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LETTERATURA: Massimo Maugeri: “Il sangue della Montagna”

3 Novembre 2021

di Bartolomeo Di Monaco

Maugeri è uno scrittore riservato. Guardando la sua foto mi sono fatto l’idea di una persona mite e altruista, incline all’ascolto.
Dirige la rivista “Letteratitudine” in cui custodisce le tante interviste fatte ad esponenti del mondo culturale italiano, soprattutto nel campo della letteratura. Per questa sua attività è conosciuto e stimato.
Ha esordito nel 2003 con il racconto “Muccapazza” e da allora i suoi scritti sono diventati numerosi, così i suoi romanzi.
L’ultimo è questo di cui mi occuperò: “Il sangue della Montagna” uscito con l’editrice La nave di Teseo nel 2021.
La Montagna (“Nostra Madama della Lava”) è il vulcano Etna considerato nel momento in cui, eruttata come un’esplosione la lava, questa scende a valle e scioglie ogni cosa che trova sul suo cammino (ai fenomeni vulcanici l’autore dedicherà un intero capitolo).
Ma è ancora qualcosa di più: una discesa nell’anima, tale da sconvolgere e rimescolare sentimenti e pensieri.
Marco Cersi è il nome di uno dei protagonisti, un imprenditore del quale seguiremo la storia del suo legame con la Montagna, imprevedibile e misteriosa come e più di una donna. Marco tiene anche una specie di diario che chiama “Riflessioni estemporanee di un pragmatico sognatore”.
La scrittura di Maugeri è riflessiva, pensosa, sensibile, stimolante. Fortemente psicologica. Le azioni appaiono come in filigrana, succubi della Montagna sempre incombente. Ė un cammino dentro il proprio spirito, un tentativo di sgrovigliare il magma che si addensa in ogni uomo: “Ogni notte, tuttavia, appena il sonno si impadroniva dei suoi sensi, scivolava nel fosso dei ricordi sgraditi, ritrovandosi – in genere, tra le 3 e le 4 del mattino – seduto al centro del letto con gli occhi sgranati e il cuore in gola. Non rimaneva granché di quelle esperienze oniriche, tranne la consapevolezza che per un buon ottanta per cento dei casi una colata lavica ci avesse messo lo zampino.”.
La Montagna è nello stesso tempo dannazione e catarsi.
La vediamo signoreggiare, rossa del fuoco della lava, sotto le parole, a sfondo pagina. Dominatrice.
Il lettore ne è soggiogato, come da una potente malia.
A chi sa osservarla la Montagna dà forza e perspicacia. Si diventa osservatori del mondo e degli altri; si pongono e si risolvono interrogativi; si respira l’aria complessa e complicata della vita. Gli altri diventano parte di noi stessi: “Risalendo per la strada, gli pareva di incrociare tutte quelle storie probabili e di rimanerci impigliato, coinvolto, schiacciato dal peso degli sguardi: occhi persi nel vuoto dei parabrezza, pensieri imprigionati dalle magagne della vita. visi fermi, mobili, impassibili, emotivi, addolorati, sorridenti, addormentati, tesi, sperduti, concentrati. Un’umanità intera incolonnata ai piedi della Montagna, che da essa si allontanava come un gregge senza pastore, ma che a essa avrebbe fatto ritorno.”.
Frequenti i riferimenti al passato, a cominciare dalla terribile eruzione del 1669: “un fronte lavico superiore ai sei chilometri che trafisse Catania, arrecando gravi danni alla città, fino a invadere il mare per oltre mille metri.”.
I personaggi appaiono come in trasparenza e le storie che ne derivano sono come le colate laviche della Montagna (si veda Eleonora, che Marco spia mentre accudisce le rose), poi si muovono verso una loro definizione (si veda Paola Veltrami, una giovane vedova, docente di letteratura, che assume a poco a poco la fisionomia della protagonista principale. Ha una figlia disadattata, Silvia, che ha tentato di suicidarsi).
Sono personaggi inquieti, corrosi dai problemi quotidiani, dalle sventure, difficili ad aprirsi al sorriso. Paola: “La giornata era appena al suo inizio, e già sentivo la stanchezza rodermi le ossa.”.
I fatti, narrati con alternanze e propaggini a ragnatela, hanno il loro minuto puntiglio, si adornano di particolari, piccole minutaglie che ne fanno come delle foglie appese alla pianta principale, che resta la Montagna.
La realtà che ne risulta è come una tempesta di coriandoli colorati. Marco è perfino minacciato dalla mafia, che vuole impossessarsi della sua azienda.
Nessuno di essi pare avere vita propria se non in quanto mescolato con gli altri, nelle forme e nei colori. Le numerose attività artigianali che fioriscono intorno ad essa sono riflessi (lapilli) vivi della Montagna.
Non ci sono arrendevolezze nel romanzo, carico di un’analisi psicologica che va appassionandoci sempre di più, assumendo, peraltro, accenti ironici piuttosto che tragici. Sembra che la Montagna le assorba tutte e le rigeneri, proprio nel momento in cui erutta la sua lava: “Perché la pietra lavica non è tutta uguale: ogni colata ha caratteristiche diverse dalle altre, a partire dai minerali che contiene: silice, olivina, cenere; in alcuni casi puoi trovare anche tracce d’oro.”.
Chi parla è un vecchio intagliatore della pietra lavica, don Vito Terrazza, il quale prosegue: “Guarda – gli disse prendendo dal tavolo una pietra lavica semilavorata -. Qua dentro c’è un’anima. Se hai cuore, riesci a percepire l’essenza vitale che pulsa oltre la pietra. Se hai orecchie, puoi sentire il lamento di chi o cosa si trova dentro lo strato di roccia. Tu ce le hai le orecchie? Ce l’hai un cuore per vedere oltre la pietra?”.
È la stessa partecipazione spirituale alla propria opera che ci confidò il grande Michelangelo: la figura è nascosta nella pietra e l’artista deve solo liberarla.

Dei personaggi principali, desta interesse la figura di Paola. La scrittura e le situazioni che essa muove, ne rendono la femminilità. Il romanzo se ne nutre. Sono pagine di acuta psicologia e partecipazione. Paola supera Marco nella permeabilità del lettore e il suo difficile rapporto con la figlia Silvia si trasforma in uno snodo importante e paradigmatico: “Rimanemmo così, a guardarci senza vederci per istanti incalcolabili. Mi sentii sulle spalle il peso insostenibile del divario generazionale. Ma non si trattava solo di quello. Sin da quando era piccola, c’era sempre stata qualcosa che mi sfuggiva di Silvia. Più la sentivo parte di me, più rievocavo i tempi in cui era cresciuta nel mio grembo, e più la percepivo distante e inafferrabile. Era un paradosso. Una sorta di legge del contrappasso che mi era stata applicata senza che fossi a conoscenza delle colpe attribuitemi. In ogni caso, era uno strazio.” (Silvia sarà una presenza incombente, e infine conclusiva. Dirà la ragazza: “Ho imparato che c’è sempre una speranza. Fino a quando c’è un filo d’aria nei polmoni.”).
Paola appare come una pianta che mette i germogli dopo che l’inverno ne aveva gelato la linfa.
Frequenta Facebook e ha aperto un gruppo dal nome curioso, “Economia umana” che sta ricevendo molte adesioni e che, suscitando discussioni, si presenta come una sponda alternativa alla lava pianificatrice della Montagna. La realtà che appare nel social network è quella di una crisi che pare immarcescibile e che fa a pugni con la speranza, che pure dovrà emergere e vincere. Si veda la lettera digitale di Gilda Larnini, il cui marito si è impiccato a causa del fallimento della sua azienda.
La Montagna e Facebook, in realtà, non sono antagonisti, ma complementari. Essi sono un tentativo di fecondare la speranza, passando attraverso il dolore.
Il dolore è rappresentato dalle tenaci e continue difficoltà della vita, dalle paure, dallo sgomento di non riuscire, dall’ansia di incontrare ostacoli insormontabili, dai morsi della coscienza che non intende negarsi al lamento e alla disperazione. Paola di esso darà una bella definizione: “Il dolore non ha peso: non è qualcosa che schiaccia, è qualcosa che penetra. Mi scava dentro, il dolore. si fa strada tra le viscere, mi occlude il respiro, mi attanaglia le tempie. E infine rimane un senso di ottundimento che rende surreale la realtà di quest’incubo con cui dovrò convivere per il resto dei miei giorni.”.
Marco ha difficoltà a mandare avanti l’azienda. Gli operai non riscuotono la paga da sei mesi, e protestano con violenza; le loro famiglie sono alla fame. Marco non sa cosa fare, e allora è ancora la Montagna a riceverne lo sfogo: “Per un attimo desiderò fermarsi, scendere dalla moto, inginocchiarsi al cospetto di Nostra Signora Montagna pregandola di fare piazza pulita di tutto. Che ricoprisse ogni pezzo di questa maledetta terra. Che divorasse ogni rigurgito di iniziativa umana. Che cancellasse il ricordo di qualunque attività. Che inghiottisse pure la sua ditta, decretando la fine di questo doloroso scempio. Perché, in verità, non c’era via d’uscita dal fondo del vicolo cieco in cui sentiva di essersi imbucato.”.
Ci sentiamo posizionati sul cratere della Montagna, inspiegabilmente immuni dal fuoco divoratore e osservatori di un microcosmo variegato in cui il Bene e il Male stanno conducendo una battaglia in soccorso della quale ciascuno dei due contendenti auspica il suo sostegno e la sua alleanza.
Ciò riguarda anche Paola nel suo conflitto con la figlia Silvia, e possiamo coerentemente supporre che quella voce che ogni tanto s’insinua nella sua mente per ammonirla o interrogarla sia quella della Montagna.
La sua presenza l’avvertiamo dovunque e su ogni accadimento. È vicina, a due passi, e incombe, rumoreggia, brontola e esplode: “E poi non lo vedete che la Montagna è agitata?”.
Il parallelismo che si può fare tra le vite dei due personaggi principali, Marco e Paola, lo si deve alla Montagna, la quale sembra piallare e uniformare ogni intima distinzione: “E magari avrei potuto cogliere l’occasione per ammirare la colata lavica in corso. Negli ultimi giorni il vulcano stava dando spettacolo.”.
A riguardo del rapporto tra Paola e la figlia Silvia, sempre teso, si legge a un certo punto: “Il dolore mi paralizzava il pensiero. Forse aveva ragione lei. Forse ci ostinavamo a trasmettere su frequenze diverse. Ma io ero la madre. Toccava a me sintonizzarmi sulle sue frequenze. Mi sforzai di farlo.”.
Si annoti anche un punto di congiunzione tra Marco e Paola, rappresentato dall’anziano e bizzarro don Vito Terrazza, l’intagliatore di pietra lavica presso cui entrambi si servono, Marco per le sue creazioni artistiche, Paola per i suoi versi che il vecchio improvvisa in dialetto e che lei trascrive sui suoi prodotti della Pastarealeria, un’attività che aveva intrapreso con tante speranze e che invece sarà costretta a chiudere. Nella bottega di don Vito fanno mostra di sé alcuni poster che ritraggono la Montagna in eruzione. Ancora lei.
Ed è nel laboratorio di don Vito che Marco e Paola s’incontrano per la prima volta, andati entrambi a cercare l’intagliatore, che da qualche tempo è misteriosamente sparito. La loro relazione diventerà a poco a poco parte dominante e generativa del romanzo.

Le visionarietà (la “confusione onirica”) che ogni tanto fanno capolino in quest’opera (ad esempio, l’ascesa del vulcano di Marco e l’amico Alberto; i ricordi di Paola del marito defunto, Tony; la presenza del defunto Alberto accanto alla moglie Eleonora), sembrano respiri della Montagna, mentre essa ti osserva e ti assorbe: “Il lato oscuro della montagna non risparmia neppure lui. Alle sue spalle ti sembra di intravedere una presenza sinistra. Qualcosa di buio che pare volervi ingoiare.”; “E siamo cresciuti sulla groppa ruvida della Montagna senza arretrare di un passo.”. Quasi al termine, Paola dirà: “All’improvviso mi venne in mente il pensiero che la montagna fosse capace di instillare un seme che si radicava nella sfera mentale ed emotiva degli individui che presceglieva, creando un legame inscindibile.”.
Visionaria è qualche volta anche l’idea di Paola di arrivare ad una società migliore: “Insomma, c’era davvero la speranza di poter cambiare il sistema senza ricorrere alla violenza.”. I temi economici a poco a poco si prenderanno il loro spazio nel romanzo, specie nella parte conclusiva, in cui un’accentuazione di essi porterà il lettore a misurarsi con la realtà.
La scrittura di Maugeri, di ampio respiro, espansiva per il modo in cui sa allargare e includere i vari temi, ha molti registri (anche quello del giallo), come una colata lavica che, prima di solidificarsi nel nero colore, si adagia su sfumature che ne variano e moltiplicano la suggestione: “E mentre quello spettacolare ammasso di materia si solleva e si abbassa con ritmo cardiografico, nel momento in cui pare dilatarsi e restringersi come un organismo vivente, sentì il boato. Durerà pochi istanti, poi perderai conoscenza.”. È il breve sonno della Montagna. Anche: “La montagna era muta, come se avesse trattenuto il fiato di fronte alla perfetta e placida magnificenza della natura in attesa.”.
Ancora: “Quali erano i ricordi reali? e quali, invece, quelli creati dalla sua mente?”. Qualche volta la scrittura assume una strana impalpabilità: “Si guardò intorno con circospezione. Ancora una volta rimase sorpreso dall’innaturale silenzio che, come un manto pietoso, pareva ricoprire il frastaglio irregolare della sciara circostante. Poi udì un rumore: un suono indecifrabile proveniente dall’interno della casa. C’era qualcuno, lì dentro. E, a quel punto, poteva immaginare benissimo di chi si trattasse.”. Si avvale anche del dialogo con cui interagisce coi personaggi, i quali sono dotati di una sensibilità immaginifica e visionaria. Segnalo come esempio di bravura la telefonata tra Paola e l’invisibile Sandro, il ragazzo che Silvia ha lasciato, che si svolge al capitolo 14.2.
In un momento in cui ricorda l’amico Alberto con cui aveva fatto l’ascesa del vulcano, Marco chiarisce che la sua è una battaglia contro la Montagna: “Ma continuo a combattere la mia battaglia contro la montagna.”. Ciò deriva da un fatto accaduto al nonno, in sua presenza, durante una lontana colata lavica. L’invadenza della Montagna, inespugnabile, si fa terreno di lotta: “Eppure avrebbe continuato a combatterla, la Montagna. Si sarebbe impegnato ancora di più nel tentativo di osteggiarla, cercando di riprendersi una minima parte di ciò che quella bestia enorme continuava ad annientare.”.
Anche il tempo cronologico scorre a seconda degli appetiti della Montagna, capace di tornare indietro e di nuovo imporsi attraverso gli impulsi della memoria. Marco, ad un tratto, ricorda, come fosse al presente, l’eruzione del maggio 1886 che coinvolse le terre di Nicolosi, il paese natale del padre, che venne alla luce proprio in quei terribili giorni. Tutto è conservato nel cuore rosso della Montagna, e basta un nulla per riportarlo in vita.
Paola nel romanzo è presente in prima persona, come narratrice della sua vita e cresce a dismisura, portatrice di dolore ma anche di speranza. Sarà lei a proseguire una storia (quella di Marco) che sarebbe stata destinata ad estinguersi: “Eppure, rileggendo queste pagine, mi sono accorta che la sua storia, la storia di Marco, è stata assorbita dalla mia. E forse la sua ombra non è altro che una proiezione delle mie ferite insanabili.”. In lei l’umanità non è corrotta. Spesso piange a causa dei difficili rapporti con la figlia, ora andata a Londra, e quindi lontana ancora di più (addirittura sparirà dalla sua vita): “L’assenza di mia figlia mi si incancreniva nello spirito come una ferita infetta.”), ma la sua umanità resta intatta: “In quel frangente capii che non c’è età adulta capace di tutelarti dalle insicurezze primordiali che tramano dentro l’anima.”.
Vivendo, nulla va perduto di ciò che siamo e siamo stati.
Maugeri non ha fretta nel raccontare. Le sue storie, che si avvalgono di una scrittura lineare, hanno una particolare lentezza a svolgersi, come se il tempo indugiasse sui protagonisti.
Il rapporto doloroso che s’instaura tra Paola e Marco ne è un tipico esempio. Così pure ha una sua dolorosa lentezza il rapporto tra Paola e la figlia Silvia.
La stessa esistenza appare definita da una tale lentezza generale e il linguaggio, sempre appropriato, ha la sonorità di un andante molto lento, in attesa di una conclusione che indugia a venire.
Vi si cela una maturità narrativa che non lascia spazio a interrogativi e a incertezze. La struttura è robusta. Tutto è sotto controllo e i fili delle storie che vi si svolgono hanno sempre un punto di incontro che li vitalizza. Nessuna storia resta a se stante. Finché, avviandoci al finale, una specie di magmatico processo di sottrazione riconduce tutto a unità e, meglio ancora, al silenzio (Paola: “Bramavo il silenzio e lo abbracciai.”), quasi a una tomba da cui riprendere a vivere al modo di un risveglio.
C’è un punto, su cui non posso dire di più, il quale a un lettore che ama il cinema fa ricordare due film di grande successo: “Il paradiso può attendere”, del 1978, di Warren Beatty e Buck Henry e “Ghost”, del 1990, diretto da Jerry Zucker.
Questi ricordi emergono in poche righe alla fine del capitolo ventuno.
A conclusione, due interessanti annotazioni: La poesia “’U Sangu ‘ra Muntagna” (“Il sangue della Montagna”, che dà il titolo al romanzo) è dell’autore del libro; la postfazione è la riproduzione della cronaca dell’eruzione del giugno 1886 scritta nientemeno che da Federico De Roberto, l’autore de “I Viceré” (1894).


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  1. Pingback by Da “Rivista d’Arte Parliamone”: recensione di Bartolomeo Di Monaco (03.11.2021) – Il sangue della Montagna (La nave di Teseo) – romanzo di Massimo Maugeri — 9 Novembre 2021 @ 08:38

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