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LETTERATURA: Olga Visentini: “La rondine e i prigionieri”, 1943

17 Agosto 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Fu un autrice molto prolifica e di successo.
È in  corso la guerra italo-greca (28 ottobre 1940 – 23 aprile 1941). I soldati italiani sono sopraffatti dalle forze nemiche e il tenente medico Renato Cesaldo, “che pur toccava appena i trent’anni”, “I capelli biondi e gli occhi azzurrini”, riceve, “forse con il calcio del fucile, un colpo violento, e tutto gli si annebbia, diventa oscuro, anzi tenebra”. Sviene e quando si riprende, qualcuno gli offre dell’acqua, contenuta in “un orcio di terracotta”. Alza per vederne il volto e incontra “un viso di donna, incorniciato dalla visiera molto larga d’un berretto.”.

È una nemica che sta assistendo i soldati italiani, i quali saranno condotti al campo di concentramento più vicino.

Il romanzo interessa perché ci offre una visione femminile della guerra, in cui non mancano forti accenti romantici e di patriottismo. Un documento, dunque, disvelatore di una scrittura alquanto sottomessa ai presupposti e ai rigori ideologici dell’epoca.

Un esempio: i prigionieri sono in movimento: “Sogguardò colui che gli camminava al fianco: Maurizio Pieri, lo studente che aveva offerto alla Patria tutta la sua giovinezza in fiore, senza nulla chiedere, se non l’onore di combattere; e un poco più avanti Filippo Bartan, un umile contadino che aveva lasciato nella sua casa tra i campi la sposa e cinque bambini”. Tra i prigionieri c’è un cappellano, don Lorenzo Rocchi, che li conforta e ogni tanto li esorta a pregare. Il cammino è difficoltoso e i prigionieri sono stanchi: “Camminarono tutti tra gole e valloni, lungo le montagne dell’Acarnania, ammantate di nevi e irte qua e là di sterpi, con tappe brevi, inadeguate alla loro stanchezza; si ammucchiavano gli uni agli altri per riscaldarsi a vicenda nella notte, si sorreggevano nelle marce strascicate, faticose, estenuanti.”.

Di Renato sappiamo che da studente si era innamorato di una francesina, Jeanne de Montignac, che lo aveva soggiogato con le sue moine, ed era stato il padre a sottrarlo a quella malia, e da allora egli “non aveva mai più amato; gli era rimasto dentro alcun che di diffidenza per ogni grazia femminile, come se ogni incanto apparente non fosse che menzogna.”.

Giunta la sera, sono pochi i prigionieri che riescono a prendere sonno. I più si lasciano andare ai ricordi. L’autrice ne passa in rassegna alcuni, per ridisegnare un mondo che la guerra aveva sconvolto e allontanato. Tra questi è il professore Enrico Salci, che ha il grado di tenente e nella vita civile è scrittore e poeta famoso nonché insegnante, “con i capelli grigi”, “non per età”, il quale ha perduti la sua bambina, scomparsa tra i flutti a cinque anni per un incidente di mare vicino all’isola di Zante, e la sua sposa Maria, deceduta poco dopo “col cuore spezzato.”. La fede cattolica fa da giunzione al suo ricordo e lo riscalda. Enrico ha portato con sé alcuni suoi studenti volontari e chiede al Signore di morire in vece loro. Così potrà anche rivedere la sua bambina: “Tu mi verrai incontro, figlia mia: anche con le alucce d’angelo ti riconoscerò; e tu mi prenderai per mano e mi accompagnerai al trono di Dio”.

Comincia la vita di prigionia. Talvolta, quando alla sera, quando al mattutino, odono un canto espresso in lingua italiana. È una voce di donna, suadente, melodiosa. Pensano che sia quella della giovane vivandiera Lietta, ma non ne sono sicuri poiché incontrandola è apparso che non conoscesse la loro lingua.

L’autrice rende un esplicito tributo al regime fascista, allorché i prigionieri cercano con il lavoro di distrarsi dalla prigionia e dall’ozio. Il soldato Bartan, che nella vita fa il contadino, andando con il ricordo ai suoi figli: “pensava che i bimbi non sono certo abbandonati in Italia, perché le istituzioni del Regime vengono loro incontro, provvidenziali, specie se figli di combattenti (…) Gigi e Carlo sarebbero stati accolti nei doposcuola e nelle colonie, ben curati, rivestiti, puliti come signorini. E per Lella, l’ultima nata, c’erano i bei ‘nidi’, le case bianche, piene di sole, con tante culle, vasche per il bagno, fiori, balocchi, da sembrare in Paradiso.”. Poco più avanti, allorché una giovane donna, Dora (è la figlia del colonnello comandante la guarnigione Paolo Chelidon e si scoprirà che è lei “la cantatrice misteriosa”; sapremo poi che è anche la fanciulla che ha dissetato Renato e gli altri prigionieri) conduce Renato a visitare in un villaggio i colpiti da una influenza che aveva mietute molte vittime, leggeremo: “il dottore pensò con orgoglio alle case operaie, bianche, nitide, piene di sole, fatte costruire dal regime, nella sua Patria lontana; e sentì che anche quel benessere, indice di una civiltà superiore, era pegno di vittoria.”. Sottolineature di questo tipo, ne avremo ancora.

Il racconto procede linearmente, con una scrittura connotata di semplicità e di leggerezza, adusa ed esperta. Viene intessuto un rapporto di amore tra genti divise dalla guerra. Renato, oltre a visitare e a curare i malati, opererà in condizioni disagiate la piccola bambina greca Jole e la guarirà da una morte certa. Ad assisterlo come infermiera sarà proprio Dora, la giovane figlia del colonnello, che offrirà la sua casa e gli strumenti necessari all’intervento chirurgico. È una collaborazione che trasuda di pietà e di amore, sostenuta da una delicatissima bellezza descrittiva.

Nel campo di concentramento si abbatte lo scorbuto: “alcuni avevano le labbra lacerate dallo scorbuto, altri gli occhi lucidi di febbre”.

Il lettore si accorge che a poco a poco si insinua una certa affinità tra la giovane Dora e il professore Enrico Salci (lo ricordiamo: rimasto vedovo e orfano della piccola figlia, dispersa in mare e creduta morta) il quale, quando si trova in presenza della ragazza, non riesce a distogliere gli occhi da lei, e la stessa Dora è attratta dalla sua figura, al punto che trascura le attenzioni di Renato per volgere lo sguardo a lui.

I nodi non tardano a sciogliersi e prima ancora del previsto noi sappiamo dalla stessa Dora che il colonnello è il suo genitore adottivo: “Mi ha accolta piccina così”. Nello stesso tempo Renato, che ha accolto con stupore la rivelazione di Dora, avverte di essersene innamorato. Di questo innamoramento sarà proprio Enrico ad accorgersi, al quale Renato ha anche confidato la rivelazione fattagli da Dora.

L’autrice fa accadere tutto questo in una zona di guerra, ogni tanto sorvolata dagli aerei italiani, e addirittura nel penoso riverbero di un campo di concentramento. È un intreccio profondamento congiunto ad un sentire religioso infuso di pietà e di amore per l’uomo.

Nel campo, don Lorenzo ha celebrato la Messa di Pasqua e ha prodigato parole di conforto ai prigionieri. Si fa sempre più avvertita la sensazione che presto saranno liberati dall’arrivo delle truppe italiane: “la vigilanza, per qualche giorno severissima, si rallentò all’improvviso, divenne disordinata, saltuaria.” E poi: “non v’era sentinella, né dentro né fuori, e neppure in vista lungo la scogliera.”. Recandosi al Comando, Renato e don Lorenzo s’avvedono che il presidio sta sgomberando e i soldati greci s‘affrettano a partire. Anche Dora, in abito da viaggio, si trova vicina all’auto su cui vengono caricati i bagagli. Sarà lei a dire che le truppe italiane stanno arrivando e dunque saranno presto liberati.

Dora Chelidon (cognome che in greco significa rondine) si allontana e scompare alla vista dei due. Renato è confuso ma prevale subito il senso della Patria. Sarà don Lorenzo a sollecitarglielo: “È questo il modo di accogliere la più bella notizia del mondo? Sai che cosa significa tutto ciò? Il trionfo della giustizia, l’onore della nostra stirpe, un gran passo verso la vittoria e verso quella pace a cui i popoli aspirano.”.

L’euforia patriottica, l’educazione fascista, non lasciano trapelare nei protagonisti il dubbio che quella sia, invece, una vera e propria guerra di conquista, in forza della quale giustizia e pace sono ferocemente violate.

È palese il contrasto tra il sentimento che unisce tra loro, attraverso l’amore e la carità, due popoli nemici, e l’ideologia fascista che ha ancora giuoco nell’anima dei più, tanto nei soldati che addirittura nell’uomo di Dio, don Lorenzo.

La scoperta che Dora è la rondine che cantava per loro riapre una dolce parentesi di comunione in quel passaggio oppresso dalla guerra. Renato è ormai certo che l’ama, Enrico accentua il suo interesse per lei, le cui fattezze gli ricordano la figlia scomparsa. Sapremo, in sovrappiù, che il nome della sua bambina era proprio lo stesso: Dora.

Sono fili destinati a intrecciarsi, poiché ad essi è affidato il messaggio del romanzo, che è un messaggio d’amore: i prigionieri, in Dora “non avevano mai sentito la donna, ma solo l’anima. La rondine: era venuta, aveva garrito, ed era passata via nella primavera inazzurrata, tra un refolo di petali, un’ondata di olezzi.”. Ma poi, ecco che torna l’euforia patriottica: “quella fanciulla era italiana e cattolica, e l’intima bellezza che aveva saputo irraggiare era della stirpe latina, datrice di civiltà, rinnovata dal Cristianesimo.”.

L’autrice non si libererà mai da questa visione, condizionata com’è dal suo patriottismo e dall’ideologia dominante, pronta ad accrescerne, anzi, i colori ogni volta che se ne crei l’occasione, come quando i prigionieri scorgono l’arrivo degli italiani liberatori: “I prigionieri, convulsi, deliranti, volevano avere subito notizie della Patria, del loro mondo caramente diletto, da cui la raffica li aveva per lungo tempo separati.”.

La tensione della prigionia è finalmente dissipata. L’immagine di Dora torna a farsi centrale nei due personaggi che più le sono vicini, Renato e Enrico. Si convincono ogni giorno di più che Dora è la Doretta che fu travolta dalle onde. Dice Enrico a Renato: “Il mare in tempesta ha sentito la sua bellezza, la sua innocenza; non l’ha voluta, per trasportarla come un fiore su queste sponde, miracolosamente…”.

Ritrovarla diviene, dunque, una priorità. Nonostante siano in guerra, Enrico confida che il Comando militare italiano sarà comprensivo e gli concederà di andare a cercarla. Presentiamo già quale sarà la prova che la farà riconoscere senza incertezze: una medaglietta su cui Enrico ha fatto incidere la Madonnina bianca, una piccola statua collocata in una marginetta, “incorniciata di clematidi”, scoperta dalla figlia e a cui era rimasta devota: “Quando compì cinque anni, cioè qualche settimana prima che la perdessi in mare, le feci coniare una medaglietta d’oro, che portava da un lato l’immagine della Madonnina bianca e dall’altro il nome della mia tenerezza ‘Doretta del tuo babbino’.”.

Dora è a Missolungi, la città “distesa lungo il mare”, e, per fortunata circostanza, è proprio lì che sono trasportati i prigionieri liberati: “Gli autocarri procedevano a velocità ridotta, l’uno dietro l’altro per la via angusta, e spesso, incrociando con staffette o con motociclisti portaordini, dovevano manovrare lentamente, portandosi sul margine con le ruote in bilico sul pendio a volte erboso, a volte di roccia scheggiata.”.

Nelle peripezie del viaggio alla ricerca di Dora, incontrano una pattuglia tedesca; si fanno riconoscere grazie ad un salvacondotto e l’occasione consente all’autrice di esaltare questa alleanza. Renato e Enrico stanno attendendo dai tedeschi, che hanno telegrafato per riceverne, notizie su Lampas, “un educandato per giovinette”, appena fuori della cittadina di Gastumi, dove forse potrebbero essersi rifugiati Dora e il colonnello Chelidon. “L’attesa, piuttosto lunga, fu colmata da una conversazione cordialissima, tutta fede e fervore, tale da costringere Enrico a uscire dal proprio dramma per guardare al mondo, ancora stordito dal precipitare degli eventi e dalle fulminee vittorie dell’Asse.”. Siamo ancora lontani dalle vicende terribili tra tedeschi e italiani che seguirono l’8 settembre 1943, momento in cui questo romanzo evidentemente era già stato scritto e pubblicato: “Ufficiali italiani e tedeschi si strinsero le mani in un cordialissimo saluto.”.

A Lampas, la madre superiora ricorda ai due il tempo in cui Dora fu educata nel collegio condottavi dal colonnello Chelidon che, si scopre, è un conte. Dice loro che la somiglianza della bambina con Enrico è impressionante, ed Enrico ne prova un tuffo al cuore. Dora dell’incidente e dei genitori non ha mai ricordato  nulla.

Dal collegio di Lamas passano ad un altro, il Neanias, il primo che accolse la piccola Dora, portatavi da un marinaio, Eugenio Macaros. Nei registri è segnalata la presenza della catenina d’oro ed è stata trascritta l’incisione che Enrico fece eseguire.

Acquisita, dunque, la certezza sull’identità di Dora, figlia proprio di Enrico, ora non resta che rintracciarla.

La guerra si è allontanata dal romanzo, e si scopre così il suo disegno originario, che è quello di una avventura legata ad una tragedia di mare che ha visto sconvolta una famiglia; e la guerra si configura come una peregrinazione che da terribile si trasforma in una felice risoluzione del destino, che la volge a fin di bene. La solidarietà umana vi trionfa, in quel costante riferimento alla fede che non manca mai (al termine, nello scioglimento della trama, lo stesso Enrico dirà al conte Chelidon: “Speravo di cadere sul campo dell’onore, invece le vie del Signore mi condussero alla prigionia”).

Apprendiamo particolari sull’adozione di Dora. Il conte Chelidon aveva avuto pure lui una disgrazia in famiglia; gli era morta una figlia di cinque anni e la moglie si stava consumando dal dolore. Da ciò la sua decisione di recarsi all’orfanotrofio di Neanias, da cui ne era uscito portando con sé Doretta, che poi aveva consegnato per la sua educazione al collegio Lampas: “Chelidon, che piangeva una bimba morta, aveva preso per mano la bimba ignota, con una delicatezza più unica che rara, ne aveva rispettato la religione e la nazionalità, e l’aveva condotta incontro alla vita, con una solida cultura, un’educazione morale che la rendeva pronta alla lotta.”; “il colonnello non era soltanto padre adottivo di Doretta: la sua paternità era di elezione, di spiritualità; e spesso la voce del cuore è più forte della voce del sangue.”. Enrico a quel pensiero trepida, ma è deciso a proseguire in direzione della villa del conte: “Si trovarono così dinanzi a villa Chelidon, a qualche chilometro da Catacola, sull’aperto declivio di una collina, di fronte al mare.”.

L’incontro tra padre e figlia, quello successivo tra il colonnello, in fin di vita, e Enrico e infine la dichiarazione di Renato a Dora saranno resi con felice controllo e con una narrazione illuminata di leggerezza e di amore.

 

 


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Bart