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LETTERATURA: Mariano Giannini, forse un solo libro ma uno scrittore coi fiocchi

14 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il racconto della propria vita scritto da Mariano Giannini (1890-1972) che troviamo raccolto nel libro curato dal figlio Mario e intitolato “Il Pratofiorito. La mia famiglia, due secoli di storia” è scritto in modo gradevole tanto da consentire una lettura appassionata soprattutto per coloro che amano ritrovare le tracce della vita di un tempo. La famiglia Giannini è stata una famiglia della ricca borghesia agraria e industriale tra l’800 e la prima metà del ‘900. Oggi i suoi discendenti ne hanno tramandato lo spirito intraprendente e coraggioso. Nel ramo farmaceutico e della medicina di varie specializzazioni, essi ancora ricoprono mansioni e incarichi importanti nella società.
La famiglia Giannini è molto legata alla storia della Santa lucchese Gemma Galgani, che lavorava come domestica presso Matteo Giannini, grosso proprietario terriero e titolare di una nota cereria che a quel tempo riforniva la città ed in specie le numerose chiese di Lucca.

Leggere il racconto di Mariano è ritrovare un secolo che sembra lontanissimo nel tempo, suggestivo e magico per ciò che vi accadeva.
Anche Santa Gemma, ripresa in alcune sue mansioni, ci appare come se fosse ancora viva.

Riporto qui qualche stralcio che incuriosirà tanto il lettore quanto lo studioso della nostra terra.

____________

“In quel tempo Lucca ospitava un reggimento di cavalleria e Caterina in certi giorni ci conduceva a vedere di sulle mura i soldati che facevano la pulizia ai cavalli, giù nel piazzale, davanti alla caserma di S. Romano.
Ad una serie di pali allineati era fissata una lunga catena, alla quale i soldati legavano i cavalli su due file, con le teste fronte a fronte. I cavalli nitrivano, allungando il muso in alto e scoprendo con le labbra rialzate i lunghi denti gialli, battevano gli zoccoli ferrati sul selciato che sprizzava scintille, roteavano gli occhi mostrandone il bianco, scuotevano la criniera e la testa, agitavano continuamente la coda, sferravano calci. I soldati si davano da fare, prima con la striglia, che scuotevano ogni tanto dalla polvere battendola in terra, poi con la spazzola, su e giù, dappertutto, intanto ridevano e scherzavano fra loro di nascosto al sergente.
Terminata la pulizia quando i cavalli venivano ricondotti nel quartiere, non di rado ve ne era qualcuno che si impennava, saltava, e, scappato di mano al conducente, si dava a trotterellare per la piazza o infilava a galoppo sfrenato la salita delle mura. Allora le serve impaurite si nascondevano coi bimbi, dietro gli alberi, mentre alcuni soldati correvano a riprendere il cavallo.“.

“Gemma, quando non faceva il calzetto, si metteva anche lei al guignolo”; “Gemma in fabbrica non ci stava mai, altro che di passaggio qualche volta, quando con la zia usciva o rientrava in casa.”.

“Di quando in quando Basilio dalla fabbrica veniva a “fiorire” i ceri sul tavolo lungo di cucina. Era un vero spettacolo per noi ragazzi! Basilio con le forbici, tagliava dai grandi fogli arrotolati, le calcomanie, vi passava sopra il pennello con la gomma e le applicava in una fila ben diritta, sul cero; poi con una spugna le bagnava più e più volte con acqua, fino a fare scivolare via delicatamente la carta. Ed ecco apparire i bei fiori colorati o le figure di Gesù, della Madonna, degli Angeli, di qualche Santo, con gli emblemi della passione o del martirio.
Il bello era che ogni calcomania costituiva una sorpresa, non si poteva immaginare prima quello che ne sarebbe venuto fuori, perché sulla carta per trasparenza si poteva scorgere appena qualche dettaglio. Ma Basilio ormai le conosceva tutte e sapeva sceglierle secondo la festa o secondo i gusti e la borsa di chi aveva ordinato il cero.”.

“Durante l’inverno vi facevamo spesso “gli anelli”. Caterina ci dava una cartata di farina dolce di castagne, con la quale riempivamo volta a volta gli anelli, ossia quei ditali di ferro che mamma e la zia infilavano in cima al dito quando cucivano; dopo aver ben pressata la farina col pollice li ponevamo a cuocere dentro la brace negli scaldini. Quando giudicavamo che fossero cotti, li toglievamo con le forbici o con le molle e li scodellavamo sul tavolino. Che odorino si spandeva allora per la stanza, e come erano buoni, così caldi e croccanti: erano proprio squisiti!
Per Natale facevamo in salottino la “Capannella” (ndr: il Presepe) e durante l’anno ci divertivamo con i giochi portati dalla Befana. Ma quando il tempo era bello, a divertirci uscivamo fuori, “nell’orto davanti”.

“Questo viale si allarga nel mezzo per abbracciare una profonda vasca dal bordo ottagonale, di marmo, con intorno un’alta ringhiera di ferro battuto.
Sopra la vasca e sopra il viale si estendeva una pergola d’uva bianca “S. Lacopa”, che matura ai primi di agosto. La pergola faceva nell’estate una bell’ombra fresca e riparava, oltre che dai raggi del sole, anche dagli sguardi degli indiscreti che avessero voluto curiosare dalle finestre delle case circostanti o dalle mura. La zia nei mesi estivi faceva circondare da Basilio completamente la vasca con dei teli di balle inchiodati in giro ai pali della pergola e nei giorni di gran caldo si bagnava nella vasca: l’acqua proveniente dal fosso pubblico vi raggiungeva l’altezza di un uomo.
Fu in questa vasca che S. Gemma si buttò d’inverno, vestita, per fuggire ad una tentazione del demonio, com’è detto nella biografia scritta dal P. Germano.”.

“A Pian di Scalchi, in un ripiano lungo la Scesta, fra annosi castagni c’è una chiesetta antica con un portico sul davanti e dietro il piccolo cimitero di Palleggio. Qui nella valle incassata, dove il sole, appena passato mezzogiorno, getta un’ombra cupa, sotto le imminenti rupi del Ravone, in un silenzio rotto soltanto dalla voce del torrente e dal grido dei falchi e delle poiane, dorme ora, nella tranquilla pace dei campi e delle selve, Caterina, che da piccola chissà quante volte avrà giocato la sera sotto a quel portico con le pastorelle sue coetanee, mentre le loro pecore pascolavano sparse d’intorno.”.

Non c’è che dire: Mariano Giannini sapeva scrivere bene.


Letto 85 volte.


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