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LETTERATURA: Michele Saponaro: “Peccato”, 1919

8 Agosto 2019

di Bartolomeo Di Monaco

(Uscito dai Fratelli Treves Editori nel 1919. Ristampato da Mondadori nel 1925).

Il romanzo, scritto nell’inverno del 1915, è narrato in prima persona. Siamo sul treno che da Roma porta a Pescara. Fuori “Pioviccica: batte l’acqua sui vetri a sferzate: nelle pause del cammino, per ogni stazione, si ode l’ululo del vento tra gli eucalitti.”. È una scrittura legata al suo tempo, anticante (“A me veniva con più chiaro riso”) e robusta. Il protagonista, Ninì (diminutivo di Guido), ventisette anni, ha preso il treno per andare a fare una visita in Puglia (a Casamassella, presso Otranto) al fratello contadino, Totò (diminutivo di Salvatore), scapolo (“signorino”). Il biglietto è costato cinquanta lire, che si è trovato in tasca dopo una giornata fortunata a Roma, dove, fatta la visita al suo editore, ha ricevuto “due biglietti da cento” per una sua traduzione dal francese: “la generosità dell’editore è stata singolarmente pronta.”. Verrebbe da invidiarlo. Le cinquanta lire erano destinate a passare un po’ di tempo con una vecchia fiamma, Ines, ma poi, alla stazione dove si eran dati appuntamento, aveva trovato il treno per Pescara e poi per la Puglia, e così l’aveva preso, rinunciando all’appuntamento. Ecco un esempio del suo periodare: è giunto a Casamassella, il fratello è alla stazione ad attenderlo e gli fa festa, poi salgono su di un “biroccio” per recarsi a casa, alla fattoria: “Andammo per mezz’ora su quella strada bianca nella notte nera, al lento ambiante che consentivano al cavallo le pozzanghere frequenti e il recente  brecciame non anche pestato”. L’atmosfera che si respira è intensa e odora già del Sud contadino e assolato. Gli dice il fratello: “Ma ti avvezzerai anche tu al sole. Oh non dubitare, finirai col sapere apprezzare tu pure la sua compagnia.”. E poi: “Sveglia, alle cinque. In compenso si va a letto alle nove.”.

Cia (diminutivo di Lucia) è una giovane domestica in casa di Totò, ha diciassette anni, è “alta, agile, bellissimo fiore primaverile”. Gira sempre intorno a Ninì, mostrandosi civettuola e maliziosa. Di lei il protagonista, osservandola, pensa: “Hai un bel visino, con due occhi grandi e neri, che bruciano dove fissano lo sguardo; hai una capellatura abondante, per incuria ora accatricchiata ma che domani, strigata per bene, diverrebbe un tesoro; hai un bel corpo che oggi tenta romper con impeto la guaina e domani sboccerà meravigliosamente. Attendi, cutrettolina, attendi.”. Come si vede, l’autore sa fare uso di termini popolari (ne troveremo molti, e tutti gustosi), rendendoli ficcanti e fasciandoli ai personaggi. Cia ne è investita per la sua strabocchevole personalità: “Aveva una maniera di ridere singolare. Rideva prima di gioia, fragorosamente; poi seguitava a ridere del suo riso per celia, e la celia diveniva ebrietà: allora non sapeva più contenersi. Dimenticava il motivo del riso: rideva fuori di sé, per la felicità del ridere. Un riso di tutto il corpo: per la bocca, per le gote imporporate, per gli occhi luminosi, per un tremito del petto e delle braccia, quasi convulso.”. È ammirevole la cura con cui l’autore segue questa ragazzina piena di brio e anche di mistero, visto che qualche passo precedente lo insinua, allorché descrive la strana remissività della vecchia domestica Mena, di settantasette anni, nei confronti di Cia. Ci dice l’autore che una ragione c’era: “Dovevo comprenderlo più tardi, troppo tardi: ella sapeva quello che nessuno sapeva.”. Che cosa sa la Mena di Cia? Lo scopriremo alla fine.

Nel corso di una passeggiata che il protagonista e Cia fanno alla torre del peccato, luogo infestato da paurose leggende, incontrano una vecchia (“Nonna: non aveva altro nome; nessuno sapeva quale fosse il suo nome.”. A lei ritornerà parlando dell’amore nel capitolo V), la quale vi ha stabilito il suo rifugio. Ha due cani vicino a sé, “macri, spelati, sfiniti.”. Il suo volto è “un nodo arido di ossa teso come un pugno su un collo secco come una fune e chiuso in una corteccia di pelle scabrosa, su cui brillavano i due occhietti viperini.”.

Ci si affeziona a questa scrittura, pur così legata al suo tempo. Ricorda il verismo dei narratori meridionali. È fatta di uno sguardo lungo che scruta ed illumina. E attira a sé come se quello sguardo possedesse una calamita: “La Cia scherzava con la vecchia arditamente, quasi con tenerezza, le abbassava su la fronte il fazzoletto che le era cascato alla nuca scoprendole il capo tignoso simile a un sasso denudato dal musco che lo rivestiva, glielo annoccava sotto la bazza irrequieta: poi correva a bagnar le mani nel folto delle erbe, e le lavava con quell’umore la faccia rappresa di terriccio.”.

La vecchia è rimasta sempre eguale: “Dieci e quindici anni a dietro era stata la stessa vecchia che ora rivedevo: piccola, insecchita, catorzoluta, corrosa, come inconsistente. Il tempo passava senza romperla, le spolpava la carne lasciandole intatto lo scheletro, le succhiava il sangue lasciandole intatto il cervello. Le aderiva sempre più la pelle su le ossa come a difenderle il cuore da un nemico invisibile. Quanti anni? Allora, al tempo della mia infanzia, parevano cento; ed ora? Ancora cento.”.

Quando compare Titta, il fattore del fratello Totò, ci deliziamo di un altro bel ritratto. Titta è un uomo robusto, di armoniose fattezze. Conosce il suo lavoro e sa trattare coi contadini, che gli ubbidiscono conoscendo il suo valore. È taciturno, di solito: “La sua terra, il suo lavoro, l’interesse del padrone lo facevano diventare persino loquace, quest’uomo taciturno. Ma parlava lento, volgendo gli occhi pacatamente intorno, portando le mani su ogni cosa.”.

Il protagonista osserva un gruppo di donne intente alla “scerbatura del grano”, sotto gli occhi vigili di Totò: “Io mi godevo con gli occhi quel bel mazzo di fiori selvatici: una dozzina di creature sode e bronzee, che così piegate al lavoro crepavan il corsetto e mostravano sotto la gonna rialzata la robusta caviglia carnosa sul piede brunito dal terriccio e dal sole. Mi guardavan di sottecchi con certi scoppiettii di riso!”.

Il rapporto tra uomo e natura è esaltato. La campagna e gli uomini che la lavorano sono avvolti nel mito. Dice Totò al fratello: “Buono che ho trovato la Ndata. Lavora come una giovenca e fa lavorare le altre. Per questo l’ho messa innanzi: è l’antiera: le altre, vogliano o non vogliano, devon seguirla.”. La Ndata “era il più schietto tipo della razza salentina che io avessi mai veduto: le gambe lunghe e i fianchi larghi e alquanto breve la vita che le urgeva in alto i gomiti e il petto stretto e prepotente: un’apparenza di goffaggine pesante e molle su una snellezza ferina. E il volto, il rude volto quadro e prognato, era acceso da due occhi grandi e nerissimi.”.

La scrittura riesce a scolpire, e le parole dialettali si uniscono a quelle ordinarie senza forzature, con spontaneità e naturalezza: “La Cia invece ride: e scavizzola e scavizzola tra quelle macerie con raccoglimento attento: di tra le pagine polverose sbuca qualche tarma, spulezza uno scarafaggio e fugge a rintanarsi nel suo nido tra l’asse del secondo palchetto e il muro.”. Ha accelerazioni che esaltano umori e sentimenti: incontra una signora (non sapendo il nome la chiamerà Incognita) che sedeva sul treno nel suo stesso scompartimento: “Ma nel treno non sorrideva, ora sorride; ma nel treno non parlava, ora parla; ma nel treno vestiva di nero, con un fitto velo sul volto, ora veste di primaverile lilla e gode di offrire il bel volto esile alla carezza del vento e dei riccioli scompigliati al vento. È ilare e mi sembra anche più forte. (…) Il riso della signora risuona ora un tinnulo suono ragnato.”.

Non ci si deve lasciare ingannare da talune volute di apparente romanticismo. Vi si nascondono spesso l’iperbole e il vezzo del gioco: “O dolce creatura dolente, io avrei voluto trovare per te, io avrei voluto dirti le parole che rasserenano, le parole che placano; non un raggio mite di sole, ma tutto quest’immenso sole io avrei voluto versare nel tuo spirito ingombro di notte.”. Sono parole rivolte col pensiero a Incognita.

Come per incanto ogni tanto spuntano personaggi su cui l’autore si sofferma per offrircene un disegno forbito. È il caso di Abondanza, sorella del fattore Titta: “Trent’anni; ma ancora soda e carnosa”. Ha due figli e il marito se n’è andato in Argentina. Fa la casellante: “Abondanza aspettava allora il passaggio dei treni con la bandieruola stretta nel pugno e il cappellaccio in testa, sotto il gran sole.” È brava a raccontare storie e i vicini le si radunano intorno per ascoltarle. Non esce quasi mai, però di ciò che succede nei dintorni sa tutto: “Come facesse nessuno sapeva: un suo segreto: è una singolare virtù di molte donne che bene coltivata potrebbe dare ottimi frutti.”. E anche di massaro Gnazzi, “con quelli occhietti scerpellini”: “un curioso tipo di vecchio tirchio che aveva ogni anno la fortuna dei raccolti abondanti e lesinava accanitamente il centesimo su la paga ai suoi lavoratori; che vendeva tutta la lana del gregge e dormiva su giaciglio di paglia; che non aveva una famiglia da mantenere e mangiava pane d’orzo e talli di cipolla.”; “Lui non smetteva il suo risolino, con gli occhietti più piccoli, quanto un grano di pepe, e luminosi come ci avessero dentro due carboni accesi.”.

Quelli di Abondanza e di massaro Gnazzi sono due ritratti che rivelano, meglio di altri, capacità notevoli di affabulatore e di bozzettista. A massaro Gnazzi, per via della sua avarizia e della puntigliosità con cui seguiva i suoi lavoranti, questi gli fanno uno scherzo. Per qualche giorno lo vedono mutato, stanco e sonnolento: “Non sorvegliava più i suoi uomini, inchiodato là dove s’era abbattuto, con le mani tra le cosce penzoloni e gli occhi sui tre campanili del borgo lontano, come un rimbambito: la pipa gli pendeva da un angolo delle labbra flosce e gli si spengeva.”. Pensano di distrarlo allo scopo di rubargli un po’ dei suoi denari. Peppe, il fratello più piccolo di Abondanza, la stessa Abondanza e un amico fidato di Peppe, Ntoni Mangialefave brigano la faccenda. Ntoni deve solo distrarre il vecchio, mentre gli altri due compari frugano la casa. Fanno e non fanno, finché trovano una stanza chiusa a chiave. Ci siamo, lì dentro troveranno il tesoro. Sfondano la porta e cosa vedono, invece?: “un piccolo stambugio tutto pieno da un gran letto.”. E sul letto chi c’è? C’è la Chicca, “la sua donna di fiducia, l’antiera delle sue spigolatrici”. Ecco perché da qualche tempo, massaro Gnazzi è stanco e assonnato! Un altro esempio di esperto affabulatore l’avremo con il ritratto della Nzina (“Bella era a diciott’anni come la stella dell’alba”), abbandonata dal fidanzato, partito per l’America “a cercarsi lavoro.”. È un contadino, Renna che, nel capitolo V, ne narra la triste storia, a veglia con i compagni. Mentre racconta: “Ali di vento leggero passavan nell’aria come voli misteriosi: i pipistrelli crepuscolavano su quelle ali silenziosamente.”. Ad un certo punto tace; sta passando proprio la Nzina: “Di bianco vestiva e andava scalza. I capelli lunghissimi le cadevano per le spalle sino ai garetti, coprendola come di un manto grigio. La luna, empiendole d’ombra il cavo delle guance e degli occhi, le dava al corpo magro e lungo un più spettrale rilievo. Senza fermarsi e senza volgersi si allontanò.”.

La visita al fratello Totò è un’occasione per conoscere le consuetudini della famiglia contadina. L’autore ogni volta che ne incontra qualcuna, si sofferma a descriverla. È il caso del bucato, ossia della lavatura della biancheria che si faceva ogni due settimane, di lunedì. La biancheria veniva stesa al sole su di una corda: “La corda fu tesa e sorretta, nei tratti più lunghi, da due lunghe forche da pagliaio perché non si allentasse sotto il peso dei panni molli e grevi. Non restava che aspettare il sole, e i panni che le due donne lavavano e risciacquavano con di gran tuffi nella vasca, e che la Lumaca e la Cia dugliavano per spremerne ogni residuo di acqua disponendoli poi in ampi catini.”. Lumaca è il soprannome affibbiato ad un’aiutante “bassotta e grassotta e il ridere che faceva le toglieva la forza.”. Osserva anche due donne, Nena e Teta, che stanno lavando i panni: “Le due donne della vasca, serie e composte, lavoravan di lena. Io le vedevo per le spalle, e mi sembravano eguali, quadrate. Ben piantate su le gambe, con le gonne rialzate ai garretti da un nodo alla cintola e le maniche rimboccate sotto le gavigne, si piegavano a vicenda su la vasca con un movimento concorde di magli su l’incudine, vigorosamente strofinando i panni su la pietra. Tacevano o si scambiavano qualche parola più con lo sguardo che con la voce.”. Una descrizione che vale un dipinto.

Il ritorno nella sua terra natale è il tentativo per il protagonista di una rinascita, un liberarsi dalle scorie accumulate nella vita ordinaria resa torbida dalla modernità. Assiste al sorgere del sole: “E tutto quel roseo si riversa nel cervello e tutto quel respiro dilata l’anima e tutte quelle fragranze profumano il cuore. I desideri fluiscono lieti e sereni senza asprezze e senza impazienze, gli affetti si espandono buoni e generosi su le cose e su gli uomini, i pensieri sorgono semplici e alti. Tutto in me è nuovo, limpido, ingenuo: le scorie delle consuetudini e delle derivazioni son cadute: la vita è diventata schietta e chiara. I detriti che gli anni abbandonandomi han lasciato nel fondo dell’essere si sperdono, come sotto la brezza le foglie di quegli alberi”.

Di questo romanzo, Giuseppe Prezzolini scrisse sulla “Rivista d’Italia”: “È un libro fresco e ingenuo che sfugge alle classificazioni e come una viottola di campagna spiace quando d’un tratto si chiude, perché quelle scene campestri, quei tipi di ragazze allegre come uccellini, quello sfondo di torrida arsura meridionale, interessano e piacciono…”. Ingenuo sta qui per spontaneo, vista la naturalezza della scrittura, dotata per vocazione di arguzia e piacevolezza.

Totò compra una sveglia, è tutto soddisfatto, ma Ninì è contrario: “Togli via. Mangeremo quando avremo fame, dormiremo quando avremo sonno, ci sveglieremo quando il sonno ce lo permetterà o ci chiamerà l’azione. (…) No, Totò, vedi: faremo a meno della tua musica e ci contenteremo dei nostri bisogni.”.

L’immersione nella natura è completa: “io sarò un selvatico perfetto.”.

Vi sono anche immersioni nel sentimento, adorne di malinconia. Ne abbiamo un esempio nel capitolo V allorché, nell’invocazione all’amore, fa raccontare alla vecchia della torre del peccato la sua storia: “Nonna, nonna, questa sembra una favola ed è la tua storia. Ma in qual tempo tu sei vissuta, nel ‘tempo dei tempi’? E in questa terra sei vissuta, tra queste case, tra questi alberi, sotto questo sole? E ti eran d’intorno uomini come questi d’adesso?”; “Cinque mesi ormai che io sono tra voi, rigogliose donne della mia terra, cinque mesi che io vedo in ogni volto l’amore, che io sento in ogni voce l’amore, che io respiro in ogni alito l’amore, che me ne riempio i sensi fino allo spasimo.”. Sull’amore si legge: “l’amore è la sola umana cosa, insieme con la morte, che agguagli tutti gli uomini e gli uomini accomuni alle bestie”.

L’autore sa bene di aver concesso libero sfogo al suo protagonista. Avviluppato, costui, nelle spire dell’intelletto (“uomo di senno”), dalle quali vorrebbe districarsi, gode finalmente di una liberazione momentanea, istintiva, procuratagli da una repentina folgorazione. Ma subito dopo, l’autore fa arrestare questo tripudio: “Ritorniamo al segno.”. Ci lascia, così, nel dubbio circa la valenza di uno sfogo, se esso sia veramente liberatorio o segnale di smarrimento. È lo stesso Ninì a prenderne atto e a darcene testimonianza subito dopo: “mi risorge d’attorno l’intricata sterpaglia delle consuetudini, dei pregiudizii, delle tradizioni stolte dalle quali io credevo libera ormai definitivamente la mia vita e le quali invece mi rassegno a credere che da questa mia vita ove saldamente son radicate nessuna forza varrà più a divellere.”.

L’abbandono alla vita campestre, come si vede, non è tanto semplice, non potendo l’uomo liberarsi del tutto del passato.

La parte finale del romanzo si tinge di dolore e anche di disperazione, avvolta com’è dalla dicotomia tra delusione e speranza: “Io vorrei, sì, essere un uomo pacifico, di poche brame e di pochi bisogni, che sappia volere quel che gli occorra e sappia cercarsi quel che voglia, che agisca molto e ragioni poco, perché il raziocinio fu creato appunto per incatenar l’azione (…) e poi vien l’uggia della giornata, e poi vien la tristezza della sera, e poi vien l’ansia torbida della notte. Voglio, fratello, ma la volontà non basta.”; “Adolescente io non sono mai stato: gli anni miei più giovani furon deserti di sorriso, furono aridi di dolcezza.”.

Osservando le donne intente alla raccolta dei fichi, così si esprime: “Amano e lavorano: non altro chiedono, non d’altro han bisogno, non altro pensano che nella vita esista. Amano e lavorano e passano così sul mondo.”. Sembra invidiarle. Di Cia si innamorerà (“Ora, Cia, voglio essere anch’io un adolescente perché ho incontrato te, adolescente.”). In occasione del matrimonio della Ndata, che è stata l’amante di Totò e ora va in sposa ad “un uomo fatticcio e paccherotto”, Ninì osserverà ancora: “Queste donne non concedono tutto nell’amore: dànno a volta a volta quel che l’amante chiede; ma l’amante chiede sempre meno di quel che la donna può dare, ed ella sempre serba una nuova gioia per il nuovo peccato.”.

Scopre che Cia è la sua sorellastra, frutto di una relazione tra il babbo e la figlia della vecchia domestica Mena. Ecco sciolto il mistero. È un duro colpo che lo decide ad andarsene. Sullo stesso treno che lo condurrà a Roma incontra – come era accaduto all’andata – l’Incognita, che questa volta ha con sé il marito Renato.

La vacanza di Ninì nella terra natale non gli ha giovato, dunque. Quel poco che aveva guadagnato sulla vita lo ha perduto d’un colpo, e stavolta definitivamente. Nel mentre osserva Incognita che pare rifiorita e piena di gioventù (“Ora le scorie son cadute e la tua vita è balzata più semplice.”), pensa: “Anche la mia diveniva semplice; ma quando il miracolo era per compiersi s’è rotto come una gran bolla di sapone, s’è dissolto.”.

Non gli rimane che il pianto.

 

 


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Bart