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LETTERATURA: Mio fratello Mario e il suo amore per la montagna

15 Novembre 2019

Mio fratello Mario è il più piccolo di noi tre fratelli. Nato nel 1946, tra me e lui ci dividono quattro anni; invece sei anni dal mio fratello maggiore Giuseppe.
Ha lavorato in Banca d’Italia e negli ultimi anni ha svolto anche le funzioni di ispettore girando un po’ per l’Italia, da Nord a Sud.
Venuto in pensione ha scoperto la montagna e le bellezze che vi si celano a chi ne sta lontano, con le sue vette, i suoi prati, i suoi panorami, i suoi borghi.
La montagna e gli antichi borghi gli sono rimasti nel cuore.
Oggi che è un po’ più anziano, ma sempre in movimento con il suo Suv, si trova spesso avvolto da quei ricordi.
Riflette anche sulla vita e, siccome scrive bene (il lettore lo constaterà anche dal racconto che segue questa mia introduzione), quando ha l’ispirazione su di un tema a lui caro (spesso riflessioni sulla vita) si mette a costruire una storia che la rappresenti. Sono storie quasi sempre immerse nella natura, tra i borghi appollaiati sulla montagna. Ne ha scritte molte e le conservo gelosamente poiché rappresentano un mondo anche a me molto caro, ma che, a differenza di mio fratello, non ho potuto esplorare ed accarezzare come ha potuto e voluto tenacemente fare lui.

Chi ama la montagna non può che apprezzare questo suo scritto, molto rappresentativo della sua personalità, ed esemplare per scrittura e contenuto. (bdm)

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La mia passione per la montagna
di Mario Di Monaco

Il mio interesse per la montagna è nato negli ultimi anni della mia attività lavorativa.

Dopo aver passato gran parte della mia vita rinchiuso in un ufficio, fra i rumori di campanelli, telefoni e macchinari vari, il desiderio del contatto con una natura incontaminata, in luoghi dove nel più assoluto silenzio poter posare lo sguardo su panorami sconfinati, era diventato sempre più pressante

Mi capitava spesso di appoggiarmi sul davanzale del gran finestrone vicino alla mia scrivania, ad osservare le variopinte casette dei piccoli paesini abbarbicati sulle pendici dei monti attorno alla mia città che, specialmente all’imbrunire, quando s’illuminavano, assomigliavano a quelle di un presepe.

In quei momenti, il mio pensiero correva ad immaginare la vita di quelle remote località, affrancata dalle nevrosi e dai malesseri della città, e a come sarebbe stato bello anche per me trascorrere l’ultima parte della mia esistenza in quei luoghi impregnati di serenità, odori e colori della natura.

Fu in quel periodo che maturai l’idea di utilizzare il tempo libero che avrei avuto da pensionato per visitare quei paesi e toccare con mano la realtà vissuta dai loro abitanti.

Fino ad allora, il mio interesse per la montagna era legato alla passione per lo sci e alle settimane bianche che trascorrevo nelle splendide località delle Dolomiti. La scelta del luogo dove passare le vacanze era influenzata più dalla qualità e quantità delle piste disponibili che dall’ambiente naturale nel quale erano inserite.

Dopo il mio pensionamento misi in pratica il progetto tanto agognato ed elaborai un programma che mi consentisse, in un breve arco di tempo, di visitare la maggior parte dei paesi che ritenevo più interessanti.

Decisi di iniziare con quelli della Garfagnana e dell’Appennino Tosco- Emiliano, per poi addentrarmi nelle più impervie località delle Apuane e passare infine a quelle più accessibili delle colline Lucchesi e Pisane.

Nei giorni di bel tempo, partivo la mattina presto con la mia Panda a trazione integrale, appositamente acquistata per affrontare agevolmente anche le strade sterrate, informando mia moglie che andavo in montagna e che sarei rincasato la sera.

 Quando raggiungevo la località programmata, parcheggiavo l’auto all’ingresso del paese e percorrevo a piedi tutti i suoi vicoli. Mi incuriosivano in particolar modo le forme dei portoncini delle sue vecchie casette, circondati da archi in pietra su cui erano scolpiti gli stemmi delle famiglie che vi avevano vissuto. Non mancavo mai di visitare la chiesa ed il cimitero che riservavano sempre interessanti sorprese.

Una abitudine che amavo particolarmente, era quella di individuare il luogo di ritrovo in cui s’incontravano gli abitanti del paese, ormai, purtroppo, quasi tutti anziani, e intrattenermi con loro per conoscere i fatti e le tradizioni della loro vita quotidiana e carpire magari qualche divertente aneddoto. La postazione migliore era il bar del paese ed una sedia vicino al tavolo dove si svolgeva una partita a carte. Qui mi sedevo, ordinavo birra e panino, e in religioso silenzio assistevo ad interessanti conversazioni da cui traspariva un’esistenza semplice fatta di consuetudine, di serenità e di una invidiabile lentezza.

Mi è rimasta impressa una scena a cui avevo assistito in un piccolo paese situato sulle pendici delle Apuane meridionali.

Era il pomeriggio di una bella giornata di primavera e mi trovavo nella piazzetta del borgo. Ai suoi lati erano situati l’antica chiesetta, con il sagrato delimitato da un basso muro in pietra, il fatiscente ufficio postale, con il cartello che riportava l’indicazione dell’unico giorno settimanale di apertura, la piccola bottega in cui si vendeva un po’ di tutto, e il bar con un solo tavolo all’aperto, intorno al quale erano seduti quattro anziani impegnati in una accanita partita a carte e, più discosti, altri due vecchietti che, sonnecchiando, si godevano il  tepore dei raggi del sole. L’ingresso del locale era protetto da una tenda di fili di perline colorate che assicurava una certa frescura al suo interno.

Quella volta decisi di godermi la scena seduto sul muretto del sagrato della Chiesa, che si trovava proprio di fronte al bar.

I quattro giocatori stavano discutendo animatamente per un errore che era stato commesso nel conteggio dei punti, quando la tendina dell’ingresso del bar si aprì e dall’interno apparve, come una visione, una giovane bellissima, dal portamento eretto, che indossava un abbigliamento semplice ed al tempo stesso elegante, in evidente contrasto con lo squallore che la circondava. Era bionda, occhi azzurri ed un viso bianco e rosso dai lineamenti perfetti, che ricordavano quelli delle preziose bambole dell’ottocento. Aveva un golfino rosa ed una gonna di lana grossa color marrone. Sopra, portava un grembiule rosso contornato da un merletto bianco. Si stava dirigendo al tavolo dei giocatori con in mano un vassoio contenente un quartino di vino e quattro bicchieri.

Seppure abituati a quella consueta apparizione, i quattro anziani giocatori avevano interrotto all’unisono la loro discussione e, per tutto il tempo in cui la ragazza si era intrattenuta con loro, erano rimasti immobili a fissare con espressione inebetita quella sublime visione. Anche i due vecchi dormienti si erano improvvisamente ridestati, e, come investiti da un soffio vitale, facevano appello ad ogni residua riserva di energia per esibire un segno di virilità.

La giovane, senza alcun accenno di vanità, rivolgeva loro un sorriso benevolo, consapevole di compiere una buona azione.

Ad un tratto lei volse lo sguardo verso di me, e sono certo che intravide sul mio volto la stessa espressione inebetita degli anziani frequentatori del bar, perché le sue gote assunsero improvvisamente un colore rosso assai più accentuato.

Talvolta, invece, mi capitava di assistere ai discorsi rassegnati dei vecchi che si lamentavano per la chiusura delle antiche botteghe a causa dell’apertura dei grandi supermercati. Oppure commentavano, comprensivi ed amareggiati, l’inevitabile abbandono del paese da parte dei loro figli, che andavano a lavorare ed a formare le loro famiglie in città, dove ritenevano di trovare uno sbocco alle loro più evolute ambizioni.

Dopo aver esaudito la mia curiosità per la vita dei piccoli paesi, il mio interesse si rivolse verso l’ambiente naturale che li circonda ed iniziai ad incamminarmi lungo i sentieri che si dirigono verso la cima della montagna, non perdendo l’occasione di raggiungere la vetta.

Lì facevo una lunga sosta per ammirare i fantastici panorami che offrono le Apuane e gli Appennini, mettendo a confronto la diversità dei loro paesaggi, caratterizzati, i primi, dalle bianche creste rocciose, ed i secondi, dai secolari boschi di abeti, faggi e castagni.

A mano a mano che scoprivo quei luoghi incantevoli, fino ad allora per me inimmaginabili, mi rendevo conto che per appagare a pieno questa mia nuova passione, avrei dovuto cimentarmi con percorsi più ambiziosi, ben sapendo di non poter disporre, data la mia non più giovane età, delle energie e dell’elasticità fisica idonee a fronteggiare i rischi di tali imprese.

Decisi così di iscrivermi al CAI per acquisire le nozioni fondamentali per poter affrontare in sicurezza le mie prime impegnative escursioni. Intensificai gli allenamenti per sopportare nelle migliori condizioni fisiche possibili le difficoltà dei lunghi e faticosi percorsi. Mi procurai anche diverse carte geografiche, su cui erano tracciati i sentieri curati dagli enti preposti alla loro manutenzione.

Iniziai dalle cime degli Appennini che, secondo le indicazioni ricevute, erano più abbordabili poiché i sentieri sono poco esposti e sostanzialmente privi di pericoli.

Sebbene mi avessero fermamente suggerito di recarmi in compagnia di altri escursionisti, preferii sempre procedere da solo. Soltanto in questo modo, infatti, riuscivo a gustare appieno il piacere dell’avventura e ad apprezzare la sensazione di serenità che promanava da quei luoghi incontaminati in cui regnava il più assoluto silenzio, un sentimento che si era da tempo assopito nel mio animo e che, grazie alla montagna, avevo riscoperto con gioia.

Talvolta, devo confessarlo, mi trovavo ad affrontare situazioni che mi incutevano una certa paura, dovuta alla difficoltà del percorso, all’affaticamento fisico, alle precarie condizioni meteorologiche, allo smarrimento del sentiero segnalato. Erano elementi di cui tenevo conto ma che non avevano mai intaccato la mia scelta di solitudine e rappresentavano anzi, per assurdo, una sorta di stimolo.

Uno dei momenti che amavo di più durante un’escursione, per cui vale la pena di fare tanta fatica, era quando, in prossimità della vetta, il sentiero abbandonava il bosco ed usciva allo scoperto. Si spalancava, allora, uno scenario fatto di mare, monti, vallate, laghi, fiumi, boschi, paesi, in cui luci e colori si fondevano in un meraviglioso spettacolo, che mi rasserenava l’animo e mi faceva sentire in paradiso.

° ° °

Della catena degli Appennini ho scalato più volte le cime del Gomito, del Rondinaio, del Giovo, delle Alpe Tre Potenze, attraverso percorsi che in una sola giornata prevedevano anche il raggiungimento di più di una vetta e che si concludevano dopo molte ore di un faticoso cammino.

Il paesaggio è caratterizzato da ampi boschi e vallate in cui non è infrequente imbattersi in graziosi laghetti. Il più noto e caratteristico di essi è indubbiamente il Lago Santo, posto ai piedi del monte Giovo. Nel periodo estivo, i prati sono ricoperti di vaste estensioni di lamponi e mirtilli, questi ultimi particolarmente abbondanti in prossimità della Foce a Giovo, posta tra il Rondinaio e le Alpe Tre Potenze.

Le escursioni sulle Alpi Apuane sono quelle a cui sono maggiormente legato perché hanno soddisfatto appieno il mio desiderio di avventura e la mia inclinazione per la competizione.

Quando si affrontano le Apuane e si imbocca il sentiero che conduce alla cima, si ha subito la sensazione delle insidie e delle difficoltà che si dovranno superare per raggiungere la mèta. La montagna rocciosa incombe minacciosa sopra le nostre teste con i suoi fianchi scoscesi. Il tracciato   è appena accennato con segni bianchi e rossi apposti sulle pietre. I punti più ardui sono quasi sempre privi di cavi di appoggio e l’escursionista può fare appello unicamente alle proprie risorse.

Talvolta ci si imbatte in tratti di roccia friabile dove, se non si è esperti e non si procede con la dovuta prudenza, è facile incorrere in pericolosi incidenti, come dimostrano i molti infortuni, anche mortali, che accadono su queste montagne. Il tratto di sentiero in prossimità della cresta è sempre esposto ed in molti casi i passaggi presentano rischi elevati.

Quando però si raggiunge la vetta, sulla cui estremità è quasi sempre collocata una croce, scompaiono improvvisamente tutte le preoccupazioni e le fatiche, per far posto ad una grande felicità.

Il panorama che si presenta dinanzi a noi è di quelli che mozzano il fiato. Da una parte si prospetta l’immensa distesa delle coste tirreniche che dal Golfo di La Spezia arrivano fino a Piombino. Con il cielo terso si possono anche ammirare le isole dell’arcipelago Toscano. Tutt’intorno, si prospetta lo spettacolo offerto dalle cime più elevate delle Apuane, tra cui incombono imperiosi il Pisanino e la Pania della Croce, unanimemente riconosciuti come il Re e la Regina del comprensorio.

Ho scalato più volte quasi tutte le cime della catena delle Apuane e percorso la maggior parte dei suoi sentieri. Ogni volta che mi avventuravo su una di queste montagne, lo facevo con un certo timore riverenziale, un atteggiamento che si è rivelato molto utile e che mi ha evitato possibili infortuni.

Le escursioni che mi sono rimaste più impresse sono la scalata del Pisanino, con la sua aspra cresta, ed il giro dell’anello della Tambura dalla parte di Resceto, con partenza dal sentiero di lizza che conduce al Passo della Focolaccia ed arrivo dalla Via Vandelli. La Valle che più mi ha affascinato è la Val Serenaia, da cui è possibile apprezzare la maestosità del Pisanino ed ammirare alcuni dei monti apuani più elevati come il Pizzo d’Uccello, il Grondilice, il Contrario ed il Cavallo.

Ora cerco di mantenermi in forma con lunghe passeggiate sulle vicine colline lucchesi e pisane. Sono costituite per lo più da vaste estensioni di boschi di castagno nei quali sono tracciate strade sterrate che conducono a piccoli raggruppamenti di vecchie case, utilizzate nei periodi estivi.

Spesso incontro i cacciatori che con i loro fuoristrada raggiungono gli appostamenti di caccia, sistemati sulla cima dei colli per approfittare del passaggio degli uccelli migratori. Qualche volta, provano invano ad impedirmi l’accesso alla vetta, adducendo che la mia presenza vicino ai loro capanni allontanerebbe i volatili. Io comunque insisto e procedo, ben consapevole di compiere una buona azione in favore di quei poveri uccellini.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart