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LETTERATURA: Mariano Giannini. Come la letteratura può resuscitare un’epoca

15 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

I precedenti (nell’ordine) qui, qui e qui.

Riesce a farlo Mariano Giannini (1890-1972), l’autore de “Il Pratofiorito. La mia famiglia, due secoli di storia”. Il figlio Mario ha editato un suo lungo racconto, o breve romanzo, in cui il padre ripercorre la sua vita, e con essa, la storia della sua famiglia. Lo stile è sicuro, forte, capace di generare belle immagini e di suscitare sentimenti che danno movimento alle scene e ai personaggi descritti.
Uno scrittore lucchese assolutamente sconosciuto, e che avrei volentieri inserito nel mio “Leggiamo insieme gli Scrittori Lucchesi”.
Raro trovare una prosa così piacevole e ricca di concretezza, tenuta sotto controllo con una maestria da artista consumato o vocato per natura.
Egli è ricostruttore di un mondo con le stesse pietre che lo edificarono, stessi colori, stessa malta, stessa solidità. Il capitolo VII dedicato a Viareggio, si sovrappone con tutta la sua perfezione alla Viareggio di oggi, al punto che se andiamo a visitare quello stupendo luogo di villeggiatura, vi incontriamo sovrapposta la Viareggio di Giannini. Essa ci accompagna nel corso delle nostre passeggiate, dei nostri bagni in mare, dei nostri giochi sulla spiaggia coi costumi del tempo, talché possiamo addirittura vestire con la nostra fantasia i bagnanti che domani incontreremo con i costumi dei bagnanti della Viareggio dell’800 e degli inizi del ‘900.
È raro trovare una ricostruzione così evocativa e mirabile.
La Viareggio di Giannini non è mai morta, ma è là, sospesa come un fantasma la cui visibilità è affidata alla memoria racchiusa in ciascuno di noi, dopo aver letto queste pagine.
Ne do qualche stralcio tratto dal capitolo VII, dedicato a quella che Mario Tobino chiamò: la città “più bella dell’Oriente”.

“Capitolo VII A VIAREGGIO

Sul finire del 1800 Viareggio era ancora poco più di una grossa borgata di pescatori.
La passeggiata a mare, detta “la piaggia”, lunga un centinaio di metri, dal canale arrivava fino all’Hotel di Russia, dove terminano^ anche oggi i giardini di Piazza D’Azeglio. La Piaggia terminava con il caffè Eolo che sbarrava il viale. Verso i primi del 1900 l’Eolo fu spostato di fianco, sulla spiaggia, ed ingrandito con una pista di pattinaggio, lo sport venuto in voga da poco. La passeggiata poté così essere prolungata fino alla Piazza Mazzini, che era allora un arenile con qualche cespuglio, dove coppie di uomini torcevano le funi di canapa, davanti all’Ospizio Marino.
Al termine della passeggiata fu costruita una vasca con sopra una grotta sulla quale si poteva salire mediante due scalette. Dopo la grotta cominciava la spiaggia libera e sabbiosa fiancheggiata, verso terra, dalla pineta. Qui terminavano infatti le case di Viareggio. Il faro, la rossa torre in cima alla quale la sera si accendeva simile ad una grossa lucciola il fanale, era rimasto insabbiato, perché la spiaggia ogni anno avanzava di qualche metro. Pappà si ricordava quando il mare arrivava al viale Ugo Foscolo, un centinaio di metri più dentro terra.
Davanti al faro, ai lati del canale per l’entrata e l’uscita delle barche, si spingevano in mare due brevi moli in muratura che terminavano con palafitte di legno: esternamente, ai moli erano addossati degli scogli, sui quali la mattina presto pappà ci conduceva talvolta a pescare i granchi ed i gamberini col retino.
La colonia estiva dei bagnanti era allora composta in prevalenza da famiglie lucchesi e da pochi stranieri, per lo più inglesi. A volte veniva il maestro Puccini con la sua automobile, molto primitiva, perché erano uscite da poco, altissima, scoperta, senza sportelli. In un baraccone sulla Piaggia fu aperto in quegli anni il primo cinematografo, che sviluppava la luce mediante una dinamo a vapore: i film duravano pochi minuti e l’intero spettacolo neppure mezz’ora. La città era, da poco, illuminata elettricamente con rare lampadine che mandavano una debole luce rossastra, appena sufficiente a leggere il giornale ma sulla Piaggia furono messe poi alcune lampade ad arco, assai luminose.

(…)

Un poco più distante, nella villa detta “Al Platano”, venne a villeggiare anche la sorella del maestro Puccini, Ramelde, grande amica di mamma, col marito sig. Franceschini e le figlie: qualche volta andavamo a far loro visita.
Il Zio celebrava la Messa ogni mattina in una piccola cappella, appartenente alla villa, posta in fondo alla tenuta sulla strada provinciale.
Durante il pomeriggio noi ragazzi scorrazzavamo per la pineta in cerca di passerotti di nido: ne prendemmo tanti, con l’idea di allevarli, da riempirne un comodino! Al tramonto, specialmente nelle belle serate di luna, calavamo in mare la sciabica e tutti, anche le donne ed i più piccini, ci afferravamo alle funi per tirarla a spiaggia: qualche volta c’era anche Basilio ad aiutarci.
La villa Origo ospitò per alcuni giorni anche Gemma, venuta con la zia da Lucca. Essa pure ha assistito alle nostre pesche, ma non fece mai il bagno.
L’anno seguente ritornammo a Viareggio, in casa Bertocchini, sulla piazza Garibaldi e anche qui ha abitato Gemma per qualche giorno.
A Viareggio andavamo col treno ed era per noi ragazzi una gran gioia questo viaggetto in ferrovia. Per avere i posti ai finestrini avvenivano liti e piagnistei. Quando, oltrepassato a destra il castello di Nozzano, così caratteristico con le due alte torri e le case asserragliate sopra una rupe, il treno attraversava con gran fracasso il ponte di ferro sul Serchio e giungeva di fronte a Balbano, pappà ci indicava sulla destra la villetta Ercoli, che i miei ebbero per qualche anno in possesso e vendettero dopo aver comprato Carignano.
Poco oltre, sulla sinistra, si vedeva di sfuggita il paesetto di Castiglioncello, dove il zi’ prete Domenico, fratello del sère Mariano, era morto parroco, anticamente!
Soprattutto era impressionante, per noi, il passaggio attraverso il monte di Quiesa, in galleria, quando si entrava all’improvviso nel buio, rotto appena dai lumi ad olio di quei vagoni primitivi, separati in tanti scompartimentini chiusi. I carrozzoni lunghi, tutti aperti da cima a fondo, con i sedili a destra e a sinistra ed il passaggio nel mezzo, vennero più tardi. In questi ci piaceva di stare fuori sul terrazzino anteriore o posteriore per vedere meglio il paesaggio, ma i grandi non volevano perché dicevano che era pericoloso: ad ogni stazione un frenatore, sul terrazzino, stringeva i freni girando rapidamente una manovella!
Era bello, all’uscir dalla galleria, scorgere per un attimo a sinistra l’azzurra distesa del lago di Massaciuccoli e poi il padule di Massarosa con i canali e le verdi risaie dove file di donne dai larghi cappelli di paglia, i pantaloni da uomo, immerse nell’acqua fino ai ginocchi, pulivano dalle erbacce le pianticelle del riso, mentre coppie di uomini, tenendosi afferrati ad una sbarra, marciavano a tempo coi piedi sulle pale delle ruote che funzionavano da rudimentali pompe.
L’anno in cui andammo a Motrone, invece del treno prendemmo una diligenza a due cavalli e ci fermammo per fare uno spuntino in cima alla salita del Monte di Quiesa. Il 29 luglio, ritornando con lo stesso mezzo a Lucca, quando fummo a Massarosa, rimanemmo attoniti ed atterriti nello scorgere sui muri i manifesti a lutto con la notizia dell’assassinio del Re Umberto a Monza.
A Viareggio gli stabilimenti balneari erano allora appena una dozzina. Il primo, verso il molo, era il “Flora”; ma prima di questo, nel piccolo tratto di spiaggia libera vicino al faro, dietro il Politeama, soleva andare la gente povera per fare i bagni e sabbiature mettendo la testa a riparo dal sole sotto gli ombrelli comuni da pioggia.
Seguivano il bagno Dori, l’Oceano, il Nettuno, il Colombo, il Balena, il Felice, il Tognetti e pochi altri.
Tutti gli stabilimenti avanzavano nel mare con una doppia fila di camerini, su palafitte, e vi si accedeva mediante un lungo tavolato. Quelli di lusso, come il Nettuno, il Balena ed il Felice, oltre alla sala centrale, avevano anche una “rotonda” oppure delle terrazze di soggiorno sul mare. Da molti camerini si poteva scendere in acqua con una scala propria, che i bagnini volta a volta alzavano ed abbassavano mediante una fune.
Della nostra famiglia, per i bagni, le donne andavano al Dori, stabilimento esclusivamente femminile e per suore, mentre gli uomini andavano al Colombo, riservato agli uomini ed ai sacerdoti.
Io fino all’età di 5 o 6 anni andai con le donne al Dori e ricordo che le educande delle Suore Mantellate di Firenze facevano a gara a comprarmi dolci e paste che stavano dentro una vetrina nella sala centrale dello stabilimento.

(…)

Quando il mare era mosso stavamo afferrati ad una fune tesa attraverso allo stabilimento, lasciandoci sollevare dalle onde che passavano, ma quando il mare era calmo uscivamo tutti insieme al largo a nuoto o prendevamo a nolo il gozzetto a remi dello stabilimento con pappà: tutti avevamo imparato da lui a nuotare ed a vogare fino dai primi anni. Passavamo quindi dal Dori per imbarcare le nostre sorelle e con esse andavamo a fare i tuffi in cima al molo.
I nostri divertimenti sulla spiaggia erano quelli di tutti i bambini e ragazzi: nei primi anni, scavare buche nella rena e fare con questa tombolini e ricottine, col secchiellino o col bicchierino. Costruire poi, con la rena, castelli sempre più complicati muniti di torri, di gallerie, di ponti e cinti da barriere che le ondate facevano presto a smantellare. Più grandi, costruivamo invece sulla sabbia delle piste rialzate in curva, sulle quali facevamo le gare lanciando a turno le palline con buffetti delle dita.
Appena arrivati a Viareggio, pappà ci conduceva infatti ad un emporio o bazar chiamato “il 48” (perché ogni oggetto vi costava 48 centesimi od un multiplo di questo numero) e ci comprava, oltre ai cappelloni di paglia da spiaggia per riparare la testa dal sole, le palettine, i bicchierini di legno, i secchiellini di latta, una barchettina con la vela, e le palline di terra variamente colorate: per i più grandi anche un retino, ami e lenza per la pesca.
Al bagno Colombo venivano ogni anno moltissimi preti, i padri Serviti di S. Andrea di Viareggio, qualche canonico di Pisa, di Camaiore, ed anche mons. Volpi, confessore ordinario di S. Gemma, abilissimo nuotatore, che scendeva in mare per il bagno la mattina molto presto, quando vi era pochissima gente.
La spiaggia del Colombo era una della più animate e la mattinata fluiva in un baleno, fra le burle, gli scherzi, i giochi, le allegre conversazioni e, naturalmente, i tuffi in mare.
Passavano ad una data ora, coi loro cesti, i rivenditori di paste e pappà ci comprava un “cornetto” o ci dava qualche soldo per tirare su a sorte le paste con le 90 palline della tombola, sebbene questo gioco fosse proibito dalle guardie. Ricordo che un giorno un giovane sacerdote, oggi elevato alla dignità della Porpora, il quale alla intelligenza e allo spirito univa una grande generosità, tirò a sorte l’intero contenuto del cesto, ed essendo riuscito, con gran disappunto del proprietario, fortunato vincitore, fece un’abbondante e generale distribuzione di paste!
Venivano altri uomini coi secchielli di legno, a vendere sulla spiaggia frutti di mare, ostriche e muscoli, spremendovi sopra del succo di limone. Passavano i contadini con i canestri delle pesche e delle susine, donne di Viareggio con i vassoi delle mele cotte o della “buona menta”. Merciai ambulanti offrivano costumi da bagno, asciugamani, accappatoi, borse, merletti, cartoline illustrate e ricordini di Viareggio.
Noi stavamo distesi sulla rena come tanti lucertoloni, a goderci il sole cocente. A quel tempo i costumi da bagno degli uomini arrivavano quasi fino al ginocchio ed ai gomiti, e quelli delle donne addirittura alle caviglie ed ai polsi con lunghi gonnellini e numerose frange intorno. I nostri erano fatti di un tessuto grosso di lana scura, ornati con tricciolo bianco e quando s’impregnavano d’acqua e di rena divenivano pesantissimi. Dopo desinare, fiaccati dal bagno e dal caldo, andavamo a riposare sul letto per un sonnellino e nel dormiveglia si udiva dalla strada la voce di una donna che, passando sempre alla stessa ora, gridava: “Chi vuole le mele ’otte?”, e la cantilena nasale di un’altra che diceva: “La buona menta! Chi l’assaggia ci ritorna, chi la mangia non muore mai!”.
Più tardi ci svegliava la voce tonante del pescivendolo: “Pesce di sciabia, di sciabia viva, di sciabia!”.

(…)

Quando uscivamo di chiesa era notte e ci conducevano ancora a fare una breve passeggiata in “piaggia”. Passavamo per il viale che attraversava i giardini di piazza d’Azeglio, di faccia al Bagno Nettuno, sotto una galleria di platani. Sui lati del viale c’erano varie baracche di tiro al bersaglio ed una giostra grande con le carrozzine dai cuscini di velluto rosso, con alti cavalli che sembravano vivi e ondeggiavano su e giù, simulando il galoppo.
Che felicità quando talvolta potevamo cavalcarne uno, cercando d’infilare i piedi nelle staffe. Ognuno di noi sceglieva il cavallo preferito, mentre le nostre sorelle si accomodavano nelle carrozze con Caterina.
Ultimo sulla destra del viale si drizzava un bel padiglione di legno, a forma ottagonale, con ampi sporti a vetri, chiamato “il Flora”. Era rivestito di piante rampicanti ed aveva molti tavolini dentro e fuori. Verso la fine del mese il zio ci conduceva, per una volta, in questo caffè che era uno dei più eleganti, a prendervi il gelato, tutti insieme, comprese le donne di servizio. Ci accomodavamo in un angolo un po’ nascosto e, dopo l’ordinazione sempre abbastanza complicata per accontentare i gusti di tutti, il cameriere portava a ciascuno di noi, nel piattino, un “pezzo duro”, per la maggioranza di crema e cioccolata.
Giunti nella “piaggia”, i grandi si sedevano sulle panchine a godersi il fresco della sera mentre noi facevamo cerchio intorno ad un banchetto, aspettando che la matassa della “buona menta, che fa bene a’ nervi”, diceva la venditrice, candida come la neve e lucente come la seta, ingrossandosi ed allungandosi mano a mano che veniva gettata e ripresa con destrezza in volute sempre più ampie sopra un gancio di ferro, venisse finalmente stesa sulla pietra di marmo, fosse ridotta in cordoni e divisa con le forbici in tanti bastoncini: noi ne compravamo un paio ancora caldi e pieghevoli e “facevamo le parti” distribuendone un pezzetto a tutti con la massima equanimità.

(…)

In tutta Viareggio vi erano allora, soltanto due biciclettai: eseguivano le riparazioni e davano anche a nolo le biciclette per un tanto all’ora. Noi ne prendevamo una per un’ora e con quella andavamo adì esercitarci nella pineta di ponente perché quella di levante citi ancora proprietà dei Borboni. Là nei viali e nei viottoli, fra i pini ed i cespugli, imparavano a fare le curve e ad evitare gli ostacoli Erano biciclette col pedale fisso, non essendovi ancora il rotino libero, e con la ruota anteriore un po’ più alla di quella posteriore, come nei primi velocipedi, i quali, mancando della catena, avevano i pedali alla ruota anteriore che era alta quasi quanto un uomo, con il sellino pure altissimo e la ruota posteriore piccola.”.


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Bart