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LETTERATURA: Paolo Arcari: “Altrove”, 1926

1 Giugno 2019

di Bartolomeo Di Monaco

Una prosa gonfia si annuncia sin dall’avvio del romanzo. Il protagonista, un italiano, Giorgio Dàntici, è insegnante e giornalista a Lione, “seconda capitale di Francia.”.

Vive in un appartamento, dove riceve la sua amante francese, Luciana (si noti il nome italianizzato, secondo l’uso dell’epoca; troveremo anche Nostra Donna invece di Nôtre Dame), di due anni più anziana. Il loro è un vivere senza grandi passioni, lei attenta a controllare con discrezione le eventuali, ma improbabili, esuberanze giovanili dell’amante (“era abbastanza lusingata che il giovane andasse così poco volentieri dove c’erano due ricche e graziose ragazze da marito”), ed anche attenta a caricarlo di ambizioni, necessarie per farsi spazio nella società dei salotti. Ad una festa Giorgio incontra una ragazza italiana che lo incuriosisce ed attrae per la sua vivace intelligenza e spavalderia. Scrittura contorta e manierista, dovremo leggere abbastanza prima di conoscerne il nome, Tullì. Vive a Lione, ma presto dovrà recarsi in California a insegnarvi, lei italiana, il francese. Quando finalmente Giorgio si decide a chiedere il suo nome, l’autore scrive così di lei: “Brillarono negli occhi umidi tutte assieme le lontane e le presenti, le perdute e le vietate tenerezze, mentre dalle labbra condiscendenti spirò l’aroma di queste sillabe sole: – Tullì. –“. Come si vede, si tratta di una scrittura che ha fatto il suo tempo, perfino ripudiata, ma che allora riscuoteva il favore di un discreto numero di lettori. Per un nonnulla, i sentimenti vengono esaltati, per tanto poco ci si rattrista o si piange addirittura.

Tullì non vuole mettersi in mezzo tra Giorgio e Luciana e scrive una lunga lettera in cui lo invita a sposare l’altra donna. Solo così entrambi non patiranno rimorsi e sofferenze: lui sarà benedetto da Dio e lei sarà contenta di non aver procurato del male al prossimo. Ma quando Giorgio manifesta a Luciana la sua intenzione di sposarla, non avrebbe mai potuto immaginare la sua resistenza. Ne segue un dialogo che, pur complicato da uno stile circonvoluto, ci anticipa una donna nuova del secolo, legata alla sua propria indipendenza e alle proprie convinzioni: “Io non sento bisogno della benedizione davanti agli altari!”. Giorgio vi fa la figura dell’uomo vecchio, legato alle tradizioni e ai convincimenti che già nella Francia del tempo cominciavano a declinare (si pensi a Flaubert e alla sua “Madame Bovary”). Va precisato che in Luciana non viene mai meno, tuttavia, il sentimento di donare la sua vita per il successo del suo amato. Dirà a riguardo dell’eventuale matrimonio futuro di Giorgio: “Ma dovrà essere un matrimonio che ti imponga definitivamente, il matrimonio di chi è già da solo molto innanzi, l’alleanza da pari a pari del tuo ingegno e della tua fama colla ricchezza e colla potenza delle relazioni sociali. Un matrimonio simile lo capirò a suo tempo; mi vi rassegnerò, in Italia o qui…”. La natura di questo personaggio merita la segnalazione del libro. Giorgio scrive a Tullì dell’esito del colloquio con Luciana, e Tullì, che si trova ospite di un collegio religioso ad Annecy, gli risponde che ora è lei disposta a sposarlo, prima di partire per la California. Gli offre il suo amore e la sua dedizione. In Tullì troviamo i sentimenti consueti in una donna che ama; in Luciana, il proposito del sacrificio personale nell’interesse dell’amato. Tuttavia il lettore deve continuamente sgrossare il romanzo da ripetute effimere rappresentazioni. Talune lettere che Giorgio e Tullì si scambiano sono gonfie d’una sdolcinatezza gravosa. Certe descrizioni, come quelle dei costumi e delle donne di Bretagna (“la vecchia e robusta Bretagna.”), che tentano un piccolo volo d’arte, non riescono a prendere quota, subito impaniate da una scrittura troppo pretenziosa e confusa (ce ne resta appena un luccichio). Così pure alcuni intermezzi tra le lettere (si veda il paradigmatico capitolo IV). Si trova perfino una eco del D’Annunzio (“La pioggia nel pineto”, del 1902) nel capitolo VI: “Pioveva, adesso, pioveva sonoro sopra le panchine e le tavole di ferro delle scampagnate; pioveva sulla ghiaia chiacchierina dei viali aperti alle folle domenicali; battevano ritmici i goccioloni sopra la volta e scendevano rendendo men diafane le pareti; pioveva per tener lontano chiunque dalla poesia del loro convegno.”. Rimangono d’interesse alcune parole cadute in disuso; ne segnaliamo alcune: rugumate, penetrali, arridenti, forosette, pipelettiano, scimierie, giocondata, susurnione, pispigli, guttaperca, liliale, zanche, bigliettario, fiammei.

In una chiesetta, con una cerimonia semplice, Giorgio e Tullì si sposano. Sono genuinamente felici, non hanno che un solo desiderio, vivere come fossero un cuore ed una persona soli, avviarsi verso un altrove dove poter trovare la felicità. Ecco, dunque, la filigrana dell’ingarbugliata scrittura: la ricerca d’una felicità senza pretese, corredata da semplicità ed amore reciproco.

Il sentimento religioso non viene mai meno nel romanzo e soprattutto Tullì ne è pervasa. Il rispetto della Chiesa e delle sue tradizioni risulta così una fasciatura di non secondaria importanza.

Presto, però, dovrà avvenire la separazione, poiché Tullì si recherà in California per lavoro. Ciò che prima appariva un evento previsto e soppesato, accettato, dopo il matrimonio presenta i suoi lati meno graditi. Giorgio soprattutto comincia a pensare a come evitarla. Le sue giornate diventano impazienti, oppressive, a mano a mano che i giorni trascorrono e la partenza di Tullì si avvicina. Tullì partirà. La lontananza creerà in Giorgio malinconia e smarrimento, nonostante Luciana cerchi di consolarlo. Ma l’amore di Giorgio è ormai altrove.

 

 


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Bart