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LETTERATURA: Meccanizzare

25 Gennaio 2008

racconto di  Matteo Ongari

Nel grigiore di un meriggio montano, Emilio scende dalla macchina sporca, una Uno rossa diventata quasi marrone. Si guarda attorno prima di far tappa nell’ennesimo bar.

Un lampione ostinato, dal collo a giraffa, emette bagliori giallognoli. Tutti gli altri, in fila indiana, se ne  stanno spenti. L’uomo si chiede in base a quale incredibile logica quella luce rimanga accesa: si è sballata la fotocellula? o magari semplicemente è un segnale divino che lo invita a proseguire verso il suo destino? Chissà, sembra davvero un segno soprannaturale.
Ogni giorno, da molto tempo a questa parte, Emilio fa passare ogni caffè che si trova lungo la provinciale. In fondo poco gli resta oltre quella via crucis alcolica.
Una volta non andavano così, le cose. C’era lavoro. Adesso sembra un’utopia, ma c’è stato un tempo in cui d’estate si tagliavano alberi, si segavano tronchi e rami, si riempivano camion e legnaie di tronchetti; d’inverno non ci si fermava mai: si costruiva in valle, si facevano lavoretti di falegnameria e, quando le nevicate erano abbondanti, si spalava la neve da strade, marciapiedi e vialetti.
I signori della pianura, quelli della seconda casa, non vogliono disordine.
Emilio era un boscaiolo. Sudava ma era felice.
Poi ci fu la prima, piccola rivoluzione. Cambiarono i tempi e il turismo diventò più importante che l’antica vita montanara. E allora nacquero nuove mansioni, pensa con sconforto Emilio mentre prende in mano la sua fedele ombretta di Teroldego. Non sa quanti ne abbia già trangugiati, oggi, nel suo solitario girovagare.
Non si ricorda nemmeno da quanto va avanti questo quotidiano peregrinare in posti polverosi e maleodoranti, con pochi tavoli di formica impiallacciata, decine di seggiole svirgole e anziani che ponzano poggiati sui gomiti.
Nella sua barba ingrigita, c’è disegnata la fatica del lavoro. Nei suoi folti capelli unti, bisognosi del barbiere, c’è la disperazione dell’ozio.
-“Chi dice donna dice danno!”
Emilio ripete questa frase, ossessivamente, ad ogni avventore che gli si avvicini. Come se la colpa delle sue disgrazie sia dovuta all’emisfero femminile del genere umano. Sa benissimo che non è così. Lo dice per darsi un tono, ormai lo conoscono tutti compresi i baristi che lo compatiscono. Nessuno fa più caso alla strampalata mania di citare proverbi a sproposito.
Osserva la sua mano destra. All’anulare il giro dorato della Vera. Chissà sua moglie, a casa, cosa starà facendo? Quelle falangi indurite una volta squartavano abeti con la roncola. Dopo, in mancanza di meglio, infilavano dischi di skilift nei sederi dei nuovi padroni, i villeggianti.
Quello fu il primo, vero, cambiamento. Che subito aveva significato altro lavoro.
Ci furono pendii da preparare, vegetazione da sfoltire sulle piste, piloni delle seggiovie da impiantare, riempirne le fondamenta di cemento armato. Inoltre s’era pure inventato muratore: quanti alberghi, anche solo camere aveva sistemato. Quanti parcheggi aveva dovuto asfaltare. Alle prime spruzzate di neve bisognava levigare le discese e poi far manutenzione alle sciovie che ogni tanto si inceppavano. Mica si poteva trasgredire, mettendo a repentaglio la sicurezza di chi la montagna la sfruttava soltanto, pagando profumatamente.
Adesso non sa cosa farsene di tutti i suoi dolori, Emilio. Quelle mani callose, quelle braccia ancora vigorose a nulla gli servono, se non a trascinarsi svogliato da una osteria all’altra, tra fumi di sigaretta e scarichi di vetture, a ingollare bicchieri.

Quella fu la prima fase, la meccanizzazione. E si stava ancora bene. Certo non si arrivava più a casa alla sera con la stessa fame, con le spalle distrutte dalla sega e le gambe sfiancate dalle salite. Era tutto un altro andare: si aspettava che i discesisti decidessero di tornare in cima per poterli agganciare alla fune. 
D’estate poi, finiti i grandi lavori edili, non si riuscì neppure a disboscare.
Chiusa un’epoca se ne apriva un’altra ancora peggiore.
Arrivarono squadre dalla pianura. Gente inquadrata come battaglioni d’esercito e dotati di macchine enormi, gru dalle braccia prensili che abbracciavano gli alberi e con lame rotanti li tagliavano di netto, finendo di caricarli sui rimorchi.
E così addio alle pinete. Rimasero solo lavoretti di contorno: le fronde e i rami sottili da raccogliere, bruciare o macinare.
Emilio diventò un tralcio secco, una pianta senza speranza.
Prende di nuovo la macchina. I suoi occhi cisposi a stento riconoscono la serratura. Adesso è già scuro, imbrunisce presto l’inverno. Tutti gli altri lampioni hanno assecondato quello ostinato. Fa attenzione a muoversi sulla strada: la sua vettura è vecchia e va piano, intralcia il passaggio.
Sa già dove andrà a parare. Si appoggerà ad un altro bancone, tarlato e scheggiato; sentirà ancora odori stantii di crauti cucinati nel retrobottega.
Per cambiare ordinerà una birra. La grappa no, troppo forte per l’oblio.
Quanti altri perditempo come lui ci sono in valle? Girano sempre le stesse facce desolate. Gente che sapeva fare, che aveva mani come utensili.
Venne poi, quando ancora un lavoro, seppur misero c’era, la vera rivoluzione. Quella tecnologica.
Molti, i deboli e i vecchi, vennero uccisi come mosche sullo nastro adesivo.
Pian piano gli impianti di risalita, obsoleti, vennero sostituiti.
Nuove seggiovie quadriposto sorsero al posto dei miseri skilift. Lussuose cabinovie  veloci scansarono le antiche funivie. I computer cominciarono a gestire l’impresa turistica spodestando le fallibili risorse umane.
Va da sé che ci furono tagli netti al personale. Rimasero i giovani, abituati alle diavolerie elettroniche, quelli capaci di garantire il funzionamento del sistema.
C’era bisogno di gente che sapesse leggere le schermate di un elaboratore, pigiare sui tasti giusti. Della mera forza fisica si faceva a meno.
Emilio arriva a destinazione. Scende dall’auto, tristemente abbandonata accanto al mucchio di neve sporca. Entra nel bar. Mentre si avvia al banco, togliendosi il giaccone consumato, sa già che parlerà delle stesse identiche cose.
Anche se è Natale.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart