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LETTERATURA: Mauro Cristofani: “Racconti improbabili e immaginari”

12 Marzo 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Non è facile incontrare pittori che sappiano anche scrivere e in specie raccontare. La musa ispiratrice spesso si smarrisce nel passaggio ad un’arte che si forma con la parola anziché col pennello. Mauro Cristofani riesce, invece, a farlo, avvalendosi di una sensibilità verso la parola non molto differente da quella che lo caratterizza verso il colore e il disegno. Perfezionista per natura, quando si mette al lavoro, vi dedica tutto se stesso e cura la sua creatura con uno scrupolo ed una attenzione maniacali.
Posso testimoniarlo, se occorra.
L’ultima sua fatica letteraria, che fa seguito ad un altro libro di racconti, “Suite”, di cui ho scritto con entusiasmo, è questo libro, composto di 25 storie, in cui egli immagina di incontrare artisti e personaggi che hanno influenzato la sua vita di uomo e di artista. Ciò gli consente di essere anche un viaggiatore nel tempo e un suo strumento privilegiato.
Vediamole.
Il primo personaggio che incontra non poteva essere che lui, il suo maestro Aubrey Beardsley. Va apposta al Savoy per incontrarlo, uno dei locali di moda della Londra dell’Ottocento. Annota anche il giorno, il 16 maggio 1888. Per lui è importante. Ci tiene a conoscere il Maestro. Sa che è solo lì, in un ambiente ricercato e raffinato, che può incontrare l’uomo che ha fatto della sua arte una trasgressione. È proprio nella trasgressione che ambisce ad essere un suo discepolo. Anche la propria pittura è trasgressiva, infatti, ricca di contenuti sempre suggeriti e mai espressamente dichiarati. Spera che tra di loro possa nascere un’intesa, un riconoscimento spirituale tra Maestro e allievo. Gli dice Beardsley: “non dimentichi che lo scandalo è il nutrimento dell’arte.”.
Il Maestro morirà giovane, a 25 anni, quando l’autore sarà già ritornato in Italia. Volerà a Londra per assistere al suo funerale, ma non farà in tempo. Gli dice la sorella Mabel che Aubrey ha saputo soffrire e affrontare la morte.
Il secondo personaggio che incontriamo è pur esso straordinario e particolare, Henri de Toulouse Lautrec, il pittore del Moulin Rouge, che ha tramandato ai posteri le ballerine del celebre locale di Montmartre, poiché “Attratto dai diseredati e dai disprezzati, da tutti coloro che le persone rispettabili chiamano viziosi.”.
L’incontro avviene il 6 settembre 1887 in una delle “maisons” frequentate dalle ragazze (“figlie del popolo”), dove Lautrec trascorre, oltre che al Moulin Rouge, alcune ore delle sue giornate.
È un ritratto sensuale quello che viene tracciato da Cristofani, il quale con questi due primi racconti ci anticipa il quadro trasgressivo e pruriginoso del mondo in cui ci condurrà, quasi a metterci subito davanti ad una prova di assaggio e di gradimento.
Sì, è un mondo che attrae anche il lettore per quella spontaneità grassa e irriverente, e talvolta malinconica, disegnata sul volto dei protagonisti.
Cristofani ne è illuminato e affascinato.
La mollezza e la stanchezza del personaggio Des Esseintes, “un giovane parigino solitario imbevuto di filosofia pessimistica convinto che la vita umana oscilli, come un pendolo, tra dolore è noia.”, sembra trasferirsi sull’autore che lo intervista, come per una simbiosi spontanea, non cercata ma subita.
Avvertiamo che attraverso questi incontri l’autore desidera costruire nei confronti del lettore una specie di compromissione grazie alla quale tutti noi diventiamo insieme con lui quegli stessi personaggi, scoprendone l’identità con una creazione e una esistenza che ci erano state celate.
Cristofani tanto ne è preso che insiste affinché una tale rivelazione sia sbalorditiva, accolta e partecipata. In queste atmosfere, che incontreremo anche in tanti dei prossimi racconti, pare che l’autore ci tenga a presentarsi spettatore e protagonista insieme e controlli da un punto di osservazione particolare l’interessenza che nasce, cresce e si conforma tra lui stesso anche come protagonista, il lettore, i suoi personaggi e il mondo che li ospita.
Un’operazione letterariamente non facile, ma che ci appare felicemente superata.
Leggere un autore così sensibile, portato a incontrare e descrivere il mondo con una percettibilità ed un’acutezza speciali, trasforma il piacere in una contaminazione che ci mantiene strettamente e assiduamente impegnati. Niente di ciò che si legge è dovuto al caso, ad una emozione sfuggita, ma tutto si riconduce ad una mente preparata a cogliere e a dare significato non immaginifico bensì razionale ai profumi, ai gesti, agli sguardi, ai lievi accenni, ai sussurri della realtà e del mondo: “Eccolo davanti a me magicamente seduto sul seggiolone galleggiante in un horror vacui. Appoggia stancamente la mano esile alla tempia destra, l’intero suo corpo gravato dall’inutilità del mondo.”. E ancora: “Le finestre dai vetri screpolati e bluastri lasciano penetrare solo una blanda luce artificiale che lambisce le pareti espandendosi sul pavimento ricoperto di pelli di bestie fulve, accarezzando i mobili talvolta semplici come quelli di una sacrestia e talaltra complicati come quelli dell’età barocca. Un grillo è prigioniero in una gabbia di fili d’argento una tartaruga incrostata di pietre preziose s’aggira pigramente nella stanza.”.
Nel 1923 Cristofani è in Olanda, e precisamente “a Leeuwarden nei Paesi Bassi” a intervistare il quarto personaggio, l’incisore Maurits Cornelis Escher, il quale dà una risposta che conferma le “affinità elettive” che uniscono il nostro autore ai suoi artisti più amati: “Sono sempre stato ossessionato dai contrasti, la vita stessa è possibile solo quando i sensi li percepiscono.”.

Quando si passa ai personaggi letterari, non si può che cominciare con Oscar Wilde, il quinto personaggio, con cui il tema dell’omosessualità si fa esplicito e si colora di atmosfere che ci rimandano al Satyricon di Petronio Arbitro e all’omonimo celebre film di Federico Fellini.
L’autore scrive: “Il caffè Pousset è dove ci ritroviamo più spesso. Lì c’è sempre la gente interessante che può appagare le mie curiosità di provinciale in cerca di emozioni nuove. Sono venuto a Parigi per scuotermi dalla polvere delle soffocanti abitudini del paesello e a casa voglio tornare diverso e come nuovo, e non mi importa se questo forse dispiacerà ai miei familiari.
Il Pousset è popolato di artisti sconosciuti scribacchini falliti e aspiranti attori di cabaret, oltre ai soliti ragazzi in cerca di polli da spennare.
Le ore passano senza annoiarci mai, lo sguardo vaga senza posa nei vari angoli del locale mentre discorsi senza senso si intrecciano a inutili parole sulla vita.”.
Vi è ritratta una quotidianità che si lascia andare e trasportare dentro una specie di mollezza ed inedia vivificatrici. Non siamo di fronte, infatti, ad una rinuncia a vivere ma a una scelta consapevole in direzione di una espressione che tende a nascondersi e che ha bisogno, al contrario, di rivelarsi.
Preso da momentaneo entusiasmo, Wilde si lascia andare: “Il piacere è la sola cosa per cui si dovrebbe vivere, e niente fa invecchiare più della felicità.”. Che diventa regola e dogma.
Oscar Wilde si è rifugiato a Parigi, dopo aver scontato la pena di 2 anni inflittagli in Inghilterra a causa della sua omosessualità, al centro “di una vasta e odiosa corruzione fra la gioventù”. Sappiamo da alcune descrizioni lasciate da amici, tra cui André Gide, che la sua condizione fisica e morale era terribile. Gli erano caduti perfino i denti. Cristofani ce lo ritrae e ce lo dona in una specie di tentativo di rinascita e di rivincita che il grande artista cerca di recuperare.
Muore il 30 novembre 1900, a 46 anni: “No, gli inglesi non mi perdonerebbero mai di superare il secolo.”.
Chi va al Père Lachaise, a Parigi, trova sempre un fiore sulla sua tomba.
Amalia Guglielminetti fu una scrittrice di successo, di cui anch’io mi occupai quando composi “Narratori minori sotto il Fascismo”. L’opera che recensii fu “Il pigiama del moralista”, del 1927.
Amalia è la figura dell’innamorata che della passione per il poeta Guido Gozzano fa la ragione della sua vita. L’autore cerca di distrarla, poiché Gozzano, malato di tisi, non corrisponde appieno al suo sentimento, e osserva il comportamento di Amalia come interessato a capire che cosa possa generare l’amore e quali fervori e fermenti esso possa suscitare nell’individuo, in questo caso una donna.
Con Amalia, l’amore tout court si mette al centro dell’opera.
Ogni specie di amore è oggetto di attenzione e di culto da parte di Cristofani, poiché esso muove e determina la vita di ognuno di noi.
È, dunque, una strada interessante, quella che l’autore sta percorrendo coi suoi racconti. Vi si mescolano curiosità e conoscenza, ricerca e riflessione. Ogni personaggio che incontra è il tassello animato e vivo di un mosaico che interpreta e spiega la nostra esistenza. Scrive: “Ma restavo a guardarla torcersi e dilaniarsi, e soffrivo in silenzio.”.
“Maestro ma voi siete creatore di infinita bellezza, i maggiori regnanti desiderano le vostre opere e il Papa a voi si rivolge per glorificare i templi di Dio, le vostre creazioni destano ovunque grande ammirazione.”. E ancora: “la sua fame d’amore e di bellezza non si placa mai.”.
Siamo al settimo racconto e chi ci attende è nientemeno che il grandissimo Michelangelo Buonarroti, figura immensa, forte ma anche inquieta: “Come un recluso, vive nelle stanze oscure della casa romana di Macel de’ Corvi con la sola compagnia del fedele Baccino, due ombre che non si incrociano mai.”.
Michelangelo coltiva un amore segreto per un giovane della nobiltà, Tommaso De’ Cavalieri, di 18 anni. L’autore s’insinua e glielo ricorda. E l’artista: “a me apparve come un angelo salvatore (…) Io vecchio e brutto ne fui tutto illuminato.”.
Non siamo di fronte, dunque, ad una passione dei sensi, ma a una ragione di vita. L’autore scava nei suoi personaggi, non è mai neutrale. Ha interesse a consegnarci una umanità intrisa di amore, un amore assoluto, che non ha scomparti e confini. La sua variabilità è solo forma, ma non sostanza. L’amore è uno e universale. E può generare ogni tipo di emozione, dalla esaltazione, alla frenesia, all’impulso, alla gioia, alla irrazionalità, all’inquietudine, al dolore, alla delusione, alla sconfitta. È l’amore che entra nella persona e la vivifica rendendola unica. Scrive l’autore: “Dopo queste confidenze mi sento più rilassato in compagnia dell’uomo nascosto nel suo mito.”. E ancora: “mai potrò dimenticare l’incontro con un artista creatore di luce che vive nell’ombra, infinitamente solo e infelice.”.
A questo punto, si comincia a capire che ogni racconto, o meglio ogni personaggio, ci consegna una sfaccettatura significativa dell’amore e della sua indispensabilità e pervasività nella formazione della vita di un uomo.
Non è un messaggio da poco.

È trasparente e infuocato l’amore tra Giuseppe Verdi e la soprano Giuseppina Strepponi, “donna brillante e piena di fascino sottile destinato a colpire”, che, da casto, dal momento in cui Verdi sarà vedevo si trasformerà in amore appassionato: “Dopo che Giuseppina s’era ritirata dalle scene e trasferita a Parigi, il musicista aveva seguitato a scriverle lettere infuocate di desiderio e d’amore.”. Il protagonista-autore la conosce bene e la frequenta: “Era una donna libera, consapevole del proprio valore come soprano lirico ma anche della difficoltà di essere accettata nella società, al di fuori dell’ambiente artistico, che disapprovava la sua condizione di donna non sposata con figli.”.
Quando Verdi va a trovarla a Parigi, gli giunge una lettera da un amico che lo avvisa che quel rapporto è criticato dalla buona società. Verdi non gli dà importanza. Il suo amore è più forte delle convenzioni sociali. Risponde all’amico: “Non ho niente da nascondere. Nella mia casa vive una donna libera, indipendente, amante come me della vita.”.
L’autore, dei personaggi che incontra, sa e vuole sapere tutto; non si accontenta dell’apparire, del sembrare, delle esteriorità, ma penetra nell’intimo tanto della persona che dell’ambiente in cui si muove.
Ambiente e personaggio sono intrinsecamente legati e in stretta corrispondenza; un amalgama perfetto che consente all’autore ad ogni racconto di offrirci le parti meno appariscenti, forse perfino le più recondite, della vita.
Il suo occhio osserva e penetra, analizza e partecipa con amore.
L’amore si conferma il filo rosso della raccolta, alla quale attraverso il lettore trasmette calore, solidarietà e perfino ammirazione e condivisione: “Ma Verdi adesso ha preso una decisione non più procrastinabile e invita Giuseppina a preparare i bagagli: la condurrà con lui a Busseto, sua casa di famiglia, e sfiderà il mondo.”.
Già in passato ho lodato di questo autore lo stile semplice, ordinato e privo di ornamenti inutili, intriso piuttosto di un pathos raffinato e sensibile che ne fa oggi una presenza nel nostro panorama letterario di tutto rispetto. Vi è una nobiltà e purezza d’animo che si trasfondono spontaneamente nella scrittura e le si avvertono per una sensazione di intimità e di dolcezza che pervade il lettore. Un esempio lo possiamo trovare nell’incipit dell’incontro intitolato “L’isolotto sinistro sotto un cielo tempestoso”, che ha come protagonista il pittore svizzero Arnold Bocklin: “I quadri di Arnold Bocklin, da sempre, mi incantano e mi fanno pensare. Stranezza e atmosfera e l’esaltazione del Meraviglioso ne fanno opere che permettono di evocare quello che non si è mai visto, riproduzioni perfette che possono avverare i nostri sogni. Il significato interno dei suoi lavori raggiunge l’apice quando affronta i grandi temi dell’umano destino: la Natura, l’Amore, la Guerra, la Morte.”. Ma anche uno stile che richiama talvolta modelli di architettura decorativa, come il Liberty, ad esempio: “… E sono stanze di muri screpolati con soffitti incombenti, illuminati da chiarori folgoranti e improvvisi, inattesi varchi claustrali all’aperto con aiole di fiori finti racchiuse in cancelli dai rigogoli d’oro, scalinate di stucchi e mosaici come boschi pietrificati.”. Un altro esempio: “Non si devono ricevere molti ospiti in questa villa seminascosta tra la vegetazione cresciuta disordinatamente intorno e a tratti ripiegata su di essa come a proteggerla, o a ferirla. Un eremo di delizie chimeriche tinto di colori fittizi e irritanti, uno sfavillio che adombra il sentimento di vita gaudioso offuscato però da macabri fiati.”.
Questo racconto-incontro è particolarmente interessante per i vari modelli di scrittura che ci offre. Ecco un’altra descrizione: “Affondato nella sua poltrona con aria affabile, il Maestro che dà fasto alla dimora lampeggia dagli occhi socchiusi un’amabile follia, dolce come zucchero letale. Il corpo è magro e illanguidito, le labbra dischiuse e anelanti, le mani aperte, ma la sua espressione assai cordiale fa sì che tutti i miei timori svaniscano all’istante.”.
Siamo tornati indietro nel tempo. Ora è il 1895.
Nella stanza, attaccato alla parete, c’è il quadro che il protagonista venera: “L’Isola dei Morti”. Gli domanda l’artista: “Ti piace?” e lui risponde: “Mi piace! No Maestro, io quest’opera la venero, la amo alla follia, da anni una sua riproduzione ritagliata da un libro mi è compagna accanto al letto, guardandola sempre vola la mia immaginazione. Nelle sere di quiete mi fa pensare alla caducità della vita allora piango ma un pianto dolce quieto, quasi consolatorio. Quando invece fuori diluvia e il vento scuote le porte il loro tintinnio mi inquieta e quell’immagine mi fa paura. Allora fisso nel quadro il mare scuro e calmo percorso da fremiti di schiuma e immagino la tempesta terribile che spazzerà via l’imbarcazione fragile con la bianca figura ammantata in un sudario. E mi domando se sia un vivente un morto o un fantasma, o l’anima che accompagna le proprie spoglie carnali verso l’ultima dimora, l’isolotto dei cipressi scuri. Su quell’immagine la mia anima spesso tormentata dipana le proprie storie interiori e fantasiose, ché di vere emozioni la vita fin qui è stata con me avara.”.
In questo brano bellissimo, dagli spunti goticizzanti, che si appoggia al celebre quadro insinuandovisi profondamente, c’è, svelato e circonfuso, tutto il protagonista-autore. È lo specchio della sua anima.
Della morte mette in bocca a Bocklin queste parole: “La morte è l’ombra che al pari di eros ha dominato questo secolo. È una pianta maligna con un fiore che incanta ma stordisce, il veleno delle sue bacche eccita ma distrugge. Della morte se ne ha paura, e tuttavia vi si adombra la fonte di sottili piaceri.”.
L’amore tra Arthur Rimbaud e Paul Verlaine è rievocato nel decimo incontro. Il protagonista-autore incontra a Londra il poeta di “Una stagione all’inferno”: “Allampanato e magrissimo, capelli scomposti e abiti lisi, altezzoso e solenne.”. Ha appena litigato con Verlaine il quale lo ha abbandonato e lasciato senza soldi. Ancora nutre del rancore verso di lui e non lo nasconde: “quanto a crepare, conosco bene la sua vigliaccheria! È solo un isterico che si sfogherà annoiando tutti quelli che incontra.”.

È il momento, ora, dell’entrata in scena della “Divina” Greta Garbo, un personaggio così celebre e amato dal pubblico di tutto il mondo che il solo affrontarlo metterebbe a chiunque i brividi. Ma Cristofani sa che nessun impedimento deve ostacolare il programma dei suoi incontri, i quali, così svelati, ci rivelano anche i tasselli del mosaico della sua anima. Tutti i personaggi stanno sopra di lui, davanti a lui, dentro di lui.
“Fu una bambina silenziosa ribelle e poco socievole, insofferente alla disciplina scolastica. Era assetata di sole e di luce, di aria libera, di vasti orizzonti.”.
A domanda, risponde ricordando il suo primo amore, Gustav: “Ci bagnavamo nudi e poi si restava in silenzio sulle scogliere a guardare lontano, oltre l’orizzonte, cercando di immaginare il nostro futuro.”.
L’autore le ricorda il suo grande amore, il suo primo regista, Mauritz Stiller e lei non può che rievocare il suo amato: “Era fisicamente un colosso dal volto martellato solcato da due grandi rughe, un paio di baffi ispidi, due occhi ceruli e severi e una nobile fronte. Un colosso alto quasi due metri.”. E prosegue: “Mauritz… Per me è tutta la Svezia, è tutta la mia fama. Se io sono in America, se sono quella che sono, è merito suo. Questo nome racchiude per me, oramai, tutta l’ammirazione e tutto l’affetto che gli avevo dedicato, e il profondo strazio che ho provato per la sua morte improvvisa.”.
Sempre più l’intervista penetra nella vita privata della grande attrice. L’autore è curioso, impertinente; ma sa come mascherare con delicatezza la sua impulsività. È scaltro. Infine si congeda: “So che nei giorni a venire non potrò pensare ad altro che a quell’incontro, a quella donna bellissima e misteriosa, ancora giovane eppure già carica di fatica e d’amore e che vive consumandosi tutta nelle espressioni della vita delle eroine che interpreta così mirabilmente.”.
La cantante e attrice Milly (al secolo Carolina Mignone), oggetto di un altro incontro, “Era piccola e minuta, abito nero lungo e un boa di struzzo, acconciatura semplice come gliela avevamo sempre vista nelle sue partecipazioni teatrali e televisive.”.
Un Edith Piaf italiana: “La sua voce inconfondibile, bassa e roca, dava i brividi. Una voce che era l’essenza stessa di un mondo che andava spegnendosi negli ultimi bagliori.”.
Me n’ero dimenticato di questa cantante che ebbe tanti affezionati sostenitori che in lei, nella sua bellezza e fragilità con quel suo boa di struzzo sulle spalle, trovavano la magica porta che li metteva in confidenza con il loro spirito.
Al nostro autore la cantante, già anziana, nel corso di uno spettacolo dedicherà la canzone “Ieri sì” di Charles Aznavour, “che negli anni avvenire ascolterò tante volte ricordando quel momento prezioso.”.
Decadentismo dannunziano e mollezza da dandy compaiono ottimamente espressi in questo incontro in cui l’autore è l’unico spettatore giovane nella “Casa per Anziani”, dove Milly tiene un recital: “Gli applausi prolungati la commossero fino alle lacrime e quando allargò le braccia fu come stringere a sé tutte quelle persone che aveva sentito così partecipi alla nostalgia d’altre stagioni ed altri amori. Anche per lei il tempo della gioventù era ormai lontano e quello rimanente s’era di molto assottigliato.”.
James Dean (Jimmy), l’attore amato da tutte le ragazze del suo tempo, e diventato un mito, morì in un incidente stradale. Appassionato di auto sportive, gli piaceva lanciarle nella corsa. Rolph Weutherickl, il suo meccanico e amico, che gli sedeva sempre accanto, racconta il giorno in cui, sopra la sua Porche, accadde l’irreparabile: “Erano le 17,59. All’improvviso apparve una macchina grigia che sfrecciò, ma in direzione contraria e ci veniva incontro, vicina sempre più vicina… E fu la fine.”; Rolph continua: “L’urto tremendo mi sbalzò sul ciglio della strada, ma Jimmy restò incastrato tra il sedile e il volante. Morì poco dopo… Aveva solo 24 anni.”.
L’autore aveva incontrato Jimmy la sera prima della sua morte. Si voleva accomiatare da lui, ma Jimmy gli aveva detto: “No restiamo ancora un po’ qui, aiutami a svuotarmi completamente la testa… Voglio pensare solo alla mia vittoria di domani.”.

Il Vincent che si taglia un orecchio per una lite con l’amico Paul Gauguin, è ovviamente Van Gogh. Cristofani immagina di frequentare la stessa casa di tolleranza visitata spesso da lui e da Gauguin. Una delle ragazze, Rachel, gli svolge davanti un fazzoletto in cui sta racchiuso l’orecchio mozzato: “Rimango sbalordito, non ricordo di aver provato una sensazione di schifo e di orrore come questa.”. La casa di tolleranza si trova ad Arles, il paese immortalato in uno dei suoi quadri più famosi. Un giorno l’autore lo incontra lì, come al solito “sempre ubriaco”: “Sbava intorno a Rachel, la sua preferita, una ragazza per niente bella e molto volgare che però gli piace, forse per l’aria spavalda e aggressiva pronta a tramutarsi all’improvviso in paura quando negli occhi pesantemente bistrati luccica una luce di pianto. Capisco molto bene Vincent, quella ragazza attrae irresistibilmente anche me anche se con lei non mi sono mai appartato. Al contrario di Vincent, nelle cose del sesso ho molte più inibizioni, e non basta il vino per scioglierle. Così scelgo sempre donne sempliciotte e mature dai grandi seni accoglienti e materni dove posso abbandonarmi dopo le mie défaillances sessuali. Mi semplificano, mettendomi in grado ogni tanto di faire l’amour.”.
Sono atmosfere grasse e incendiarie che Cristofani ama descrivere come irresistibili e necessarie alla vita. Il passaggio da queste ad altre di raffinata delicatezza è in lui spontaneo e naturale, a dimostrazione di un’anima contaminata profondamente dall’esistenza, da cui tutto trae, ispirazione e conforto.
Così descrive il dolore di Van Gogh alla notizia, che l’autore-protagonista gli reca in ospedale, che Gauguin se n’è andato dalla casa in cui abitavano insieme: “Mi guarda incredulo, scuote il capo due o tre volte poi guarda il viso dall’altra parte come per nascondere il suo dolore, ma ho fatto in tempo a vedere i suoi occhi azzurri riempirsi di lacrime.”.
Si parla di ginestre nel quindicesimo racconto, e dunque? Sì, Cristofani incontra Giacomo Leopardi, proprio lui, l’autore, oltre che del celeberrimo “Infinito”, anche di quell’altro capolavoro che è “La ginestra”.
L’incontro avviene a Napoli, a Villa delle Ginestre, dove il poeta trascorre i suoi giorni, bisognoso di un clima mite: “Ed eccomi al cospetto del poeta, il cuore mi trema: semiaffondato tra i cuscini di una poltrona che pare immensa a confronto del suo corpo minuto e rattrappito, egli mi invita con un gesto stanco. Muovo qualche passo verso di lui accenno a un inchino e lui sorride, un sorriso lieve triste e un po’ beffardo”. Quando si lasciano, il poeta prende la copia di un suo libro e “su una pagina bianca appone il suo nome e me lo porge.”. Nell’allontanarsi dalla villa, l’autore si commuove: “E mentre a passi lenti mi allontano dalla villa, sulla copertina del tesoro ricevuto cade una lacrima su Giacomo Leopardi il nome del poeta amato.”.
Tutti i personaggi presenti in questa raccolta si rianimano come destati da un lungo sonno e riprendono a vivere, ma restano immersi nel loro tempo. Ne sono non soltanto protagonisti ma anche testimoni.
Se non sapessi che Franz Christophe è realmente esistito (Vienna 23 settembre 1875 – Berlino 31 gennaio 1946), questa che appare nel racconto sedicesimo è l’immagine del nostro autore, i cui disegni evocano quanto egli attribuisce al talentuoso illustratore austriaco: “Franz infondeva ai suoi personaggi una visibile gioia di vivere, uomini e donne dall’apparenza spensierata anelanti solo all’amore e ad essere felici. Anche quando erano rappresentate parti intime, tutto rimaneva avvolto nel decorativismo che ne attenuava l’esplosiva carica erotica.”. E ancora: “È davvero sorprendente la sua abilità nel creare particolari d’ornamento ambigui, che però a prima vista appaiono del tutto innocenti: soddisfacendo così il gusto decorativo di certuni come quello per i richiami erotici di altri. La riconosciuta maestria di Franz è infatti quella di far apparire a prima vista del tutto innocenti certe decorazioni degli abiti o delle acconciature; e poi, ad una attenta e maliziosa osservazione però, da essi si vedono emergere simboli sessuali raffinatamente stilizzati. Sono benissimo rappresentate, per esempio, le atmosfere erotiche di attesa.”.
La chiarezza della scrittura sa effondere, anche nella sua trasparenza, sentimenti e ambivalenze del personaggio intervistato.

Ci attende ora un monumento della letteratura, un mostro sacro: Marcel Proust. Già il titolo coglie lo spirito di questo titano: “Marcel, dagli allegri salotti alla camera silenziosa”. Che altro non è che l’espressione di un passaggio che decise la fama di Marcel, il quale da osservatore della società qual era grazie alle sue frequentazioni, si rinchiuse poi nella sua camera per darne contezza al mondo attraverso la sua opera più famosa “Alla ricerca del tempo perduto”, scritta tra il 1909 e il 1922, l’anno della sua morte, e pubblicata in sette volumi tra il 1913 e il 1927.
Se lo sentiva sin da giovane (“era molto bello, andava pazzo per i ricevimenti e i salotti alla moda”) che quello dello scrivere sarebbe stato il suo destino: “Voglio divertirmi finché avrò la forza per farlo. È la mia personale viacrucis in cui io sono il condannato che un giorno risorgerà nel silenzio dell’oscurità, per scrivere tutti i libri che sento nascermi dentro e maturare pian piano e che sono in attesa di venire alla luce.”.
Malato (frequenti i suoi attacchi d’asma soprattutto di giorno, per cui dorme di giorno e veglia la notte) e costretto a letto, dice all’autore: “Sto facendo tappezzare la mia camera con pannelli di sughero, sarò così isolato da ogni rumore. Mi è necessario per scrivere, per scrivere.”. E più avanti: “Però quando gli propongo una breve passeggiata serale spesso accetta sorridendomi riconoscente.
Ho promesso a me stesso che veglierò su di lui senza farmene accorgere, a distanza e con discrezione, ma gli farò sempre sentire la mia presenza. Sa che può chiamarmi in ogni momento, che può contare su di me e quando proprio non ce la facesse a scrivere di suo pugno potrebbe dettare a me il suo grande romanzo, ed io ne sarei felice.”.
Da questo racconto apprendo una notizia che mi fa molto piacere. Proust adorava il quadro di Jan Vermeer “Veduta di Delft”. Sono stato a Delft, località superba e suggestiva, e sono andato a cercare il punto da cui il celebre artista molto probabilmente ritrasse la città. Riuscii a vederla, dunque, nella stessa visione e prospettiva del suo autore. Anche per me, è uno dei quadri più belli al mondo, insieme con “La Ragazza col turbante”, anche conosciuta come la “Ragazza con l’orecchino di perla”.
I suoi versi sono spesso citati per la forte spiritualità che trasfondono; parliamo di Rabindranath Tagore.
È una figura che Cristofani ha voluto incontrare e non ci meraviglia questo confronto tra due personaggi di grande spiritualità: “A Rabi piace restare sotto il fico dietro casa sua nelle prime ore del giorno, lacrime dolci e melmose scendono dai frutti maturi scivolando sulla sua mano e cadenzando i minuti che passano.”.
Si parla dei misteri dell’esistenza e di come essi procurino dolore e insicurezze: Dice Tagore: “I giorni del silenzio e il domani che diventa ieri, questa è sempre la vita se si continua a viverla. Ombre indistinte parole crudeli e scene di malvagità, gesti pensati per offendere e ferire, tempo che scivola come sabbia fra le dita. Poche oasi, per calmare la sete. Non ero più l’eroe vincente coperto d’oro e d’argento, mi specchiavo senza riconoscermi. Aprivo porte con fragore per non credermi fantasma e mi graffiavo il viso, scrivendo con il vomito il nome di chi fui…”.
La scrittura si fa intensa con bagliori ermetici che ne estendono la significanza di grande spiritualità. Cornice e sostanza insieme per un ritratto profondo.
Didier Barra ,“Col compagno François, era emigrato a Napoli anni prima e i due avevano fatto “bottega” in comune, lasciando credere a tutti che fosse un solo artista, Desiderio, a produrre opere tanto inquietanti e misteriose – da alcuni definite “prodigio degli dei”, da altri “pitture di spiriti e fantasmi.”. Ce lo anticipa lo stesso titolo: “Due pittori, un solo Desiderio”.
Sono artisti del Seicento non conosciuti dai più, eppure entrano a far parte di questa galleria prestigiosa. Perché?
Perché, a loro modo, furono innovativi in quel secolo in cui in Italia dominavano Caravaggio, Luca Giordano, Guido Reni e nel mondo Bruegel, Vermeer, Rembrandt, Velasquez, Van Dick, solo per citarne alcuni. Fra l’altro, nella città di Napoli si era stabilita anche la romana Artemisia Gentileschi.
Questa la particolarità della pittura dei due amici: “Un incendio, un cataclisma, un’eruzione vulcanica servono di pretesto per umanizzare, drammatizzandole, quelle costruzioni di pietra. Le figure umane, diffuse qua e là nella tela – minuscole in proporzione al gigantismo dei muri sbrecciati, e colonnati frananti – paiono invece indifferenti e come ignare da quel che accade intorno.”.

Quasi tutti i romanzi bellissimi di Edward Morgan Foster sono stati tradotti in film. Basti per tutti “Passaggio in India”, del 1924.
Cristofani gli dedica il ventesimo incontro: “Foster nel giardino”.
Foster si trova a Coventry, in Inghilterra: “Feci indagini e scoprii dove abitava, un luogo fuori della città immerso nel verde. La grande villa si presentava all’improvviso, tra i fiori e le piante di un bellissimo giardino.
Ci passo davanti, occhieggiando al di là del cancello, mentre nella mente mi si affollavano i nomi dei personaggi di Maurice, che fra quelli di Foster era il mio romanzo preferito.”.
Maurice è un romanzo scritto da Forster nel 1914 e pubblicato postumo nel 1971, e vi si narra la vicenda di un amore omosessuale ambientato nell’Inghilterra d’inizio ‘900.
Foster è un artista inquieto: “Restava per giornate e notti intere all’ombra di piante dagli strani aromi penetranti cercando un sollievo al malessere che lo lacerava, sospeso su scie astratte e irreali, fissando il cielo terso o nuvoloso o il blu punteggiato dalle stelle.”.
Ha trovato l’amore nel giovane Stelio che gli aveva rasserenato la vita e al quale aveva donato ciò che desiderava di più, un cavallo, che Stelio chiamò Gemello. Poi questo amore si consumò e Stelio un giorno lasciò la casa, lasciando Foster nel dolore: “Quella sera attraversai il giardino carezzando ogni fiore ogni foglia ogni ramo, come a domandare loro conforto. Lui mi aspettava al cancello, in silenzio ci abbracciammo. Poi montò su Gemello e partì al galoppo senza mai voltarsi.”.
“Ero alta e snella, i capelli lunghi fino alla vita, un riso che alcuni giudicavano singolare e queste qualità estetiche mi permisero di farmi notare nell’ambiente artistico. Quando conobbi Rossetti capii però che la strada faticosa l’avevo percorsa solo per giungere a lui.”. È Elisabeth Siddal, la sposa del pittore Dante Gabriele Rossetti, a cui fa anche da modella. Una donna che ha amato e sofferto. Confida all’intervistatore: “Lo amai, ma capii subito che le nostre due nature erano molto diverse tra loro. Per continuare il nostro dialogo, avrei dovuto innanzitutto dissentire dalla sua attitudine… come dire ‘crocieristica’: verso certi attracchi si giunge per necessità piuttosto che per volontà, e cercare di raggiungerli in maniera premeditata è più rischioso che essere in balia di correnti in mare aperto. Io e Rossetti siamo due navi, e importante sarebbe individuare lo stesso faro.”.
Questo incontro ci offre un Cristofani apertamente romantico, dopo che di lui abbiamo conosciuto una scrittura che ci ha fatto ricordare, nelle vicende dell’arte, il Rococò e il Liberty. È una vena sotterranea, tenuta in punta di penna, ma onnipresente. La si respira come il profumo di un fiore nell’aria. In una delle lettere che i due si sono scambiati, il protagonista-autore scrive: “Sì lo ammetto, è l’immaginazione che mi domina, e non è solo deriva ‘professionale’: io, all’immaginazione, soggiaccio volentieri, ed è il solo caso in cui amo essere posseduto. Oltre ad essere accogliente e protettivo, io credo di aver accumulato un bagaglio immenso di cose da donare, e spesso le mie mani restano colme di non dato. Che cosa tremenda sentire tanto amore e non sapere a chi donarlo! Ma oggi la solitudine non è quella di sempre, guardo speranzoso il lume d’un faro in lontananza.”.
Elisabeth, consumata dall’uso del laudano, dirà all’autore: “Rossetti mi ha così a lungo fatto sospirare questo matrimonio che, quando s’è realizzato, l’ho sentito come un dono forzato e comunque non del tutto spontaneo. Si, lui mi ama, ma i continui rimandi della data delle nozze mi hanno sfinito.”.
Quando si sente dire “Un gatto sul tetto che scotta”, più che al suo autore Tennessee Williams si pensa ad Elisabeth Taylor la ‘gatta’ del bel film di Richard Brooks, del 1958, con al suo fianco un altro titano del cinema, Paul Newman.
Ma nell’incontro si parla solo del grande commediografo.
Da notare che, come in questo racconto, tutti i dialoghi e i contenuti di lettere scambiate tra i vari personaggi, sono idealmente create da Cristofani, il quale anche attraverso questa interiore interpretazione dei fatti e dei protagonisti, ci offre una prova maiuscola d’arte e di sensibilità. Scopriremo che tutto dei personaggi è stato costruito a loro misura e immagine.
“Tennessee, fra l’altro, mi confessava che nel 1947 aveva perso il suo grande amico Frank, morto in tempi rapidi dopo una grave malattia, e che il suo stato psicofisico era in condizioni disastrose. Aveva anche cominciato a bere, per sfuggire all’ossessione di diventare pazzo come sua sorella, e che solo il sostegno di un’anima giovane poteva rappresentare per lui, in quel periodo cupo, una vera salvezza. Le sue parole mi commossero. Mi pregava di seguitare a scrivergli, e io lo feci con entusiasmo.”. La corrispondenza tra i due è salutare, soprattutto per il drammaturgo, e ciò a dimostrazione che quando v’è somiglianza di spirito, quando v’è una qualche affinità elettiva, il bilancio di ogni incontro non può che essere una rinnovata esaltazione della vita: “Tu m’incanti con certi ragionamenti. In alcuni ho riconosciuto me stesso di vent’anni fa. E mi riscopro quel ragazzo che un tempo cercava ansiosamente la sua anima, e la verità. Poi la vita mi ha un po’ sciupato, ma ora che sono in sintonia con un’altra anima ancora candida posso rinnovare gli entusiasmi sopiti, ritrovare almeno un po’ della gioia che serve per continuare a vivere.”.
È uno dei motivi che rendono preziosa e del tutto speciale la cura dei rapporti umani per Cristofani. Dirà ancora il drammaturgo: “Non ho saputo crescere ed invecchiare, io, ma va bene così. Ora che ci sei tu non voglio più incurvarmi sotto il peso delle delusioni, né incupirmi fra gli inevitabili disinganni della vita.”.
Divenne celebre a soli 24 anni, Isadora Duncan: “Lei se ne infischia di ogni regola tradizionale della danza e balla scalza, svolazzando nel peplo leggero incanta il pubblico che nei teatri d’Europa le tributa applausi entusiasti.”.
È il ventitreesimo incontro e siamo curiosi di scoprire che cosa ci dona l’autore.
“Fino a pochi giorni prima eravamo due ombre sconosciute e lontane ma stasera siamo come due vecchi amici che si ritrovano adagiati sul canapè e parlandosi fittamente si scambiano segreti. Siamo entrambi avvolti in un’intrigante spira, gli sguardi brucianti luccicano nella penombra. Come vorrei che tutto di questa sera si cristallizzasse per sempre in questo pied-à-terre di Londra che ho affittato per ricevere Isadora!”. Nascerà tra loro una turbolenta passione, ma breve.
Ci troviamo di fronte ancora una volta alla ricerca di un’affinità che esalti la vita.
La raccolta che abbiamo tra le mani, sotto la forma di incontri, cela in realtà un’invocazione solenne e ostinata alla confidenza, alla spontaneità, all’unione, alla importanza di tuffarci ed essere l’uno nell’altro: “non ho mai saputo trovare una linea di demarcazione tra il sogno e la vita.”.
Questa frase rappresenta tutto il libro.

I Fitzgerald, Francis Scott e la moglie Zelda, furono una coppia celebre, spendacciona e turbolenta. A Parigi, dove si erano stabiliti, tutti andavano per incontrarli, oltre che per incontrare il cenacolo di grandi artisti che vi avevano fissato la propria dimora, tra cui Ernest Hemingway.
Con la figura di questo scrittore viene marcata l’irrequietezza giovanile dell’artista, la quale è anche premonitrice della sua arte. Ecco le parole messe in bocca a Fitzgerald: “Quando ero un ragazzetto inquieto riempivo il mio sacco e partivo. I miei coetanei erano tutti casa e famiglia, non ho mai capito se provassero invidia per me o se mi considerassero un po’ fuori di testa. I loro genitori mi guardavano con aria sospettosa quando li incontravo, e i miei non capivano perché fossi tanto irrequieto… Ma non hanno mai potuto fermarmi.”.
Il venticinquesimo racconto è costruito come un dialogo più che tra un uomo e una donna, tra due anime. I protagonisti sono semplicemente e significativamente Io e Tu. Ed il Tu nasconde il volto celato di Sibilla Aleramo, del cui burrascoso amore con Dino Campana si è fatto una leggenda. E l’Io non ha importanza chi sia, se l’autore stesso o altri che voglia disvelare sé e nello stesso tempo la sua interlocutrice. Una specie di rabdomante dei sentimenti, e ancora di più: il costruttore e l’analista di una somma radiografica di quei fili che tessono la nostra esistenza. Io dice ad un certo punto: “Bello è quello che senti e come me lo fai capire. Ci fa belli il sogno di tutti quelli che conoscono i dintorni dell’amore, più importanti completi e rasserenanti dell’amore stesso. Io non ti riempirò mai di lacrime e parole, non ti userò per farti perdere il riflesso di questa bella luce. È un grande privilegio scriverti, comunicare con te e con la tua anima. Hai spezzato il cerchio che mi isolava impedendomi di ricevere il calore della vita, necessario a vivere con coraggio agguantando al volo l’ottimismo, quello che non fa sentire la solitudine fisica come uno spauracchio insopportabile. Vorrei incontrarti nell’estate che finisce, quando tutto si dissolve e si rigenera, quando piangere è una cosa dolce che fa bene.”.
Queste le parole della donna: “Ora so che in quest’anno di grazia 1927 ci siamo incontrati e la nostra vita è cambiata, io ero là dietro la porta dischiusa tu hai bussato tante volte e io sempre ti ho aperto con le braccia tese. Mi piace pensarlo per dare forza all’intenzione di non perderti, a restare così come siamo e come ci siamo scelti.”.
Con questa raccolta, Cristofani ha toccato la vetta, come nella pittura l’ha toccata con i suoi inimitabili gatti.
Nella scrittura ormai il suo cammino è spianato. Di questi racconti, ne aspettiamo e vogliamo a iosa. Sono l’occasione per donare genuinamente e con la trasparenza di un cristallo, e noi lettori per ricevere (“Qualunque gesto che facciamo è sempre un documento di noi stessi”), la complessità e la delicatezza di un’anima.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart