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LETTERATURA: MUSICA: I MAESTRI: Rossini a Bologna

2 Ottobre 2013

di Riccardo Bacchelli
[dal ‚ÄúCorriere della Sera‚ÄĚ, gioved√¨ 26 giugno 1969]

Poco tempo fa, a Bologna¬Ľ discorrendo di Rossini e della citt√† diletta e poi detestata ebbi a dire che fu un odio di quel genere che origina dall’affetto ed √® l’opposta fac¬≠cia dell’amore stravolto.
A provocare il mutamento furono, com’√® noto, due in¬≠cidenti politici: nel ’48 l’osti¬≠le chiassata di strada dei pa¬≠trioti popolani, nel ’51 un’antiaustriaca dimostrazione di si¬≠gnore nel suo salotto: la pri¬≠ma lo spavent√≤ non fuor di ragione bench√© fuor di misu¬≠ra; la seconda lo sdegn√≤ fuor dell’una e dell’altra, poich√© ci vide e pi√Ļ volle vederci un’offesa. La paura fu natu¬≠rale, l’indignazione pretestuo¬≠sa: in s√© i due incidenti eb¬≠bero significato episodico, e nei memorialisti e biografi ap¬≠paiono d’interesse non pi√Ļ o poco pi√Ļ che aneddotico. Ma sgomento e rabbia, e l’avver¬≠sione che in essi si determin√≤ e si manifest√≤ contro la citt√† gi√† prescelta come patria di elezione ed a soggiorno e ri¬≠poso degli anni della sua ri¬≠nuncia alla musica, hanno un intimo significato sintomatico assai pi√Ļ vero e pi√Ļ impor¬≠tante.

L’ipersensibilit√† rossiniana che dal 1829 in Parigi e dal ’36 in Bologna s’era venuta facendo tormentosa e morbo¬≠sa, spasmodica e patologica nell’insofferenza d’ogni uma¬≠na emozione affettiva, d’ogni morale e intellettuale e fisico turbamento, e nell’avversione anche fisiologica e allucinan¬≠te, non pure alla musica ma alle note. L’artista gi√† lucido e sano per eccellenza era di¬≠ventato un uomo ammalato, e, per pi√Ļ di tormento, am¬≠malato in ci√≤ e per ci√≤ ch’era stata la sua vocazione, la sua forza, l’esser suo di creatore artistico. La tremenda e stu¬≠penda fatica di un’opera mi¬≠rabile per quantit√†, qualit√†, variet√†, e per l’originale e originaria spontaneit√† e natu¬≠ralit√† della vena da cui eran nati i suoi capolavori in ogni genere musicale e teatrale, pervenuta al sommo e all’esau¬≠dimento suo culminante, esau¬≠dita nell’artista, nell’uomo si manifestava esausta, esaurita, inconsolabilmente ed implaca¬≠bilmente: in una stanchezza da settimo giorno di artistica creazione; stanchezza senza ri¬≠poso e senza requie, inguaribile di tormentosa impotenza anche a riposare.

Essa era cominciata a Pa¬≠rigi nel ’29, cio√® dopo il Gu¬≠glielmo Tell; a Bologna, dal ’36, s’era aggravata e inasprita: nel ’54 in Firenze, dopo la fuga sgomenta e il furioso ripudio bolognese, toccava il punto critico di una qualifi¬≠cata nevrastenia, con fobie, manie, fissazioni, angoscie os¬≠sessive e vergogna e rimorsi e disperazioni. Tanto costava al fisico la spirituale privazione dell’ineffabile felicit√† dell’ispirazione.

 

*

 

Per la storia, superata la crisi acuta, nel ’55 espatriato in Francia, guar√¨, come si guarisce di cotesti mali, ossia venendo a cauta e cautelosa composizione con essi, evasiva, reticente, semmai ironi¬≠ca: quella ch’egli adott√≤, nel¬≠la sua vecchiaia parigina, verso la musica e specialmente la propria, verso il mondo mo¬≠derno e l’Italia e specialmente Bologna, a cui probabilmen¬≠te non pens√≤ pi√Ļ e, semmai, cerc√≤ di pensarci il meno possibile per le tante e tanto patetiche memorie che gli destava.

Fra queste c’erano i ricordi dell’adolescenza e della prima giovinezza, povere, laboriose, studiose, che l’avevan fatto bolognese non pur di adozione, ma di abitudine e gusto e dialetto, mentre i cit¬≠tadini modi civili ed affabili e colti, l’avevano indotto ad eleggervi la sua dimora per gli anni che aveva sperato di riposo e ristoro e quiete, do¬≠po la rinuncia alla musica. Bologna dunque, per quanto la sua carriera operistica fos¬≠se stata veneziana e milane¬≠se, napoletana e romana, pa¬≠rigina finalmente, assai pi√Ļ che bolognese, Bologna era stata la citt√† dei suoi studi ed esordi di musicista e di operista.

Infatti il suo non del tutto immotivato sgomento nel sen¬≠tirsi gridare austriacante illi¬≠berale ed antipatriota nei pi√Ļ fervidi e tumultuari giorni del ’48, e il suo del tutto ecces¬≠sivo ed esagerato sdegno nel ’51, fanno pur pensare a un latente malumore e rancore precedenti.

Che ci fosse, e di che ge¬≠nere e origine, ne d√† spia, fra le molte invettive ed ingiurie non altro che rabbio¬≠se, ingiuriose, sarcastiche, una ironia, quando ebbe a qualifi¬≠car ¬ę classica ¬Ľ Bologna, anzi, e proprio in regime di occupazione austriaca restaurati¬≠va, ¬ę pi√Ļ classica del solito ¬Ľ. E’ uno scherno, cui non vale, a giustificarlo, il fatto che se egli non aveva partecipato degli entusiasmi e delle illusioni quarantottesche, in ci√≤ aveva avuto criterio di pur lucido discernimento realistico: uno scherno alla citt√† dotta per antonomasia, al suo stile e spirito non romantici: ma avviene di sospettarvi un significato polemico meno incerto e men generico, pen¬≠sando che insomma il maestro suo di composizione era stato il severo, arcigno, dogmatico, e, com’egli ebbe a descriver¬≠lo, pi√Ļ che laconico, addirit¬≠tura taciturno Padre Mattei, depositario musicale di una tradizione dottrinaria rigoro¬≠sa e rigoristica e misoneisti¬≠ca, bolognese fin dalla infelicissima polemica dell’Artusi contro Claudio Monteverdi. E Mattei aveva chiamato il giovine allievo ¬ę disonore ¬Ľ della sua scuola, eppoi, e peggio, con magisteriale in¬≠generosit√† e magistrale gran¬≠chio a secco, aveva commen¬≠tato il successo dell‚ÄôItaliana in Algeri, sentenziando che Gioacchino aveva ¬ę vuotato il sacco ¬Ľ.

Del resto, l’opinione e la critica seria e seriosa rimase per lo pi√Ļ retriva e ritarda¬≠taria lungo tutta la carriera di lui nel ¬ę buffo ¬Ľ farsesco, nel ¬ę comico ¬Ľ e specialmente nell’¬ę opera seria ¬Ľ, che dal giovanile incanto del pateti¬≠co Tancredi alla epica gran¬≠dezza del Tell, si afferm√≤ e si svolse, non senza contra¬≠sti, disavventure, fatiche, tra¬≠vagli. Ma, stando al caso, il sarcastico epiteto di ¬ę classi¬≠ca ¬Ľ, sinonimo di pedantesca e accademica e sussiegosa, denota che qualcosa di quella tradizione e d’un’opinione e umore non favorevoli nei suoi riguardi, gli fosse trapelato dal chiuso ambiente bolognese musicale dotto e dottrinale. E Rossini, intelletto di rara e ammirevole lucidit√† e consa¬≠pevolezza critica, quale si di¬≠mostra nell’opera sua e nel suo sviluppo e nel suo stile e linguaggio, alle critiche sen¬≠sibile fin morbosamente, era attento agli umori e alle opi¬≠nioni tanto che, per esem¬≠pio, al mezzo successo del Gu¬≠glielmo Tell all’¬ę Op√©ra ¬Ľ in Parigi, aveva rifiutato di com¬≠parire alla ribalta per ringra¬≠ziare il pubblico dei suoi ap¬≠plausi di stima. Al mezzo suc¬≠cesso della prima, era seguito in Francia un insuccesso piut¬≠tosto lamentevole, mentre in Italia fra gli stessi rossiniani, anzi fra i pi√Ļ entusiastici, si diffondeva l’accusa ch’egli, espatriando, si fosse artisti¬≠camente trasgredito. L’avran detto anche a Bologna, ripren¬≠dendo, vedi caso, la vecchia critica che allo scolaro, al¬≠l’esordiente, aveva messo il so¬≠prannome di ¬ę tedeschino ¬Ľ.

 

*

 

Sono ipotesi, ma √® certo che se lo sgomento e l’avversione furono, non che eccessivi, an¬≠che esagerati, alle varie ragioni del fatto pu√≤ ben aggiungersi il sospetto di una inveterata, latente e magari inconscia, animosit√† di Rossini verso Bo¬≠logna.

Considerando, all’incontro, il futuro, in Bologna veniva preparandosi e maturando una disposizione innovatrice e fa¬≠vorevole alle innovazioni, ne¬≠cessaria a quell’apertura intel¬≠lettuale e polemica rottura da cui esplose la passione bolo¬≠gnese per Wagner e in cui nacque il colto amore citta¬≠dino per la grande musica ro¬≠mantica da concerto. Ma che di quella disposizione abbia avuto sentore o sospetto il Rossini, dispettoso e affettato e doglioso misoneista, sarca¬≠stico, non si pu√≤, credo, do¬≠cumentare.

D’altronde, e all’opposto, chi si diletti a immaginare un color locale, un ambiente ci¬≠vico, un umore, un’architettu¬≠ra conformi, originariamente, al Barbiere rossiniano, ri¬≠corder√† che questo ebbe non per caso interpreti primi e ge¬≠niali, anzi congeniali, una Ro¬≠sina e un Figaro, la Giorgi Righetti e lo Zamboni, ambe¬≠due bolognesi, mentre l’Almaviva Garcia, spagnoleggiando, contribu√¨ allo storico fiasco del 20 febbraio 1816 al teatro di Torre Argentina in Roma. Ma c’√® dell’altro, perch√© se uno prende gusto a un simile im¬≠maginar bologneggiando, vede una fuga di quei meravigliosi portici, e comparire da dietro una colonna con un mezzo scambietto, chitarreggiando., il gaio, lo ¬ę svelto ¬Ľ Figaro del bellissimo libretto; scorge sot¬≠to gli archi passeggiare Don Basilio solfeggiando e batten¬≠do il tempo con magistrale ed ipocrito sussiego: la finestra con la ¬ę gelosia ¬Ľ da dietro la quale si sentir√† la voce di Rosina, d√† su una piazzetta o su un trivio, dove il serenatante Almaviva avr√† raccolto un coretto di scanzonati, buone voci d’osteria e di stra¬≠da, anzi di porticato ¬ę petro¬≠niano ¬Ľ; eppoi, nell’esosa e amara grinta di Don Bartolo apparir√† in trapelo la ma¬≠schera prettamente bolognese e universitaria, dell’irascibile e dottorale Balanzone.

Uno dei valori dell’incom¬≠parabile Barbiere rossiniano proviene dall’avere ricavato dalla Commedia dell’Arte partiti e figure e effetti d’una semplicit√† e vitalit√† e comicit√† di significato ed efficacia uni¬≠versali e immediatissimi.

E cos√¨, in quell’aria e stile d’umore e color locale, e nella bellezza poetica dell’opera ge¬≠niale, Rossini e Bologna si son riconciliati, han fatto pace in immortalit√†.


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Bart