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LETTERATURA: Martin Luther: (1483 – 1546): Lutero lirico e traduttore. #6/8

30 Maggio 2011

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Proprio a quell’anno (1523) risale l’invito rivolto ai poeti e ai compositori tedeschi a elaborare testi per inni, componendone alcuni egli stesso. Egli non si sentì mai – o non volle ammetterlo per la sua proverbiale modestia –   un poeta; ma si definiva unicamente un amante della musica “Musicam liebe ich vor allem” (Amo la musica sopra ogni cosa). I suoi Lieder li considerava “Gebrauchslyrik” (lirica d’uso), intendendo per uso l’utilizzazione da parte della sua comunità; ma la critica letteraria tedesca avrebbe finito per considerarlo uno dei più grandi “poeti” del suo tempo e della storia della letteratura tedesca in assoluto. A dire il vero lo stesso Lutero era ben conscio del suo ruolo “letterario” e non di rado si vantava che anche i suoi nemici avessero imparato a scrivere in lingua tedesca da lui.  “Ein feste Burg ist unser Gott”, la sua preghiera prediletta, sarebbe stata destinata a diventare l’inno ufficiale del protestantesimo. In Dio soltanto l’uomo avrebbe potuto trovare pace e Dio si può conoscere solo per mezzo di Cristo. Forte di questa assoluta convinzione, sviluppa su questo caposaldo le linee essenziali della sua “fede”, che sarebbe diventata indispensabile guida nelle tenebre; un dono di Dio che non può essere prodotto da nessun atto di volontà. La religione acquistava così importanza suprema; il cristianesimo la sola religione che poteva essere ricevuta per mezzo della fede, trasmessa attraverso la Scrittura, la predicazione ed i sacramenti. Ma la sua carta vincente fu per molti versi l’aver tollerato prima e autorizzato poi il matrimonio per il clero. Egli, una volta abbandonato il castello della Wartburg e ritornato alla quotidianità di quella cittadina della Sassonia, qual’era rimasta Wittenberg, dovette subito confrontarsi con una serie di eventi causati dallo sconvolgimento sociale e religioso allora in atto. Tra le questioni più impellenti c’era da annoverare senza ombra di dubbio l’abbandono quasi generalizzato di conventi e monasteri,  con conseguente matrimonio di suore e frati. In proposito egli,  oltre a  dimostrarsi oltremodo tollerante, poteva fare riferimento ad un suo scritto sull’abolizione del celibato, che risaliva a tempi non “sospetti”. Da allora divenne il “consulente” più richiesto per le più disparate questioni che riguardavano questa “delicata” questione, che stava parecchio a cuore al clero nel senso lato del termine. Alcune suore cistercensi di un villaggio vicino, allettate dalla prospettiva di non essere più “costrette” a praticare un nubilato di cui non erano assolutamente convinte, si rivolsero direttamente a lui per un suo consiglio. Egli non solo di mostrò tanta comprensione per le legittime aspirazioni di fanciulle “costrette” a rinunciare alla loro femminilità, ma si impegnò addirittura ad aiutarle concretamente a mettere in atto un loro progetto di “fuga”; un atto estremamente audace perché  – trattandosi per l’occasione di monache di clausura – il loro “rapimento” era passibile di pena capitale. Lutero coinvolse in questa sua iniziativa un rispettabile cittadino di Torgau, un mercante del luogo che ogni tanto consegnava qualche barile di aringhe al convento di quelle monache. La vigilia di Pasqua del 1523, Leonard Kopp – questo il nome del mercante – , caricò sul suo carro coperto dodici monache, come se si trattasse di barili vuoti e grazie a questo stratagemma riuscì a portarle fuori dal convento.  Tre di queste tornarono alle loro case, mentre  le rimanenti nove arrivarono a Wittenberg, dove furono “scaricate” proprio davanti al Duomo. Tra queste fanciulle che avrebbero ripreso il loro status da nubili, anche la sorella di Staupitz, il priore agostiniano già padre spirituale dello stesso Lutero. Una volta “liberate” le donzelle, monache per “costrizione”, daranno modo ad uno studente di Wittenberg  di esprimere la sua “fondata” preoccupazione: “Una carrata di vergini vestali, ancor più desiderose di sposarsi che di vivere, è appena arrivata in città. Dio conceda loro dei mariti, per evitare che succeda di peggio..”. D’ora in poi tra i compiti di Lutero ci sarebbe stato anche quello di sistemare adeguatamente quelle signorine in cerca di marito, un compito non da poco e di sicuro estraneo all’attività del monaco agostiniano. Confrontato con questo ulteriore problema, che era quello di trovare con l’ausilio del matrimonio una soluzione per quelle nove  fanciulle indifese e per giunta diseredate dalle rispettive famiglie proprio per essersi fatte convincere ad abbandonare il convento, Lutero non si perse d’animo e dette inizio a delle vere e proprie “trattative”, confortate dalle stesse candidate, tutte in età da marito e soprattutto ben disposte a trovarne uno prima possibile, anche se non  sapevano fare nulla, non avendo imparato altro che a pregare e a cantare… Per quelle candidate non fu difficile trovare una soluzione ben accetta. Soltanto per una sorsero problemi, una certa Katharina von Bora, che, oltre a non essere una bellezza, aveva collezionato già alcune “delusioni”, ma in compenso l’essere stata a servizio di privati – casa Cranach compresa – per ben due anni, le aveva consentito di diventare una potenziale  moglie ben preparata ai futuri compiti. Il problema, su precisa indicazione della stessa interessata, che aveva incluso anche Lutero nella lista ristrettissima di potenziali “compagni” da lei ben accetti, poteva essere risolto da lui stesso, che si decise positivamente, dopo qualche resistenza e nonostante i convinti tentativi di dissuasione portati avanti da di Melantone, molto preoccupato per le ripercussioni che il matrimonio di Lutero avrebbe potuto avere sui fedeli. Ma le remore di Lutero erano soprattutto di ordine morale; egli si rendeva conto di essere, per l’editto emesso contro di lui e ancora sempre valido, un  condannato a morte per eresia e quindi potenzialmente destinato a lasciare presto “vedova” la Katharina.  Solo nel dicembre del 1524 – sette anni dopo le sue tesi –  Lutero avrebbe deciso di rinunciare alla tonaca  e subito dopo, a quarantadue anni, sposerà l’ex monaca, l’ultima di quelle suore portate la vigilia di Pasqua del 1523 a Wittemberg cui non era riuscito  a trovare marito. Katharina, già ventiquattrenne, un’età che per quei tempi era già considerata da “zitella”, proveniva da una famiglia nobile ma decaduta della zona del Meißen, territorio che apparteneva alla Sassonia del conte cattolico Georg. Non era particolarmente attraente e di conseguenza la famiglia l’aveva messa giovanissima nel convento di clausura cistercense di Nimbschen, vicino Lipsia. Sulla futura coppia si sarebbe scatenata la stampa del tempo che avrebbe avuto buon gioco nel mettere in ridicolo Lutero e Katharina, ambedue legati ad un voto di castità in una società dove erano ricorrenti e impietose, le allusioni al limite della pornografia sulla promiscuità tra frati e monaci, tra l’altro ampiamente tollerata. Il .più contento per il matrimonio, celebrato sulla porta della chiesa parrocchiale di Wittenberg il 27 giugno1525, sarebbe stato  Hans, il padre di Lutero, da sempre fortemente intenzionato a vedere perpetuato il suo nome ed adesso finalmente in procinto di veder realizzato quello che per lui rimaneva il sogno di un’intera esistenza. Ma come argutamente riassunse lo stesso Lutero, i veri motivi del suo matrimonio furono tre: far piacere a suo padre, indispettire il Papa e il diavolo e suggellare la sua testimonianza di vita prima del martirio, deciso con l’editto di Worms e la cui esecuzione pendeva su di lui come una spada di Damocle. Con il matrimonio Lutero avrebbe cambiato  vita, da allora in poi regolata da ritmi precisi e soprattutto da comodità “confortevoli” mai prima conosciute – “prima di sposarmi il mio letto non era rifatto per un anno intero e diventava marcio di sudore, ma io lavoravo talmente ed ero così stanco che cadevo addormentato senza nemmeno accorge mene…”. In fondo non era un tipo “solitario” ed in proposito ci rimane una testimonianza preziosa nei suoi discorsi conviviali: “Accadono peccati più gravi e più riprovevoli quando la gente è sola, di quanto ne possano accadere quando sono in compagnia. Dato che Eva nel paradiso era da sola, il diavolo l’ha ingannata… Cristo ha promesso, quando due o tre persone sono riunite in mio nome, allora Egli avrebbe voluto essere il terzo tra loro. Il diavolo ha tentato Cristo nella solitudine. Davide, una volta diventato solo e ozioso, ruppe il matrimonio e divenne  omicida. Ed anche io ho sperimentato di cadere così spesso in peccato proprio quando sono solo. Dio ha creato l’uomo per stare in compagnia e non da solo. Ne è la prova che l’abbia creato in due sessi, l’uomo e la donna…”. Una volta sposatosi, per fare un dispetto al diavolo e soprattutto al Papa – come avrà modo di confessare – c’erano da affrontare tante questioni “pratiche” lontanissime dalla sua natura speculativa. Da risolvere c’era innanzitutto la questione finanziaria dato che i due non avevano un centesimo; la stessa Katharina, orfana di madre fin da bambina, non poteva contare nemmeno su un eventuale aiuto del padre presto risposatosi e immediatamente dopo scomparso dalla sua vita.  Lutero era letteralmente nullatenente;  non aveva nessun diritto sulle entrate del convento e non ricavò mai un soldo dai suoi libri; la cui tiratura arrivò a cifre impressionanti per quei tempi, arricchendo i relativi editori, prima Melchior Lotter e poi Hans Luft. Il “povero” monaco poteva contare solo sul modesto stipendio di professore universitario, largamente insufficiente per mantenere dignitosamente una famiglia. Per fortuna c’era il Principe elettore Giovanni, succeduto allo zio Federico il Saggio, da cui aveva anche ereditato una generosa quanto affettuosa predisposizione verso il monaco “ribelle” e che come primo atto  mise a disposizione dei novelli sposi il convento di Wittenberg, diventato nel frattempo un ex convento perché abbandonato dai frati agostiniani e che di lì a poco sarebbe stato trasformato dalla “furba” Karharina in un pensionato per studenti. L’arcivescovo di Magonza, Alberto di Brandeburgo, che in effetti aveva più di un debito morale nei confronti di Lutero, grazie al quale era diventato titolare di quella che era considerata la diocesi più ricca e importante dell’intera Nazione germanica. Egli, tra i più fortunati beneficiari della “secolarizzazione”  dei beni, regalò personalmente a Katharina venti fiorini d’oro (zwanzig Gulden), sicuro che Lutero, per natura contrario ad ogni bene materiale, non avrebbe mai accettato una cifra così cospicua come regalo. Tra l’altro a Lutero, di cui era proverbiale la generosità e l’assoluta mancanza di qualsiasi forma di preveggenza o di cautela per quanto riguardava il suo rapporto con il denaro, nessuno avrebbe dato credito; si racconta in proposito che lo stesso Lukas Cranach, amico e compare di Martin, affermato incisore e considerato a ragione uno dei più ricchi abitanti di Wittenberg e alle cui fortune avrebbero indirettamente concorso anche le molteplici tirature delle edizioni delle opere luterane, si sarebbe decisamente rifiutato di prestarsi come garante dei suoi debiti… Lutero, che non aveva dimenticato di essere stato un monaco elemosiniere, buttò giù una serie di lettere pregando amici e colleghi di dargli una mano per il banchetto; il maresciallo di campo Hans von Dolzig  mise a disposizione l’arrosto; alla birra, quella Einbecker notevolmente più corposa di quella di Wittenberg, ci avrebbe pensato il sindaco della città; l’Università gli regalò un prezioso calice da birra col coperchio di zinco. L’ospitalità di quel nucleo familiare, sempre pronto di mettersi al servizio per gli altri e soprattutto di chi ne avesse bisogno, fu messa alla prova la notte stessa del loro matrimonio. A bussare Carlostadio, reduce dalla sanguinosa guerra dei contadini e a cui Lutero, nonostante i burrascosi precedenti, concesse perdono e asilo. Martin e la  “Frau Doktorin”  avrebbero costituito un coppia ben assortita, destinati come furono a formare una famiglia presto “arricchita” da sei figli e che costituirà per secoli il modello della famiglia patriarcale protestante. Detta famiglia era destinata a diventare presto una vera comunità, potendo contare su sei figli ai quali via via si sarebbero aggiunti  altri undici bambini adottati, tra cui cinque di una sorella di Lutero, e alcuni studenti a pensione. Essa costituiva nella mentalità contadina del tempo un esempio di nucleo dell’ordinamento sociale da seguire; per Lutero in particolare lo Stato non era null’altro che una grande famiglia, severamente guidata dal suo capo con ammonimenti, punizioni e affettuose premure. Il ruolo di Katharina fu presto ben determinato; a lei era affidato il governo della casa; dal suo spiccato senso pratico e  dalle sue doti manageriali dipendeva l’intera economia domestica.  Lutero da parte sua continuava a scrivere, impegnato com’era a dispensare consigli, rimuovere dubbi e impartire norme comportamentali. E tuttavia i primi tempi di matrimonio non furono tanto sereni, c’era da superare ogni mattina l’imbarazzo e la sorpresa di vedere giacere accanto una testa con due trecce bionde. Per uno come Lutero vissuto fino a quarantadue anni da incallito scapolone, non era facile abituarsi alla compagnia di una nuova venuta, che tra l’altro per essere vissuta un’intera vita nel silenzio di un convento di clausura, adesso sentiva esplodere dentro tutta la voglia di parlare, di esprimere quello che era stata costretta ad “ingoiare”; tutte cose che irritavano letteralmente il suo augusto sposo, a cui era solita rivolgersi con un troppo formale “Herr Doktor”. Neppure quando era impegnato a scrivere evitava – almeno nei primi tempi – di stargli vicino, importunandolo con domande non sempre intelligenti.  Risale tuttavia a questo periodo la redazione di una specie di “catechismo” domestico, destinato a grandi e piccini. Ma  d’ora in poi la maggior parte dei suoi scritti sarebbero stati da lui stesso definiti come improvvisati o giornalmente ispirati da motivazioni più o meno banali. Egli stesso ha caldamente raccomandato di non prendere sul serio quella produzione “letteraria”. Basilari sarebbero rimasti per lui le opere che considerava capisaldi del suo impegno di traduttore e di scrittore, intendendo più precisamente la Bibbia completa, pubblicata nel 1534 e revisionata nel 1539, le “Hauspostille” (composizioni religiose domestiche) e il Catechismo. Non trascurabile dal punto di vista “didattico” dovevano dimostrarsi le 16 fiabe tradotte da Esopo e pubblicate in quel periodo. Per l’occasione ci piace citare quella del “topo di campagna” che nella sua scarna semplicità rafforza la sua tesi di fondo di “accontentarsi” di quello che si ha e di non correre dietro a false chimere che avevano sedotto tanti falsi “profeti” e portato alla disfatta i contadini nella relativa guerra del 1525: “Un topo di città andando a passeggio e si imbatté in un topo di campagna. Questa si rimpinzava abbondantemente con ghiande, orzo e noci e quanto gli capitava a tiro. Ma il topo di città gli disse: Vuoi vivere qui in povertà! Vieni con me voglio procurare a te e a me cibo gustoso di ogni tipo” Il topo di campagna si lasciò convincere e andò ad abitare con lui in una stupenda abitazione, dove era di casa il topo di città, e andarono nelle camere che erano strapiene di carne, prosciutto, wurstel, pane, formaggio e tante altre cose. Allora il topo di città disse: “Mangia pure  e rimpinzati per bene. Di cibo del genere ne ho quotidianamente a strafare. In quel mentre arrivò il cameriere   e  fece rumore per aprire la porta chiusa a chiave. I topi si atterrirono e scapparono via. Il topo di città trovò immediatamente il suo buco, ma il topo di campagna non sapeva dove trovare rifugio, correva su e giù sulla parete e presto pensò di non trovare scampo. Una volta che il cameriere fu di nuovo via, allora il topo di città disse: “Non è successo nulla, continua a rimpinzarti”. Il topo di campagna rispose: “Tu parli bene, tanto hai  trovato subito  il tuo buco, mentre io sono quasi morto per la paura. Ti voglio dire quello che penso. Rimani pure un topo di città e ingolla wurstel e lardo, io voglio rimanere un povero topo di campagna e mangiare le mie ghiande. Tu non sei mai sicuro minacciato come sei dal cameriere, dai gattie dalle trappole per topoe tutta la casa ti è ostile. Io sono libero da tutto questo e sicuro nel mio povero buchino di campagna. Chi è ricco ha molte preoccupazioni.

Mentre l’altra opera impegnativa  di quel periodo può essere considerata – “De servo arbitrio” – scritta   in risposta ad una pubblicazione di Erasmo da Rotterdam “De libero arbitrio”,  la cui diffusione nella cultura europea del tempo era dovuta all’autorevolezza del suo autore. Secondo la sua stessa testimonianza a spingerlo a questa ulteriore fatica letteraria è stata la “Frau Doktorin” impegnata da poco a costituire l’altra metà dell’ex monaco agostiniano. Il libro volutamente redatto in lingua latina, per non essere da meno a Erasmo, considerato tra gli uomini più dotti  e colti del secolo, che padroneggiava il latino e il greco come pochi. A confrontarsi direttamente erano due personaggi che avrebbero contraddistinto un’epoca; due personalità agli antipodi: elitario, rigoroso riflessivo e quindi lento Erasmo, spesso incapace di decisioni nette, sempre vittima dei suoi stessi “dubbi” esistenziali, uno che per le sue lotte preferiva il fioretto alla spada; plebeo, istintivo,  estremamente deciso Lutero, che era solito ricorrere alle maniere spicce per dirimere le controversie e andava avanti a colpi di accetta. Erasmo, autorità unanimemente riconosciuta e “corteggiata” dalle varie Corti europee, amico personale del Papa, Adriano VI, trovava ospitalità e uditori presso tutte le potenti dinastie del tempo; Lutero doveva rivolgersi alle classi meno privilegiate per trovare consensi e ascolto. Classi derelitte e vilipese, da secoli in attesa di “qualcuno” che li aiutasse nel sospirato riscatto sociale e che per questo motivo avevano puntato tutte le loro speranze su Lutero e sul suo movimento. Erasmo, uomo di pace sempre disposto al compromesso, aveva definito “tragico” il tentativo di opporsi all’ordine costituito, un’impresa che avrebbe potuto mettere in pericolo la “concordia” tra gli uomini, quel “quieto vivere” a cui egli stesso teneva più di ogni altra cosa. Per meglio definire poi quel  suo tipico barcamenarsi tra le difficoltà aveva fatto ricorso all’allegoria delle due  mitiche sirene Scilla e Cariddi, paragonandole alla chiesa romana l’una e alla chiesa luterana l’altra. Egli stesso si riconosceva nell’astuto Ulisse che era riuscito ad evitare l’incontro fatale con quei mostri marini, evitandoli e guadagnando così la salvezza nel mare aperto. Questa posizione di eterna incertezza non poteva essere accettata da Lutero; egli, nell’affermare che “lo spirito Santo non era uno scettico”,  ribadiva che non ci poteva essere cristianesimo senza una verità sicura. Pur convinto che a dominare il mondo sia il male, avrebbe ammesso  di essersi trovato spesso al limite della disperazione e che a salvarlo sia stato sempre Dio con la sua grazia; di conseguenza l’uomo era destinato a vacillare tra salvezza e perdizione, e la decisione non stava nelle sue mani, ma in quelle di Dio. Il presunto libero arbitrio dell’uomo sarebbe stato quindi prigioniero, suddito, schiavo della volontà di Dio o della volontà di Satana. Da quella disputa condotta ad alto livello si sarebbe confermata la profonda diversità dei due contendenti: il mite, riflessivo Erasmo, non osando sfidare  l’ordine previsto da Dio e rigorosamente difeso dalla Chiesa cattolica, era lontano dalle lotte cui continuava a consacrarsi Lutero, sempre più convinto che l’uomo fosse come “un mulo cavalcato ora da Dio ora dal diavolo” e di conseguenza non avesse nessuna libertà di risolversi per il bene o per il male. Sotto l’aspetto religioso per Lutero l’uomo era e rimaneva un peccatore e se non era irrimediabilmente perduto lo doveva solamente alla generosità di Dio che aveva deciso di fargli grazia al di là dei suoi meriti.  Per Erasmo l’uomo aveva un libero arbitrio nelle cose quotidiane e tangibili, ma era servo della salvezza di Do in quelle dello Spirito; tesi questa che sarà ripresa dalla Chiesa protestante;  la questione del libero arbitrio era tra l’altro già stata decisa nel Concilio di Efeso del 431 e di conseguenza non poteva esser messa in discussione. Chiamato poi a dare una risposta, autorevole e decisiva, sulla disputa che si stava delineando nell’ambito religioso tra il Papa e il monaco ribelle, egli, vincendo la sua innata contrarietà ad esporsi e a prendere una posizione netta, fece per l’occasione una scelta inequivocabile, addossando proprio a Lutero la responsabilità di quella rottura che si sarebbe presto dimostrata insanabile e – per Roma –  fatale.

Il 1525 tra l’altro fu considerato per molti versi l’anno della svolta per l‘Europa intera. La battaglia di Pavia del 24 febbraio è stata esaltata ed eternata in tutti i modi, dai Lieder dei Lanzichenecchi, ai tappeti murali che adornavano i saloni dei castelli e le residenze delle nobili e ricche case patrizie. Tutta l’Europa, Turchia compresa, ne fu in qualche modo coinvolta. Per l’Imperatore essa significò il consolidamento e l’affermazione di un impero sconfinato, dove, almeno questa la convinzione popolare, il sole non tramontava mai…. Per la  Germania avrebbe comportato quello che i Potenti ormai da tempo auspicavano: l’azzeramento di tutti i movimenti riformatori e libertari. A vincere in effetti non furono i popoli delle singole Nazioni ma i Lanzichenecchi, quelle turpi orde mercenarie che non erano regolarmente assoldate e  traevano i loro sporchi guadagni da incontrollate e incontrollabili scorrerie sul territorio e saccheggi di tutto quello che trovavano sulla loro strada, fossero chiese, palazzi o castelli. Si trattava di mercenari senza padrone, al soldo di potenti casate, come i Burgunda-Asburgo nell’Europa centrale, i Medici (Leone X e Clemente VII) a Roma e altre dinastie sparse nel continente europeo. Essi non si facevano scrupolo di mettersi al servizio del Papa, dell’Imperatore o di altri Signori; il prescelto era di volta in volta chi era in condizione di offrire di più. I banchieri europei – il ruolo delle banche purtroppo si ripete da quando questi istituti esistono – furono in linea di massima i finanziatori di queste guerre disastrose. Il vero vincitore finì col risultare senza ombra di dubbio il venticinquenne Carlo, il cui Impero non conosceva più limiti, né confini. In questa atmosfera di conflitti generalizzati, di patti sottoscritti e disattesi, cui si dava il nome di “Machiavellismo”, poco tempo restava per occuparsi della eresia di Lutero, e questa fu la sua “fortuna”. Il monaco “dimenticato” sfruttò al massimo quella situazione e, oltre a continuare imperterrito a dare connotati definitivi alla sua Riforma, fece in modo – anche se inconsciamente – che proprio quella Riforma diventasse una tappa fondamentale nella storia della Germania moderna. Ovviamente, come avrebbe sostenuto un altro tedesco autorevole, Bertolt Brecht, personalmente molto sensibile alle rivendicazioni de poveri e dei diseredati di questa terra, nelle guerre non ci sono vincitori, ma solo vinti. Lo stesso  Lutero avrebbe avuto presto motivo  di riconoscersi nella “logica brechtiana”, anche se per lui il responsabile primo di quella rivolta,  che si sarebbe dimostrata sanguinosa e addirittura fatale per chi l’aveva provocata, era Thomas Müntzer; proprio quel giovane religioso per il quale  aveva provato umana simpatia e condiviso, almeno nella parte iniziale, sogni e rivendicazioni. Ma adesso che “non faceva altro che eccitare al furto, all’uccisione e allo spargimento di sangue”, doveva essere eliminato e con lui tutta quella plebaglia di contadini, la cui furia forsennata avrebbe compromesso l’ordine imposto dai Principi e dai Duchi. Al compiacimento con cui aveva salutato la pesante e durissima sconfitta dei contadini a Frankenhausen faceva seguito l’intima soddisfazione, espressa tra l’altro in modo crudo, per la barbara esecuzione dello stesso Müntzer. Questa impietosa presa di posizione costituisce una pagina infelice nella sua vita. Pur avendo comprensione per la legittima paura che ha contraddistinto tutto il periodo in cui è stato costretto a vivere braccato, inseguito da vari mandati di cattura e soprattutto con la spada di Damocle rappresentata dall’editto di Worms del 1521, non riusciamo a capire la sua “disumana” reazione per la fine di un confratello come Thomas Müntzer, di cui aveva inizialmente condiviso rivendicazioni e battaglie. Un macchia, forse indelebile, nella vita di Lutero, in cui rimase inalterata la semplicità e la modestia, che avevano da sempre contraddistinto il suo spirito. Abituato a schernirsi e a attribuire meriti solo all’Altissimo, rimase sempre cosciente del suo ruolo di strumento nelle mai della “provvidenza” e, pur non disdegnando la lotta, anche quella impari, non fu mai cosciente della sua levatura e del compito che Dio gli aveva assegnato.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart