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LETTERATURA: Marina Margioni: “La narrativa di Guglielmo Petroni. Tra realtà e memoria”

9 Dicembre 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Il padre Bruno, autoritario, lo voleva commesso nel suo negozio di scarpe che teneva in una strada di Lucca, Via S. Lucia, e Petroni pensava invece alla pittura e alla poesia.
Spesso mi sono immaginato il giovane Petroni che serviva i clienti (sin dall’età di 12 anni), chino a provare e misurare le calzature. Un lavoro che lo teneva prigioniero, dal quale anelava fuggire. Ma come?
Non poteva essere quello il destino riservato alla sua vita, così interiormente ricca di sentimento.
Lo immagino triste, deluso e umiliato.
Poi comincia a inviare le prime sue poesie in giro per le riviste di quegli anni, finché si scopre che ha talento e su di lui si accentra l’attenzione. Comincia a frequentare gli scrittori del tempo. Frequenta a Firenze le “Giubbe Rosse”: “Ho conosciuto tanti caffè letterari, ai tempi che rappresentavano una vera istituzione. Sono stato per vari periodi di casa alle Giubbe Rosse di Firenze, da Aragno o al Caffè Greco a Roma, Ho trascorso giornate movimentate, intense, in celebri caffè italiani e stranieri; ma se penso ad un luogo del genere quasi tutto sparisce per lasciar posto al Caselli, al Caffè letterario della mia città che aveva in quel tempo già mutato la sua denominazione in quella di Di Simo che ne continuava in qualche modo le tradizioni. Penso al caffè della mia città quasi con un senso di gratitudine, con un profondo senso di nostalgia… (“Scritti Lucchesi”, del 1987).
Lui non ha studi e titoli da vantare, è solo un umile commesso; gli altri sono intellettuali e letterati di grido, affermati e autorevoli: “Di loro ormai sapevo tutto, con quasi tutti avevo scambiato qualche lettera. Tuttavia entrai nel locale senza particolari emozioni; il cuore, che dalla remota infanzia usava rinserrarsi affinché potessi essere meno vulnerabile, questa volta fu quieto. Non vi furono particolari sussulti, non spuntarono barricate in difesa della mia fragilità; senza nemmeno accorgermene mi offersi completamente indifeso: non era necessario prevenire nulla, mi avviavo ad un luogo che abitava già da tempo in me…” (“Il nome delle parole”, del 1984, che ebbe nello stesso anno il Premio Selezione Campiello).
Io lo immagino appartato, almeno nei primi tempi, in quei talentuosi consessi, ritroso a intervenire, timido, impacciato, forse a disagio.
Ma scriveva, e la scrittura gli dava voce, che a mano a mano divenne pur essa degna di ascolto, autorevole, e svelatrice della raffinata ricchezza interiore dell’uomo.
Lucca ha dedicato un bello spazio, “La terrazza Petroni” alla sua memoria. È in località Monte San Quirico, accosta al fiume da lui amato, il Serchio, a cui dedicherà “La morte del fiume”, vincitore del premio Strega nel 1974.
La sua fama è legata ad un capolavoro, uno dei più intensi romanzi sulla Resistenza, “Il mondo è una prigione”, del 1949, che narra della sua prigionia, delle torture subite e finalmente del suo fortunato ritorno a casa. Non fu facile (come è successo ad altri capolavori) trovare una casa editrice disposta a pubblicarlo, finché non si decise, dopo averlo rifiutato una prima volta, Mondadori, dopo che la principessa Margherita Caetani lo pubblicò a puntate sulla sua rivista “Botteghe Oscure”. Il romanzo vinse nel 1965 il Premio Prato per il miglior libro sulla Resistenza.
Tra le righe libri, la casa editrice lucchese, ha pubblicato nel 2014 un libro a lui dedicato, scritto da Marina Margioni, “La narrativa di Guglielmo Petroni. Tra realtà e memoria”.
L’autrice lo arricchisce grazie a numerose ricerche di articoli e vario materiale che si sono interessati di Petroni, con riferimenti bibliografici che consentono di appropriarci di un panorama pressoché completo della critica che lo riguarda.
Sono prese in considerazione, una per una, le sue opere maggiori, e ovviamente l’esame de “Il mondo è la prigione” brilla per la sapienza dell’analisi e per le emozioni che ispira.
Alla fine, il lettore si sente soddisfatto. Petroni, scrittore dell’anima, sembra oggi quasi dimenticato, se non fosse per quel grande capolavoro. Di lui si parla poco.
La Margioni, in virtù del suo scrupoloso lavoro (ha consultato perfino i manoscritti depositati presso l’Archivio Contemporaneo “Alessandro Bonsanti” (Gabinetto Scientifico-Letterario G. P. Vieusseux) di Firenze, Fondo Guglielmo Petroni, ci permette di rimetterlo al suo posto quale narratore che ha lasciato un segno di sé, della sua sensibilissima interiorità, nella letteratura di casa nostra, e non solo.
L’autrice ci fa dono, in calce, di alcuni preziosi stralci di un manoscritto inedito che avrebbe dovuto costituire il suo nuovo romanzo.


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