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LETTERATURA: Muore il pittore Giuseppe De Nittis (dal Journal)

22 Marzo 2020

di Bartolomeo Di Monaco

Zola viene a trovarmi oggi. Entra con quell’aria lugubre e torva che caratterizza i suoi arrivi. E veramente quest’uomo di quarant’anni fa pena: sembra più vecchio di me.
Si pianta in una poltrona a piagnucolare, lamentosamente e in modo un po’ infantile, per i suoi calcoli renali e per i suoi dolori di cuore. Poi si mette a parlare della morte di sua madre, del vuoto che è rimasto nella loro casa. Ne parla con una tenerezza concentrata e, nello stesso tempo, con un’ombra di paura per se stesso; e, quando si mette a parlare di letteratura, dei suoi progetti, .si lascia sfuggire il timore di non avere il tempo di realizzarli.
La vita è davvero ben congegnata perché nessuno sia felice. Ecco un uomo che riempie il mondo con la sua fama, che vende i suoi libri a centinaia di migliaia, che forse ha ottenuto da vivo una rinomanza superiore a qualsiasi altro: ebbene, a causa del suo stato malaticcio, del suo spirito tendenzialmente ipocondriaco, è più infelice, più sconfortato dell’ultimo dei falliti.

Una cosa orribile a casa della principessa è la passeggiata sentimentale della coppia Taine, che, quando il marito non sta pontificando, va a guardare in un angolo d’ombra qualche quadro e entrambi lo osservano piegati l’uno addosso all’altro come dei fidanzati tedeschi. Il portamento stupido di questo ecclesiastico che sta mettendo su pancia, dallo sguardo losco e ipocrita, nascosto sotto gli occhiali, e la bruttezza malsana e nerastra della sua spaventosa moglie, che assomiglia a un baco da seta ammalato e tinto di inchiostro da uno scolaro, è davvero uno spettacolo sconfortante per gli occhi di chi ama le cose belle.

In questi giorni Degas era ammalato. De Nittis è andato a trovarlo. Il pittore impressionista lo riceve così: «Toh! È buffo come vi vedo. Non so cosa mi abbiano dato i medici; mi sembra che tutti siano delle teste di legno.»
Poi si è voltato verso Sabine, la sua donna di servizio: «Quando, alla sua età, una donna non ha ancora fatto l’amore ed è ancora vergine, è un essere inumano. De Nittis se la porti: letto.»
Entra il padrone di casa, fatto chiamare da Degas per lamentarsi del rumore che facevano gli operai addetti a certe riparazioni: «Quanto a lei, appena sarò ristabilito, la prenderò a schiaffi di fronte al portinaio.»

Manifesti di tutti i colori, di tutte le grandezze che coprono i muri di Parigi e annunciano dovunque in lettere colossali: ‘La Faustin’. Alla stazione un annuncio colorato alto 40 metri e lungo 275. Stamattina il ‘Voltaire’ tirato a 120.000 copie e offerto ai passanti. Sempre questa mattina distribuiti per strada 10.000 esemplari di una cromolitografia ricavata da una delle scene del romanzo — e questa distribuzione deve continuare per otto giorni.

Da questa lettura del mio romanzo, da questa lettura imposta dalla pubblicità non mi è venuta una sola manifestazione di stima, una lettera, né una parola e neppure un accenno sui giornali.

De Nittis mi porta a una cena della colonia italiana dove trovo Palizzi che, sopra i lineamenti giovanili, ha quella specie di torpore letargico che l’età mette sul viso dei vecchi.
Un rumore, un chiasso, un baccano in mezzo a cui un giovane italiano, con una spilla di diamanti sulla cravatta, si mette improvvisamente a cantare, imitando una voce femminile.
«Che impressione ha avuto di tutta questa gente?» mi chiede De Nittis uscendo da casa Corazza. «Nessuna. C’erano dei romani, dei veneziani, dei napoletani; è un popolo composto di popoli diversi…»

La nostra vecchia cena dei Cinque riprende oggi: manca Flaubert, ma ci siamo ancora io, Turgheniev, Zola e Daudet.
Le difficoltà spirituali degli uni e le sofferenze fisiche degli altri, portano il discorso sulla morte — e la conversazione continua sullo stesso argomento fino alle undici, cercando di tanto in tanto di staccarsene, ma senza successo.
Daudet dice che in lui è una specie di persecuzione, che gli avvelena la vita, e che non ha mai messo piede in un nuovo appartamento, senza cercare con gli occhi dove sarà posta la sua bara.
Zola dice che, siccome sua madre è morta a Médan dove, per la strettezza delle scale, è stato necessario far passare la bara dalla finestra, non può più guardare quella finestra senza chiedersi se toccherà prima a lui o a sua moglie passarvi in mezzo.
«Sì, da quel giorno la morte è sempre in fondo al nostro pensiero. Molto spesso, durante la notte, guardando alla luce della lampada mia moglie che non dorme, sento che pensa alla stessa cosa; e ce ne restiamo così, senza mai accennare ai nostri pensieri, tutt’e due… per pudore, sì, per un certo pudore… Oh! È un pensiero terribile!» Una espressione di paura gli invade lo sguardo «Ci sono delle notti in cui, all’improvviso, salto in piedi in fondo al mio letto e resto così un secondo, in uno stato di terrore indescrivibile.»
«Per me,» si lascia sfuggire Turgheniev, «è un pensiero molto familiare; ma quando mi assale lo scarto così», e fa un piccolo gesto di ripulsa con la mano. «Infatti per noi, la famosa nebbia russa ha qualcosa di buono… Ha il merito di sottrarci allo sviluppo logico delle nostre idee, alle conseguenze estreme della deduzione… Da noi, vedete, se ci si trova in una tempesta di neve, dicono: “Non pensare al freddo o morirai.” Ebbene gli slavi in questa circostanza riescono a non pensare al freddo grazie alla loro nebbia; allo stesso modo in me l’idea della morte si cancella, e si dissipa ben presto.»

Oggi, all’asta degli effetti di Madame Balzac, ho fatto salire il manoscritto di Eugénie Grandet fino a mille e cento franchi. Per un momento ho creduto che il manoscritto fosse mio: l’ho posseduto per cinque minuti.

De Nittis si rivede esattamente come quando si guardò la prima volta in uno specchio: una faccina tutta pallida, con una massa di capelli stopposi — mentre ora sono scurissimi — e una blusetta nera a pallini bianchi.
Si ricorda anche di quando, ancora bambino, andava in una scuola femminile dove era l’unico maschio. Là aveva per innamorata una ragazzona di nome Esperanza, che egli amava profondamente e che, durante le ore di ricreazione, si sedeva sui gradini della scala, rovesciando la testa di lui sulle sue ginocchia per accarezzargli i capelli, mentre De Nittis, con il suo sguardo amoroso, si perdeva nel blu, nel blu profondo del cielo.
De Nittis ha avuto una vera passione per i cieli durante l’infanzia.

Zola è davvero un bel tipo. È la personalità più straordinaria che io conosca, ma si manifesta tutta in modo sotterraneo: non parla mai di sé, ma tutte le sue idee, le sue teorie, le sue polemiche combattono soltanto, a proposito di tutto e indistintamente, in favore delle sue opere e del suo talento.

Oggi la cerimonia religiosa intorno alla bara di Turgheniev fa sbucare dalle case di Parigi tutto un piccolo mondo di giganti con menti schiacciati e barbe da Padre Eterno: tutta una piccola Russia che abita, insospettata, nella capitale.
C’erano anche molte donne russe, tedesche, inglesi, pie e fedeli lettrici che venivano a rendere omaggio a questo grande e delicato romanziere.

«Come sta De Nittis?»
«Molto poco bene!» mi risponde la cuoca Louise nell’anticamera dell’umida casa di Saint-Germain.
Subito dopo, mentre salgo le scale, sento una voce anelante che mi dice: «Ah! È lei, è lei… Vengo.» E vedo il mio povero De Nittis, con il volto terreo e un’inquietudine smarrita negli occhi, che mi fa paura.
Dopo un po’ che parliamo, dico a De Nittis:
«Lei aveva una salute che mi faceva invidia… È stata quella bronchite due anni fa!»
«Quella bronchite?» ribatte. «No, sono state le fatiche di tutta la mia vita, tutta la mia giovinezza trascorsa in campagna a dipingere senza mangiare, le giornate trascorse in Inghilterra a dipingere in mezzo alla nebbia, sono… sono…»
Pochi minuti prima che me ne vada, accasciato al mio fianco, si lascia sfuggire a bassa voce: «Vede, una volta che si è malandati come me, è impossibile riprendersi!»
Esco straziato, con l’impressione che il mio povero amico sia colpito mortalmente.

