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Piante e fiori del mio giardino e altre bellezze: qui

LETTERATURA: Mariano Giannini, testimone della santa lucchese Gemma Galgani

16 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

I precedenti (nell’ordine) quiqui, qui e qui.

(Si sarà già notato nelle precedenti puntate che Mariano non scrive, ad esempio, lo zio, ma il zio, che è un uso molto diffuso soprattutto nel mezzogiorno. Anche mio padre, uomo del Sud, faceva lo stesso, al contrario di mia madre, sua compaesana).

“Beppino fotografò poi S. Gemma durante un’estasi, nello studio del Zio, a Lucca, ma, per l’imperizia del fotografo dilettante e per la scarsità di luce, il ritratto non riuscì molto bene; tuttavia è l’unica fotografia che esista di S. Gemma in estasi.”.

“Talvolta pappà ci conduceva tutti con sé quando si recava a visitare il nostro contadino a “la Traia”, per accertarsi che coltivasse bene il podere.
A noi ragazzi premeva soprattutto di vedere il toro che questo contadino teneva nella stalla: un toro nero dal pelo lucido, così alto e così grosso che pareva una montagna. Appena aprivamo la porta quel bestione volgeva verso di noi la grossa testa dalle brevi corna diritte, cominciava a soffiare dalle narici, stralunava gli occhiacci neri iniettati di sangue e cacciava fuori un palmo di lingua dalla bocca aperta. Benché fosse legato solidamente con una grossa fune ed assicurato per di più con una catena di ferro intorno al collo, noi ragazzi tremavamo dalla paura, con tutta la curiosità che avevamo di vederlo.
Presso la casa del contadino c’è, alla Traia, una sorgente che scaturisce abbondante di sotto a un greppo, tra una ghiaina pulita e variamente colorata; un’acqua così limpida e fresca che è un piacere vederla e più assaggiarla.
Noi ci facevamo prestare un bicchiere dal contadino e tutti, uno dopo l’altro, ne bevevamo un po’, quasi come un rito. Un minuscolo canale in muratura conduce quest’acqua al Molino di Pallino, poco distante, dove non mancavamo mai di fare una visitina per ammirare il volgere ampio del ruotone di legno, dalla nera travatura coperta di muschio e dalle innumerevoli cassettine gocciolanti, che passavano veloci sotto al getto spumante dell’acqua.
Il mugnaio Pallino era un vecchio dai folti capelli bianchi alto e panciuto, che ci accoglieva sorridente, in maniche di camicia, sulla porta del molino. Ci invitava calorosamente a entrare e ci mostrava con un certo orgoglio le macine di granito, cerchiate di ferro, che giravano, giravano incessantemente sputando fuori tutt’intorno la lui Imi; ci spiegava il funzionamento delle taccole chiassose che vi ballavano sopra e delle tramogge di legno da cui cadevano lentamente i chicchi del grano dentro al foro centrale, il tutto avvolto da un polverio bianco che si posava sopra ogni cosa come una nevicata. Noi però volevamo anche visitare la buia stanza sottostante, dove si muovevano, cigolando, gli ingranaggi di legno delle macine.
Prima di lasciare il molino ci facevamo pesare tutti compreso il sor Federico sulla stadera, come si pesano i sacchi del grano, seduti sul laccio addoppiato di una fune, tenendoci aggrappati con le mani sul gancio della stadera.

S. Gemma è stata per due anni consecutivi a Controni, sempre con la zia la quale veniva tutti gli anni, per lo più il 9 di agosto, vigilia di S. Lorenzo, per prendere parte alla festa dell’onomastico del zio, e si tratteneva una decina di giorni. Noi le andavamo incontro sul colle.
Una mattina Eufemia, con la zia, mamma ed altre donne di casa erano in sala occupate, come al solito, in qualche lavoretto, quando Gemma si ritirò nella sua camera. Faceva così ogni volta che sentiva una specie di raccoglimento interno, che precedeva l’estasi. La zia la seguì, con Eufemia. Subito udirono Gemma che, mentre stava per uscire dai sensi, diceva: “Acqua benedetta! Acqua benedetta!” e poi andò in estasi. Dopo circa un quarto d’ora, ritornò in sé e la zia le domandò: “Perché chiedevi l’acqua benedetta? Chi c’era?”
“Cera l’Angelo Custode” disse Gemma.
“Ma per l’Angelo non ci vuole l’acqua benedetta, questa ci vuole per il demonio!”
E Gemma rispose: “Me l’ha detto il P. Germano, che lo mandi via così. Lui però non ci voleva andare; allora gli ho sputato”.
E la zia: “Ma ti pare, sputare all’Angelo!”
E lei: “Non se n’è mica avuto a male, sa! Dov’è andato lo sputo, sull’abito dell’Angelo, c’è nata una rosa bianca, e sopra a questa c’era scritto a caratteri d’oro: dall’amore tutto si riceve! Poi l’Angelo si è messo in ginocchio ed ha recitato le preghiere che dice il sacerdote, dal Sanctus all’Elevazione. Quindi m’ha detto: Vedi, Gemma, per la tua purezza Gesù ti fa tante grazie”.
Allora la Zia disse a Gemma: “Cerca dunque di essere sempre più fedele al Signore e più pura”.
E Gemma: “Certo, non ci avrei altro da dare a Gesù che la mia verginità”.
Un altro giorno, nell’agosto 1901, venne a pranzo da noi, a Controni, P. Paolo Tei. Oltre alla zia ed a Gemma, c’era anche il zi’ Tonio. Prima di cominciare il pranzo, P. Paolo si alzò e, rivolto ai miei fratelli, con la sua bella voce profonda e col porgere calmo dei gesti che gli era abituale, prese a dire: “Anna, la grazia; Eufemia, la virtù; Giuseppe, il custode della grazia e della virtù”.
Mentre tutti noi stavamo in ascolto, Gemma si nascondeva dietro la zia e rideva, rideva molto fra sé, zitta zitta; Eufemia disse che non l’aveva mai veduta ridere così.

Il 15 agosto, per Santa Maria, stando al proverbio, “il freddo è per la via.”
Ai primi di settembre, cominciava a farsi sentire specialmente lassù, “l’aria settembrina”, come diceva pappà. Le giornate erano già molto accorciate e noi, purtroppo, dovevamo disporci a partire, anche perché a Lucca, l’8 settembre, nella chiesa della Rosa, veniva celebrata “la festa della Bambina” ossia della Natività di Maria. I miei non volevano perdere questa solennità, per la quale usavano addobbare il terrazzo, che è sopra la cereria, con grandi parati viola presi a nolo dal tappezziere Mariti.
La partenza da Controni avveniva di mattina, al levar del sole, ed era molto triste per tutti, grandi e piccini. La maggior parte degli abitanti di Cocolaio, specialmente le donne, venivano ad accompagnarci sul Colle, per darci l’addio, con abbracci e baci. Molte di esse avevano le lacrime agli occhi, pensando che, prima di rivederci, doveva trascorrere un anno intero!
Già per il Macereto le grandi querce sembravano tendere disperatamente le braccia, quasi ad impedirci di partire e noi sentivamo dentro qualche cosa che si ostinava a rimanere lassù. Matteino precedeva tutti in silenzio, tirandosi dietro, con la fune, il miccio carico di valigie e di fagotti. Alla chiesina di Cannasecca, le solite tre “Ave Maria”, un ultimo sguardo al Colle e poi giù verso Palleggio e verso l’Astracaccio, dove ci attendeva, all’Unti, la diligenza.
All’uscire dai monti nella pianura, verso Ponte a Moriano, l’aria più dolce sembrava riportarci indietro nell’estate e la vista dei vigneti, pieni di sole e carichi de bei grappoli d’uva matura, mitigava alquanto il dolore della partenza da Controni, col richiamarci alla mente la vendemmia che ci attendeva prossimamente a Carignano.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart