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LETTERATURA: Nel mio romanzo “Margherita” una Lucca terribile

10 Giugno 2020

di Bartolomeo Di Monaco
(dal mio romanzo “Margherita”)

Jacopo preferiva trascorrere il suo tempo libero a Viareggio, e diciamo pure specialmente alla “Costanza” (1), piuttosto che a Lucca. Non ci si ritrovava più nella sua città, che era le mille miglia lontana da quella che aveva reso felice la sua infanzia, e tutte le volte che poteva evitarla, lo faceva volentieri. C’era odore di metastasi dappertutto. Dentro le Mura, la Lucca antica cadeva a pezzi. Non c’erano più soldi per provvedere alla manutenzione, e metteva pena veder morire i suoi splendidi monumenti. La chiesa di San Michele non si riconosceva più, devastata dall’abbandono, e l’arcangelo, lassù in cima, mutilato nelle braccia, mostrava anche ai più lontani il degrado della città. La piazza era restata senza catene, e le colonnette di marmo qualcuno le aveva spezzate.
Jacopo accelerava il passo per non guardare.
Dove stava il buon Costantino che secondo una leggenda proteggeva la gemma inanellata al dito dell’angelo? Perché aveva consentito lo scempio? Perché non castigava? Ma anche accelerando il passo, Jacopo non risolveva niente, e cadeva dalla padella nella brace. Era fermo da anni l’orologio della Torre, e s’era perduto perfino il segno delle ore, e le lancette chissà da quanto tempo erano cadute. Dissestate pure le altre torri, e quella del Guinigi era mozzata; la parte superiore aveva fatto un gran fracasso una notte, precipitando, e solo per miracolo non c’erano stati morti. Via dei Fossi era divenuta impercorribile: proveniva una tale puzza dalle sue acque che il passante doveva mettersi a correre, se era costretto a fare quel tratto di strada. Non c’era più il bel cedro secolare nell’Orto botanico, e si mormorava che qualcuno dei potenti con una scusa ne avesse ordinato l’abbattimento, e se ne fosse servito poi per fare legna e scaldarsi. Ma queste erano ancora piccolezze. In piazza San Martino se l’erano addirittura rubato il tesoro del Volto Santo, e nessuno sapeva dire come fosse potuta accadere una cosa incredibile come questa. E ora, nella cappellina del Civitali, il “Re dei lucchesi” restava ignudo anche nel giorno della sua festa millenaria, e certa gente si metteva a piangere ricordando i tempi in cui la città era stata orgogliosa del suo Crocifisso nero. La famosa processione, che si teneva in suo onore la sera del 13 settembre, non si celebrava più, ed era davvero triste il giorno della vigilia della Santa Croce percorrere quelle strade desolate, dove un tempo sfilava con tanta solennità.
Jacopo era assalito da una gran rabbia e da una profonda pena. Incontrava poca gente, e specialmente vecchi. Chi pagava per questa umiliazione?
All’interno delle Mura, la popolazione si era ulteriormente ridotta negli ultimi anni e, in effetti, pochi avevano interesse ad entrare in una città dove non c’era più nulla. Parecchie chiese restavano chiuse e, come quella di San Michele, cadevano a pezzi. Molti architravi antichi, con belle sculture che erano state l’orgoglio della città, si erano volatilizzati, e nessuno sapeva dire niente, e le porte erano state sbarrate alla meglio con tavolacce. Erano cadute molte tessere dal bel mosaico di San Frediano, e i suoi personaggi chi sapeva più riconoscerli? Il Cristo e gli angeli erano praticamente cancellati. Il vicino Anfiteatro, conosciuto in tutto il mondo, distrutto. Giacevano a terra le pietre più pesanti che ancora qualcuno non aveva avuto la forza o il coraggio di portarsi via.
Che ci faceva quindi un uomo in una città che da ogni angolo mandava olezzo di morte? Prima di entrare, Jacopo spesso si fermava a contemplare le cortine e i baluardi delle Mura, su cui aveva passeggiato tante volte. Ora non avevano più gli alberi ad ingentilirne la struttura imponente, e molti mattoni erano caduti; e si vedevano dappertutto le innumerevoli ferite sofferte da questo gigante che aveva sfidato i secoli, ed ora era costretto a morire.
Il numero degli abitanti che era diminuito dentro la città, era invece cresciuto enormemente fuori. Si erano formate bidonville dappertutto, e le antiche palazzine della circonvallazione convivevano con le baracche di tavole e di lamiere. Affacciandosi alla finestra, non si vedeva altro che quello squallore. E si estendeva, lo scempio, per un raggio di chilometri e chilometri intorno alla città. Abitavano nelle baraccopoli molti lucchesi, giacché la povertà era profonda e diffusa, ma ad essi si erano aggiunti ben presto i poveri delle altre Nazioni e delle altre razze, e si potevano incontrare nelle bidonville colonie di gialli, di neri, di indiani, di arabi, di meticci, di creoli, ma anche europei. Tutti si erano illusi di fuggire da una condizione peggiore e, arrivando qui, trovavano frustata la loro speranza. La povertà si stava uniformando nel mondo. Si erano fermati a Lucca, ma se lo avessero immaginato si sarebbero potuti fermare molto prima, risparmiando ulteriori fatiche e umiliazioni. Avrebbero trovato la stessa miseria ovunque fossero andati. La grande immigrazione stava per finire, perché Oriente e Occidente, Nord e Sud erano diventati la stessa cosa.
Non c’era più speranza nel mondo? Tutto lasciava credere che essa non esisteva più nel cuore dell’uomo. Di certo c’era tanta rassegnazione nei molti. E nei pochi? Nei pochi si annidava un tale desiderio di fare giustizia, anche con la più bestiale delle violenze, che se incontravi per caso uno di questi, lo vedevi dai suoi occhi che sarebbe potuto diventare il tuo assassino.
Margherita veniva di rado a Lucca, e quando lo faceva voleva stare a fianco di Jacopo, perché quella visitazione desolata la immalinconiva. Tutto sapeva di morte, e lei invece ora aveva trovato un uomo da amare, e anche se non poteva averlo tutto per sé, sentiva che c’era un germe rigeneratore che covava in lei. Ma aveva paura di ogni cosa, avvertiva che tutto era ancora fragile, e che non si poteva chiedere di più.

(1) Località della pineta di Migliarino frequentata da prostitute.

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