Non erano passate due ore da quando avevo finito di scrivere le mie tristi impressioni di martedì, quando ho ricevuto questo telegramma: Venga in fretta. ‘De Nittis morto improvvisamente’.
Alla stazione di Saint-Germain incontro Dinah che va a Parigi per comprare degli abiti da lutto già confezionati alla sua padrona. La povera ragazza mi racconta, con parole mezzo incomprensibili e rotte dai singhiozzi, la morte improvvisa di De Nittis. Si era svegliato alle sette e lei gli aveva messo dietro il collo le quattro ventose prescritte, tutte le mattine, dal medico del luogo; ma le ventose non si erano attaccate bene e il malato era un po’ nervoso. Tuttavia si riaddormentò, si svegliò alle otto e mezzo, si vestì, si vestì completamente e poi cominciò a lamentarsi di avere delle cose nella testa che gli facevano male, pregando Dinah di pettinarlo. La ragazza fece come le era stato detto, servendosi di un pettine fine; e man mano che lo pettinava, vedendo che la sua testa non poteva più sostenersi, si afflosciava, cadeva in avanti, gli chiese cosa aveva, se soffriva sempre. De Nittis le rispose con dei gemiti, dei sospiri sofferenti, toccandosi la fronte. Poi improvvisamente si mise a gridare: «Ah! Ah!… Mi sento un vuoto nella testa… Io muoio.»
Dinah trasportò il morente sul letto, dove non parlava già più e non apriva gli occhi: aveva solo delle contrazioni nervose alle braccia e alle mani, che si attaccavano disperatamente a colei che lo stava curando. Siccome il medico non arrivava, un vicino chiamò un interno dell’ospedale che diagnosticò una completa paralisi del lato destro. Era una emiplegia, una congestione cerebrale. Finì tutto dopo che un tremendo sudore freddo lo ebbe bagnato da capo a piedi in mezz’ora.

In questi giorni è stata una vera gioia per il mio spirito e per il mio cuore tuffarmi in un pacco di lettere di mio fratello, ritrovate a casa di Louis Passy; un pacco di lettere della sua giovinezza che mi restituiscono in piena luce degli squarci della nostra vita, semicancellati e che sembrano sbucare improvvisamente dalla nebbia, disposta dagli anni sopra un passato ormai lontano.
Queste vecchie lettere hanno portato il mio pensiero, non so in che modo, verso un passato ancora più remoto di quello a cui si riferivano. Hanno evocato in me vivo e reale il ricordo della mia sorellina bionda ‘Lili’. L’ho rivista quando nel 1832 venne a prendermi, con la nutrice, alla Pension Goubaux per fuggire il colera, La rivedo, la piccola cara dagli occhi così azzurri, dai capelli di un biondo così grazioso, che non voleva sedersi vicino a me, ma sull’orlo inferiore della portiera, per vedermi meglio, per mangiarmi con i suoi occhi in quella contemplazione amorosa e prosternata che hanno i bambini per le persone che adorano.
Povera piccola! La notte successiva, sulla diligenza che ci portava verso la Haute-Marne, fu presa dal colera. Immaginate questo viaggio, con questa bambina che ci moriva sulle ginocchia, e mio padre e mia madre che non osavano fermarsi in uno dei villaggi o delle cittadine che incontravamo per paura di non trovare un medico che sapesse curarla, fino a quando giungemmo a Chaumont, dove la piccola era, per così dire, già morta.

Che arredamento strano e inverosimile! Perdio che bell’arredamento da puttana! Sto parlando di quello di Guy de Maupassant. No, veramente non ne ho ancora visti di tale portata. Immaginate, nella casa di un uomo, dei rivestimenti in legno color azzurro cielo con bande marrone, uno specchio da camino semivelato da una tenda felpata, delle porcellane di Sèvres, di quelle montate in rame che si vedono nei grandi magazzini dove si vendono mobili di occasione, e dei sovrapporti composti da teste di angeli in legno colorato — provenienti da una vecchia chiesa di Étretat — teste alate che prendono il volo su flutti di stoffe algerine! Davvero è un’ingiustizia che Dio abbia dato a un uomo di talento un gusto tanto ignobile!

Guy de Maupassant mi confessa che Cannes è per lui un formicaio di notizie. Qui svernano i de Luynes, la principessa Sagan, gli Orléans; e qui i rapporti sono molto più agevoli, persone si sbottonano più in fretta e con maggiore facilità che a Parigi. E mi lascia capire, molto intelligentemente e giustamente, che va a cercarvi i tipi maschili e femminili dei romanzi che vuol fare sul gran mondo e sull’alta società di Parigi.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart