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Letteratura: Noé Jitrik: “I lenti tram”

10 Giugno 2021

di Bartolomeo Di Monaco

Uno dei maggiori scrittori argentini, nato il 23 gennaio 1928, viene tradotto per la prima volta in Italia. A farlo è lo scrittore Marino Magliani, nato a Dolcedo (provincia di Imperia), dove fa continue capatine per non dimenticare la sua terra natale, e vive in Olanda, in un paesino di fronte al mare, IJmuiden. Ha vissuto anche in Spagna e in Argentina, e dunque conosce bene la lingua di quei paesi.
Il romanzo (pubblicato da Amos Edizioni) ci appare sin dall’inizio come una ricerca della memoria. Il narratore (lo stesso autore) ha un vago ricordo di un uomo che lo aveva incuriosito tanti anni fa e cerca di ricostruire la sua figura: “Non so se l’uomo con la giubba fosse un tipo speciale, voglio dire: se fosse qualcosa di più di un qualunque vicino che in qualche modo si distingueva dagli altri. È probabile che fosse un pittore o uno scultore o uno scrittore, o forse un capomastro il cui capolavoro era casa sua. Non riesco a ricordare neanche una singola lettera del suo nome; non so nemmeno se si rivolgeva a noi cordialmente, generosamente, o in tono severo.”. Allo stesso modo farà con altre immagini che gli tornano alla mente.
Ci si domanda subito del perché questa ricerca della memoria, e si ha l’impressione, facilitata anche dal ritmo lento ma pervasivo della scrittura, che vi si cerchi un affetto e un calore perduti. Con tanta malinconia: per ciò che non è stato e poteva essere: “E così sono perse per sempre tante cose di quel periodo della mia vita che ora sto rievocando, e ciò che riemerge sono resti di un naufragio, povere, vuote immagini che rievocandole impoverisco ancor più.”.
L’amore del ricordo, dunque, si mescola con il rimpianto. E nel rimpianto c’è sempre dolore.
A mano a mano che l’autore procede, il ricordo si fa però sempre più distinto e lucido. Ogni oggetto sia animato che inanimato prende forma e si afferma nel lettore, lo ammalia.
Sono anni, quelli, che si mostrano dapprima come aeree evanescenze, infine si appropriano di una corporalità resurrettiva e rigenerante. Il passato è minutamente cercato e analizzato. Le peripezie attraversate, personali e familiari, sono rievocate come qualcosa di religioso e di sacro. Il dolore che ogni tanto si incontra è immediatamente purificato. Quando la famiglia impianta una piccola trattoria, si legge: “Non dimenticherò mai il prezzo al quale vendevamo i pasti; era quasi niente, eppure, in sala non mancava mai qualcuno che sosteneva che era troppo per quel che davamo da mangiare, o che faceva supposizioni ad alta voce sui possibili motivi di quella discrepanza. Il pranzo era servito nella camera da letto dei miei genitori i quali o se ne andavano a dormire dall’altra parte oppure tutti i giorni toglievano e rimettevano a posto il letto coniugale. In casa si era instaurato un ritmo infernale perché, nonostante offrissimo i nostri servizi quasi in silenzio, a mangiare da noi venivano in tanti e le cose si complicavano al punto che non sapevamo più se tutta quell’affluenza era un bene o un male.”.
Le gestualità che emergono dal passato si trascinano dietro movimenti di un antico vissuto pronto a tornare alla vita.
Qui scrive del macellaio vicino alla loro casa: “Fernandez, credo che fosse questo il cognome del vivace proprietario che non mancava mai di commentare la dimensione degli acquisti, maneggiava con estrema abilità e scioltezza un enorme affettatrice rossa la cui lama, di almeno cinquanta centimetri di diametro, affilatissima e brillante, riusciva a estrarre quei larghi petali dagli enormi prosciutti che il Fernandez introduceva nel taglio con la cura di un chirurgo. A volte il prosciutto era già preparato, altre si assisteva all’operazione con cui lo si disossava, e c’era da supporre che l’osso sarebbe andato ad arricchire i brodi galiziani che si cucinavano a casa sua, centro della sua attività. Raccoglieva le fette di prosciutto, salame o mortadella, con una pinza e le stendeva su un foglio oleato che previamente aveva posto sul piatto di una spettacolare bilancia, con una specie di schermo triangolare pieno di numeri e percorso da un ago che indicava il peso, un apparecchio sensibile alla pressione più insignificante. Una volta pesato, se tutto era come si deve, riprendeva il foglio con un gesto elegante, lo piegava geometricamente, aggiungeva il pacchetto agli altri acquisti, se ce n’erano, e consegnava il pacchetto definitivo invariabilmente con un commento che metteva in luce, più che la sua simpatia, la sua infinita sicurezza nel commercio o in lui stesso, suppongo.”.
Affiorano venature formative frutto di esperienze nelle quali emozioni, piaceri, dissensi si mescolano, allo scopo di formare gli anticorpi necessari alla maturità: “Da allora a tutt’oggi, per qualche motivo, quella ripetuta e poco piacevole esperienza mi è entrata dentro e ne ho ricavato qualche lezione perché, se da un lato non posso fare a meno di sentirmi sfortunato quando non ho abbastanza soldi per comprare quel che vorrei, dall’altro, in modo corrispondente, mi sembra semplicemente immorale comprare solo perché si hanno a disposizione soldi a sufficienza, propri, presi a prestito o come che sia.”.
La maturità conseguita a forza di lente germinazioni, consente di dare al ricordo un valore aggiuntivo a quello del suo tempo. Effetto e causa si riconoscono. La causa si offre in tutta la sua verità e completezza.

Jitrik si rivela un sensibile e sapiente indagatore del passato, filtrato attraverso una memoria generosa e disponibile a rivelarsi. Ci ricorda Proust. Il modo intimo attraverso il quale egli procede a ricostruire la sua vita ha una tale forza di penetrazione, tuttavia umile e silenziosa, che il passato gli si dona generosamente: “Si sa che sugli odori si può dire ben poco, e non ci insisto, ma il mio naso è ancora pieno della fragranza che spargeva quella donna, che mi proteggeva senza dirlo e credo sentisse un affetto misto a curiosità per me, che sicuramente avevo tutt’altro odore.”.
L’esperienza vissuta da ragazzo in una bizzarra famiglia in cui la condizione non agiata provocava una moltitudine di problemi e di preoccupazioni fa da motore e spinta, da punto di partenza e, al contempo, anche di saturazione, formandosi ed emergendo in essa già tutti i tratti della sua personalità. La famiglia e ciò che vi ruota intorno, amicizie e conoscenze, rappresentate nella loro levità espressiva, erano a quel tempo, nel bene e nel male, possenti architravi: “Quella contraddizione mi perseguitò per anni e anni, e provocò gelosie e urti nelle opinioni della famiglia che non poteva e non voleva ammettere neanche per un momento che per me potesse esistere qualcosa di più desiderabile che la famiglia stessa.”.
L’autore in qualche modo ne avverte il peso e una specie di legame ossessivo e liberticida.
Si arriva alla seconda guerra mondiale (trattata velocemente), con notizie che giungono dall’Europa. Si fa cenno alla persecuzione nazista degli ebrei (ebrea è la famiglia del narratore), e dell’oppressione che stava dilagando.
Qui ci descrive una cerimonia ebrea a cui partecipò da bambino: “Ci andai verso sera, forse per tutto un mese, e in pochi giorni la cerimonia mi affascinò: aprire il tabernacolo, cercare i fogli arrotolati, il modo in cui venivano posati sul tavolo grande, la delicatezza – sottolineata intonando certi canti – con cui si svolgevano, e finalmente la lettura dei versetti che, a volte, venivano cantati o canticchiati. Le voci degli officianti non erano curate, ma avevano un tono melodioso e i toni più crudi mi facevano immaginare regioni della terra e della storia che rimontavano alla vera e propria origine.”.
Ripercorrere il passato è per Jitrik confessione e crescita ed intorno al suo ricordo si ricompone come sotto l’effetto di una magia, la società del tempo: “Una banda, senza dubbio militare o della polizia, eseguì inni e altre musiche indispensabili, ci furono discorsi, compreso quello del Signor Direttore della scuola, ma di tutto ciò l’unica cosa che mi rimane, implacabilmente, come un nucleo di significato che non si esaurirà mai, è che tutto aveva un’aria marziale, soprattutto perché la scena era piena di gente in uniforme, ma anche perché l’aria marziale sembrava essere l’indispensabile elemento di connotazione. Osservai, con una sorpresa che gli anni trasformarono poi in timore e sfiducia, che quei gesti, che a me non piacevano, suscitavano l’ammirazione dei miei compagni; di questa circostanza mi rimase un retrogusto, un disgusto, un sapore in bocca ben definito ma da non esprimere apertamente, come se fossi stato circondato da altra gente, solo perché ci distanziava il nostro particolare modo di stare sull’attenti e rendere omaggio alla bandiera. In ogni modo, era gente diversa da me, con la quale avrei fatto fatica a intendermi, sentimento che divenne sempre più forte in tutto il seguito della mia vita.”.
Quando arriva la radio, fu come se la vita si scombinasse; le abitudini e le tradizioni a poco a poco si affievoliscono come percosse da una contaminazione ostile: “Probabilmente la radio ci aiutò ad acculturarci e a sentire, più che comprendere – perché questa era una capacità preesistente alla sua installazione -, che esisteva un mondo esterno fatto di passioni, vere e false, strazianti o tenerissime, conflitti inimmaginabili e situazioni molto diverse da quelle che ricorrevano nel nostro mondo.”.
Il romanzo ha un epilogo in cui si fa capire che ciò che si è letto è un passato rimasto tale e quale e immobilizzato nel suo tempo, ma non è così. Noi preferiamo quanto nello stesso epilogo l’autore scrive, a conclusione: “Questa scrittura persegue i suoi effetti in un aldilà che, perché queste frasi siano veramente l’epilogo di un testo senza fine, è simile a un terreno non vietato ma nascosto, nel quale devo penetrare per non morire e per estrarre dall’unica cosa che ho, le mie parole, un’altra vibrazione, un’altra ampiezza, un’altra forza.”.
Un inno alla scrittura ma anche l’ammissione che l’intreccio tra scrittura e ricordo non può generare altro che vita.


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