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LETTERATURA: Mario Giannini, testimone del suo tempo

9 Gennaio 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Mario Giannini è stato un ortopedico molto noto in Lucchesia. Classe 1934, è un discendente della famiglia che ebbe come domestica Santa Gemma Galgani, alla quale fornirono ogni aiuto e assistenza cristiana. Matteo, il titolare della, in quegli anni, rinomata Cereria Giannini, era suo nonno, e la sua mamma Teresa (lo stesso nome della mia) fu la fondatrice dell’Ordine delle sorelle di S. Gemma che, diffuso in tante parti dell’Africa, ha la sua sede principale nella casa dove la santa visse gli ultimi due anni, ossia a Lucca, vicino alla Chiesina della Rosa, e precisamente in Via del Seminario, nr. 10.
Sull’ultima guerra mondiale, Giannini ci ha già dato un libro di cui mi occupai: “L’ultima guerra”, ma anche in questo “San Cassiano di Controni”, edito sempre da Maria Pacini Fazzi editrice 5 anni prima, ossia nel 2005, non manca di ricordare alcuni episodi di guerra vissuti direttamente.

Proponiamo questo stralcio, capace di ricrearci l’atmosfera di paura e di sgomento che albergava nei paesi presi tra due fuochi: quello dei partigiani e quello dei tedeschi invasori, facili alla rappresaglia. Vi si ricorda anche il leggendario capo partigiano Pippo, ossia Manrico Ducceschi.

Buona lettura.
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“Ma la battaglia non poteva finire così semplicemente, in quanto i tedeschi avevano un vero e giustificato terrore dei partigiani, in quanto non ne conoscevano il numero esatto né il loro armamento, e li immaginavano ben nascosti ed attestati in una zona montuosa a loro del tutto sconosciuta e dove per di più viveva una popolazione certamente ostile allo straniero. Tutto ciò costituiva alle loro spalle un grosso pericolo, proprio a ridosso della famosa Linea Gotica, costruita appositamente quale ultimo baluardo contro la lenta ma continua avanzata degli Americani. Era pertanto logico aspettarsi, prima o poi, una soluzione di forza da parte dell’esercito germanico intesa a liberarsi da ogni possibile minaccia.
Oltre a ciò, in paese si viveva nel continuo terrore di probabili occasionali scontri a fuoco tra i due belligeranti, in quanto si vedevano spesso transitare nelle nostre strade sia soldati tedeschi che partigiani; ricordo in particolare un giorno in cui vivemmo dei momenti veramente terribili in quanto il tenente partigiano Ugo, giunto in pieno assetto di guerra, stava facendo il bagno in casa nostra, mentre contemporaneamente era giunta nell’aia una pattuglia di soldati tedeschi!
Sotto questa incombente minaccia, che ciascuno di noi avvertiva di continuo dentro di sé, la sera del venti Luglio, mentre dopo cena ci trovavamo al fresco sul nostro terrazzo, vedemmo verso il Colle di Brandeglio il lampo di una esplosione, seguito dopo qualche secondo da una forte detonazione. Mio padre che, come capitano medico, aveva fatto la prima guerra in Marina, disse subito:
“Questo è stato un tiro di aggiustamento dei cannoni, dobbiamo fuggire immediatamente, perché domani ci bombarderanno!”.
Nonostante le violente proteste di tutti noi che eravamo assai increduli, vinse la paura e, seguendo il suo consiglio, partimmo all’istante, in piena notte, insieme alla famiglia del fattore che guidava il gruppo conducendo la Miccia sulla quale era salita la moglie Alina sofferente di cuore.
Nell’attraversare Cembroni dovemmo subire i commenti ironici degli abitanti che, svegliatisi al nostro passaggio, osservandoci incuriositi dalle finestre facevano i più vari commenti:
“Ma dove andate…? … siete matti… tornate indietro!”, ma noi proseguimmo decisi su per la Via Grande andando a rifugiarci dopo due ore di cammino nel metato di Certovecchio, situato dietro il monte.

Fu una notte tragica, undici persone stipate sulla nuda terra in un piccolo metato; nonostante la stanchezza per il lungo percorso, io, mezzo soffocato sotto Alina non chiusi mai occhio, a malapena riuscivo a respirare…!
Finalmente venne il mattino e con questo iniziò un cannoneggiamento incessante che si avvertiva dietro il monte, verso il paese.
Mio padre, che possedeva un potente cannocchiale da marina, si affrettò a salire sul vicino Pian da Luco e ci raccontò poi che il tiro dei cannoni era concentrato in particolare contro il campanile della Pieve che rimaneva addirittura nascosto dietro il fumo sollevato dalle esplosioni.
Poco tempo dopo cominciarono a transitare, in lunghe colonne, sulla strada che passava sotto il metato, i primi fuggiaschi, molto impauriti e preoccupati per le sorti delle loro case che avevano abbandonato in tutta fretta sotto le cannonate; ed essi ci rimproveravano:
“Eravate informati… potevate dircelo…”.
I cannoni tuonarono per tutta la mattinata, ma per fortuna non ci furono vittime, né grossi danni; penso che i Tedeschi più che altro volessero compiere un’azione di avvertimento, e così il giorno dopo, per quanto ancora intimoriti tornammo alle nostre case.
Ma qui sopraggiunsero presto nuovi timori: mio fratello Matteo che aveva 20 anni, dopo l’azione contro i ponti, si era unito subito ai partigiani; per cui i miei genitori, temendo possibili rappresaglie contro la famiglia, ritennero necessario un nuovo sfollamento, e questa volta andammo più lontani, nel nostro metato di Rimannetto.
Qui godemmo di una ventina di giorni di relativa tranquillità; ricordo che dormivamo per terra con delle coperte ed ognuno di noi aveva il suo compito da svolgere: mia madre cucinava alla meglio sul focolare, mia sorella Gemma doveva provvedere all’acqua che prelevava da una polla vicina, dove sciacquava anche le poche stoviglie e dove andavamo a turno a lavarci.
Io munito di un pennato rifornivo la legna per il fuoco, mentre mio padre era in continuo contatto con mio fratello, che era di sentinella sul monte di Limano, e con il quale comunicava, mediante il cannocchiale con l’alfabeto Morse.
Fu proprio in tal modo che un giorno si ricevette una brutta notizia: era prevista nella nostra zona, da un momento all’altro, una incursione di rastrellamento da parte dei Tedeschi!

Cosa fare? certamente quelli avrebbero capito subito che noi non eravamo pastori, e potevano sospettare che fossimo spie od Ebrei; in tal caso una deportazione in prigionia in Germania era il minimo che poteva capitai- Allora nuova coraggiosa ed improvvisa decisione: partire immediatamente e tornare in piena notte alla nostra casa in paese per rimanere lì rinchiusi e nascosti a tempo indeterminato senza che nessuno si accorgesse del nostro ritorno; e così facemmo, però con il cuore in gol3’ Perché secondo le ultime notizie in casa nostra poteva esserci addirittura un comando tedesco!
L’intero percorso, compiuto in una notte senza luna, fu assai avventuroso e ricco di peripezie; procedevamo in silenzio e con cautela, aiutandoci l’un l’altro nei punti più scabrosi, sotto l’incubo di pericoli che la fantasia ci faceva immaginare ad ogni passo. Ricordo che una lucina apparsa in direzione del Col di Carpineta ci fece temere la presenza di una sentinella mentre poi risultò essere stata una stella; nell’ultimo tratto poi, in una selva di castagni, dove il buio era ancora più fitto, feci un passo nel vuoto cadendo da un poggio ed incrinandomi credo qualche costola!
Comunque, grazie a Dio, giungemmo infine a Cocolaio senza ulteriori grossi problemi; ma qui dovevamo ancora superare l’ultimo ostacolo: come era possibile entrare in casa se realmente era occupata dai tedeschi?
Ci avvicinammo> in assoluto silenzio e con grande prudenza, alla casa passando dal prato e….nessuna sentinella! e poco dopo potemmo dormire nel nostro letto.
Tutte queste avventure di una famiglia inerme possono fare meglio comprendere lo stato d’animo pieno di ansie, di incertezze e di terrori in cui si viveva in quel periodo.

Ma l’odissea non era ancora finita e ben presto dovemmo affrontare il terzo e per fortuna ultimo sfollamento: i Tedeschi infatti lavorando intensamente, per piĂą anni, avevano costruito delle imponenti fortificazioni note come “Linea Gotica”, la quale estendendosi da Rimini a Viareggio, passava per le Pizzorne e doveva costituire una valida barriera difensiva per arrestare l’avanzata delle truppe Anglo-Americane; non volevano correre il rischio di trovarsi poi tra due fuochi venendo assaliti alle spalle dai Partigiani – dei quali avevano un sacro terrore – per cui pensarono di poterli allontanare togliendo loro ogni possibilitĂ  di trovare aiuti e rifornimenti alimentari nei paesi situati a ridosso di questa linea.
E così un brutto giorno giunse dal comando tedesco l’ordine di completa ed immediata evacuazione dell’intero paese, ci avrebbero portati tutti a Modena con dei camion. Pronta fu la risposta:
“Ma non importano i camion, noi siamo abituati ad andare a piedi a Modena attraverso i monti!”
“Va bene, andate pure, ma chi verrà sorpreso ancora in paese verrà fucilato.” Non ce lo facemmo dire due volte, in breve tempo il paese rimase deserto, ed anche noi partimmo subito per l’alpe e ci rifugiammo in Luggiana alla Castellina.
Durante quel viaggio successe un curioso episodio che ritengo meriti di essere narrato: prima di arrivare in Luggiana facemmo una breve sosta al Metato dei Carpini, dove il proprietario, Nanni dei Tasconi, che ben conosceva la mia famiglia, ci offrì una fumante polenta di neccio con fresca ricotta e formaggio pecorino. Io che a quel tempo avevo IO anni, ed ero magro come uno stecco e per di più affamato e ghiotto di polenta ad un certo punto sentii dire a Nanni:
“Non avrei mai creduto che un biscarella così potesse mangiare 12 fette di polenta!”
Potete ben immaginare la mia vergogna in mezzo alle risate che seguirono! Ma mi consolai presto pensando che ad ogni modo quella ottima polenta me l’ero mangiata.

Il periodo di sfollamento trascorso alla Castellina fu senz’altro il migliore: eravamo in Agosto, non faceva freddo, le giornate furono sempre belle, i viveri erano abbondanti, non mancavano ricotte, formaggi, latte, con necci e polente dolci squisite.
Insieme a noi, tutto l’intero paese si era trasferito all’alpe, che mai aveva visto una tale moltitudine di persone; e Serini era divenuto il nuovo centro più importante di tutta la zona; qui infatti, esisteva una grande animazione, ogni tanto vi macellavano una vitella e la carne veniva distribuita a tutti, e vi era anche un forno dove andavamo a cuocere il pane.
Incoscientemente nessuno piĂą pensava alla guerra, ma le persone sagge dicevano:
“e se Dio ne guardi dovessimo trascorrerci l’intero inverno?”
Sicuramente sarebbe stata una situazione molto tragica, specie per le persone più deboli e anziane, ma per fortuna la guerra finì in settembre e così potemmo definitivamente tornare sani e salvi alle nostre case.”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart