. Esperienza viva e precisa che, attraverso strutture, luoghi, riferimenti e approcci umani, riproduce realtà e fatti, capaci di catturare l’attenzione e di avvincere. Ma non solo: tale esperienza, non poco sofferta, ci offre una documentazione sostanziale e precisa di un periodo vissuto con alta drammaticità. In questo contesto di paure e sofferenze, di dolori e di perdite, di distruzione dell’umana tensione, non vien mai meno un anelito di speranza, che ci fa percepire la volontà dell’uomo buono di emergere pure dal buio degli eventi. Così affiorano man mano i felici rapporti familiari e amicali, i gesti di aperture solidali e di generosità, i primi delicati approcci amorosi, che testimoniano il non sfiorire mai della vita e della forte voglia di ritrovare e potenziare il cammino esistenziale, fortemente provato. La sofferenza, il disagio, la miseria, l’orrore, la distruzione avvolgono sia i gesti quotidiani che l’intimo sentire. Tuttavia rarissimi sono i cenni di disperazione assoluta, anzi aleggia sempre la volontà decisa di rinascita e l’entusiasmo, scaturito da “dentro” per segnali di nuovi respiri, non viene mai fiaccato.

                L’autore narrando quasi sempre col verbo al passato, talvolta passa ad usare il tempo presente. Ciò testimonia ancor più la genuinità del racconto, come se tutto fosse rivissuto appieno, al momento, pur a distanza di anni. Tanto è forte, sentita, indelebile e tuttora attuale la memoria.

                Racconto, dunque, pieno di tanta verità, che riproduce riferimenti storici, che non solo riguardano il cerchio personale, bensì hanno, come dicevo all’inizio, notevole, non sottovalutabile valenza documentale.

                                                                    Gian Gabriele Benedetti”
     

     

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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart