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LETTERATURA: Pardini Vincenzo: “Gli animali in guerra”

21 Aprile 2021

di Bartolomeo Di Monaco
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Ė il terzo romanzo per ragazzi, pubblicato nel 1999; è diviso in 32 capitoletti.

Si resta meravigliati dalla capacità di Pardini di costruire storie. Egli domina il suo mondo interiore, come Dio domina l’universo, e ne sviscera umori e sentimenti, attraverso i quali dà forma e sostanza alla storia da raccontare. Vi si inoltra con la sicurezza del creatore. Sono storie dense, frequentate, abitate; mancano vuoti e soste, com’è nella vita della natura.

Chi ha seguito tutta l’opera di questo straordinario e prolifico autore non può che confermarne l’altissima qualità.

Il mondo di Pardini è ben conosciuto, ormai, e si è fatta una fama. È quello della natura selvatica in mezzo alla quale l’uomo è una minima particella, mentre la natura è il gigante dal ventre gonfio di accadimenti.

Ne “Gli animali in guerra” la zia Ester vive in una fattoria che “era uno scoscendimento di prati cosparsi di piante che di giorno parevano sentinelle e di notte spettri.”. Si dice sia anche una fattucchiera ed infatti la sera molti si recano da lei a consultarla.

Si profila una guerra tra ricci e gatti per la conquista di nuovi spazi, divenuti, col progresso, sempre più rari. La zia fa chiamare il protagonista, un ragazzo, e lo manda dal mago dell’Appennino, affinché lo consacri ‘Cavaliere di pace’. Quest’ultimo, nel nominarlo tale, dà al ragazzo una misteriosa sacchetta avvertendolo che dovrà sempre tenerla con sé, così che “Basterà che tu mi pensi perché io ti venga in soccorso. La sacchetta è il tuo talismano.”. Gli darà anche il dono di poter parlare con gli animali.

Ricevuto l’incarico, il ragazzo si reca prima dai ricci, poi dai gatti per ascoltare le loro ragioni. Mentre i ricci offrono qualche apertura, non così è per i gatti. Il loro capo Monarca, un vecchio gatto dal pelo bianco, non ha incertezze: “… stermineremo ogni sorta di animale che ci è avversaria. Aggrediremo dagli alberi e dai tetti, dai cespugli e da ogni altro riparo.”. Avverte che arriveranno a sostenerli come alleati nientemeno che “tigri, leopardi, leoni, linci”.

Intanto per tutta la boscaglia i ricci stanno arrivando da ogni parte del mondo e sono diventati numerosi. Che fare?

La zia gli consiglia di andare a far visita all’aquila che ha il nido sulla cima della montagna; ad accompagnarlo affinché l’aquila lo riceva, sarà il colombo viaggiatore Ficcatiinnanzi, amico del rapace: “Su di un roccione sospeso nel vuoto vidi qualcosa muoversi: erano il becco e la testa dell’aquila. Issai la bandiera bianca. Spalancate le ali come fossero un enorme ombrello, si librò in aria quel tanto che la vidi posarsi sopra un cumulo di pietre.”. L’aquila gli risponde che non vuole saperne di questa guerra: “… sappi che io non faccio parte del vostro mondo. Qualsiasi cosa accada sulla terra non mi riguarda: io volo. Ciò che sta accadendo fra gatti, ricci e altri ancora, non è affar mio.”.

Quando è ormai convinto di non farcela, ecco che appare una fata “dai capelli castani abbandonati sulle spalle, la veste lunga e azzurra”; lo conduce nella “valle senza fine”: “Tutta la vegetazione era trasparente come l’aria, filamenti luminosi vagavano ovunque e non esisteva più la percezione del tempo. Mi sembrava d’essere onnipresente.”.

La fata gli raccomanda di non rivelare a nessuno di essere stato in questo luogo portentoso, e lo lascia tornare alla sua vita, dove il sentore di guerra si è fatto più deciso e ricci e gatti, coi rispettivi alleati, numerosi da entrambe le parti, sono pronti allo scontro. Anzi: “I gatti hanno dato battaglia. Dobbiamo assolutamente riportarli alla ragione.”, gli comunica la zia.

Su questo primo scontro sappiamo che: “In loro soccorso erano giunti gli istrici. Tra ricci, istrici, talpe, e altri animali di terra, o se vogliamo del sottosuolo, s’era diffuso, in quei giorni di calamità, un linguaggio di rumori e di richiami che era un vero e proprio alfabeto. Gli istrici scagliarono addosso ai gatti i loro aculei. I felini, sebbene in vantaggio, vennero a più miti consigli. Si ritirarono. Nella campagna era tutto un brulicare di voci. Perfino gli allocchi dicevano la loro mugolando in maniera costante e ossessiva. La civetta sghignazzava invece stridula.”.

Non c’è che dire, una efficace e bella descrizione.

Scende anche nel sottosuolo da un’apertura posta sotto un platano per parlare con le talpe, alleate dei ricci.

Stanno lavorando per causare una frana nell’accampamento dei gatti. Incontra altri animali, come serpenti, perfino una vipera e una tartaruga. Un po’ si è smarrito, essendo precipitato nell’oscurità. Gli è d’aiuto la sacchetta procuratagli dal mago. La tartaruga e una marmotta, alle quali un giorno aveva salvato la vita, l’aiutano a ritrovare la strada e l’uscita verso la luce.

Sta cercando, nel sottosuolo e in superficie, tra gli altri animali, qualcuno che lo aiuti a ristabilire la pace nel territorio, ma quelli che incontra dichiarano di volersi tenere fuori dalla disputa e non parteggiano per nessuno.

In questo viaggio mosso dal desiderio della pace, il lettore incontrerà varie specie di animali, a cui Pardini, oltre la parola, dà un’anima. Scorreranno davanti a noi, uno alla volta, oltre a quelli già incontrati: il picchio formichiere, il gufo, la civetta, il pappagallo, l’orso, il cervo, la gazza ladra, il merlo, la ghiandaia, il ghiro, la faina, la volpe, il lupo, il cinghiale e tanti altri, ciascuno con la propria personalità. Una galleria folta di animali parlanti: “Mentre abbagliato cercavo un po’ di refrigerio, feci amicizia col grillo moro. Non fu facile. Non appena m’abbassai, lui scomparve nel suo buco. Lo guardavo. Se ne stava laggiù lucido e immobile, le antenne tremule. Lo chiamai dicendogli che avrei voluto conoscerlo. Lo voleva donna Ester, mia zia, aggiunsi. A queste parole rispose che sì, sarebbe uscito.”.

Tutti gli animali dialogano con il ragazzo al pari degli esseri umani, e spesso gli assomigliano ogni qualvolta manifestano incuranza e diffidenza.

Trova un cucciolo di lupo abbandonato e lo riporta alla madre. Il branco di lupi sta ad osservare, guardingo.

La vita della foresta palpita intensa in questo romanzo scritto per ragazzi, e utile anche ai grandi, che vi apprendono cose prima ignorate.

Pardini li conosce tutti nell’aspetto esteriore e nell’intimo, e può descriverceli, unico forse tra i narratori di oggi. Per questo il libro è importante, oltre che notevole e generoso di insegnamenti.

Sta camminando insieme con una volpe, che gli ha chiesto protezione: “Camminava guardinga, la coda lunga e bassa come per cancellare le impronte. Via via si fermava e fiutava l’aria, con il colpo d’una zampa anteriore lanciava lontano qualche sassolino; orecchie dritte ascoltava, fiutando vieppiù l’aria.”.

La guerra è scoppiata, è intensa e senza prospettive di pace. Il protagonista è in difficoltà, ma non demorde e continua a cercare aiuto. Il suo è un viaggio a pro della pace e, come succede tra gli umani, l’impresa non è semplice e confligge con i diversi modi di intendere l’esistenza.

Giunto tra daini, mufloni e cervi, il capo di tutti gli ungulati, un cervo dalle corna folte come una foresta, su cui si posano a volte gli uccelli, vuole condurlo dal cervo bianco, il loro re, il quale li rassicurerà che il branco scamperà alla guerra. Gli dice di salirgli in groppa: “Il cervo aveva preso un leggero galoppo; la montagna e il cielo mi venivano incontro come planassero. Dal galoppo si passò alla corsa poi ai salti da un crepaccio all’altro. Eravamo nel bel mezzo di un mondo solitario e silenzioso, immerso nel freddo dell’inverno.”.

Abbiamo conosciuto il colombo Ficcatiinnanzi, ma c’è anche una capra di nome Triestina che ogni tanto compare a far compagnia al protagonista, e a aiutarlo: “Era una capra bellissima, di gran lunga diversa dalle altre. In breve m’accorsi di non volermi più allontanare da lei; avrei voluto condurla al pascolo, sorvegliare che nessuno l’aggredisse, e alla sera mungerla nel tepore della stalla.”.

Finito su una zattera e raggiunto il mare, viene soccorso da un’orca che lo ospita nel suo ventre, come accade a Geppetto e a Pinocchio: “Mi destarono non so quali rumori, forse il fremito della respirazione di lei, e un certo rumore d’acqua dentro le sue narici. Poi ebbi la sensazione di trovarmi in mezzo a una luce azzurra: il riflesso del mare che, m’avvidi, rifrangeva nella branchia. Ad un tratto l’orca sternutì. La pelle e la carne le si contrassero un poco come la vela di una barca quando comincia a investirla il vento.”.

Attraverso l’orca esploreremo anche il Polo sud, conosceremo i pinguini, incontreremo delfini e squali. L’orca è da tanto tempo che va in cerca del figlio, catturato dagli squali; lo crede ancora vivo e vuole liberarlo.

L’orca dalle acque gelide del polo passa ai mari caldi in direzione dell’equatore. A tutti domanda del figlio. Finché, incontrato un gruppo di squali, viene attaccata e ferita gravemente. Riuscirà ad arenarsi sulla riva di un’isola e a farvi scendere il protagonista, il quale si troverà a vivere un’esperienza alla Robinson Crusoe, il celebre personaggio creato nel 1717 dalla fantasia di Daniel Defoe.

L’isola è abitata dagli oranghi che, raccolto il naufrago, lo conducono al loro accampamento, dove organizzeranno una danza propiziatoria per accoglierlo tra di loro. Il capo sa tuttavia che il ragazzo (intanto nel ventre dell’orca è cresciuto) non resterà tra di loro, ma se ne andrà come hanno fatto altri uomini come lui, e gli lascia questo messaggio: “Ma vogliamo che tu dica a tutti che esiste il popolo degli oranghi sapiens, che pur vivendo nel folto delle foreste non sono molto dissimili da voi uomini, anzi per certi versi siamo migliori: non ci facciamo mai guerra e cerchiamo di vivere in pace con tutti.”.

La scimmia che l’accudisce gli racconta del sole. Gli dice che l’astro è un uomo e ogni tanto scende a visitare un luogo della terra: “È alto, molto alto e si muove come fosse un’ombra Sembra insomma non avere corpo. Tuttavia lo vedi bene: ha i capelli e la pelle dell’oro, gli occhi blu trasparente come il mare da cui sei arrivato.”.

Pardini ci ha portato lontano dalla guerra; vuole rappresentarci che cosa possa essere il mondo senza di essa: un luogo di amicizia e di fratellanza.

Il ragazzo ha modo di conoscere e di imparare in questo viaggio che, ancora una volta, come quello di Pumillo, è un viaggio della conoscenza e della maturità.

Intanto, la guerra scoppiata lontana da lì si va espandendo e diviene una minaccia. Gli oranghi sapiens dicono che se saranno aggrediti, si difenderanno. Nel campo arrivano due giganti, sono gli Yeti, somiglianti ai primitivi umani, di dimensioni enormi: “Eretti di tronco, le spalle enormi, la testa e la faccia pelosa, si avvicinarono a passi lenti.”.

Gli oranghi gli consigliano di unirsi agli Yeti e di andare con loro. Si sentirà più al sicuro. Giunti alla savana incontrano i leoni e, sollecitato dagli Yeti, fa amicizia con il leone; mangiano insieme un coscio di gazzella portato dalla leonessa, che ha due cuccioli con sé, giocherelloni.

Tuttavia nella savana vigono le leggi della natura, il più forte domina sul più debole, i carnivori vanno a caccia di prede per nutrirsi: “Con una gazzella tra le mandibole, tornò la leonessa. Appena la posò a terra, i figli, usciti dalla sterpaglia, ci si avventarono sopra. Ma il pezzo più grosso lo addentò il leone. Sentivo lo stritolare delle loro mandibole, i loro respiri grossi di divoratori di carne cruda.”.

Tanto è vero che lungo il viaggio, aggiuntisi altri Yeti, il loro capo viene assalito da un leone. Ne nasce una furibonda lotta, che vedrà lo Yeti strangolare il leone.

Ed è un leone che protegge il Dio degli Yeti: “una enorme roccia a forma di scimmia.”, il quale leone ogni volta che viene ucciso, si reincarna per tornare a svolgere il suo compito.

Gli Yeti hanno anche un rituale che misura il loro coraggio: devono gettarsi in mare da uno strapiombo roccioso. Alcuni muoiono, altri, i vincitori, risalgono il dirupo.

La scrittura si è fatta più quieta, ampia quanto il paesaggio che disegna.

In questa seconda parte risorgono tante letture fatte da ragazzi, da Emilio Salgari a Rudyard Kipling.

Il viaggio che stiamo seguendo ha qualcosa di magico e di atemporale: “Verso l’alba, eravamo arrivati così in alto che sembrava d’avere il mondo ai nostri piedi: pendii e valli senza fine si estendevano davanti soffuse di luce; una luce intensa quanto luminosa. Una luminosità di fuoco e di cristallo, impalpabile e infinita. Assoluto il silenzio. Alle nostre spalle, le vette innevate sembravano disperdersi nel cielo.”.

Dovrà lasciarli. Essi andranno nei loro territori innevati e dai venti gelidi, dove il protagonista non potrebbe sopravvivere. Gli dicono che sarà un condor a prendersi cura di lui. Lo salutano e spariscono “tra gli alberi e la neve.”.

Il protagonista, ormai pellegrino del mondo, vuole tornare a casa. È il condor che lo aiuterà: “Sopra una grande roccia color dell’oro c’era un uccello alto quasi come un uomo; il becco adunco colore dell’avorio. Il grosso uccello gli dice: “Gli Yeti, che sanno tutto di tutti, mi hanno detto che dovrei riportarti al tuo paese. Ma da quanto ho capito è assai lontano. Faremo comunque delle soste. Ora in qualche isola, ora sopra qualche scoglio di mare. L’importante è rimanere lontani dagli uomini. Se necessario voleremo più di notte che di giorno.”.

Pur avendo per protagonista un ragazzo, ossia un essere umano, gli uomini sono tenuti fuori dal mondo da lui esplorato come se la vera conoscenza della vita non dipendesse dall’uomo, ma dalla natura, madre e sovrana.

Prova l’ebbrezza del volo, in groppa al condor, abbracciato al suo collo, le gambe penzoloni: “Issatomi su di lui, gli abbracciai il collo e lasciai che le gambe mi penzolassero lungo i suoi fianchi. Le sue penne sapevano di sebo e di tiglio. Con uno strattone, s’alzò da terra. Ali dispiegate e tese, cominciò a solcare l’aria che mi sentivo tutta nei capelli e sulla pelle.”.

Pare di essere in una fiaba de “Le. mille e una notte”: “Senza avvedermene, guardai sotto di me. La terra appariva lontana. Resistevano soltanto i suoi colori: sprazzi e segmenti di verde, di marrone, di bianco, d’azzurro.”.

La descrizione minuta di questo volo appassionerà il lettore: “Se incappavamo in correnti d’aria fredda, lui aumentava la velocità: i muscoli attorno alle sue ali si tendevano e io dovevo chiudere gli occhi tanto mi lacrimavano; poi, per non perdere il respiro, dovevo accostare la faccia alle sue piume.”.

Ha modo di conoscere, durante una sosta sul picco di una montagna, l’ambasciatrice del vento, la quale informa il vento su dove spirare. La sua descrizione genera una figura eterea: “Accanto al condor c’era una creatura dai contorni vaghi e sfuggenti come un’immagine che si rifletta nell’acqua. Dirò comunque ch’era fatta di tre nodi sovrapposti l’uno all’altro: la testa, il tronco, la vita. Mento a bietta, aveva il volto trasversale e le braccia che sembravano brancolare; in testa portava un fazzoletto di colore grigio; al posto delle gambe non capivo se avesse due grucce o due zampe di stambecco; gambe tuttavia oltremodo flessibili, perché si muovevano come fosse in procinto di balzare; la sottana, di un tessuto pure grigio, era smossa dal vento.”.

Si ha un’ulteriore prova della fantasia creatrice dell’autore, assai fertile e vivida.

Pardini è dentro questa storia e si sente che la vive pure lui come protagonista.

Ferito ad un’ala da colpi di fucile, il condor deve planare su di una roccia. Incontrata una mandria di cavalli, dirà loro: “Spero tuttavia che un mio simile sorvoli questa terra e mi veda. Gli dirò allora di riportare al suo paese questo piccolo uomo che, a differenza del suo congenere, ci è veramente solidale.”.

Ci penseranno i cavalli a fargli proseguire la strada, accogliendolo, a turno, sulle loro groppe.

La misura di questo viaggio, da che sono comparsi il condor e i cavalli si è fatta ampia, universale e mitica: “Dall’alba al tramonto, vaghiamo dentro valli e risaliamo crinali. Talvolta, camminiamo lungo la riva di un mare senza fine: un mare dalla battigia grande, dove le onde sbattono schiumose e investono le zampe dei cavalli, che imperturbabili continuano a correre. Se c’è temporale, e ne vengono di fortissimi, al punto che cielo e terra risplendono di lampi, ci fermiamo. I cavalli fanno cerchio attorno a me, e io mi riparo seduto tra i loro ventri.”.

Pare di esserci dimenticati della guerra, ma essa continua e si espande. Il ragazzo, triste, non molla tuttavia la speranza. I cavalli lo hanno condotto vicino al mare, dove attraccherà una nave. Lì scendono anche i condor, e forse uno di loro lo porterà in volo alla sua casa. Tutti sul pianeta conoscono la sua storia e non lo lasceranno solo: “Quasi certamente anche quest’altro condor finirà col prendermi sopra di sé, tra le sue ali, per riportarmi donde sono venuto. Me ne dispiacerà: oltre dei cavalli mi sono innamorato dei colori dell’erba; colori che durante il giorno mutano come quelli del cielo. Erba e cielo mi paiono così la stessa cosa. Una cosa grande, anzi immensa. Tanto che in essi vorrei rimanere per sempre.
Sanno di eternità.”.

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Bart