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LETTERATURA: Pardini Vincenzo “Il viaggio dell’orsa”

12 Maggio 2021

di Bartolomeo di Monaco
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La raccolta, uscita nel 2011, si compone di otto racconti, nei quali ci addentreremo per dimostrare, se ce ne fosse ancora bisogno, quanto la trama di ciascuno di essi si amalgami con la scrittura in una unità che li rende inscindibili.

Il primo è quello che le dà il titolo.

L’Alpe di Soraggio è una zona della Garfagnana dal passato molto importante. Quando gli allevamenti di pecore e bovini erano diffusi dappertutto, in una civiltà fortemente contadina, era la meta della transumanza, coi suoi pascoli erbosi. Alcibiade e Menecco, venticinquenni, da Pisa, vi portavano i loro armenti.

Si deve aggiungere che la zona di Soraggio era infestata dalle streghe; così furono ritenute, nel XVII secolo, alcune donne del luogo, che patirono le punizioni severe della Santa Inquisizione. Se ne parla in un esauriente libro, “Le streghe di Soraggio e altri eretici”, di Giuliana Ricci (fra l’altro brava disegnatrice), uscito nel 2019 per Tralerighe libri.

La storia di Pardini è ambientata prima di quel tempo, nel 1451: “Le dimore dell’Alpe erano piccole, coperte di piastre; non molto diverse le capanne, i tetti di paglia. In mezzo a quest’ultime si trovavano gli stazzi, dove pecore e vacche venivano munte. Di notte, chiuse nelle capanne, erano sorvegliate dai pastori: lupi e orsi, non di rado, cercavano di aprirsi un varco dai muri o dalle porte; i lupi, soprattutto, quando calava la nebbia o nevicava. Ma, il peggio, poteva accadere di primavera quando, affamati, gli orsi uscivano dal letargo.”.

Ci vive un’orsa di quarant’anni, molto grossa, che si tentò di catturare, facendola cadere in un trabocchetto, ma, sebbene ripetutamente battuta e ferita, riuscì a salvarsi, tornando a nascondersi nei boschi.

Era il tempo in cui l’Alpe apparteneva al dominio degli Estensi e da Ferrara venivano mandati soldati a cavallo in perlustrazione, poiché terra di confine, infestata da briganti. Li si credeva, fra l’altro, aiutati dai pastori.

I pastori garfagnini erano invisi a quelli di Modena, confinanti, e tra le due parti si avevano frequenti scontri e liti, fino a che il Duca di Ferrara concesse il diritto ai garfagnini di frequentare i pascoli estensi a condizione che ogni anno consegnassero un’orsa o un porco.

Da qui comincia la storia della caccia che si faceva all’orso per mantenere l’obbligo, peraltro fissato in un editto. Alcibiade e Menecco si misero, così, a perlustrare i boschi.

Decisero di procurarsi un cucciolo d’orsa. Ne trovarono uno di circa un anno nei boschi di Fosciandora, un paese sotto Castelnuovo, quest’ultimo il centro più importante della zona, dove qualche decennio dopo avrebbe governato nientemeno che Ludovico Ariosto.

Ecco come Pardini descrive un orso che sta mangiando il miele: “Un giorno, lungo un tratto scosceso, Alcibiade vide muovere qualcosa. Un orso stava seduto portandosi una zampa anteriore alla bocca come fosse un immenso cucchiaio. Poi l’allungava verso terra e la riportava al muso. Attorno alla testa e alla schiena gli sciamavano api; con l’altra zampa, di tanto in tanto ne prendeva qualcuna al volo portandosi anche quella alla bocca.”.

Hanno trovato la tana dove l’orsa tiene i suoi tre cuccioli.

La sorvegliano e si arriva a dicembre quando è il momento della cattura. Una volta preso l’orsacchiotto si sarebbero dovute fare una cinquantina di miglia per arrivare sulle rive del Panaro, dove “sarebbe stato consegnato al sovrintendente delle Saline, il quale, con un’imbarcazione, dai canali del Po l’avrebbe portato a Ferrara, nel palazzo del Duca.”.

I due amano una ragazza del posto, Fidalma, che però non pensa a loro. È un po’ strana e si pensa perfino che sia una strega o una fattucchiera. Il padre, si dice, l’ha promessa a un mercante di Pisa. Più avanti troveremo: “Sopraggiunse Meneco e gli [a Alcibiade] raccontò che Fidalma non era pazza come pensavano. Faceva magie. Lui stesso l’aveva vista togliere il malocchio a un bambino, segnare il fuoco di Sant’Antonio a un viandante, fare strani gesti e chiudere gli occhi: momenti in cui vaticinava il futuro, parlando con una voce che non pareva sua.”.

L’ambiente che ci viene parato dinanzi è primitivo, e animali e uomini si muovono in completa libertà, seguendo l’istinto. Cacciatori e prede non si risparmiano negli scontri. I briganti, inoltre, s’incrociano con la vita di tutti i giorni e praticano con violenza le loro ruberie: “Si profilava un brutto inverno. Briganti di Verni e Trassilico si scontrarono, uccidendosi coi pugnali.”.

È lo stesso ambiente, selvaggio e feroce, che ci è stato descritto, nelle sue “Lettere dalla Garfagnana”, dallo stesso Ariosto.

A cacciare il cucciolo di orso sono molti. Alcuni nomi: “Alcibiade, Menecco, Stanghellino, Scuriano, Belisario, Annino, Amilcare, Ettore, Aladino, Fendiguerra.”. Questo per confermare quanto già scritto altrove, ossia che anche la scelta dei nomi è una specialità di Pardini, sintonizzati come sono all’epoca e all’ambiente: “Di giorno camminavano e la notte sostavano nei rifugi o nelle stazioni di posta. Giunti a Calavorno, trovarono la neve. Due giorni dopo, sotto la tormenta, raggiunsero Castiglione. Trovarono ad attenderli i due veterani. Sostarono in una taverna dormendo sui pavimenti. Il paese era pieno di gente; l’odore dei camini si mescolava a quello del gelo. Voci e rumori giungevano attutiti come le persone fossero afflitte da un affanno. Due giorni dopo, a buio, giunsero sull’Alpe di Soraggio.”.

Non trovano gli orsacchiotti né la madre. Insospettiti, nei giorni precedenti avevano scambiato la tana con il grosso maschio. È lui che trovano, infatti, in letargo. Lo imbracano e lo traggono fuori, ancora intontito.

Ora devono portarlo al fiume, lontano molte miglia: “Gli stavano attorno e lo guardavano. Dicevano che poteva avvicinarsi alle cinquecento libbre. Sul collo mostrava una ‘gobba’ tornita e prominente. Al sole, la pelliccia gli brillava come cosparsa di pagliuzze d’oro. Sebbene ostacolato dalla rete, era riuscito a sedersi, la schiena poggiata al tronco. Respirava a fatica socchiudendo gli occhi, d’un marrone cupo.”.

Prigioniero, pare in attesa di prendersi la rivincita: “Seduti su cumuli di foglie, intorpiditi dal sonno, i giovani pastori non lo perdevano d’occhio. Altrettanto lui. D’istinto avvertiva lo stato di debolezza che li stava pervadendo; lo avvertiva, soprattutto, con l’olfatto. Il loro odore era cambiato, come cambiava quello dei caprioli allorché li restringeva fra le rocce per ucciderli. Gli giunsero dei rumori. Salivano dalla terra. Rugliò.”.

È un lungo viaggio irto di difficoltà e pericoli, tra boschi, fango e neve. Ostile e pungente il freddo: “L’orso non si mostrò, tuttavia, mai spaventato. Testa bassa, fiutatosi attorno, li seguiva.”; “Nelle radure scorgevano, talvolta, i bivacchi dei briganti, le tracce delle loro cavalcature disperdersi in sentieri in cui era bene non accedere: se interpretato come gesto di spionaggio, si poteva essere impiccati.”.

Arrivati al Panaro, lo consegnano agli uomini del Duca di Ferrara, che lo fanno salire sul battello e lo mettono in gabbia.

L’Orso servirà a trattenere e divertire gli ospiti del Duca: “Rimpinzato di cibo e tenuto in gabbia nei sotterranei del castello, d’ottobre, quando cominciava ad assopirsi, sarebbe stato ucciso a colpi di spiedo e macellato. Le sue carni, di sapore analogo a quelle del porco cengiaro, deliziavano il palato del Duca e dei Cortigiani.”.

Al Duca, Borso d’Este, viene la smania di prendere parte l’anno successivo, il 1452, alla caccia dell’orso.

Tutto è apparecchiato. I garfagnini sono pronti a riceverlo accompagnato dai suoi paladini.

La caccia avrà successo, ma gli uomini dell’Alpe si sentiranno espropriati del loro territorio, e irati contro il Duca.

Intanto scoprono nuove tracce e si accorgono che si tratta della vecchia orsa, che è, dunque, ancora viva. Avrà presto nuovi cuccioli. Si cerca la sua tana per catturarli. Ne nascerà uno soltanto: “Che, subito, le si attaccò alla mammella; bisognoso di latte e di calore, emetteva lamenti. Lo carezzava, lo lambiva. Privo di pelo, era fragile e tenero.”.

Arrivata la primavera, esce con lui all’aperto. L’orsacchiotto, meravigliato, scopre il mondo. La mamma vigila, sa che intorno ci sono uomini e lupi pronti ad aggredirlo, essendo tenere e profumate le sue carni: “Adesso, con l’orsetto, doveva uscire sul far della sera; protetta dall’ombra e dal bosco, lo conduceva al torrente anche per insegnargli a pescare. Poi lo addestrava a sollevare le pietre alla ricerca di scorpioni, oppure a scovare i formicai.”.

Alcibiade vuole catturare l’orsetto per farne dono al Duca. Menecco s’impegna ad aiutarlo. Nascono scaramucce tra l’orsa e i cacciatori. Loro la vedono, lei si nasconde e fa perdere le tracce; lei li vede, sente il loro odore e si allontana.

Ma, grazie ad esche di miele, catturano l’orsacchiotto allontanatosi dalla madre che ancora dorme.

Tra i pastori e i vaccai c’è grande gioia. Il progetto di Alcibiade di regalarlo al Duca potrà arrecare loro il beneficio di utilizzare nuovi pascoli.

Fidalma non la vede così; consiglia di restituire il figlio alla madre. Nessuno l’ascolta.

Il racconto si è fatto appassionante. Le oscure parole di Fidalma, ritenuta una maga, creano un’atmosfera di attesa.

L’orsa è uscita dalla tana e la vedono arrivare all’accampamento. Fa strage di ogni cosa che incontra, case e bestie. Sta cercando il figlio, annusa la terra in cerca del suo odore.

S’incammina nella direzione del fiume, sulle tracce degli uomini che vi hanno condotto l’orsacchiotto per consegnarlo al sovrintendente del Duca.

Trovatili, ne uccide parecchi, tra cui Alcibiade e Menecco, i quali squarcia coi suoi artigli. Entra nell’accampamento del Duca Borso D’Este. Questi si diverte con il suo orsacchiotto, al quale la madre è molto affezionata poiché ha una gambina più corta e zoppica. Il Duca ha apprezzato il dono proprio per questo, giacché quella menomazione renderà buffa la bestia, una volta diventata adulta.

Fa ancora una strage. I soldati gli si avventano contro con dardi e giavellotti, l’orsetto, da poco liberato dalla madre, è ucciso. La madre è furiosa. Pur ferita, non dà tregua. Allora il Duca decide di ritirarsi; l’orsa sarebbe morta dissanguata. Ma giorni dopo, andati in cerca del corpo dell’orsa, non riusciranno a trovarla; troveranno solo il corpicino dell’orsetto: “Da quel giorno, sia il Duca sia gli abitanti dell’Alta Garfagnana, vissero col timore che, l’orsa, potesse ritornare. Timore di cui, tutt’oggi, si serba memoria.”.

Dopo l’orsa leggeremo de “Il fratello del lupo”, il secondo racconto.

Coi suoi racconti Pardini, ci tiene compagnia; ci immerge in un mondo che ha il sapore della leggenda e del mistero. Le azioni non vi appaiono compiute da uomini o animali, ma da incarnazioni di un passato mitico che non muore mai; e che si offre, aperto e verace, ai più sensibili, i quali riescono a vederlo e a viverlo.

Emerge come una folgorazione la figura di Ludovico Ariosto, che fu commissario generale della Garfagnana dal 1522 al 1525. Bernino Santaleppe, un cacciatore di lupi, lo accompagna nelle sue visite ispettive: “Santaleppe lo precedeva con gli arcieri fino al luogo stabilito.”. Il poeta: “Aveva in uggia ladri e briganti, soprattutto i predoni di animali, che rinchiudeva nelle carceri, incatenandoli al muro e coi piedi in una gora d’acqua. Trascorreva il tempo dentro la Rocca. Si diceva non stesse volentieri a Castelnuovo di Garfagnana. I servitori raccontavano passasse le notti insonne; d’inverno dovevano tenergli acceso il focolare della sala d’armi, al cui tavolo rimaneva a scrivere. Si assopiva verso l’alba, per ridestarsi coi rumori della Rocca, tra cui i canti dei galli; ne aveva portato una coppia da Ferrara: erano i suoi animali preferiti: infrangevano il silenzio e il buio della notte, anticipando il giorno.”.

Nella zona circola un lupo. Va alla ricerca della testa di suo fratello e si avvicina alla casa di Bernino Santaleppe, ne avverte l’odore: “Voleva riportarla sulla montagna, tra le rocce, e dissotterrare quelli del branco per avvoltolarsi tra i loro resti e saggiarne le parti intatte. Solo così potevano restare con lui, l’unico a non essere finito nel laccio.”. A quel tempo per riscuotere la relativa ricompensa si doveva portare come prova la testa del lupo ucciso. Bernino ne aveva sempre molte nella sua casa.

Ci si rende conto, dalle minute descrizioni, come gli animali di Pardini, generati dall’arte, siano vivi, coi loro movimenti, perfino il loro carattere. Pardini può assai più di un pittore o di uno scultore. Le sue creature sono prese dalla natura, dalla realtà e, vive, inserite nelle sue pagine.

Non v’è mai stato cantore più sublime.

Quel lupo, lo scorge anche l’Ariosto sfilare dentro la Rocca; vi è entrato per seguire il luparo che si è recato dal commissario per chiedere il permesso di consegnare le teste all’incaricato del Duca.

Il lupo si tiene a debita distanza, sa come nascondersi agli uomini, cresciuto con la virtù della prudenza.

Uscito Bernino dalla Rocca, gli va dietro: “Il lupo lo seguiva a distanza, pronto ad allungarsi a terra se si fosse voltato.”.

Assisteremo al viaggio a piedi del luparo in direzione di Modena con la sua sacca di teste di lupo; attraverserà foreste, si fermerà a mangiare, riprenderà il cammino tra pericoli e pensieri. Ricordò quando, cinque anni prima, fu aggredito dai briganti che ucciderà: “Approfittando della nebbia e confidando nella buona sorte, ossia che nessun brigante fosse nei paraggi, gettò i cadaveri nel dirupo, senza non prima averne sfigurato i volti e, a colpi d’ascia, ne macellò i corpi.”.

Troverà anche un piccolo tesoro, probabilmente nascosto dagli stessi briganti: “Finché nella cavità d’un castagno forse millenario, non rinvenne una scarsella piena di ducati d’oro.”. Quei denari gli serviranno ad acquistare tre muli “e la sua famiglia non visse più di stenti.”.

Ora però, e lui non lo sa, alle calcagna ha il lupo solitario, intenzionato a recuperare la testa del fratello.

La Garfagnana in quel tempo era isolata da tutto. Messer Ludovico, inviso ai locali, scriveva continuamente per ricevere aiuto contro i briganti, ma “Ciò che accadeva in Garfagnana non sembrava riguardare nessuno. Una contrada abbandonata dagli uomini e da Dio, tra vento, tempeste di neve, ruberie e delitti. Non solo gli uomini erano selvaggi, ma anche le donne, le facce magre, i capelli lunghi e gli occhi accesi. Al suo passaggio nelle vie del borgo lo maledivano. Qualche volta gli avevano rovesciato vicino teglie di acqua bollente.”.

La posta del lupo alla sacca in cui si trova la testa del fratello non ha tregua. Una volta l’uomo si era allontanato abbastanza da tentare l’impresa, ma subito era ritornato non lasciandogli tempo. Conosceva quell’uomo, il lupo. Era spietato; quando lui e il fratello erano cuccioli, avevano assistito alla morte della madre, finita nella trappola e decapitata senza misericordia.

Bisognava agire con prudenza e rapidamente, perciò.

Quella creata da Pardini è un’atmosfera di attesa che ci prende. Ce la farà il lupo? Oppure finirà pure lui sotto l’ascia del luparo, che ha già ucciso madre e fratello?

Siamo anche noi in quei boschi e teniamo dietro al lupo, non facendoci accorgere della nostra presenza.

Non spettatori dall’alto, ma coinvolti.

Arriva il momento che s’incontrano: “Fermatosi per una pausa, posando la sacca, a poche spanne vide un lupo. Non si stupì. Durante il viaggio gli era sembrato di non essere solo; e capì anche che era il cucciolo dagli occhi azzurri sfuggitogli qualche anno fa. Fermo, testa bassa e una zampa anteriore ritratta, lo stava fiutando. Bernino sapeva che i lupi lo fanno quando si apprestano ad attaccare. Non lo temeva. L’avrebbe abbattuto con l’ascia mentre balzava.”.

Si accorge che non è facile uccidere questo lupo, che “gli stava innanzi come un antico guerriero.”.

Dopo le prime scaramucce, il lupo si nasconde nella boscaglia, guatandolo pronto al salto. Bernino “Sentiva che il lupo non si sarebbe sottratto al duello.”. Che infatti avviene: “Bernino scorse balenare una sagoma; contro quella puntò la balestra. Ma il lupo lo investì alla stregua di un macigno, azzannandogli la gola. Caddero entrambi. Nero e gigantesco, Bernino giacque in una pozza di sangue. Il lupo, disfatta la sacca, si arrotolò con tutto se stesso tra le teste putrefatte. Presa tra i denti quella del fratello, trotterellando, s’avviò verso i sentieri montani.”.

È l’animale che si vendica contro le crudeltà dell’uomo, che lo combatte ad armi impari.

Saputo che Santaleppe, il capo della sua scorta, è stato ucciso, l’Ariosto riflette: “Anche gli animali, sapeva, conoscono l’arte della vendetta.”.

Con il terzo racconto, “La picciona etrusca” si fa un gran balzo all’indietro e ci si sposta ai tempi della grande Roma, che domina il mondo.

Ceisus è “sacerdote e aruspice”. Ha con sé dei piccioni viaggiatori che gli servono per inviare messaggi. Viene da Orvieto e s’è trasferito nella valle dell’Auser, il vecchio nome del Serchio.

C’è “una vecchia picciona” che predilige: “La picciona solcava il cielo scrutando l’aria. Diffidava anche delle nuvole. Spesso era dovuta sfuggire a falchi, poiane, astori. Si orientava seguendo il filo dell’orizzonte e le bande di luce del sole. Non faceva soste, nemmeno per bere. All’accenno della stanchezza, saliva in alto, per meglio abbandonarsi alle spinte che venivano da aria e vento.”.

Ceisus vive in una grotta: “Lontano da tutti, gli riusciva vaticinare meglio il futuro.”. Avverte che i romani non hanno ancora terminato di sterminare il popolo etrusco, il suo, e ne teme l’arrivo: “L’odio di Roma contro gli Etruschi superstiti non sarebbe finito, sentiva.”.

Ceisus è il superstite di una strage perpetrata dai Romani, che hanno distrutto anche la sua famiglia. Scampato al pericolo, dedica la sua vita agli dei.

I Romani stanno avvicinandosi. Li comanda Gneo, che ha combattuto contro Annibale, “riportando ferite lievi.”.

Una lupa – lo aveva già fatto altre volte -, con il suo comportamento, dà conferma che stanno arrivando dalle sue parti. La grotta dove si erge il suo tempio e la stessa sua vita sono in pericolo.

Le azioni narrate si alternano, viste quando da Ceisus quando da Gneo, il comandante dei Romani.

Come due linee che nella scrittura tendono a incontrarsi. Nel mezzo la vecchia picciona che deve vedersela con un’aquila che l’ha vista e vorrebbe cibarsene: “La picciona, gradualmente, prese a discendere. Non poteva farlo d’improvviso. L’Aquila le sarebbe piombata addosso con maggiore impeto. Ma sotto di sé aveva la pianura brulla. Ci fosse stata la foresta poteva zigzagare tra gli alberi, espediente con cui s’era dileguata a falchi e poiane.”.

Cielo e terra sono in guerra. Ferocità e cinismo segnano l’ora: “L’esercito avanzava coi rumori dei calzari, le voci dei soldati, lo scarrucolo dei carriaggi; una sorta di musica che aumentava o calava a seconda del vento, che sfiorava le corazze, i cimieri.”.

Attraverso Gneo, che vi aveva partecipato, sono rievocate le battaglie di Annibale, che, pur apparendo saltuariamente nella storia, vi campeggia, allo stesso modo che abbiamo visto fare a Ludovico Ariosto nel racconto precedente.

Sono lampi che spargono una luminosità accecante, che non si riesce ad attenuare: “I giorni prima della battaglia del Trasimeno, suo padre ospitò Annibale Barca. Il quale, verso mezzodì, in sella a un cavallo nero, compariva nel villaggio. Smontato, si metteva a conversare con la gente, ma si capiva poco. Parlava male il latino e per niente l’etrusco. Non molto alto, ma il corpo compatto e snello come una statua di ferro, lo sguardo nero e tagliente, avvolto in una corazza di rame, sedeva su una roccia.”.

Dopo la descrizione della battaglia del Trasimeno che vide i romani sconfitti, ci si alza nel cielo e si ritorna alla lotta per la sopravvivenza della picciona etrusca, aggredita dall’aquila: “L’Aquila la scorse e si dispose a piombarle addosso. L’avrebbe affiancata, abbattendola a colpi d’ala. La picciona sfiorava gli alberi, attenta ai rapaci del posto, incluso il gufo reale che, al calar della sera, usciva dal covo. Sopra avvertiva l’aquila. N’era contenta. Intimorito, il suo congenere non sarebbe uscito allo scoperto. Si sbagliava. Sebbene gigante, l’aquila solcava cieli che non le appartenevano, e fu affiancata da una coppia di quelle locali, che cercarono di dissuaderla picchiandole vicino. Lei non si lasciò intimorire, dandogli battaglia. Forti, le loro strida si sparsero nell’aria, fino a raggiungere Ceisus che, nello sfondo del cielo, vide i rapaci.”.

La picciona “gli planò sulla spalla”, “bagnata e in affanno.”.

Si è salvata e ha portato il messaggio che annunciava l’arrivo dei Romani. Dopo di che si guadagna il riposo: “La vecchia picciona, venerata da tutti, stava a riposo, guardando spesso il cielo.”.

Dopo l’orsa, il lupo e la picciona, restiamo nel mondo animale, poiché il quarto racconto è dedicato a “Il gatto”.

L’uomo che s’incontra è Manfredo Tananei, vecchio che si dedica a costruire o aggiustare oggetti d’artigianato, comprese le pipe. Ha sulla coscienza una colpa grave; ha ucciso la moglie per gelosia. Insospettito, tornò dalla California, dov’era emigrato, per compiere il delitto, la moglie innocente. Tutto era nato da una lettera equivoca. Pagherà l’omicidio con 15 anni di duro carcere, scontato a Pianosa.

“Manfredo, quando lo conobbi, camminava impugnando due bastoni. Portava un cappello di feltro grigio a larghe tese; una giacca fuori misura che gli scendeva sghemba sui lati; pantaloni di tela. Abiti che sapevano di legna secca d’inverno e di fieno d’estate.”; “In quel periodo comparve in paese un grosso gatto soriano dagli occhi blu e il naso nero lucido.”.

Il soriano è accolto da Manfredo. In paese tutti avevano un gatto; unico modo per contrastare i topi, roditori micidiali.

Il soriano andava in giro per il paese e faceva danni. Quando gli riusciva apriva gabbie e ne divorava gli ospiti. Un giorno ne fu vittima la civetta di Jolio, “che valeva un patrimonio.”. Cominciano ad apparire cartelli con scritto: “Uccidere a vista. Bestia nociva”.

Ne vanno a caccia per ucciderlo. Si portano dietro il cane Barù, che “ai mici sfilava la schiena.”. Il soriano: “Era proprio bello. La testa rotonda, le mascelle sporgenti del selvatico; le striature nere, s’accordavano con la pelliccia grigia.”.

Anche il narratore lo accoglie, quando capita, a casa sua, offrendogli del cibo e facendolo acciambellare davanti al caminetto. Un giorno si seppe che il gatto aveva attaccato il cane Barù, sbranandogli il muso.

Sapeva difendersi e difendere la sua libertà di selvatico. Al tempo della figliata delle femmine, addenta un cucciolo per mangiarselo. Sarà Manfredo ad impedirlo.

In paese, lo si vuole morto.

Chi narra ci si è affezionato; non teme di proteggerlo, ogni volta che compare all’improvviso a casa sua.

Mariano muore. Passa il tempo e il narratore pensa che sia morto anche il soriano: “Lo rividi una sera d’autunno, di quelle buie, prossime all’inverno, nel luogo più impensato. Ai margini della strada, vicino alla macchina. Stavo per affrontare un lungo viaggio. Mi guardava coi suoi occhi blu, la schiena arcuata e la coda alta. Ma se cercavo di avvicinarlo, minaccioso, abbassava le orecchie e sgranava le pupille. Cos’è che voleva dirmi? Me lo chiedo ogni volta che mi torna alla mente o che scorgo un maschio che gli assomiglia. Significa che la nostra storia non è finita. È nascosta nella notte. Un agguato.”.

È la volta della pantera, ne “La sfida e la pantera”.

Beriffa è una pastora maremmana, che con altri suoi simili, fa la guardia alle greggi, difendendole dagli attacchi dei lupi e degli orsi. Ha i cuccioli con sé, uno dei quali pare diverso dagli altri.

Decidono di venderlo e lo espongono chiuso in una gabbia. Ma nessuno si avanza per chiederlo.

Finché dalla città, Roma, giunge una famiglia, marito, moglie e un figlio, Ascanio, di 16 anni, che se lo prende e lo porta con sé per fare da guardia alla casa.

Si passa ai fratelli Mastre e Veronio (notate ancora una volta i nomi particolari), due giovani artigiani, innamorati della pantera. Si recano spesso allo zoo a guardarne una, focosa e ribelle. Un giorno, un commerciante abusivo di animali, di nome Semploche (“e discendo dai gladiatori”) li informa che ha da vendere proprio una pantera.

L’autore ci fa seguire il corso delle due bestie, quella acquistata da Ascanio e quella dei due fratelli artigiani. Il pastore maremmano di Ascanio cresce bello e grosso, come ci si aspettava. Il giovane lo porta in giro e ne è orgoglioso. Gli amici glielo invidiano. Su consiglio della padrona dell’allevamento, gli viene dato il nome di Pilacche, che era stato un feroce e superbo pastore.

Anche la pantera cresce e ha il nome di Panterina; è una femmina. Irrequieta, dà qualche preoccupazione ai padroni.

Pilacche, fuggito di casa, andrà in giro ramingo passando sotto vari padroni, alla maniera del celebre cane Lassie.

Fuggirà anche Panterina. Vagherà come Pilacche, entrambi ricercati ed entrambi immersi nella propria selvatica libertà.

Ne sono il simbolo.

Pilacche s’è accompagnato ad altri cani randagi che si muovono nei dintorni facendo stragi: “Se non trovavano da predare, pigliavano d’assalto i cassonetti della mondezza. Con il peso di tutti li rovesciavano, scegliendo tra i rifiuti quanto vi fosse di commestibile.”. Al contrario della pantera che caccia da sola, furtiva ed astuta. Se ne trovano le vittime, ma non si trova lei, che difende guardinga la sua libertà: “Accorta e diffidente, la pantera evitava le trappole avvalendosi di naso e intuito.”.

A volte avvertiva strane sensazioni, come quando si trovò a camminare dentro un lungo cunicolo: “Pur non percependo effluvi, avvertiva molte presenze, distinguendone le sagome. Cosa che avvertiva sovente, sia al buio sia alla luce. Presenze silenziose, celate nell’aria. Alcune di forme ben delineate, altre evanescenti, le davano sensazioni ora di quiete, ora di malessere. Gonfiato il pelo sulla schiena, passava oltre. Talvolta poteva accadere le dessero l’impressione di ostacolarla nei movimenti. Non agivano tuttavia mai sul suo corpo, ma sulla sua mente. Allora si sentiva spiata e si allontanava, nascondendosi, finché le sagome non svanivano.”.

È l’altro mondo, al di là del velo, che, come certi uomini, anche gli animali avvertono: il mondo sconosciuto e segreto del mistero.

Succede che i due animali, visitato un po’ il mondo attorno a loro, e compiute, soprattutto la pantera, molte stragi, s’incontrano: “Quella notte, [la pantera] era reduce da un allevamento di tacchini, di cui aveva fatto la solita strage. E adesso, s’aggirava nei pressi di un grande ovile, tenendosi controvento per meglio evitare i cani. Quando, ad un angolo dell’edificio, ne incontrò uno grosso e bianco. Stava per balzare via, ma fu investita dal cane, che le afferrò una guancia. Fulmineo Pilacche, pur trovandosi dinanzi a un avversario sconosciuto, aveva sferrato l’attacco. La pantera, alzatasi sulle posteriori, lo colpì con gli artigli sul costato, lacerandolo. Pilacche resistette.”.

Finiranno entrambi a terra feriti e stremati. Pilacche sarà curato e riprenderà le sue forze. Della pantera, invece, quando si girarono per catturarla, ferita a terra, non la videro più. Farà ancora stragi, poi interverrà la vecchiaia.

È un racconto lungo che alterna a ritmo serrato le due vicende del grosso maremmano e della pantera, facendoci vivere – come se li inseguissimo – il loro mondo selvaggio.

“La pistolera” ci porta fuori dell’Italia: “Nel villaggio di Nevra Grande, primi a morire sotto i colpi della pistolera furono tre cacciatori di taglie, lo sceriffo e alcuni abitanti. Vestita di nero, in sella a un cavallo pezzato, s’avvicinava e faceva fuoco con una carabina corta. Poi si dileguava. La gente viveva nel terrore.”.

S’intuisce che siamo in una terra confinante con il Messico, forse il Texas.

Melino Diodati, di dodici anni, vi è arrivato con la madre e il padre dall’Italia. Lavorano tutti come inservienti in un saloon. Melino non ha paura della pistolera, anzi è curioso di incontrarla, nonostante i genitori lo invitino a fare attenzione, a camminare, fiancheggiando i muri. Come un selvatico, la pistolera “sterminati gli uomini di una miniera, aveva assalito un accampamento d’indiani che si stavano spostando nelle zone di caccia, uccidendo donne vecchi e bambini.”.

Su di lei è posta una grossa taglia, così che: “Una domenica mattina giunse una diligenza di lusso, con due pariglie di cavalli riccamente bardati. Ne scese un signore alto e corpulento, coi lunghi favoriti grigi e un gran cappello messo di sghimbescio.”. Promette che avrebbe fatto venire un bounty killer, con l’incarico anche di commissario di pace, per liberare il paese dalla pistolera.

Quando giunge il bounty killer, Melino ne resta affascinato: “A pochi metri, sotto uno spiraglio di sole, in mezzo alla mota della strada, c’era un uomo in sella a un gran cavallo bianco e vestito di bianco. Accostatosi alle transenne, scese balzando sul marciapiede. Altissimo, portava stivali marroni.”.

Il lettore avrà capito che stiamo ritrovando un personaggio caro a Pardini, Jodo Cartamigli, il regolatore dei conti, colui che riporta la giustizia laddove è stata violata.

Fa amicizia con la famiglia di Melino, poiché ha capito dall’accento che vengono dallo stesso suo paese della Garfagnana, Melico Alto.

In paese arriva un altro bounty killer che invita Jodo Cartamigli a lasciargli il posto, visto che la taglia è molto elevata.

Ne nasce un duello: “Esplose uno sparo, e Don Fernadez schiantò a terra.”.

Ancora la pistolera fa parlare di sé; uccide anche due soldati. Jodo Cartamigli decide di darle la caccia e si porta con sé Melino. In viaggio, gli domanda se si sia chiesto perché lo sta portando con sé, e glielo spiega: “Perché tu possa raccontare delle storie. Un uomo che non sa raccontare storie non è un uomo, ma una comparsa.”.

Finalmente la pistolera si fa viva con Cartamigli avvisandolo che presto s’incontreranno. Ci si aspetta, dunque, il duello. Melino è fremente.

Pardini ci sta preparando il terreno con una successione di avvenimenti al cardiopalma. La scrittura non dà tregua, s’intreccia con la trama. Si resta con il fiato sospeso, come quando si assiste ad un film western e il buono e il cattivo sono uno di fronte all’altro, le mani vicino alle pistole.

Eccoci al momento clou: “Adesso s’erano fermati. La pistolera, testa e volto nascosti da un copricapo più nero dell’abito, calzava stivali a mezza gamba. Cartamigli prese a muoversi in circolo. La pistolera lo imitava. Una folla di ombre s’era assiepata al di là della scuola e di traverso alla strada. Silenziosi, quei volti scrutavano i due.”.

Lasciamo al lettore il piacere di scoprire come andrà a finire.

Siamo arrivati al settimo racconto, “Serague”, che è il nome di “una mula bianca, con striature nere, quasi blu.”. Una vecchia mula: “Figlia di una cavalla berbera e di un somaro di Martina Franca.”.

È amica di un pappagallo al quale racconta la sua vita, svoltasi in varie situazioni e sotto più padroni. Il pappagallo, a sua volta, racconta al padrone. Avremo un quadro del mondo visto da un animale: “Nei giorni seguenti, insieme a cavalli, asini e muli viaggiai per terra e per mare. Dall’alba al tramonto, in branco, scortati dagli uomini, camminavamo in strade di montagna e di collina senza mai scendere in quelle trafficate. La notte sostavamo in luoghi solitari e ricchi di erba e di piante; pascolavamo fino alla partenza.”.

Fa anche l’esperienza, in Africa, del deserto: “Nel deserto cambiano i rumori. Ognuno avverte meglio i suoi che quelli altrui. Sentivo il mio respiro, il mio incedere e il tintinnio della soma. Non c’era alito di vento. Tutto era immobile e tutto lontano, nonostante la volta del cielo apparisse vicina.”.

Gli animali sanno anche vendicarsi. La mula ha raccontato di un cammello che fu picchiato a sangue dal padrone, e poi venduto. Un giorno ne sentì l’odore e gli si avvicinò: “Una notte illune; sabbia e cielo avvolti del medesimo buio. D’un tratto l’uomo uscì da una tenda. Lui affondò i denti nella cervice, strattonandolo. Esanime, lo abbandonò sulla sabbia.”.

Componente di una carovana, la mula, attraverso il racconto del pappagallo, ci descrive le difficoltà del deserto, l’arsura e il desiderio dell’acqua: “Fiutata la presenza dell’acqua, mi incamminai lungo un sentiero. La Sorgente sgorgava dall’alto, per riversarsi dentro delle vasche. Era un’acqua chiara e fredda, come mai ne avevo bevuta. Brucai erba e cespugli che crescevano tra i sassi.”.

La qualità del racconto sta nel calarsi e nel saper calare il lettore nella vita della mula, sì che ne avvertiamo la sensibilità e ce ne appropriamo. Sarà impegnata anche in un circo: “Non sopportavo, invece, quanto mi accadeva attorno. Leoni, tigri, elefanti, cani, cavalli e orsi venivano addestrati a eseguire giochi. Agli inizi, si ribellavano. Sentivo colpi di scudiscio e di spranga; sentivo i ruggiti divenire lamenti. Il peggio accadeva con elefanti e orsi. Nell’aria e nella terra si addensava la tensione di quando sta per iniziare un uragano o un terremoto. Percorsa da fremiti e scosse scalpitavo, zoccoli conficcati nella paglia. Era l’emanazione della corrente elettrica a cui venivano sottoposti plantigradi e pachidermi per imparare i movimenti della danza.”.

Sono le sevizie che l’uomo impone agli animali. Ma una iena non si sottomette: “Una iena, che volevano portasse un secchiello con la bocca, si fece uccidere dalle botte anziché sottomettersi. Unico animale che non si è mai asservito al volere degli uomini. Non ho dimenticato i suoi passi malfermi, gli occhi che, di notte, imploravano la liberassi. Gli animali selvatici chiedono, sempre, questo. Poi il circo fu smantellato.”.

Il racconto si rivela sempre più come una denuncia nei confronti dell’uomo, il quale, per il proprio interesse, violenta il bene più prezioso di un animale, la libertà.

La mula con il suo viaggio ne è la svelatrice e la testimone.

Perfino sul nome, gli uomini fanno violenza. La mula si chiama Serague, ma ha avuto altri nomi: “Vittoria, Alba, Orchidea, Bianca, Bella, Brizzolata e Fatima.”.

Un giorno pappagallo e mula spariranno. Tornato il pappagallo, sconsolato dirà al narratore che la mula è stata venduta e portata al macello: “Lei stava immobile, le orecchie tese. Uno dei due prese a girare una manovella; la barra a cui la mula era avvinghiata correva dal basso verso l’alto, costringendola a sollevare il collo. La manovella cigolava, mescolandosi al suo ansito. Rapido, l’altro uomo, afferrata una coltella gliela infilò nella gola, che sgorgò sangue. Le ginocchia si piegarono, e dalle narici le uscì un brusio di sciame d’api che fugge da un alveare violato.”.

“La vendetta del gufo”, chiude la raccolta. Anche qui abbiamo a che fare con un nome singolare del protagonista, un altro da collezionare nella inesauribile fantasia creatrice di Pardini: Faido Alterchi. Il brigadiere della guardia forestale, che lo vuole cogliere con le mani in fallo, si chiama, invece – un’altra perla – Daleo De Fernandi. Daleo contro Faido: “L’intento del brigadiere era di nascondersi in un cortile abbandonato da dove osservare le mosse di Faido Alterchi. Aveva percezione che. profittando del cattivo tempo e sentendosi al sicuro, facesse qualche mossa falsa.”. Il medico si chiamerà Nario Baralli Stugas. Un altro personaggio, Branchè Lippoli.

Faido ha quarant’anni ed è di poche parole. Ė un lestofante, un bracconiere. Gli piace cacciare di frodo e vendere le sue vittime agli imbalsamatori. Ha anche della terra da coltivare, ma questo lavoro lo affatica. Preferisce badare al gregge.

Nella zona, i forestali liberano una coppia di gufi reali per ripopolare la specie. Faido ne sente il verso e si mette in testa di catturarli.

Il maschio va a caccia e porta il cibo alla femmina, che lo attende nel nido in cui sta covando. Cattura un gatto: “Gli calò addosso, oscurandogli la vista con le ali; il gatto si inarcò, e lui lo colpì col becco, adunghiandolo sulla schiena, che finì di stritolargli in volo, mentre ancora soffiava e si contorceva. Ma gli animali di terra sollevati in aria, perdevano forza e coraggio, abbandonandosi. Radente gli alberi, volò al nido. Arrivato, la femmina gonfiò le penne, allungando il collo. Lui, poggiatosi al bordo del covo, le dette il gatto, che lei tranciò col becco, ingoiandone bocconi che le gonfiavano il collo. In breve, del micio rimasero pelliccia, zampe e testa, che gettò nel dirupo.”.

Faido e l’amico Cirino, a caccia, ci mostreranno la ferocia dell’uomo sull’innocenza animale. Le vittime, incredule e sorprese: “Con la torcia, illuminò il cervo a terra, gli occhi spalancati. Stava morendo. Tolto di tasca il lungo coltello, glielo piantò nella gola. Il sangue sgorgava a zampillo, esalando un odore caldo e zuccheroso. Sopraggiunsero dei passi. Si volse, coltello puntato. Era l’amico. Anche lui mise mano al coltello e iniziarono a sventrare l’ungulato, togliendogli, innanzitutto, lo scroto. Le interiora uscirono fuori grigie e fumanti. Afferrato il cervo per le zampe posteriori, lo spostarono, in modo da non insozzarlo con le budella che, adesso, sapevano di grasso e di lievito. Da un sacco, l’amico trasse due piccole asce e presero ad appezzarlo, in modo da poterlo avvolgere dentro i teli. Non doveva perdere sangue, né lasciare tracce.”.

Il gufo di cui s’è parlato deve ora procurare cibo anche ai tre piccoli che sono nati. Ha visto i due uccidere il cervo e li segue, infine si cala e ne afferra i resti, ne mangia e il resto li porterà al nido, dove ad attenderlo c’è anche la femmina.

Sta piovendo a dirotto. I suoi piccini sono tutti bagnati e tremano per il freddo. Padre e madre allora “per rincuorarli, emisero canti e richiami.”.

Pardini intorno a questa avventura ne allaccerà altre che hanno a che fare con la politica e con alcuni delitti irrisolti, come quello di Wilma Montesi, che occupò le cronache dei giornali italiani per anni. Non se n’è mai venuti a capo.

A Faido, il mercante a cui procurava la selvaggina chiese di portargli il gufo, vivo o imbalsamato gli avrebbe procurato un buon guadagno.

Pardini usa la stessa tecnica che abbiamo incontrato ne “La sfida e la pantera”, in cui si alternano la storia del pastore maremmano e quella della pantera.

Qui seguiamo quelle di Faido e di Cirino che si sono divisi e non lavorano più insieme. Ognuno pensa per sé e ai propri affari. Cirino ha anche la fama di essere pedofilo. È sposato e ha due gemelli, ma nella famiglia della ragazza, da lui stuprata da bambina, non è ben accolto. Inoltre “Nel paese non c’erano donne per lui. Alto, magrolino e il naso a becco, non aveva mai avuto fortuna con le ragazze. E nemmeno con le adulte.”.

Si inserisce anche la storia di un pedinamento da parte del maresciallo Florio Piancelli nei confronti di una persona ritenuta una spia internazionale, Markus Wolf.

Non è consueto all’autore d’intrecciare più storie parallelamente. Le più evidenti eccezioni sono contenute proprio in questa raccolta.

Quando torniamo alla famiglia di gufi, apprendiamo che sono cresciuti: “Il clima fresco e piovoso, ai piccoli gufi aveva fatto crescere un piumaggio fitto, e volavano tra gli alberi, anche da soli. La madre li portava a caccia di lepri, cuccioli di volpe e di fagiani. Insieme, abbattevano la preda e la spolpavano, facendo attenzione non si avvicinassero volpi e lupi.”.

La minaccia di un gatto darà luogo ad una furibonda lotta tra il maschio e la femmina da una parte e lo stesso felino dall’altra, che soccomberà.

Non sanno, i gufi, che Faido li sta cacciando. Riuscirà nell’intento: “La terza notte, con sua sorpresa, trovò nella rete la madre coi figli. Colpo fortunato. Insieme erano incappati nella maglia che, fatta a bozza, li aveva imprigionati. Nel sacco mise prima i piccoli; ultima afferrò la madre, ma schiacciandola con il ventre a terra: temeva potesse artigliarlo. Un attimo, intravide i suoi grandi occhi arancioni, che lo fissavano, dandogli un senso di intontimento. Più pesante di una gallina, emanava odore di marcio. Chiuso il sacco, se lo mise in spalla.”.

Bisognerà, però, badare al maschio, che sicuramente si muoverà contro di lui: “D’un tratto aveva avuto la sensazione di essere spiato. Si fermò, acquattato dietro dei carpini. Nell’aria, passò un soffio come di vento. Intravide la sagoma del gufo sparire tra gli alberi.”.

Finalmente il maschio rintraccia la femmina e i tre piccoli. Lancia il verso e la femmina gli risponde. Allora si adopera per trovare la via di liberarla.

La frenetica e convulsa attività del gufo è ben resa, così come la tensione della femmina e dei piccoli tenuti prigionieri: “Ristretta nella gabbia coi figli aveva cercato di uscire in ogni modo; ora si guardava attorno, il becco semiaperto. Non poter aprire le ali, la faceva sentire ancor più segregata. Con vemenza tornò a invocare il maschio.”.

Il maschio ha la solidarietà di un lupo che lo aiuta nella ricerca.

Ma, ormai, gli stanno dando la caccia. Fattosi vedere in giro, fa gola a molti, in particolare a Faido e al maresciallo Piancelli, a cui è stato insinuato il sospetto che sia un uccello dei servizi segreti avversari.

Faido riuscirà a catturarlo, ma sarà la sua sventura. Infatti il gufo si libererà e lo aggredirà: “Ma, durante il passaggio dalla rete al sacco, il gufo si districò, volando e incappando nei cespugli di erica. Faido lo inseguì, imprecando. Sennonché, con una cabrata, il gufo gli fu addosso, oscurandogli il volto con le ali. Lui alzò le mani per afferrarlo; non ne ebbe il tempo: i rostri gli trafissero le pupille, orbandolo. Solo quando, straziato dal dolore e dallo spavento si buttò col volto a terra, e prese a urlare, invocando aiuto, il gufo lo lasciò.”. La sua vendetta era compiuta.

Se “Il viaggio dell’Orsa”, il primo racconto, è di una bellezza straordinaria, bisogna dire che di poco mancano il primato gli altri sette.

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart