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LETTERATURA: Mio figlio legge il mio romanzo “Celeste”, la storia di una rondine

28 Ottobre 2021

La storia che ho raccontato nel breve romanzo “Celeste” è vera. Dalla gronda di casa mia cadde un nido, i rondinini morirono tutti, salvo uno, che mia moglie ed io allevammo. A poco a poco imparò a volare, finché venne il giorno che ci lasciò. Ecco, di questo romanzo, ciò che scrive mio figlio Stefano nel suo terzo volume a me dedicato: “Viaggio nelle opere di mio padre. Volume Terzo: Racconti e Romanzi”. (bdm)
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Celeste

(Scritto dal 4 al 24 Giugno 2000)

Prima di parlare di questo romanzo, non posso fare a meno di riferire che non è la prima volta che mio padre dà il nome ad una rondine. Sentite cosa racconta in Vivere un uomo: “Tornai allora col pensiero, quasi inconsciamente, alla mia vecchia casa che abitavo da ragazzo: due immagini m’apparvero intense in quel ricordo.
La prima fu Bianca: una rondine che alla primavera di ogni anno, puntualissima, s’accasava sopra la finestra della mia cameretta. Sicché ogni mattina, giunto a quei giorni, m’affacciavo a spiarne il nido, o ad ascoltare se nell’aria s’annunciasse il suo inconfondibile squittìo.
Quando arrivava, subito se ne volava al nido e, padrona assoluta, vi restava tutt’estate”.
Una piccola cosa rispetto al rapporto che mio padre sviluppa con Celeste, ma forse quella prima vicinanza nella sua infanzia con quella rondine, potrebbe spiegare il perché mio padre, anche senza rendersene conto, abbia avuto il buon cuore di prendersi cura, molti anni più tardi, di una piccola rondine, appunto Celeste.
Questo piccolo romanzo infatti è una vera e propria gemma preziosa per tutti. Racconta di una amicizia rara, rarissima, quella di un uomo, mio padre, con una piccola rondine, di nome Celeste, che mio padre ha allevato da piccola, avendola trovata ancora viva, al contrario dei suoi fratellini, in un nido caduto dal tetto della casa.
Io stesso ne sono testimone, e posso assicurarvi che la storia è vera. Era tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate del 2000, quando studiavo spesso nel mio giardino di casa. Lo vedevo mio padre, con quella piccola rondine. Sono testimone di come lui la chiamasse, e di come lei gli andasse incontro svolazzando. Sono testimone dei primi voli che compiva, quando mio padre la chiamava e lei tornava indietro planando. Quindi vi posso assicurare che è possibile salvare, nutrire e far crescere una rondine finché questa non spicchi il volo e non se ne vada per propria scelta. Sono stato testimone di questa tenera amicizia. Ora che rileggo il racconto di mio padre, sono dispiaciuto di non aver partecipato anche io, a causa della pesantezza degli studi di medicina, a questa bella e rara, anzi direi unica, amicizia.

Tutti abbiamo dei difetti di carattere. Tutti tiriamo fuori da noi stessi, nei momenti più impensabili, dei pensieri o dei comportamenti che non vorremmo essere capaci di avere. Ma in qualche angolo nascosto in quella misteriosa caverna labirintica che è il nostro io, sta la parte più buona e più limpida di noi stessi, quella che vorremmo sempre tirare fuori, e con la quale vorremmo sempre identificarci. Con questo romanzo mio padre ci è riuscito. È sceso nei cunicoli profondi di sé stesso ed è riuscito a tirare fuori la parte più candida, più buona, di sé stesso. Tutto il romanzo è permeato di questa limpidezza, di questo luccicante oro. Anche in altri romanzi si intuisce e si respira questa parte così buona dell’animo di mio padre, ma in Celeste esiste solo quella parte lì, liberata dalle impurità come l’oro fuso purificato nel crogiolo. Luccichio diamantino, trasparenza delle acque più chiare e limpide che si possano trovare su questa terra. Amicizia che disseta, che rende l’animo lieto, che ci rende positivi nel guardare alla potenziale capacità degli uomini di desiderare che nel mondo possa esistere solo il volersi bene, non solo degli uomini fra di loro, ma degli uomini con tutte le creature della terra.

Non posso fare a meno di citare di nuovo lo stesso brano citato nel commento al libro precedente, perché il sogno di comunicare con la natura, si avvera nella vicenda di Celeste: “Quando ero piccolo come Celeste, la mia mente navigava nei sogni […] Immaginavo di scoprire tutti quei mondi che mi apparivano magici quando aprivo il libro di geografia e mi perdevo nelle regioni delle Americhe del sud come del nord. Avrei voluto poter vivere nella terra degli orsi bianchi, o in mezzo alle tribù selvagge, ed imparare a comunicare con la natura. I ruscelli limpidi, le verdi praterie, le alte montagne, le foreste, costituivano il mondo della mia anima, l’essenza che pulsava dentro di me, ed irradiava le emozioni che mi rendevano ebbra la vita. Qualche volta, ancora oggi, ripercorro quei sogni, e sento che mi appartengono, sono tuttora vivi. Quando penso Celeste libera nel cielo, la vedo entrare con le sue ali vigorose dentro i miei sogni, portarli con sé, restituire loro quella magia che li faceva ai miei occhi e dentro la mia anima così ricchi e irraggiungibili”.

Qui non esistono personaggi o storie inventate. Qui è veramente mio padre, nella nostra casa, con le mie sorelle e mia madre, che narra la storia in prima persona. Perché una storia così commovente, bella e limpida come in questo piccolo romanzo, non era possibile dotarla di personaggi inventati, di fatti non realmente accaduti e camuffati, o ambientarla in contesti mascherati dal velo del racconto romanzato e narrato in terza persona. Questo libro ha il significato ed il valore di un diario intimo e personale, con pagine eccezionali e commoventi, come quelle che rivelano la missione che mio padre vuole affidare alla piccola rondine quando essa si sarà riunita alla sua razza: un messaggio di amore universale da portare a tutti gli uomini che Celeste incontrerà, durante i suoi viaggi con le altre rondini. Ma non è possibile raccontare minuziosamente le emozioni di quelle pagine, di quel brano, che io ritengo un vero e proprio gioiello letterario oltre che, a mio modesto parere, il testamento spirituale di mio padre, quello che lui vorrebbe che la sua vita fosse o fosse stata, che la vita sulla terra diventasse. Questo piccolo gioiello, per darvi un riferimento, inizia con “Dovunque andrai Celeste”, alla pagina 141, e termina con “… la gioia che un uomo prova dentro di sé quando nel mondo non c’è più dolore” , all’inizio della pagina 145, nel libro Caro papà, Caro figlio, che contiene anche Celeste, stampato il 31 Gennaio 2002 presso la Tipografia CentroStampa Pontedera. Leggetelo bene questo brano quando lo incontrate durante la lettura, perché è un brano di rara bellezza, che andrebbe segnalato come uno dei brani più belli e commoventi della letteratura, almeno di quella Lucchese. Non lo dico perché si tratta di mio padre, lo dico perché sono pagine davvero commoventi, e anche perché ho riconosciuto, in quelle pagine, ma anche in tutto il libro, la parte più limpida di mio padre, la stessa di quando si è sempre mosso con entusiasmo per aiutare me e le mie sorelle tutte le volte che abbiamo avuto bisogno di aiuto.

Spero e vorrei che quando si avvicinerà il giorno in cui mio padre spiccherà il suo volo verso il cielo come Celeste, qualche giorno prima, mentre è seduto nel suo giardino, magari silenzioso, lento nei movimenti, forse con un bastone poggiato accanto a lui, quella rondinella, anche lei ormai invecchiata e un po’ stanca, planasse nel giardino e svolazzando raggiungesse i suoi piedi, dove ha iniziato la sua piccola vita. Lo meriterebbe per queste pagine che ha scritto, così buone e belle, e per quello che desidera per il mondo intero. “Impossibile!” qualcuno potrebbe dire. Ma per dirla come mio padre:

“Il passato è eterno, non muore mai. Così come il futuro è infinito”.
da Celeste.


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Bart