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LETTERATURA: Omaggio a Vincenzo Pardini. Tra racconti e romanzi

26 Febbraio 2021

di Bartolomeo Di Monaco
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INTRODUZIONE al libro

Così mi scriveva Vincenzo Pardini il 10 gennaio 2001 circa i suoi esordi con “La volpe bianca” e poi con “Il falco d’oro”, in cui confluirono 8 dei 12 racconti contenuti ne “La volpe bianca”, formando, con “Il falco d’oro” una raccolta di 20 racconti, coi quali Pardini si meritò l’attenzione della critica più qualificata: “Tieni conto che li avevo scritti, insieme al ‘Il bilancio’ e gli altri, a 18 anni. Li tenevo lì. Non sapevo a chi darli. Ne feci leggere qualcuno a Renzo Papini, a Guya Simonetti, e al libraio Carlo, i quali mi dissero che secondo loro erano bei racconti. Ma per non disturbarli gli detti quelli brevi: ‘La poiana’, ‘L’escluso’, ‘La fine del sentiero’. A darmi l’idea di mandarli a Siciliano fu Oriano De Ranieri, il quale aveva scritto una recensione al suo Puccini su Avvenire. Siciliano lo ringraziò. E Oriano mi dette il suo indirizzo. Lo persi. A S. Lorenzo a Vaccoli scrivevo in una capannetta in fondo all’orto, dove tenevo macchina da scrivere e in un mettitutto i libri. Ritrovai l’indirizzo di Siciliano una notte. Lubrificata la vecchia macchina da scrivere, la spostai per ripulirla dall’unto e trovai l’indirizzo tutto impataccato. Allora presi una busta gialla e ci misi dentro due, tre racconti: ‘La poiana’, ‘La fine del sentiero’ e ‘L’escluso’. Scrissi poche righe, all’incirca queste. Egregio professor Siciliano, mi duole disturbarla, ma vorrei sapere se questi scritti che le invio abbiano una qualche validità. Agisca pure con calma. Non ho fretta. Per sminuirle il disturbo le invio francobollo di risposta. La ringrazio e la saluto. Mi rispose a stretto giro di posta. Mi disse che ero un nuovo scrittore, che dovevo continuare a scrivere, che non gli mandassi più francobolli di risposta, e che gli ricordavo Guido Cavani e Silvio D’Arzo, scrittori appenninici. E se li avessi mai letti. No, non li avevo letti. Pubblicò due racconti su Nuovi Argomenti, e ne parlò alla radio. Questo l’inizio.”.
Da quel momento il cammino di Pardini non si è più fermato. Ha avuto riconoscimenti dai migliori critici della nostra letteratura. Pensate che il libro d’esordio “La volpe bianca” ha l’introduzione di Giovanni Raboni, conosciuto per la sua severità. Natalia Ginzburg gli redasse il risvolto di copertina de “Il falco d’oro”. Non si parli poi del viareggino Cesare Garboli che scrisse di lui cose egregie, che susciterebbero invidia a molti.
Pardini mi scriveva il 4 ottobre 2018: “Dalla Natalia non fu Siciliano a presentarmi, ma fu Garboli. Il giorno che andai a incontrarla dovevo incontrare anche Italo Calvino, ma il taxi arrivò in ritardo e lui era dovuto partire. Senza avvedermene entrai nel suo ufficio, l’Einaudi di Roma, col toscano in bocca; mi accolse con simpatia, e intanto mi scrutava. Poi mi disse che con quel sigaro assomigliavo a Pietro Germi. Capii; lo misi in tasca e lei sorrise. E aggiunse: Ma se vuole fumi pure; fumo pure io. Poi mi disse che Calvino si scusava ma era dovuto andare. E cominciò a parlare dei miei racconti. Le sembravano scritti da un vecchio autore, cosa che io non ero. E che le ricordavano Maupassant. Racconti che avrebbero dovuto uscire con Einaudi. Ce li portò Calvino. Ma Giulio Einaudi e Calvino si scontrarono per motivi loro, e io fui fatto oggetto della disputa. Al mio posto misero Biamonti. Allora, tanto Natalia, Calvino, Bertolucci, Siciliano e Raboni credevano in quei racconti, la Natalia li mandò a Mondadori. Ma la Natalia voleva che le mandassi ciò che facevo.”.
Non si è mai vantato dei successi e ha evitato le luci della ribalta preferendo l’isolamento e la riservatezza. Invece di lui, si muovono, al contrario, i suoi scritti, ancora oggi richiesti da riviste e giornali: Nuovi Argomenti (un ricordo di Mario Tobino è sul n. 35, terza serie, luglio-settembre 1990; lo ritroverete in questo libro), Paragone, Gazzetta di Parma (conservo “L’uomo con l’anello d’oro e il calesse” del 7 giugno 2020 e “La stagione degli incendi”, del 10 agosto 2020), per fare solo qualche esempio. Su La Nazione tiene nella cronaca locale una sua rubrica, ‘L’opinione’, e nella pagina nazionale dello stesso quotidiano, nello spazio dedicato alla Cultura, compaiono di frequente suoi articoli. Mi viene in mente “La barca di anatre”, pubblicato a puntate nei giorni 23, 24 e 25 agosto 2015. Generoso anche coi giornali locali, ai quali non fa mancare il suo contributo (“Giornale di Barga”, dicembre 2020: “Non più un Natale straniero”). Rimarchevoli anche talune sue prefazioni. Riguardo a quella contenuta nel romanzo “L’uomo e il cane” di Carlo Cassola, il 9 novembre 2015 gli scrivevo, tra l’altro: “Una caratteristica dominante presente nella tua prefazione è la tua personalità di raccontatore, che vi emerge. Quando introduci autori e personaggi, lo fai da raccontatore; vi è lo stesso movimento fondante della tua scrittura, da cui emerge perfino il tuo volto (per chi ti conosce). Ci sono frasi che condivido in pieno, avendole, nel mio piccolo, provate. Queste: “Ma uno scrittore non può opporsi ai destini dei personaggi che va raccontando, i quali non appartengono a lui, ma alla trama, di cui è solo il coordinatore.”; “Romanzi e racconti, se non nascono da un’idea, possono scaturire da un volto, un’immagine, una situazione.”.
L’obiettivo di Cassola è anche il tuo: quello di arrestarsi a riflettere di fronte ad un futuro senza più anima, e Jack (ossia gli animali) ne sono la testimonianza.
Questa prefazione non poteva che confermare la tua sensibilità e il tuo valore.”.
Tener conto di tutto questo suo lavoro è impossibile.

Leggerlo oggi dà le stesse emozioni dei suoi racconti d’inizio. La sua scrittura era già formata e matura agli esordi. Ha imparato tutto da sé, aiutandosi con le letture, ma soprattutto ascoltando e dando voce alla natura che lo circondava e facendo di piante e soprattutto di animali esseri alla stregua degli umani. Nessuno li conosce come lui. Sa descriverne i tratti minimi e quasi invisibili, sa leggere nei loro occhi, e tra lui, gli animali e le piante scorre un sottile gioco d’amore.
In un’intervista che gli fece Flavia Piccinni su Il Tirreno del 23 luglio 2017, così parla del suo approccio alla scrittura: “Sono nato a Fabbriche di Vallico, nel 1950, e poi sono venuto con i miei genitori a vivere nella periferia di Lucca. Qui ho seguito la scuola, la normale prassi di tutti gli esseri umani. Ricordo la mia maestra di San Lorenzo a Vaccoli, il pomeriggio leggeva Pinocchio. E lì iniziò la mia insofferenza. Mi piaceva molto la storia, però dicevo: ma come si fa a raccontare una storia così? E così cominciai, volevo farlo anche io. Quando scrivevo i pensierini e i temi, iniziai a metterci delle cose un po’ strane, e le maestre dicevano: perché fai queste cose? Andavo sempre fuori tema. Eppure, stavo impossessandomi di quello che sapevo mi sarebbe servito. Stavo conoscendo la scrittura. E la scrittura mi è venuta incontro. Ho svolto il ruolo di scrittore con naturalezza. Poi sono iniziate le difficoltà: c’è una grande differenza fra lo scrivere per noi stessi, e lo scrivere per il pubblico. Così è nato il bisogno di trovare uno stile, e i pomeriggi dell’adolescenza investiti alla scrivania mentre i miei coetanei andavano a divertirsi”.
In un’intervista rilasciata a Oriano De Ranieri per La Nazione il 21 aprile 2017 alla domanda “Nella tua opera hai avuto presente ‘La Storia’ di Elsa Morante che hai conosciuto insieme a Moravia?” Pardini risponde “No, quando scrivo non tengo presente niente e nessuno. Sono un po’ come gli artigiani di un tempo. Lavoro con la materia che mi passa dalla mente.”.
Ora desidero rispondere alla domanda che forse qualcuno desidera pormi: Perché leggere tutto Pardini e dedicargli un volume apposito contenente tutte le mie letture dei suoi libri? Perché non farlo per altri?
In verità l’ho fatto per Carlo Sgorlon, lo scrittore friulano, uno dei miei narratori preferiti, morto il giorno di Natale del 2009: “Omaggio a Carlo Sgorlon. I romanzi” (in cui troverete, nell’edizione aggiornata, la relazione che presentai al convegno a lui dedicato dall’Università di Udine il 20 dicembre 2019) e l’ho fatto per Enrico Bertozzi, un garfagnino come Pardini, morto a 80 anni nel 1992, che mi è parso uno scrittore talentuoso, inopinatamente e ingiustamente dimenticato.
E Pardini?
Pardini non ha mai lasciato Lucca, come altri hanno fatto alla ricerca del successo. Ė rimasto con noi. Quando si nomina Pardini, non si pensa a Roma, Milano, Firenze e altro ancora, ma si pensa unicamente a Lucca, poiché Pardini è la voce culturale della città. L’ha diffusa dappertutto con il suo incessante lavoro. Verrà un giorno che Lucca lo riconoscerà come figlio illustre. Ma io voglio precederla e oggi, giorno del mio 79mo compleanno, consegno il mio omaggio alla sua arte.

L’autore
Montuolo, 14 gennaio 2021

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart