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LETTERATURA: Milan Kundera: “L’immortalità”

29 Gennaio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
(Da: Sìlarus – Anno XLIII – N. 225; Gennaio-Febbraio 2003)

Una donna all’incirca di sessanta, sessantacinque anni, è nell’acqua, ai bordi della piscina e esegue le istruzioni del giovane maestro di nuoto. Ce la mette tutta. Quando la lezione è finita, esce dalla vasca, e dopo aver fatto qualche passo si volta a salutare il maestro. L’autore, che è in attesa di un amico, il professor Avenarius, la sta osservando, scrive: “Quel sorriso e quel gesto appartenevano ad una donna di vent’anni!” E poche righe dopo: “Quel sorriso e quel gesto avevano fascino ed eleganza, mentre il volto e il corpo di fascino non ne avevano più. E ancora: “Ma la donna, anche se doveva sapere di non essere più bella, in quel momento l’aveva dimenticato.” Difficile rendere, come qui si è reso, tutta la potenza e la profondità luminosa dell’istante che non è sottoposto a regole di tempo e di spazio. È questo tipo di istante che vive nell’immortalità. Come pure quel magico eterno istante che, più avanti, l’autore coglie in una poesia, “tanto splendida quanto banale”, di Goethe. Da quel gesto di saluto nasce nella fantasia dell’autore la protagonista di questa storia: Agnes. È la prima volta che mi capita di veder sorgere in questo modo la figura di una protagonista di un romanzo. C’è sempre qualcosa nella realtà che ispira un artista, ma essa, nonostante lasci delle tracce nella storia, resta sempre nascosta, riparata dagli occhi indiscreti e curiosi del lettore. Qui no: l’ispirazione, la musa, al modo della Venere di Botticelli, è dichiarata, non solo ma, messa così, all’inizio, prima di avviare il racconto, le si riconosce il posto d’onore, le si garantisce la sua presenza fino alla fine.
Quello di Kundera è un modo di narrare che sta tra il saggio e il racconto, in un rapporto tale che l’analisi anche troppo raffinata di ciò che ci sta intorno trasforma la storia, per esempio quella di Agnes, in un puro pretesto. Vi è uno scivolamento continuo dal saggio al racconto e da qui di nuovo al saggio, operazione che fa di questo testo qualcosa di lontano, di nuovo, di diverso dal romanzo. E può, infatti, piacere e non piacere non tanto per ciò che di romanzesco vi si narra, bensì per il modo con cui ci si avvicina e ci si allontana dalla storia che si vuole raccontare, come se una sorta di pensiero dominante tenesse imbrigliata e sorvegliata la fantasia. Per meglio dire: la storia qui è in toto al servizio del saggio, insomma gli fa da supporto, da esempio alle tesi che si vogliono dimostrare (il comunismo, il progresso, la verità, il matrimonio, i diritti umani, la modernità, l’immortalità, piccola o grande che sia, l’erotismo, l’amore, la musica, l’arte, il pudore, eccetera). Silenzioso scivola pure l’occhio di bue che illumina la scena e distribuisce i ruoli di prim’attore, facendoci passare per esempio da Agnes a Paul e poi a Laura e poi a Bettina, e poi a Brigitte, e ancora ad altri, a Goethe, a Beethoven, a Hemingway, a Cervantes e ad Agnes di nuovo, e a Goethe ancora, e a Bettina, a Rimbaud, senza che ce ne rendiamo conto, poi a Rubens, che non si sa se sia uno sconosciuto o il grande pittore fiammingo in una sua traslazione ai giorni nostri, del quale, peraltro, indugia a narrarci parti della sua vita.

Viene spontaneo domandarsi, allora, che tipo di immortalità stia affiorando, dopo che abbiamo conosciuto all’inizio quel gesto sublime compiuto da Agnes all’uscita dalla piscina: “l’unica realtà, fin troppo facilmente afferrabile e descrivibile, è la nostra immagine agli occhi degli altri. E il peggio è che tu non ne sei padrone.” E qualche riga più avanti: “basta una sola formula maligna e sei trasformato per sempre in una pietosa caricatura.” Esiste, verrebbe voglia di domandarsi, una disgregazione dell’immortalità? Una sua finitudine? Sembrerebbe un controsenso, ma il lavoro di scalpello che qui viene fatto, sembra diretto non a cesellare un’immortalità consolidata, ma a minarla, se non addirittura ad abbatterla. Dirà Goethe nel corso di un colloquio nell’aldilà con Hemingway: “Ho deciso di approfittare del fatto che sono morto e di andare, se mi si passa il termine impreciso, a dormire. Assaporare la voluttà del totale non essere…” Quando ci incamminiamo verso la conclusione un vento di morte, un desiderio non più di immortalità, ma di annullamento, inatteso, gelido, tenebroso, ci fa rabbrividire, e comprendiamo che l’immortalità ci lega per sempre alla nostra vita, ce ne rende prigionieri per sempre, mentre la scomparsa del proprio io, la conquista di una morte assoluta, definitiva (“sa che non c’è niente di più bello”) ci scioglie e ci disperde nel grande mistero dell’eternità. Un annullamento di sé e della memoria, una fuga precipitosa dalla realtà, vedrete, non risparmieranno nemmeno taluni personaggi di questa davvero inenarrabile storia, nel corso della quale si può anche nutrire il sospetto che l’autore abbia voluto perfino divertirsi con noi. Come quando, di punto in bianco, introduce una storia nella storia, quella di Rubens, che potrebbe e non potrebbe essere il grande pittore fiammingo riportato ai giorni nostri, o addirittura ritroviamo gesti che già sono appartenuti ad altri. O personaggi che si conoscevano tra di loro ed ora non si riconoscono più. O muoiono più volte e ogni volta con morti differenti. O la liutista, che Rubens immagina abbia i polsi legati ai bracci della croce, eppure si copre il seno con le mani, e con il suo nome (ma si badi, solo con quello) riporterà questa storia nell’alveo di quella principale. Una serie di incastri, insomma, che possono anche riguardare l’immortalità, come metamorfosi della stessa immagine o della stessa coscienza, ma può essere anche un gioco scoperto fin troppo (come quello che piace tanto ad Avenarius), nel quale il significato è il premio impossibile di una lotteria che abbia zero probabilità di riuscita su una massa sterminata, per non dire infinita, di occasioni. Dunque, un percorso certamente difficile, quello disegnato dall’autore, una sorta di labirinto degli specchi, dove sempre incontriamo qualcosa che già abbiamo conosciuta e tuttavia non possiamo dire che ci appartenga; un percorso inciso nel mellifluo legno dell’ambiguità, della quale nessuno di noi riesce mai a liberarsi del tutto. Ambiguità che deriva anche dall’essere questo libro né carne né pesce, un tentativo, peraltro già conosciuto in innumerevoli altri autori, di inserire il saggio nel romanzo, in proporzioni qui invertite, però (più saggio meno romanzo, con in più spunti biografici che sollecitano la curiosità del lettore). A mio avviso, un libro che non brilla di luce propria, nonostante gli sforzi saggistici dell’autore, e che si ricorda per una labile traccia, e pettegola, lasciata in noi dagli immortali, questi sì, autentici, che vengono ricordati: Goethe, Napoleone, Beethoven, Rimbaud, Hemingway, solo per citarne alcuni.


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Bart